{"id":225079,"date":"2025-11-21T05:13:10","date_gmt":"2025-11-21T05:13:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/225079\/"},"modified":"2025-11-21T05:13:10","modified_gmt":"2025-11-21T05:13:10","slug":"la-verita-4","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/225079\/","title":{"rendered":"| La Verit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>\n        La poetessa russa Anna Achmatova. Nel riquadro il libro di Paolo Nori Non \u00e8 colpa dello specchio se le facce sono storte (Getty Images)\n    <\/p>\n<p>Nel suo ultimo libro Paolo Nori, le cui lezioni su Dostoevskij furono oggetto di una grottesca polemica, esalta i grandi della letteratura: se hanno sconfitto la censura sovietica, figuriamoci i ridicoli epigoni di casa nostra.Per gentile concessione dell\u2019editore, pubblichiamo un estratto dal settimo capitolo di Non \u00e8 colpa dello specchio se le facce sono storte (Utet, 180 pagine, 19 euro) di Paolo Nori. Lo scrittore ha collaborato a lungo con La Verit\u00e0.Come mi \u00e8 capitato di dire e di scrivere innumerevoli volte, la letteratura russa moderna \u00e8 un fenomeno relativamente recente, comincia all\u2019inizio degli anni venti dell\u2019Ottocento quando Aleksandr Pu\u0161kin si mette a scrivere il romanzo in versi Evgenij Onegin. losif Brodskij, in un saggio del 1977 che si intitola Guida a una citt\u00e0 che ha cambiato nome, dice che allora, negli anni Venti dell\u2019Ottocento, la letteratura russa ha cominciato a correre dietro la realt\u00e0 e che, trent\u2019anni dopo, negli anni Cinquanta, l\u2019ha raggiunta. E che, se andate nella casa dove Dostoevskij \u00e8 stato interrogato dalla terza sezione, la polizia segreta, \u00e8 difficile che troviate una guida turistica che racconta ai turisti che quella casa li \u00e8 la sede di quella vicenda che ha condotto poi alla di lavori forzati quella condanna a morte poi commutata, sul patibolo, a quattro anni, per Dostoevskij; se andate nello Stoljarnyj pereulok, il vicolo dei Falegnami, nella casa dove Raskolnikov, nel romanzo Delitto e castigo, \u00e8 stato interrogato da Porfir Petrovi\u010d, il pubblico ministero, \u00e8 sicuro, dice Brodskij, che troviate qualcuno che la racconta ai turisti. La finzione, dice, \u00e8 diventata pi\u00f9 forte della realt\u00e0.Pietroburgo \u00e8 anche lei una citt\u00e0 relativamente recente, \u00e8 stata fondata nel 1703 da Pietro il Grande in un posto nel quale, fino ad allora, non aveva mai abitato nessuno. \u00c8 una citt\u00e0 disegnata con la riga e col compasso (\u00abLa pi\u00f9 astratta e premeditata citt\u00e0 del globo terracqueo\u00bb, secondo una celebre definizione di Dostoevskij), come si vede dalle lunghe strade rettilinee che ne attraversano il centro, i prospekty, parola che noi traduciamo con \u00abprospettive\u00bb. La pi\u00f9 conosciuta \u00e8 la prospettiva Nevskij; perpendicolare alla Nevskij c\u2019\u00e8 la prospettiva dove abitava Brodskij, al numero 24, la Litejnyj (della Fonderia, sarebbe); sempre dalla stessa parte della strada, al numero 4 del Litejnyj prospekt, c\u2019\u00e8 un grande edificio, che i pietroburghesi chamano Bol\u0161oj dom, la grande casa, che \u00e8 la sede dei servizi segreti, il Kgb, che oggi si chiama Fsb. Brodskij, in quel saggio su Leningrado, scrive che nella luce particolare, nordica, pallida e diffusa, di Pietroburgo, \u00abe grazie alle strade cos\u00ec lunghe e rettilinee, i pensieri di un passante vanno molto pi\u00f9 lontano della sua destinazione, e un uomo con una vista normale pu\u00f2 distinguere a pi\u00f9 di un chilometro di distanza il numero dell\u2019autobus in arrivo o indovinare l\u2019et\u00e0 del poliziotto che lo pedina\u00bb (la traduzione \u00e8 di Gilberto Forti).Una ventina di anni fa, con un mio amico russo, camminavo per il Litejnyj e siamo passati davanti alla sede del Kgb e lui, si chiama Tim, mi ha detto che c\u2019era stato un funzionario dei servizi segreti che aveva proposto di far diventare quell\u2019edificio, la grande casa, monumento letterario. \u00abMa perch\u00e9?\u00bb, gli avevano chiesto. \u00abCome perch\u00e9?\u00bb, aveva risposto lui, \u00absono passati tutti di qui\u00bb. Aveva ragione. Tutti i pi\u00f9 grandi scrittori di Leningrado erano passati tutti di l\u00ec e qualcuno di l\u00ec non era poi uscito.Nella storia degli archivi sovietici un ruolo fondamentale ce l\u2019hanno gli archivi privati, e un archivio singolarissimo \u00e8 quello che si \u00e8 costruita Anna Achmatova tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento, quando abitava nella Fontannyj dom, dove oggi c\u2019\u00e8 la sede del Museo Achmatova, il cui ingresso \u00e8 sempre sul Litejnyj prospekt, dall\u2019altra parte della strada, rispetto alla casa di Brodskij e alla sede del Kgb, al numero 53. Anna Achmatova ha avuto, suo malgrado, molto a che fare, con il potere sovietico.Quando, nel 1935, arrestano suo figlio, Lev Gumil\u00ebv, e il suo terzo marito, Nikolaj Punin, Anna Achmatova scrive una lettera a Stalin (l\u2019aiuta a scriverla Michail Bulgakov); nella lettera assicura che Lev e Punin \u00abnon sono n\u00e9 fascisti, ne spie, n\u00e9 membri di organizzazioni controrivoluzionarie\u00bb. \u00abVivo in Urss dall\u2019inizio della rivoluzione\u00bb, continua Anna Achmatova, \u00abnon ho mai voluto abbandonare un Paese al quale sono legata con la mente e con il cuore. Nonostante i miei versi non vengano pubblicati e i giudizi dei critici mi abbiano procurato molti momenti dolorosi, non mi sono persa d\u2019animo; in condizioni morali e materiali molto pesanti ho continuato a lavorare e ho gi\u00e0 pubblicato uno studio su Pu\u0161kin, e un secondo sta per essere pubblicato. A Leningrado vivo molto isolata e a volte sono malata per lunghi periodi. L\u2019arresto delle sole due persone che mi sono vicine mi assesta un colpo che non posso sopportare. La prego, Iosif Vissarionovi\u010d, di rendermi mio marito e mio figlio, certa che nessuno se ne pentir\u00e0 mai\u00bb (Anna Achmatova, 1\u00b0 novembre 1935).Subito dopo aver ricevuto questa lettera, Stalin ordina di liberare il figlio e il marito di Anna Achmatova. L\u2019ordine di scarcerazione arriva di notte e Punin, il marito, chiede se pu\u00f2 continuare a dormire e essere rilasciato il mattino dopo, quando ricomincia il servizio dei tram. Gli rispondono che le prigioni sovietiche non sono alberghi, lo liberano subito e lui si fa a piedi tutta la strada fino alla Fontannyj dom.Nel 1938 Lidija \u010cukovskaja, alla quale hanno arrestato il ma rito, un astrofisico, Matvej Bron\u0161tejn, che \u00e8 stato condannato a \u00abdieci anni senza corrispondenza\u00bb, va dall\u2019Achmatova e le chiede come fare per fare liberare il proprio marito. Anni dopo sapr\u00e0 che quella formula, \u00abdieci anni senza corrispondenza\u00bb, era un eufemismo per dire \u00abeliminato\u00bb. Lidija comincia a frequentare Anna Achmatova e, ogni volta che la incontra, prende appunti. I suoi quaderni diventeranno tre volumi, intitolati Incontri con Anna Achmatova. Il primo dei volumi (1938-1941) \u00e8 stato tradotto in italiano, per Adelphi, da Giovanna Moracci. All\u2019inizio di questo primo volume \u010cukovskaja ci racconta come Anna Achmatova scriveva il poema su quel che succedeva nelle file davanti alle Croci, il carcere di Leningrado, il pi\u00f9 grande dell\u2019Unione Sovietica, dove lei \u00e8 andata, per diciassette mesi, per vedere suo figlio Lev (l\u2019avevano arrestato ancora). \u00abUna volta\u00bb, scrive Anna Achmatova, \u00abuna donna che stava dietro di me, con delle labbra blu e che, naturalmente, non aveva mai sentito il mio nome, si \u00e8 riscossa dal torpore che ci avvolgeva tutti e mi ha chiesto in un orecchio (li sussurravano tutti): \u201cMa lei questo lo pu\u00f2 descrivere?\u201d. E io ho detto: \u201cPosso\u201d. Allora una cosa che sembrava un sorriso \u00e8 scivolato lungo quello che una volta doveva esser stato il suo viso\u00bb. Questo \u00e8 il prologo di Requiem, come \u00e8 stato scritto il resto ce lo dice Lidija \u010cukovskaja. \u00abAnna Andreevna\u00bb, scrive \u010cukovskaja, \u00abquando veniva a trovarmi, mi recitava versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, non si risolveva neppure a sussurrare; d\u2019un tratto, nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzetto di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo: \u201cVolete del t\u00e8?\u201d, oppure: \u201cCome siete abbronzata!\u201d, scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. Io leggevo i versi e, quando li avevo impressi nella memoria, glieli restituivo in silenzio. \u201cL\u2019autunno \u00e8 venuto cos\u00ec presto\u201d, diceva Anna Andreevna ad alta voce e, acceso un fiammifero, bruciava il foglietto in un posacenere. Era un rito: le mani, il fiammifero, il posacenere &#8211; un rito splendido e doloroso\u00bb.Io mi immagino Anna Achmatova e le sue conoscenti che, a guardare i loro contemporanei, si chiedono \u00abMa perch\u00e9 vanno tutti in giro con l\u2019ombrello aperto come dei selvaggi?\u00bb. E, contemporaneamente, di nascosto dai selvaggi, e col dubbio di essere loro, le selvagge, senza ombrello, bagnate fradicie, mettono in piedi un tipo di archivio stupefacente. Anna Achmatova, che non si azzardava a mettere per iscritto il suo poema, e che, a casa sua, aveva paura che ci fossero dei microfoni, non si azzardava neanche a dirle ad alta voce, le poesie di Requiem, Anna Achmatova era circondata da persone, una di queste \u00e8 Lidija Cukovskaja, che le facevano da memoria. Persone che, come in Fahrenheit 451, di Ray Bradbury, diventavano persone-libro, la cui sopravvivenza equivaleva alla sopravvivenza di una grande opera letteraria. Ma Fahrenheit 451 \u00e8 un romanzo, questa \u00e8 la realt\u00e0. Se Anna Achmatova fosse morta, nella Leningrado degli anni Quaranta, ci sarebbero state loro, Lidija \u010cukovskaja e le altre selvagge, a tramandare Requiem.Tanti anni dopo, negli anni Sessanta, Anna Achmatova era ormai celebre, considerata, le avevano dato una laurea ad honorem, a Oxford, e ci si aspettava che da un momento all\u2019altro le conferissero un riconoscimento accademico di grande prestigio, il \u00abmantello di Oxford\u00bb. Una volta era a casa sua con Lidija \u010cukovskaja, era arrivata la postina, lei si aspettava il mantello di Oxford e invece le era arrivato un librettino fatto a mano, dei foglietti di corteccia di betulla sui quali erano tracciati, graffiati, i suoi versi. C\u2019era una lettera, che accompagnava quel libretto, e diceva che il libretto veniva da un gulag. I prigionieri di quel gulag avevano bisogno delle poesie di Anna Achmatova. E le poesie di Anna Achmatova avevano trovato il modo di arrivare fino a loro, fino al gulag. Lidija Cukovskaja, visto questo libretto (che si trova ancora, nella casa museo sulla Fontanka), ha detto a Anna Achmatova: \u00abQuesto vale pi\u00f9 di cento mantelli di Oxford\u00bb. Aveva ragione.In un libro singolarissimo di Mariusz Szczygie\u0142 sulla Repubblica Ceca, intitolato Gottland, si racconta, tra le altre, la storia di Tom\u00e1\u0161 Bat\u2019a, il fondatore del calzaturificio Bata, che nel 1904 scrive, a caratteri enormi, sui muri del suo stabilimento, \u00abUn giorno ha 86.400 secondi. E gli uomini per pensare, le macchine per sfacchinare. E non dobbiamo aver paura degli altri, dobbiamo avere paura di noi stessi\u00bb.Qualche anno pi\u00f9 tardi, nel 1926, quando Bat\u2019a \u00e8 diventato sindaco di Zl\u00edn, la citt\u00e0 dello stabilimento, e la sua azienda \u00e8 la pi\u00f9 grande della Cecoslovacchia, e la Cecoslovacchia \u00e8 la pi\u00f9 grande esportatrice di calzature del mondo, sul muro del suo feltrificio Bat\u2019a fa scrivere, sempre in quei caratteri giganti: \u00abNon leggete romanzi russi\u00bb. E, sul muro del gommificio: \u00abI romanzi russi uccidono la gioia di vivere\u00bb. Qualcuno, in questi anni, ha proposto, come Bat\u2019a, di bandire la letteratura russa, di non leggerla pi\u00f9, di non studiarla pi\u00f9, di dimenticarla. Mi sembra che le vicende di Zo\u0161\u010denko, di Pu\u0161kin, di Dostoevskij, di Brodskij, di Bulgakov, di Mandel\u2019\u0161tam, di Daniil Charms, di Nikolaj Zabolockij, di Anna Achmatova e, per me pi\u00f9 di qualsiasi altra cosa, quel minuscolo libretto di corteccia di betulla, siano l\u00ec a ricordarci che la letteratura russa \u00e8 stata pi\u00f9 forte della censura zarista, dell\u2019esercito sovietico, del Politburo, del terrore, della guerra, dei gulag, sar\u00e0 pi\u00f9 forte anche di Bat\u2019a e dei suoi imitatori occidentali, credo.\n<\/p>\n<p>\n        Alice ed Ellen Kessler nel 1965 (Getty Images)\n    <\/p>\n<p>\n        Lockheed F-35 \u00abLightning II\u00bb in costruzione a Fort Worth, Texas (Ansa)\n    <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La poetessa russa Anna Achmatova. 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