{"id":232917,"date":"2025-11-26T11:35:19","date_gmt":"2025-11-26T11:35:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/232917\/"},"modified":"2025-11-26T11:35:19","modified_gmt":"2025-11-26T11:35:19","slug":"eccoci-qui-ancora-soli-sul-ritratto-fotografico-rito-violento-e-inappellabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/232917\/","title":{"rendered":"Eccoci qui, ancora soli. Sul ritratto fotografico, rito violento e inappellabile"},"content":{"rendered":"<p>Eccoci qui, ancora soli. Queste parole, con cui C\u00e9line apriva il suo romanzo pi\u00f9 intimo e sofferto, riempiono l\u2019ideale esergo di ogni fotografia di ritratto. Ci guardiamo in queste foto come in strani specchi, incuriositi da un\u2019immagine che, pur appartenendoci, sembra sempre un po\u2019 troppo estranea. Il volto si staglia nella fotografia, intorno non c\u2019\u00e8 rumore e l\u00ec, inappellabili, restiamo soli con noi stessi. Con indifferenza o curiosit\u00e0, oppure non senza una certa amarezza, ci rendiamo conto di come, nonostante tutto, siamo ancora soli.\u00a0<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>Guardarsi nelle proprie fotografie pu\u00f2 essere un\u2019esperienza spaesante e malinconica. Le righe che seguono costituiscono un commentario a due foto che mi ritraggono e, soprattutto, alla produzione dei fotografi che le hanno scattate. Sono ritratti contingenti, frutto di assolute accidentalit\u00e0. Mai cercati e mai voluti, eppure, poi, accettati senza riserve, apprezzati come ineludibili attestazioni di me.\u00a0<strong>Divertente l\u2019episodio in cui Ray Banhoff scatt\u00f2 la fotografia: era la prima volta che lo incontravo, una mattina in uno squallido bar di periferia nei pressi del casello di Chiesina Uzzanese \u2013 uno di quei luoghi che lui ama tanto (li amo anche io).\u00a0<\/strong>Mentre ci scambiavamo parole di circostanza Banhoff si interruppe bruscamente. Fattomi cenno di aspettare, torn\u00f2 dall\u2019auto con la macchina fotografica e mi immortal\u00f2 davanti a un androgino bersaglio per freccette.\u00a0<strong>Con Gianluca Vitelli fu diverso. La sua foto giunse al termine di una preziosissima estate del 2019, in un verde prato fiorentino, all\u2019imbrunire. La sua foto sigilla un\u2019amicizia che vale un tesoro. Un commentario dunque<\/strong>: un commentario personalissimo e piuttosto incongruo (ma, del resto, potrebbe essere altrimenti?). <\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"683\" height=\"1024\" alt=\"\" class=\"wp-image-105615 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/06-683x1024.jpg\"  data- data-eio-rwidth=\"683\" data-eio-rheight=\"1024\"\/>G. Vitelli,\u00a0Ritratto di anziana signora ricoverata presso un centro per disturbi cognitivi e demenze di Toronto, 2013. Courtesy: Gianluca Vitelli<\/p>\n<p>Nelle fotografie la nostra immagine \u00e8 mediata dal modo in cui il fotografo ci vede: da come egli pensa che siamo, oppure da come egli vuole che siamo. Ci vediamo attraverso di loro, osservando il prodotto della loro sensibilit\u00e0 che, a sua volta, riflette la nostra pi\u00f9 o meno consapevole forza di azione sull\u2019altro. Se non fosse gi\u00e0 abbastanza, ci sarebbe anche da considerare la parte di mistero che attiene allo strumento. Esso, nel suo imponderabile inconscio macchinale, ha delle ragioni che non possiamo comprendere. Prima di continuare un\u2019avvertenza: sarebbe facile pensare a queste righe, con cui un autore commenta le foto di cui \u00e8 ritratto, come a un esercizio di narcisismo. Il narcisismo, almeno qui, non c\u2019entra: Montaigne lo indicava limpidamente scrivendo che l\u2019uomo che conosceva meglio era s\u00e9 stesso e, pertanto, di s\u00e9 stesso si sarebbe spesso occupato. In un perverso classico del post-strutturalismo francese si legge che non serve arrivare al punto in cui non si deve pi\u00f9 dire \u201cio\u201d, ma bisogna raggiungere quello spazio in cui non ha pi\u00f9 nessuna importanza dire o non dire \u201cio\u201d. A volte questo s\u00ec che sarebbe il massimo.\u00a0<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>Dei due ritratti, quello scattato da Gianluca Vitelli \u00e8 il pi\u00f9 datato anche se, in fondo, non si tratta che di pochi anni. Il cambiamento fisico non riflette che una minima parte di quello interiore occorso dal giorno della fotografia a oggi.\u00a0<strong>Vitelli \u00e8 un fotografo sensibile e raffinatissimo che nel 2013, appena diciottenne, present\u00f2 un servizio su un gruppo di pazienti malati di Alzheimer.<\/strong>\u00a0Sono foto meravigliose di cui nel genere non si trova l\u2019eguale: un\u2019anziana signora, una delle pazienti ritratte, ci guarda rigorosa e profonda, in tutta l\u2019irriducibile dignit\u00e0 del suo essere donna. Su questa autorevolezza la malattia non pu\u00f2 niente. Nel volto di un uomo, invece, ci commuove uno sguardo ingenuo e vago, e nasce il sospetto che l\u00ec ci sia una quiete che la condizione di normalit\u00e0 preclude. <\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"684\" alt=\"\" class=\"wp-image-105616 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/1-1024x684.jpg\"  data- data-eio-rwidth=\"1024\" data-eio-rheight=\"684\"\/>G. Vitelli,\u00a0Panoramica realizzata per Ellen Allien al Galactica Festival di Bologna, 2019. Courtesy: Gianluca Vitelli<\/p>\n<p>Quando Vitelli fotografa la citt\u00e0 la rende tenera o spietata, felice o malinconica, luminosa od oscura \u2013 sempre\u00a0silenziosa, per\u00f2. Talvolta ce ne presenta il lato pi\u00f9 autentico: un\u2019essenza urbana pura, lo spirito di cosa una citt\u00e0 dovrebbe essere se non fosse quello che \u00e8 costretta a diventare. In queste fotografie Vitelli prende il mistero celato nella quotidianit\u00e0 pi\u00f9 spontanea, dove le persone immortalate hanno il fascino di magnetici divi dello schermo (\u00e8 sempre cos\u00ec per chi sa guardare veramente). Talaltra, invece, la citt\u00e0 diventa un luogo affascinante e lievemente sinistro: \u00e8 l\u2019altra faccia della realt\u00e0 urbana, quando cala il buio e le strade si popolano di spettri. In queste fotografie il tempo \u00e8 sospeso e non \u00e8 difficile ritrovare l\u2019atmosfera della pittura di Hopper. Negli scatti ai grandi eventi musicali, invece, Vitelli restituisce un mondo fantasmagorico e febbrile dove effetti di luce, giochi di fumo e scenografie tecno-barocche creano un futuro capriccioso e ipnotico. Qui, dove saremmo portati a credere che essa fosse pi\u00f9 trattenuta, la fantasia del fotografo esplode, immortalando mondi impossibili di luce e di sogno.\u00a0<strong>Diversamente dal caso di Banhoff, con Vitelli ci conosciamo profondamente e siamo uniti da un\u2019amicizia che dura da circa venticinque anni. Anche in forza di questo legame non \u00e8 un caso che nella sua foto mi riconosca come poche altre volte mi \u00e8 capitato.<\/strong>\u00a0Nel ritratto di Vitelli mi vedo giovane e soddisfatto. Non indosso gli occhiali: gli occhiali ti separano dal mondo, ti costringono a guardare tutto da un obl\u00f2 e finisci per sentirti un po\u2019 pi\u00f9 solo. La foto di Vitelli mi fa pensare che sarebbe bello essere giovani per sempre.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"684\" height=\"1024\" alt=\"\" class=\"wp-image-105617 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/02-684x1024.jpg\"  data- data-eio-rwidth=\"684\" data-eio-rheight=\"1024\"\/>G. Vitelli,\u00a0Ritratto di bimba a Cascia, 2015. Courtesy: Gianluca Vitelli<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>Per quanto la parola possa oggi sembrare insignificante, Ray Banhoff \u00e8 un vero artista. Lo \u00e8 in un senso concettuale per cui di artistico, pi\u00f9 che le foto in s\u00e9, \u00e8 l\u2019operazione che lui fa con i suoi scatti. Banhoff si interessa al margine, a ci\u00f2 che \u00e8 periferico. Luogo di provincia o grande citt\u00e0, \u00e8 consapevole che, prima di un dato meramente territoriale, la periferia \u00e8 una condizione dello spirito. In un certo senso la sua \u00e8 un\u2019operazione di recupero: il tentativo di far resistere ci\u00f2 che \u00e8 minimo, bizzarro, anacronistico, inclassificabile e inassimilabile.\u00a0<strong>Dare magistero a ci\u00f2 che la societ\u00e0 esclude, relega ai margini e rifiuta; oppure a ci\u00f2 che fagocita e, vergognandosene, tenta di nascondere. Si tratta di un\u2019operazione epidermica, condotta senza retorica o compiacimenti nostalgici.<\/strong>\u00a0Inoltre, pur riconoscendo quanto l\u2019estetica dei Novanta lo abbia segnato, gli faremmo un torto a considerarlo perso in uno sguardo esclusivamente retr\u00f2 e predigitale. Banhoff \u00e8 perfettamente ricettivo rispetto alla cultura pop pi\u00f9 contemporanea. Capisce il presente come pochi altri e, perci\u00f2, talvolta lo rifiuta disgustato.<\/p>\n<p>Per uno strano transfert Banhoff diventa egli stesso il perfetto soggetto di una foto alla Banhoff.\u00a0<strong>Del resto, anche fisicamente \u00e8 un po\u2019 un\u2019opera d\u2019arte, con quell\u2019assurda\u00a0Facies Christi\u00a0che si ritrova e di cui \u00e8 perfettamente consapevole, tanto che in un suo progetto sui sosia si \u00e8 ritratto come doppio di Ges\u00f9.\u00a0<\/strong>Di vero artista, oltre al talento, ha anche la personalit\u00e0: mercuriale, egocentrico, eccentrico per snobismo e snob per eccentrismo, irresistibile e insopportabile. Insopportabile: come quando a Cremona, interrompendomi continuamente, ha impedito la mia relazione su Spengler, mancando di rispetto a me, a Spengler, e alla memoria di mio nonno Guido che negli anni Trenta si laure\u00f2 con una tesi sul\u00a0Tramonto dell\u2019Occidente.\u00a0<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"683\" height=\"1024\" alt=\"\" class=\"wp-image-105618 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/MG_7587-683x1024.jpg\"  data- data-eio-rwidth=\"683\" data-eio-rheight=\"1024\"\/>Ray Banhoff,\u00a0DJ Franchino con canino, 2020.\u00a0Courtesy: Ray Banhoff<\/p>\n<p>Le sue foto sono importanti per la vita che custodiscono. In ogni suo ritratto il miracolo dell\u2019uomo, nelle sue bassezze e nelle sue ferite, ma anche nella sua impensabile e assurda unicit\u00e0. Dietro a ogni foto un pezzo di quell\u2019anima incompresa, commossa, consumata, derisa, ma sempre grandiosa, grandiosa e definitiva come soltanto l\u2019anima dell\u2019uomo pu\u00f2 essere. Banhoff ha ritratto molte celebrit\u00e0. Celebrit\u00e0 di un tipo particolare per\u00f2 e, anche in questo caso, si \u00e8 spesso rivolto alla periferia del mondo dello spettacolo, con i suoi freaks pi\u00f9 discussi e vilipesi.\u00a0<strong>Lo scatto a Fabrizio Corona \u00e8 kitsch fino al sublime, in un ribaltamento per cui la volgarit\u00e0 viene trasfigurata. Corona, a petto nudo e con l\u2019espressione di una carpa giapponese, si punta, languido, un cafonissimo pugnale alla gola.<\/strong>\u00a0Il fotoritratto di Franchino \u00e8 commovente, con il vecchio vocalist, fragile e remoto, con la faccia malsanamente scavata e il suo amato cagnolino in braccio. Dietro si intravedono cuffie e consolle, i ferri del mestiere. Morgan, invece, lascia che la sigaretta che tiene in mano si consumi lentamente, e ci guarda con due occhi come quarzi marroni, occhi buoni e vagamente tristi. Ma Banhoff non si interessa solo a personalit\u00e0 ampiamente riconosciute, e il meglio lo d\u00e0 quando sceglie i suoi soggetti tra la gente comune, come nel progetto sui sosia dei divi dello spettacolo, stanati in improbabili locali di frontiera o in paesini sperduti nella Toscana pi\u00f9 squallida. Sono sosia speciali che, come precisa Banhoff, devono incarnare il loro archetipo e non semplicemente somigliarci. Ma \u00e8 sbagliato parlare di gente comune: i modelli di Banhoff mostrano sempre una loro bizzarria, una fascinosa singolarit\u00e0, e di comune non hanno niente. Sono vip al contrario: sovrani senza regni, divi in un mondo che non possiamo capire.\u00a0<\/p>\n<p>Banhoff sa benissimo che, come scrive il suo amato Bukowski, \u00abil miglior spettacolo sono le persone e non devi neanche pagare il biglietto\u00bb. Per molti aspetti la sua ricerca potrebbe essere avvicinata a quella di Juergen Teller, ma con un senso di verit\u00e0 nettamente pi\u00f9 profondo, una verit\u00e0 che non lascia scampo. Compiaciuto di essere stato scelto, vengo alla mia fotografia dove, suscitando lo sguardo spiritato, alzando il colletto della camicia e costringendomi a una tensione particolare, Banhoff mi ha nietzschianamente costretto a diventare ci\u00f2 che sono, estraendo una componente aggressiva ed elettrica. Il bersaglio alle spalle mi fa martire e carnefice. Qui mi vedo pronto all\u2019annientamento; risoluto fino allo schianto, con l\u2019amaro nodo in gola che precede il silenzio.\u00a0<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"683\" height=\"1024\" alt=\"\" class=\"wp-image-105620 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/DP4A4048-683x1024.jpg\"  data- data-eio-rwidth=\"683\" data-eio-rheight=\"1024\"\/>Ray Banhoff,\u00a0Cacciatore con fucile Browning, 2015. Courtesy: Ray Banhoff<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p><strong>Non c\u2019\u00e8 due senza tre, e qualche giorno fa un terzo ritratto fotografico si \u00e8 aggiunto agli altri. \u00c8 ancora presto per parlarne, e ancora devo capirlo. Ha scattato Marco Onofri, un grande fotografo di ritratti. Ha fatto leva sulla mia naturale vanit\u00e0, lusingandomi con un\u2019offerta che sarebbe stato sciocco rifiutare: si \u00e8 detto incuriosito dal mio collo molto lungo, cosa di cui non mi ero mai accorto prima.<\/strong>\u00a0E poi alcuni suoi ritratti fotografici appesi alla parete erano troppo belli per sprecare un\u2019occasione simile. Un grande fotografo come lui \u00e8 capace di far brillare qualsiasi soggetto.\u00a0<\/p>\n<p>Se la fotografia di Vitelli potrebbe rappresentare uno stadio di tesi, quella di Banhoff, nella contrazione dell\u2019istante prima di un\u2019esplosione, ne sarebbe l\u2019antitesi. La fotografia di Onofri, almeno per ora, sarebbe la sintesi tra le due fasi, nella determinazione di una maturit\u00e0 raggiunta e precaria.<\/p>\n<p><strong>Antonio Soldi<\/strong><\/p>\n<p>*In copertina: Ray Banhoff, \u201cAntonio Soldi come bersaglio umano\u201d, 2024. Courtesy: Ray Banhoff<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Eccoci qui, ancora soli. 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