{"id":240739,"date":"2025-12-01T15:37:13","date_gmt":"2025-12-01T15:37:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/240739\/"},"modified":"2025-12-01T15:37:13","modified_gmt":"2025-12-01T15:37:13","slug":"pensioni-2026-il-paradosso-grazie-a-integrazioni-ed-esenzioni-chi-arriva-a-384-euro-ne-incassa-piu-di-chi-ne-ha-maturati-692","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/240739\/","title":{"rendered":"Pensioni 2026, il paradosso: grazie a integrazioni ed esenzioni, chi arriva a 384 euro ne incassa pi\u00f9 di chi ne ha maturati 692"},"content":{"rendered":"<p>    di<br \/>\n    Massimiliano Jattoni Dall\u2019As\u00e9n<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12 is-mr-t-20\">Il sistema pu\u00f2 premiare chi ha lavorato meno e penalizzare chi ha lavorato di pi\u00f9. La denuncia della Cgil: \u00abCon perequazione aumenti vergognosi di pochi euro, serve riforma vera. Partendo dal rinforzo della quattordicesima\u00bb<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">C\u2019\u00e8 un pensionato che ha maturato 384 euro mensili e uno che ne ha maturati 692. Il primo, <b>tra integrazioni, incrementi e totale esenzione fiscale<\/b>, arriva a <b>749 euro netti<\/b>. Il secondo, superando la soglia della no tax area, perde una parte dell\u2019assegno in Irpef e addizionali, e alla fine si ferma a 710 euro netti: <b>38 euro in meno pur avendo versato pi\u00f9 contributi<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il terzo caso non consola: <b>807 euro di pensione maturata diventano 745 euro netti<\/b>, appena tre euro sopra la prestazione assistita del primo esempio, ma con diecimila e pi\u00f9 euro annui di imponibile fiscale e una vita di lavoro regolare alle spalle.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Tre differenze contributive, un unico risultato: <b>il sistema pu\u00f2 premiare chi ha lavorato meno e penalizzare chi ha lavorato di pi\u00f9<\/b>. \u00c8 il paradosso rilevato dall\u2019analisi tecnica coordinata da Ezio Cigna,\u00a0responsabile<br \/>politiche previdenziali della Cgil Nazionale,\u00a0sulla perequazione 2026, e che rende ancora pi\u00f9 evidente l\u2019insufficienza dell\u2019aumento dell\u20191,4% fissato per l\u2019anno prossimo.<\/p>\n<p>    \u200bAumenti da 3, 5, 9, 11, 17 euro: quando la rivalutazione evapora<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il <b>decreto sulla perequazione<\/b> \u2014 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 novembre \u2014 <b>d\u00e0 agli assegni un incremento dell\u20191,4% a partire dal 1\u00b0 gennaio 2026<\/b>. Sulla carta \u00e8 un adeguamento lineare, quasi automatico; nella realt\u00e0, per\u00f2, si traduce in incrementi che fanno fatica perfino a essere chiamati aumenti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Un esempio su tutti: le pensioni minime lorde crescono di 3,12 euro, passando da 616,67 a 619,79 euro.\u00a0E poco cambia, sottolinea la Cgil, salendo di qualche gradino. <b>La pensione minima netta da 632 euro nel 2025 arriver\u00e0 a 641 nel 2026<\/b>: nove euro in pi\u00f9, poco pi\u00f9 del costo di un cappuccino e una brioche in stazione. Una pensione da 800 euro netti crescer\u00e0 anch\u2019essa di nove euro, quella da mille di appena undici. E perfino una pensione da 1.500 euro lordi, dopo il passaggio obbligato da Irpef e addizionali, potr\u00e0 contare su soli 17 euro in pi\u00f9 al mese.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 per questo che dalla Cgil e dallo Spi parlano senza troppi giri di parole: \u00abTre, cinque, nove, undici, diciassette euro: una vergogna\u00bb, dicono la segretaria confederale <b>Lara Ghiglione<\/b> e il segretario nazionale <b>Lorenzo Mazzoli.<\/b> Perch\u00e9 il punto non \u00e8 soltanto la modestia degli importi, ma la logica che c\u2019\u00e8 dietro: una rivalutazione che, invece di recuperare il potere d\u2019acquisto, finisce risucchiata dal fisco e schiacciata da un sistema che non riesce pi\u00f9 a tenere insieme perequazione, tassazione e politiche assistenziali.<\/p>\n<p>    \u200bSe la no tax area resta ferma, il sistema si inceppa<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il cuore del problema \u00e8 una stortura che si trascina da anni e che oggi diventa evidente. <b>Da una parte ci sono le pensioni assistenziali e le pensioni minime integrate con le maggiorazioni sociali<\/b>: seguono la perequazione, beneficiano degli incrementi e, soprattutto, non vengono tassate. Significa che ogni euro di aumento resta nelle tasche dei pensionati. Cos\u00ec, nel 2025 questi trattamenti arrivano a 747,84 euro netti al mese, e nel 2026 \u2014 con la nuova maggiorazione strutturale prevista dalla manovra e l\u20191,4% di perequazione \u2014 supereranno 770 euro netti, attorno ai 10.000 euro annui, sempre esenti da Irpef.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Dall\u2019altra parte ci sono le pensioni contributive basse, quelle che superano di poco la soglia degli 8.500 euro annui, cio\u00e8 la no tax area dei pensionati<\/b>, rimasta immobile da anni. Basta oltrepassarla di qualche decina di euro perch\u00e9 scattino Irpef e addizionali, e <b>gli aumenti della perequazione finiscano in buona parte divorati dal fisco<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il risultato \u00e8 una situazione in cui chi percepisce trattamenti assistenziali o minimi maggiorati pu\u00f2 arrivare, paradossalmente, a un importo pi\u00f9 alto rispetto a chi ha versato contributi per una vita. Una distorsione che i tecnici definiscono \u00abasimmetria redistributiva\u00bb: stesse condizioni di bisogno, ma trattamenti netti diversi.<\/p>\n<p>    \u200bL\u2019erosione nascosta: quando lo Stato si riprende la perequazione<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Guardando i numeri nudi e crudi, <b>tra il 2022 e il 2026 le pensioni aumentano del 16,46% grazie alla perequazione<\/b>. Sulla carta \u00e8 un recupero importante, quasi un\u2019ancora lanciata in mezzo alla tempesta inflattiva. Ma quando si passa dal lordo al netto, cio\u00e8 a ci\u00f2 che davvero arriva ogni mese ai pensionati, <b>la realt\u00e0 \u00e8 molto meno generosa<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per chi paga le imposte, quell\u2019aumento si restringe come una coperta troppo corta: <b>le pensioni da 800 euro lordi recuperano appena il 12,27%; quelle da 1.000 euro il 12,93%; e le pensioni da 1.500 euro si fermano al 14,56%<\/b>. \u00c8 come se una parte della perequazione evaporasse lungo la strada, risucchiata dall\u2019Irpef e dalle addizionali.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E infatti le aliquote medie crescono di anno in anno: per una pensione di 800 euro si passa dal 5,38% del 2022 all\u20198,78% del 2026; per una da 1.000 euro si sale dal 10,19% al 12,91%. Pi\u00f9 si rivaluta, pi\u00f9 sale la tassazione, e lo Stato recupera cos\u00ec una porzione del gettito eroso dall\u2019inflazione.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il problema \u00e8 che, cos\u00ec facendo,<b> la perequazione perde la sua funzione originaria: invece di riportare le pensioni al livello dei prezzi, finisce per non compensare davvero la perdita di potere d\u2019acquisto<\/b> di fronte a un\u2019inflazione che nel biennio 2022\u20132023 ha superato da sola il 13%. Insomma, un meccanismo pensato per proteggere i pensionati rischia di trasformarsi in un gioco di somme in cui alla fine di quel +16% rester\u00e0 molto meno di quanto il nome stesso lasci immaginare.<\/p>\n<p>    \u200bCgil e Spi: \u201cServe una riforma vera, non slogan\u201d<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per la Cgil e lo Spi non \u00e8 pi\u00f9 soltanto una questione di percentuali e tabelle: <b>dietro l\u2019apparente tecnicismo della perequazione c\u2019\u00e8, dicono, un problema politico molto pi\u00f9 profondo.<\/b><br \/>Nelle loro parole non c\u2019\u00e8 spazio per le sfumature: <b>la flessibilit\u00e0 in uscita, ricordano, \u00e8 stata completamente azzerata<\/b>, e lo scenario che si profila da qui in avanti \u00e8 quello di un sistema che dal 2027 costringer\u00e0 ad andare in pensione sempre pi\u00f9 tardi, e con assegni sempre pi\u00f9 poveri. \u00c8 un futuro che preoccupa non solo chi \u00e8 vicino al ritiro, ma anche chi \u00e8 ancora nel pieno della vita lavorativa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Allo stesso tempo,<b> i sindacati insistono sul fatto che non basta correggere qualche dettaglio.<\/b> Servono strumenti veri, concreti, in grado di dare respiro a milioni di pensionati. Ed \u00e8 qui che entra in gioco un elemento che nel nuovo comunicato assume un peso decisivo: <b>il rafforzamento e l\u2019estensione della quattordicesima mensilit\u00e0, che per la Cgil rappresenta un sostegno essenziale per le fasce pi\u00f9 fragili<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Accanto a questo, restano ferme le altre due richieste storiche:<b> una rivalutazione piena, almeno fino a tre volte il minimo, e l\u2019ampliamento della no tax area<\/b>, che oggi penalizza proprio le pensioni contributive pi\u00f9 basse.<\/p>\n<p>    \u200b<br \/>\u200bUn sistema che rischia di tradire i suoi principi<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nell\u2019analisi tecnica non c\u2019\u00e8 alcuna messa in discussione del ruolo delle prestazioni assistenziali: restano indispensabili per contrastare la povert\u00e0.<br \/>Il punto \u00e8 un altro, pi\u00f9 sottile ma pi\u00f9 esplosivo: l\u2019attuale combinazione fra perequazione, fisco e maggiorazioni sociali produce un messaggio che va contro il senso stesso del sistema previdenziale. Chi ha lavorato di pi\u00f9, a volte, prende di meno.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Finch\u00e9 questi tre ingranaggi non verranno sincronizzati \u2014 spiegano gli estensori dello studio \u2014 il risultato sar\u00e0 sempre lo stesso: aumenti da pochi euro che non recuperano il potere d\u2019acquisto, rivalutazioni che evaporano nella tassazione e una forbice che si chiude al contrario, penalizzando proprio le pensioni contributive pi\u00f9 basse, quelle che per prime il sistema dovrebbe proteggere.<\/p>\n<p><a class=\"chiedi-esperto-box\" href=\"https:\/\/www.corriere.it\/economia\/chiedi-esperto\/fai-una-domanda\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/box_esperto_dsk.png\" alt=\"Chiedi agli esperti\"\/><\/a><\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2025-12-01T16:06:18+01:00\">1 dicembre 2025 ( modifica il 1 dicembre 2025 | 16:06)<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Massimiliano Jattoni Dall\u2019As\u00e9n Il sistema pu\u00f2 premiare chi ha lavorato meno e penalizzare chi ha lavorato 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