{"id":242237,"date":"2025-12-02T15:35:22","date_gmt":"2025-12-02T15:35:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/242237\/"},"modified":"2025-12-02T15:35:22","modified_gmt":"2025-12-02T15:35:22","slug":"il-malato-immaginato-il-tascabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/242237\/","title":{"rendered":"Il malato immaginato &#8211; Il Tascabile"},"content":{"rendered":"<p>\n\t\tI<\/p>\n<p>\tl primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l\u2019articolo, redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell\u2019Universit\u00e0 di Newcastle, il disturbo si manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi pi\u00f9 gravi a ridurre la motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in un consulente finanziario attivo a Sydney. L\u2019articolo, pur essendo chiaramente una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.<\/p>\n<p>Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di salute ci\u00f2 che prima consideravamo semplici varianti naturali della configurazione corporea. Questo processo \u00e8 noto come medicalizzazione, ed \u00e8 particolarmente evidente nell\u2019ambito della medicina estetica.<\/p>\n<p><strong>La patologizzazione della bruttezza<\/strong><br \/>Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente, sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non solo perch\u00e9 si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma anche perch\u00e9 spesso c\u2019\u00e8 una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la patologia \u00e8 rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di disfunzioni, pu\u00f2 scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per guarire una \u201cmalattia dell\u2019anima\u201d.<\/p>\n<blockquote class=\"blockquote \"><p> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici alcuni aspetti della vita \u2012 fisici, psicologici o sociali \u2012 un tempo ritenuti normali. <\/p><\/blockquote>\n<p>\nQuesta metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James Aquino identifica come <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1093\/jmp\/jhac039\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">patologizzazione della bruttezza<\/a>, si nutre di un meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si \u00e8 appropriata di una sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall\u2019altro, agiscono strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica migliorativa, ma come intervento terapeutico.<\/p>\n<p>In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni della malattia.<\/p>\n<p><strong>Malattia come danno, disfunzione e deviazione<\/strong><br \/>La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorit\u00e0; oggi la retorica si \u00e8 spostata sul modello della disabilit\u00e0, considerando la bruttezza come uno svantaggio invalidante che pu\u00f2 limitare le opportunit\u00e0 socioeconomiche. In entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi. Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita vengono influenzate da bias cognitivi come l\u2019effetto alone, che attribuisce qualit\u00e0 positive agli individui fisicamente attraenti. In virt\u00f9 di questi pregiudizi, essere di bell\u2019aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile in italiano come \u201cpremio alla bellezza\u201d) che apporta <a href=\"https:\/\/www.nature.com\/articles\/s41598-025-02857-4\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">vantaggi economici, sociali e professionali tangibili<\/a>, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status pi\u00f9 elevato e maggiori probabilit\u00e0 di successo nelle relazioni.<\/p>\n<blockquote class=\"blockquote \"><p> Diversi studi mostrano come un bell\u2019aspetto spesso si traduca in vantaggi economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status pi\u00f9 elevato e maggiori probabilit\u00e0 di successo nelle relazioni. <\/p><\/blockquote>\n<p>\nLa seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza ostacolerebbe l\u2019attrazione di partner sessuali e l\u2019integrazione sociale, entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all\u2019interno di un paradigma naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni soggettive o valori culturali.<\/p>\n<p>La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a una norma statistica o un canone numerico. Un esempio \u00e8 il rapporto aureo, utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di \u201cdeviazione\u201d anche se non c\u2019\u00e8 un danno soggettivo percepito, n\u00e9 una disfunzione biologica identificabile. In realt\u00e0, osserva Aquino, il ricorso alla norma statistica \u00e8 spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali, mascherandoli da criteri biologici universali.<\/p>\n<p>La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i criteri di legittimit\u00e0 dell\u2019intervento chirurgico: ci\u00f2 che un tempo era giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata oggi pu\u00f2 essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto svantaggio biologico o sociale.<\/p>\n<p>Quello che sta accadendo con la medicina estetica \u00e8 considerato da molti un esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come \u201cmercificazione della malattia\u201d: si espande il dominio del patologico e quindi il raggio d\u2019azione della medicina, spesso con l\u2019obiettivo di allargare il mercato di farmaci e trattamenti. Pi\u00f9 il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, pi\u00f9 diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ci\u00f2 induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le possibilit\u00e0 del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di benessere e trattamenti.<\/p>\n<blockquote class=\"blockquote \"><p> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione della malattia. Pi\u00f9 il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, pi\u00f9 diventa facile creare a tavolino nuove patologie. <\/p><\/blockquote>\n<p>\nLa ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non \u00e8 per\u00f2 esclusiva dell\u2019ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si \u00e8 tradotta nella crescente espansione dei <a href=\"https:\/\/www.epicentro.iss.it\/mortalita\/classificazioneICD\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">codici ICD<\/a> (International Classification of Diseases), la Classificazione internazionale delle malattie dell\u2019OMS (Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli anni Settanta.<\/p>\n<p><strong>L\u2019osteoporosi e altre zone grigie<\/strong><br \/>Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica \u00e8 quello relativo all\u2019osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica legata all\u2019invecchiamento, l\u2019osteoporosi \u00e8 stata riconosciuta come patologia con l\u2019introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densit\u00e0 minerale ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ci\u00f2 ha comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla \u201cnorma statistica\u201d, nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte dei casi. Questa medicalizzazione della fragilit\u00e0 ossea, sostenuta anche dalla necessit\u00e0 di ridurre l\u2019impatto economico-sociale delle fratture sul sistema sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.<\/p>\n<p>Da qui l\u2019<a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1136\/bmj.324.7342.886\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">ipotesi<\/a> di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell\u2019osteoporosi, che insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da metafore come \u201cla ladra di ossa\u201d, che traduce la fisiologia dell\u2019invecchiamento in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all\u2019acquisto di soluzioni farmacologiche anzich\u00e9 all\u2019adozione di strategie preventive pi\u00f9 semplici ed efficaci (come mantenere un\u2019alimentazione equilibrata, fare esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome dell\u2019intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome metabolica e l\u2019ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche analoghe, per citare solo qualche esempio.<\/p>\n<blockquote class=\"blockquote \"><p> Nel caso dell\u2019osteoporosi, la medicalizzazione della fragilit\u00e0 ossea ha aperto la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l\u2019acquisto di soluzioni farmacologiche anzich\u00e9 l\u2019adozione di strategie preventive pi\u00f9 semplici ed efficaci. <\/p><\/blockquote>\n<p>\nAlcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare determinate patologie. In un <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.3389\/fsoc.2025.1533429\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">recente contributo<\/a> pubblicato su Frontiers in Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l\u2019industria farmaceutica stia sempre pi\u00f9 influenzando le definizioni di malattia, proponendo di diagnosticare condizioni come l\u2019Alzheimer o il Parkinson in individui completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.<\/p>\n<p>La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete, biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l\u2019uso di costosi farmaci.<\/p>\n<p><strong>L\u2019era della subsalute<\/strong><br \/>L\u2019espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre pi\u00f9 spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell\u2019esperienza corporea. Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un \u201cpaziente potenziale\u201d impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per scoprire e correggere il pi\u00f9 piccolo scostamento dalla normalit\u00e0.<\/p>\n<p>La promozione della salute, cos\u00ec, non si configura pi\u00f9 solo come tutela dal rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi, tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato \u00e8 che l\u2019attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni segnale di inefficienza, vulnerabilit\u00e0 o affaticamento.<\/p>\n<blockquote class=\"blockquote \"><p> Sempre pi\u00f9 spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su ogni aspetto dell\u2019esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un \u201cpaziente potenziale\u201d impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e correggere il pi\u00f9 piccolo scostamento dalla normalit\u00e0. <\/p><\/blockquote>\n<p>\n\u00c8 all\u2019interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficolt\u00e0 di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione, soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria, accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng, studiosa di sociologia della salute all\u2019Universit\u00e0 di Sheffield, <a href=\"https:\/\/pubmed.ncbi.nlm.nih.gov\/39876486\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">ha esplorato l\u2019utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi<\/a>, raccogliendo sensazioni che vanno dall\u2019\u201cessere in cammino verso la malattia\u201d a una sorta di \u201csospensione biografica\u201d all\u2019interno delle routine della vita quotidiana.<\/p>\n<p>La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale, poich\u00e9 non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto soggettivo che, in quanto tale, pu\u00f2 esprimersi in forme e intensit\u00e0 differenti, tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, \u00e8 generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa rappresenta una vera e propria \u201czona di transizione\u201d, dove l\u2019individuo si configura come un \u201cpaziente in attesa\u201d o un protopaziente, chiamato a correre ai ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie conclamate.<\/p>\n<p>Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si \u00e8 \u201cmalati senza sintomi\u201d perch\u00e9 lo dice un test, nella subsalute si \u00e8 \u201csintomatici senza malattia\u201d perch\u00e9 lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicit\u00e0 di risposte sociali, cliniche e commerciali.<\/p>\n<p><strong>Il potere del discorso<\/strong><br \/>Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile senza l\u2019intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l\u2019ambiguit\u00e0 dei concetti di salute e malattia per costruire legittimit\u00e0 e consenso attorno a nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a concetti privi di un sostegno empirico robusto.<\/p>\n<blockquote class=\"blockquote \"><p> Le malattie non vengono soltanto \u201cscoperte\u201d dalla scienza e poi comunicate al pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla solidit\u00e0 delle evidenze. <\/p><\/blockquote>\n<p>\n<a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1515\/text-2022-0197\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Uno studio del 2025<\/a> dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come variante dell\u2019ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth Argos. L\u2019analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio, basato su articoli e contenuti online, mostra come l\u2019uso di termini tecnici, sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia l\u2019impressione di autorevolezza e scientificit\u00e0. Molti dei contenuti esaminati, ad esempio, riferiscono la stima secondo cui \u201cuno su cinque\u201d sarebbe affetto da MoDeD, fornendo cos\u00ec un dato quantitativo che rende la portata della malattia pi\u00f9 fondata e tangibile.<\/p>\n<p>Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione \u00e8 presentata come diffusa ma poco riconosciuta (\u201cmolti non lo sanno\u201d), come un progresso rispetto alla comprensione precedente (\u201cper tutta la vita hai creduto di essere pigro; in realt\u00e0 sei malato\u201d), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (\u201cessere sottodiagnosticati \u00e8 pericoloso\u201d). Cos\u00ec, gli autori mostrano che la medicalizzazione non \u00e8 un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e discorsivo. Le malattie non vengono solo \u201cscoperte\u201d dalla scienza e poi comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere dalla solidit\u00e0 delle evidenze.<\/p>\n<p>Se persino una malattia inventata pu\u00f2 risultare verosimile, quali strumenti abbiamo per distinguere ci\u00f2 che \u00e8 fondato scientificamente da una patologia costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa multidimensionalit\u00e0 significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a vantaggio di chi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo che annunciava la scoperta di&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":242238,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[175],"tags":[239,1537,90,89,240],"class_list":{"0":"post-242237","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-salute","8":"tag-health","9":"tag-it","10":"tag-italia","11":"tag-italy","12":"tag-salute"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115650712274429995","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/242237","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=242237"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/242237\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/242238"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=242237"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=242237"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=242237"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}