{"id":24870,"date":"2025-08-02T22:32:09","date_gmt":"2025-08-02T22:32:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/24870\/"},"modified":"2025-08-02T22:32:09","modified_gmt":"2025-08-02T22:32:09","slug":"gonzalez-palacios-il-mobile-a-roma-lirica-summa-di-una-vita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/24870\/","title":{"rendered":"Gonz\u00e1lez-Palacios: il mobile a Roma, lirica summa di una vita"},"content":{"rendered":"<p>\u00abUna sedia \u00e8 una sedia, una sedia, una sedia. L\u2019arte \u00e8 arte e non spetta a nessuno definirla\u00bb. Eppure, le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in Italia, forse anche per quella cultura idealista che nel nostro paese ha resistito pi\u00f9 a lungo che in altri. \u00abNon era vietato a Michelangelo o a Raffaello disegnare una sedia\u00bb, il metodo per studiare un quadro deve essere, perci\u00f2, lo stesso che si utilizza per un oggetto d\u2019arredo: e se tutti \u00abgli aggettivi destinati a spiegare le arti sono spesso inutili quando non offensivi, il meno insinuante \u00e8 arti decorative, il pi\u00f9 assurdo \u00e8 arti minori\u00bb.<\/p>\n<p>Della validit\u00e0 di questa sua osservazione, Alvar Gonz\u00e1lez-Palacios ha dato prova in tanti suoi libri: tanti, che sarebbe lungo farne l\u2019elenco, e baster\u00e0 ricordare i due titoli forse pi\u00f9 famosi, Il tempio del gusto (Longanesi, 1984) e Il gusto dei principi (Longanesi, 1993).<\/p>\n<p>Il metodo \u00e8 uno ed \u00e8, in fondo, lo stesso che risale a Giovanni Morelli: quello del confronto dei particolari. Per attribuire un\u2019opera d\u2019arte Morelli guardava i dettagli pi\u00f9 inosservati delle figure, come l\u2019unghia di un piede o la forma dei lobi di un orecchio, e se l\u2019applicazione troppo meccanicamente positivista di questo metodo gli attir\u00f2 non poche ironie, lo studioso avrebbe potuto evocare la famosa frase di Flaubert che Dio si nasconde nei dettagli.<\/p>\n<p>Gonz\u00e1lez-Palacios ha aggiunto all\u2019insegnamento di Roberto Longhi, basato sulla virt\u00f9 divinatoria dell\u2019occhio, lo studio dei materiali d\u2019archivio, di lettere, documenti, diari, memorie, e anche di quadri alle volte, nei quali possono trovarsi utili informazioni sugli interni di un\u2019epoca, quando non, altre volte, raffigurazioni di un mobile in particolare o di modelli assai simili.<\/p>\n<p>In tal maniera, lo studioso cubano ha potuto analizzare non solo gli oggetti ma anche il gusto dominante nel periodo in cui essi sono stati disegnati, scolpiti o intagliati. Il magistero di Longhi s\u2019\u00e8 andato cos\u00ec a unire a quello di un altro grande storico dell\u2019arte, amico e maestro, Mario Praz.<\/p>\n<p>Oggi le ricerche di Gonz\u00e1lez-Palacios, fino a qualche mese fa supportate dal prezioso aiuto del compianto Roberto Valeriani, hanno prodotto due doviziosi volumi, stupendamente impressi dall\u2019editore Ugo Bozzi, che ha provveduto anche a nuove campagne fotografiche: Il Mobile a Roma dal Rinascimento al Barocco e, uscito da poco, <strong>Il Mobile a Roma<\/strong> il Settecento (pp.540, 546 illustrazioni di cui 336 a colori, e 300,00).<\/p>\n<p>Di come si possano attribuire allo stesso ambito, quando non alla stessa bottega, due arredi, come si fa con due dipinti, l\u2019autore lo mostra gi\u00e0 nei primi capitoli in cui, descrivendo alcuni Progetti per le carrozze dei Crescenzi e dettagli conservati a Dresda, evidenzia come il comune linguaggio di \u00abmascheroni alati, testine muliebri capricciosamente posate su frammenti architettonici (le espagnolettes care a Terrier), intricati profili ininterrotti ad arte\u00bb, riveli la vicinanza di queste carrozze con alcuni coevi tavoli in legno scolpito, appartenuti a importanti famiglie romane.<\/p>\n<p>Con la stessa attenzione alle caratteristiche pi\u00f9 peculiari di ogni linguaggio, Gonz\u00e1lez-Palacios ha percorso l\u2019intero Settecento, dai decenni successivi alla morte di Bernini (col quale and\u00f2 svanendo \u00abla forza prorompente\u00bb del barocco, dimodoch\u00e9 le forme dei mobili cominciarono \u00aba snellirsi, seguendo il gusto pi\u00f9 delicato che sembra iniziare Oltralpe, tra Francia e Germania, poi chiamato Rococ\u00f2\u00bb) fino all\u2019avvento dei grandi spiriti neoclassici, Piranesi e Valadier.<\/p>\n<p>Il mobile rococ\u00f2, che costituisce la materia di alcuni capitoli iniziali del volume, ebbe una diffusione piuttosto limitata a Roma. Questo gusto, che ha un\u2019aria di parentela con le digressioni dei romanzi di Sterne e di Diderot e col canto fiorito (tanto vituperato da Francesco Algarotti nel suo Saggio sopra l\u2019opera in musica), dette i suoi esempi pi\u00f9 sbrigliati soprattutto in Germania.<\/p>\n<p>Ne abbiamo, tuttavia, una delle pi\u00f9 gustose caricature di pugno di un francese, il Cochin, il quale scrisse in questi termini la sua Supplica agli orefici: \u00abGli orefici sono pregati, quando eseguono sul coperchio d\u2019un orciolo un carciofo o una gamba di sedano a grandezza naturale, di non mettervi accanto una lepre grande come un dito; \u2026di non mutare la funzione delle cose e di ricordarsi che un candeliere deve essere dritto e perpendicolare per poter reggere una candela; \u2026che un bocciuolo deve essere concavo per poter ricevere la cera che cola, e non convesso per farla spandere sul candeliere\u00bb, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Asimmetria, dunque, e una voluta, che, gi\u00e0 barocca, sminuzzata, si fa riccio (non \u00e8 un caso che il capolavoro letterario del rococ\u00f2 inglese si intitoli appunto The rape of the Lock): tratti che Gonz\u00e1lez isola mirabilmente in alcuni arredi e in particolare nei tavoli di Palazzo Corsini. Uno di questi, risalente al 1770 circa, \u00abha un intaglio composto da motivi floreali e di foglie; la traversa \u00e8 centrata da un cesto colmo di fiori e le zampe a doppia curva risultano allietate da volute e motivi fitomorfi e poggiano su zoccoli caprini\u00bb. In un altro \u00abla parte centrale della traversa \u00e8 invece composta felicemente con quel che appare un ghirigoro di curve, controcurve e fiori che gi\u00e0 prelude alla forma tipica del rococ\u00f2 romano\u00bb.<\/p>\n<p>L\u2019asciutta eleganza dei passi appena riportati s\u2019illumina di un sotterraneo lirismo quando a essere descritte sono le opere degli artisti pi\u00f9 amati da Gonz\u00e1lez, come Piranesi, Valadier o Piffetti.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio di quest\u2019ultimo il paliotto con lo stemma di Benedetto XIV (dono del cardinale torinese Carlo Vittorio Amedeo delle Lanze), realizzato nel 1747-\u201948, che \u00abnel suo abile contrapporre fiori di legno al campo iridescente della madreperla, virgolato dalla luce matta dell\u2019avorio e dalla trasparenza cupa della tartaruga, raggiunge una lietezza delicata non tocca da lusso forse eccessivo: ci pu\u00f2 essere nobilt\u00e0 senza fasto\u00bb: un passaggio che ha tutte le qualit\u00e0 della scrittura di Alvar Gonz\u00e1lez-Palacios.<\/p>\n<p>Ma un lirismo soffuso sottende non soltanto alle singole pagine. Giacch\u00e9 questi due volumi su Il Mobile a Roma rappresentano in fondo il libro di una vita, pieno com\u2019\u00e8 di ricordi di luoghi visti e di persone conosciute: il recto di un mestiere amato, il cui verso \u00e8 stato raccontato pi\u00f9 volte dallo stesso autore, anche in libri relativamente recenti come Persona e maschera (Archinto, 2014) e Forse \u00e8 tutta questione di luce (Salani, 2022).<\/p>\n<p>Cos\u00ec in filigrana all\u2019analisi di tanti oggetti emergono, appena accennate, le figure di amici come Raniero Gnoli o Fabrizio Apolloni, di antiquari, collezionisti, studiosi, e i ricordi di aste o di mobili visti nelle case. Forse anche di ombre e mondi passati. Giacch\u00e9 gli stipi, le panche e i tavoli, dei quali si d\u00e0 conto nei due volumi, non sono stati esclusivamente sfogliati nelle pagine dei cataloghi, nei regesti o negli studi, n\u00e9 soltanto osservati nell\u2019imbalsamazione perpetua di un museo: spesso, molto spesso, si tratta di oggetti segnalati da amici o veduti negli appartamenti di eredi o compratori.<\/p>\n<p>Le cose vanno quasi naturalmente a chi le cerca e le desidera, come credo affermasse Edmond de Goncourt ne La maison d\u2019un artiste, in cui, se ben ricordo, lo scrittore auspicava quale destino per le sue collezioni di lacche, mobili, stampe e porcellane la vendita a un\u2019asta dove avrebbero trovato chi li amasse.<\/p>\n<p>E se Alvar Gonz\u00e1lez-Palacios in questa sua recente fatica ha fornito una magistrale prova di come con rigore scientifico si possano studiare i mobili, stabilendo quegli stessi rapporti e quelle stesse filiazioni su base stilistica che si applicano all\u2019analisi di una scultura, di un edificio o di un dipinto, ha reso, al contempo, una profondo omaggio al proprio mestiere, nonch\u00e9 a un\u2019epoca in cui \u00abi rapporti fra gli studenti, gli studiosi, gli antiquari, i collezionisti, erano molto pi\u00f9 semplici\u00bb e bastava \u00abuna cravatta per essere ricevuti ovunque \u2013 come si era fatto a Versailles ai tempi di Luigi XV\u00bb.<\/p>\n<p>I molti ringraziamenti che chiudono l\u2019introduzione credo siano qualcosa di pi\u00f9 che delle semplici cortesie rituali: sono il segno di una comune maniera di intendere l\u2019arte e il mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00abUna sedia \u00e8 una sedia, una sedia, una sedia. 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