{"id":262984,"date":"2025-12-16T05:47:14","date_gmt":"2025-12-16T05:47:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/262984\/"},"modified":"2025-12-16T05:47:14","modified_gmt":"2025-12-16T05:47:14","slug":"cahiers-du-cinema-dice-che-pomeriggi-di-solitudine-e-il-film-dellanno-e-ha-perfettamente-ragione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/262984\/","title":{"rendered":"Cahiers du cin\u00e9ma dice che Pomeriggi di solitudine \u00e8 il film dell&#8217;anno e ha perfettamente ragione"},"content":{"rendered":"<p class=\"is-boxed centered article-body\">Si potrebbe cominciare da qualsiasi parte, quando si parla di Pomeriggi di solitudine (Tardes de Soledad), ma il punto giusto \u00e8 forse un quadro, non un film. Tra il 1790 e il 1795 Francisco Goya dipinge uno dei suoi autoritratti pi\u00f9 enigmatici, \u201c<a class=\"link-article\" href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/wiki\/File:Autorretrato_en_el_taller,_Francisco_de_Goya.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Autorretrato ante el caballete<\/a>\u201c: lo vediamo nel suo studio, in un controluce che ne avvolge la figura in un\u2019aura elegiaca, sospesa. Sta dipingendo, ma il vero soggetto del quadro \u00e8 lo sguardo: ci guarda mentre lavora, e presumibilmente guardava se stesso in uno specchio per ritrarsi, come a ribadire che l\u2019atto di rappresentare implica sempre lo sguardo dell\u2019altro.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">C\u2019\u00e8 un dettaglio, in quel dipinto, che oggi appare decisivo per parlare del film di Serra. Goya indossa una giacca corta da torero, una chaquetilla con ricami rossi lungo i fianchi, un capo estraneo all\u2019iconografia rassicurante dell\u2019artista borghese. \u00c8 come se dicesse: il pittore \u00e8 esposto come il matador, il suo mestiere non \u00e8 meno pericoloso, il suo destino non \u00e8 meno soggetto alla fortuna, alla grazia, all\u2019errore. La pittura, come la corrida, \u00e8 un confronto con qualcosa che pu\u00f2 sfuggire di mano, che pu\u00f2 travolgere. L\u2019artista \u00e8 un professionista del rischio.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Con Pomeriggi di solitudine, Albert Serra indossa idealmente la stessa giacca. <strong>Il suo primo documentario (dopo una carriera che va da Honor de cavalleria a Hist\u00f2ria de la meva mort, da La mort de Louis XIV a Pacifiction) prende di petto un tema che oggi sembra quasi impossibile sfiorare senza generare un putiferio: la corrida, il toro, il sangue. Serra sceglie di seguire il matador peruviano Andr\u00e9s Roca Rey (Lima, 1996) attraverso quattordici corride, condensate in poco pi\u00f9 di due ore.<\/strong> Lo fa fin dall\u2019inizio sapendo che verr\u00e0 accusato di celebrare una pratica considerata (a debonde) una barbarie. Prima ancora della proiezione al Festival di San Sebasti\u00e1n (il 23 settembre del 2024, distribuito poi in Spagna e all\u2019estero nel marzo 2025), il partito animalista PACMA chiese il ritiro del film, accusandolo di \u201cumanizzare una pratica violenta\u201d e di diffondere un\u2019immagine eticamente inaccettabile. Il direttore del festival, Jos\u00e9 Luis Rebordinos, rispose invitando a vedere il film prima di giudicarlo. \u00c8 un dettaglio significativo: qui non si tratta di un\u2019idea astratta della corrida, ma di cosa significhi guardarla davvero, con una macchina da presa che non risparmia nulla allo sguardo. Sono proteste che al tempo dovette affrontare anche Pedro Almod\u00f3var quando diresse Hable con ella (2002), che pur lateralmente comprendeva sequenze di vere corride. Eppure, anche senza attenuare il disgusto (ad esempio di chi scrive) verso questo crudele spettacolo, \u00e8 difficile non osservare con riluttante ammirazione \u201cl\u2019arte\u201d di Roca Rey, per un individuo che costruisce la sua intera carriera che implica l\u2019onnipresente possibilit\u00e0 della morte, modellando i propri gesti e il proprio corpo su una strana ambiguit\u00e0: da un lato la totale destrezza e praticit\u00e0 che \u00e8 nella realt\u00e0 di un\u2019azione che dispensa morte e che pu\u00f2 risultare per lui fatale, dall\u2019altra l\u2019incredibile stilizzazione dei movimenti, la ripetizione dei gesti, la trasfigurazione dell\u2019individuo in \u201cpersona\u201d, come nel teatro n\u014d giapponese. N\u014d, che per altro vuol dire proprio \u201cabilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Il giorno della premi\u00e8re al Festival di San Sebasti\u00e1n la sala del Kursaal era gremita e alla fine il film vinse la Concha de Oro, il premio principale del festival, superando i film in concorso di autori quali Mike Leigh, Edward Berger e Joshua Oppenheimer. Fuori dalla sala, intanto, impazzava la protesta. Attorno al film si addensa una costellazione di reazioni opposte: entusiasmo e repulsione, ammirazione estetica e rifiuto morale, curiosit\u00e0 e disgusto.<strong> \u00c8 il terreno su cui Serra lavora da sempre, la zona grigia in cui l\u2019arte smette di essere rassicurante e dove il pubblico \u00e8 costretto a prendere posizione senza avere l\u2019appoggio di una cornice interpretativa accomodante.<\/strong><\/p>\n<p>Contro il documentario contemporaneo<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Per capire un po\u2019 di pi\u00f9 Pomeriggi di solitudine bisogna partire dalla maniera in cui \u00e8 stato girato. <strong>Serra usa tre camere digitali Black Magic Pocket Cinema 6K Pro, non guarda nell\u2019obiettivo durante le riprese, lascia agli operatori un margine di libert\u00e0 quasi assoluto.<\/strong> \u00c8 la stessa metodologia dei suoi film di finzione: un\u2019idea di cinema come dispositivo che cattura l\u2019imprevisto, pi\u00f9 che aderire a uno storyboard. La realizzazione del film ha occupato cinque anni di lavoro: tre per girare, due per montare una quantit\u00e0 enorme di materiale. Serra ama il caos controllato, lo smarrimento calcolato, quel momento in cui (come ha raccontato in un\u2019intervista) il regista stesso si sorprende di ci\u00f2 che vede sullo schermo. \u00c8 esattamente il contrario del profluvio di documentari con i quali piattaforme come Netflix hanno imboccato il pubblico nell\u2019ultimo torno d\u2019anni: didascalici, rassicuranti, capaci di mettere lo spettatore in una zona di comfort totale a dispetto anche dei temi talvolta atroci che questi prodotti contengono. Un formato che si consuma con la stessa facilit\u00e0 con cui si dimentica.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\"><strong>Per Serra, confrontarsi con il documentario vuol dire fare del film una vera esperienza, qualcosa che eccede il consumo informativo e che mira invece a una presa di coscienza individuale. <\/strong>In tale impianto radicalmente anti-didattico nessuna voce narrante viene in nostro soccorso (anche il miglior Herzog sa che il commento \u00e8 fondamentale per costruire i suoi documentari), nessun cartello, nessuna intervista, nessun contesto storico, giuridico o politico. Serra rifiuta di occupare il posto dell\u2019esperto, dell\u2019intellettuale che traduce le immagini in messaggio. L\u2019unica cosa che gli interessa, come ripete da anni, \u00e8 ci\u00f2 che l\u2019immagine pu\u00f2 dire da sola. <strong>La conseguenza \u00e8 che lo spettatore non viene mai guidato: non gli viene detto cosa pensare, non gli viene spiegato che cosa sia la corrida, non gli viene proposto un giudizio.<\/strong> In un\u2019epoca in cui ogni documentario sembra affannarsi per comunicare la propria \u201cposizione\u201d, questo rifiuto ha un effetto quasi scandaloso. \u00c8 proprio questo rifiuto, per\u00f2, che restituisce al pubblico la responsabilit\u00e0 del proprio sguardo.<\/p>\n<p>Un eterno presente<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">A tenere insieme il film c\u2019\u00e8, come spesso nel lavoro di Serra, una struttura di ripetizioni e variazioni che si avvicina pi\u00f9 al rituale che al racconto. Le corride si susseguono una dopo l\u2019altra; le citt\u00e0 cambiano (Madrid, Siviglia, Bilbao) ma la logica rimane la stessa: preparazione, vestizione, arena, sangue, stanchezza, spostamento, di nuovo preparazione. Non c\u2019\u00e8 un climax narrativo, non c\u2019\u00e8 la costruzione di un \u201carco\u201d di personaggio, non c\u2019\u00e8 un prima e un dopo: c\u2019\u00e8 un eterno presente liturgico, fatto di gesti che si ripetono fino a diventare insondabili. Serra lavora proprio su questa ripetizione, che non \u00e8 banalmente ridondanza, ma un modo per farci abitare il rito dall\u2019interno, lasciandoci soli al cospetto della sua atavica violenza e crudele bellezza.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Un capitolo a parte merita il suono. \u00c8 una delle ragioni per cui Pomeriggi di solitudine \u00e8 cos\u00ec difficile da guardare e ancora pi\u00f9 difficile da dimenticare. Si sentono i respiri dei tori, il ritmo accelerato delle narici dopo la carica, il suono dei passi sulla sabbia, il fruscio dei tessuti, il mormorio dei membri della cuadrilla che circondano il matador con un flusso continuo di frasi di sostegno, complimenti, superstizioni, la ripetizione oscena della tradizione. La dimensione a tratti quasi mistica della musica, che alterna le composizioni di Marc Verdaguer a inserti di Saint-Sa\u00ebns e persino Embryonic Journey dei Jefferson Airplane, non lenisce la brutale fisicit\u00e0 di ci\u00f2 che vediamo, ma la incornicia con un\u2019ironia sottile: come se Serra ricordasse che anche il romanticismo, qui, \u00e8 solo un altro livello di rappresentazione.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\"><strong>Guardare il film significa confrontarsi con immagini di crudelt\u00e0 estrema.<\/strong> I cavalli colpiti dai corni del toro, la carne lacerata, il sangue che scende lungo i fianchi degli animali, le banderillas conficcate come piccole bandiere nella schiena del toro, l\u2019estocada finale, il crollo del corpo, la lingua esausta che esce dal muso, gli occhi che lentamente si spengono. Si prova continuamente il desiderio di distogliere lo sguardo, di interrompere la visione. <strong>Il film non concede questa possibilit\u00e0, proprio perch\u00e9 non introduce mediazioni morali: la domanda su cosa sia giusto o sbagliato ricade interamente su chi guarda, e l\u00ec rimane, anche dopo la fine.<\/strong><\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Sarebbe ingenuo leggere Pomeriggi di solitudine come un film \u201ca favore\u201d della corrida. \u00c8 un equivoco comprensibile, ma fortemente limitante. Serra \u00e8 troppo interessato alla complessit\u00e0 per scrivere un manifesto, e troppo consapevole del potere delle immagini per trasformarle in propaganda. Quello che gli interessa, semmai, \u00e8 l\u2019ambivalenza: la coesistenza, nello stesso gesto, di qualcosa di atroce e di qualcosa di ipnoticamente bello. Lo spettacolo \u00e8 insopportabile e insieme magnetico; la violenza \u00e8 ripugnante e, nella forma che assume, irresistibilmente coreografica. Serra non prova a sciogliere questa contraddizione. La mantiene aperta. \u00c8 uno dei tratti che fanno di questo film non solo un dispositivo estetico forte, ma anche un\u2019esperienza etica scomoda: qui non ci viene concesso il conforto della coerenza.<\/p>\n<p>Los cojones<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Un altro elemento centrale \u00e8 la rappresentazione del maschile.<strong> Nel film non compaiono donne. Non \u00e8 una scelta arbitraria, \u00e8 la restituzione di un dato di realt\u00e0: l\u2019universo della corrida, nella forma in cui Serra lo filma, \u00e8 un mondo completamente maschile. Non solo nel senso letterale dei corpi presenti sullo schermo, ma nel modo in cui il potere, il desiderio, il linguaggio e la violenza si organizzano.<\/strong> La cuadrilla che circonda Roca Rey non \u00e8 solo una squadra di lavoro: \u00e8 un cerchio di adoratori. Si parla continuamente del suo coraggio in termini anatomici, \u201clos cojones\u201d (quelli del toro crudelmente esibiti, quelli del torero, ben visibili nei tessuti aderenti del costume), si commenta il suo fisico, la sua resistenza, la sua \u201cpotenza\u201d. La dimensione omoerotica, che alcuni commentatori hanno colto con una certa sorpresa, emerge proprio da questo sguardo collettivo sul corpo del matador: un corpo che viene vestito, denudato, curato, manipolato, sostenuto, incensato, ferito, in una retorica che gronda cattolicesimo.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Il traje de luces, con le sue calze tirate fino al petto e i pantaloni strettissimi che vengono sistemati come un corsetto, \u00e8 un costume che stringe, modella. Serra indugia su tutti questi dettagli: la mano che aggiusta il tessuto, il piede che entra nella scarpa, il sudore che si accumula, lo sguardo fisso nello specchio prima di uscire verso l\u2019arena. \u00c8 una costruzione di virilit\u00e0 che rivela, proprio nel momento in cui pretende di essere invincibile, la propria fragilit\u00e0. <strong>Nel modo in cui il film lo mostra, il maschile appare come una macchina che ha bisogno di conferme continue, sempre sul punto di crollare non appena il rito dovesse infrangersi.<\/strong><\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">In questo contesto, la figura di Roca Rey non \u00e8 quella dell\u2019eroe, ma del sacrificato. Non c\u2019\u00e8 psicologia esplicita, non c\u2019\u00e8 introspezione dichiarata (Roca Rey parla poco, quasi niente \u2013 e tuttavia, a poco a poco, emerge un\u2019impressione persistente di solitudine). \u00c8 sempre circondato da uomini, ma non \u00e8 mai veramente con loro. Non appena emerge vittorioso dall\u2019arena, immediatamente questo collettivo di mascolinit\u00e0 tossica lo traduce nell\u2019abitacolo di un van claustrofobico, come se fosse sottovuoto, ricordando per certi versi il protagonista di Cosmopolis (2012) di Cronenberg tratto da DeLillo. In quello spazio saturato di parole, gesti e rassicurazioni si percepisce pi\u00f9 che in tutto il resto del film l\u2019assoluta mancanza di senso di queste performance mortali. Il titolo del film, Pomeriggi di solitudine, sembra alludere proprio a questa dimensione: non la solitudine romantica dell\u2019eroe tragico, ma quella di un individuo intrappolato in un ruolo che non pu\u00f2 abbandonare, continuamente ripetuto da citt\u00e0 a citt\u00e0, da pomeriggio a pomeriggio.<\/p>\n<p>Un film ostile<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">La fotografia di Artur Tort, con le sue inquadrature strette e i lunghi teleobiettivi che isolano dettagli (un muso di toro che ansima, zoccoli che scavano nella sabbia, il volto contratto del matador, il fianco di un cavallo colpito) va oltre il cinema e diventa pittura. Attenzione: non la retorica del tableau vivant impiegata da molti registi lungo tutta la storia del cinema, ma la determinazione a usare il medium del cinema come fosse colore a olio. Diverse volte, guardando il film, sembra di affondare nella tradizione pittorica spagnola: la gravit\u00e0 di Vel\u00e1zquez, la disperazione visionaria di Goya, l\u2019attenzione quasi ossessiva per la materia, per i corpi, per la luce che li attraversa.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Il film di Serra merita davvero il primo posto che Cahiers du cin\u00e9ma gli ha assegnato tra i migliori del 2025? L\u2019interrogativo trova una risposta meno ovvia del previsto. Se per \u201cmeritare\u201d intendiamo un\u2019opera che tranquillizza, conferma idee, offre una prospettiva confortante, allora no: Pomeriggi di solitudine non lo merita, e non vuole meritarlo. Se invece pensiamo al merito come capacit\u00e0 di spingersi in un territorio che il cinema contemporaneo, salvo rare eccezioni, tende a evitare (un territorio di rischio estetico, morale, politico), allora la scelta dei Cahiers appare non solo condivisibile, ma quasi inevitabile. <strong>In un\u2019epoca in cui la parola \u201ccontenuto\u201d ha progressivamente sostituito il termine \u201copera\u201d, Serra realizza un film che rifiuta di essere contenuto: non serve a spiegare, a educare, a convincere, a rassicurare. Serve a mostrarci qualcosa che preferiremmo non vedere, e a farlo con una forza iconica che ha pochi paragoni recenti.<\/strong><\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Per chi, come me, considera la sofferenza animale un tema non negoziabile, l\u2019esperienza del film \u00e8 contraddittoria in modo doloroso. Non c\u2019\u00e8 un modo pulito per riconciliare la consapevolezza della crudelt\u00e0 con l\u2019ammirazione per la potenza formale del film. Forse, per\u00f2, \u00e8 proprio l\u00ec che Pomeriggi di solitudine trova il suo senso pi\u00f9 profondo: nel rifiuto di semplificare, di ridurre una pratica antica e per molti inaccettabile a slogan pro o contro. Serra ci costringe a sostare in quella zona in cui non sappiamo bene come definirci, in cui il linguaggio politico non basta, in cui la nostra stessa indignazione va misurata con il bisogno di capire da dove viene, cosa guarda, cosa rimuove.<\/p>\n<p class=\"is-boxed centered article-body\">Tornando a Goya, al suo autoritratto con la giacca da torero, l\u2019impressione \u00e8 che tanto il pittore quanto Serra abbiano scelto di mettersi in scena in prossimit\u00e0 di un pericolo reale. Per Goya, il rischio era la pittura stessa, il confronto con la realt\u00e0 della violenza; quella dei disastri della guerra, della follia, della superstizione. Per Serra, il rischio \u00e8 affidare alla pura forza delle immagini un tema che la nostra epoca vorrebbe, se non censurare, almeno neutralizzare dietro discorsi ordinati. In entrambi i casi, il gesto \u00e8 lo stesso: esporsi al toro, sapendo che potrebbe andare molto male. \u00c8 forse questa, in ultima analisi, la ragione per cui Pomeriggi di solitudine non \u00e8 solo un film importante, ma un\u2019opera destinata a restare al di l\u00e0 della cronaca festivaliera. Non perch\u00e9 risolve qualcosa, non perch\u00e9 dice l\u2019ultima parola su un dibattito, ma perch\u00e9 ha il coraggio, rarissimo oggi, di rimettere la responsabilit\u00e0 del vedere nelle mani dello spettatore. Ci concede la libert\u00e0, e insieme il peso, di decidere cosa pensare di ci\u00f2 che vediamo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Si potrebbe cominciare da qualsiasi parte, quando si parla di Pomeriggi di solitudine (Tardes de Soledad), ma il&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":262985,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1442],"tags":[640,1644,203,454,204,1537,90,89,1521],"class_list":{"0":"post-262984","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-film","8":"tag-cinema","9":"tag-cultura","10":"tag-entertainment","11":"tag-film","12":"tag-intrattenimento","13":"tag-it","14":"tag-italia","15":"tag-italy","16":"tag-movies"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115727672650306366","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/262984","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=262984"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/262984\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/262985"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=262984"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=262984"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=262984"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}