{"id":263087,"date":"2025-12-16T07:37:09","date_gmt":"2025-12-16T07:37:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/263087\/"},"modified":"2025-12-16T07:37:09","modified_gmt":"2025-12-16T07:37:09","slug":"disturbo-cognitivo-lieve-i-risultati-di-ai-mind-il-10-evolve-in-demenza-in-due-anni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/263087\/","title":{"rendered":"Disturbo cognitivo lieve, i risultati di AI-Mind: &#8220;Il 10% evolve in demenza in due anni&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>Una buona percentuale dei casi di soggetti con un disturbo cognitivo lieve, il 10 per cento, progredisce verso una forma di demenza nell&#8217;arco di due anni. Il 20 per cento mostra invece un declino cognitivo consistente rispetto al tempo 0, pur permanendo ancora in una condizione di Mci, cio\u00e8 di Mild Cognitive Impairment. Sono i primi risultati emersi dall\u2019analisi di una coorte di 1.022 soggetti seguiti in quattro centri clinici europei (Madrid, Oslo, Helsinki e Roma), presentati oggi a Roma in occasione dell\u2019XI ed ultima Assemblea Generale del progetto europeo Artificial Intelligence <strong>Mind (AI-Mind)<\/strong> organizzata da Irccs San Raffaele Roma, Universit\u00e0 Cattolica del Sacro Cuore (prodessoressa Rossella Di Bidino), Irccs Fondazione Policlinico A. Gemelli (professor Camillo Marra) e dalla start-up\/spin-off accademico Neuroconnect (professor Fabrizio Vecchio). A spiegare i risultati \u00e8 stato il professor Paolo Maria Rossini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell\u2019Irccs San Raffaele di Roma. \u201cIl disturbo cognitivo lieve rappresenta uno stadio intermedio tra un normale e fisiologico invecchiamento del cervello e una degenerazione patologica come quella osservata nelle demenze\u201d, ha sottolineato. \u201cQuesta condizione configura un rischio nettamente aumentato di sviluppare demenza, ma solo in una parte dei soggetti, che nei vari studi fluttua tra il 30 e il 50%, si osserva una reale progressione negli anni successivi\u201d.<\/p>\n<p>Il progetto AI-Mind, avviato nel 2021 e finanziato dalla Commissione Europea con circa 14 milioni di euro nell\u2019ambito del programma Horizon 2020, coinvolge 15 partner provenienti da 8 Paesi europei e oltre 100 ricercatori, tra neurologi, geriatri, bioingegneri, statistici, informatici ed esperti di Health Technology Assessment, con la partecipazione di Alzheimer Europe. Nel nostro Paese la condizione di Mci riguarda oltre 950.000 persone, mentre in Europa si stimano circa 10 milioni di soggetti. \u201cPoich\u00e9 il quadro di Mci di per s\u00e9 non implica una perdita di autonomia o deficit clinicamente rilevanti, sarebbe estremamente importante poter identificare il prima possibile chi, all\u2019interno di questa popolazione, ha un rischio elevato di sviluppare demenza e chi no\u201d sottolinea Rossini.<\/p>\n<p>Al tempo 0, tra il 2021 e il 2023, i soggetti arruolati, oltre 275 dei quali in Italia, il contingente pi\u00f9 ampio dello studio, sono stati sottoposti a valutazioni neuropsicologiche, genetiche e strumentali, inclusi i biomarcatori plasmatici dell\u2019amiloide ed un elettroencefalogramma ad alta densit\u00e0, ripetuti poi ogni 8 mesi durante il follow-up. Il neurologo ha evidenziato, tra i dati di particolare interesse, le evidenti differenze osservate tra le popolazioni del <strong>Nord Europa<\/strong> e quelle dell\u2019area mediterranea. Si tratta di differenze &#8220;che riguardano i profili di rischio geneticamente determinati, la presenza di amiloide nel plasma, ma anche la definizione e la stadiazione clinica del MCI e l\u2019organizzazione dei sistemi sanitari, con importanti ricadute sulla capacit\u00e0 di diagnosi precoce\u201d.<\/p>\n<p>In particolare, nei Paesi del Nord Europa \u00e8 pi\u00f9 frequente la presenza di una variante genetica, chiamata APOE \u03b54, nota per aumentare il rischio di sviluppare la<strong> malattia di Alzheimer<\/strong>. In queste stesse popolazioni si riscontrano anche livelli pi\u00f9 elevati nel sangue di alcuni biomarcatori associati ai processi neurodegenerativi (p-tau181 e p-tau217), indipendentemente dall\u2019et\u00e0, dal sesso e dal livello di istruzione. Sia la predisposizione genetica sia questi marcatori biologici sono oggi considerati indicatori di un rischio pi\u00f9 alto di evoluzione verso l\u2019Alzheimer. Queste differenze geografiche persistono anche dopo il controllo per i principali fattori demografici e suggeriscono che, oltre al background genetico, entrino in gioco variabili legate al livello educativo, alle strategie diagnostiche e ai percorsi di pratica clinica propri dei diversi sistemi sanitari. Da qui, secondo Rossini, l&#8217;importanza di &#8220;armonizzare le procedure e i percorsi dei cittadini europei, per arrivare a una diagnosi precoce e accurata di una delle principali malattie del terzo millennio&#8221;.<\/p>\n<p>La vasta mole di dati socio-demografici, clinici, genetici, biologici, neuropsicologici e neurofisiologici raccolti nell\u2019ambito del progetto sar\u00e0 ora sottoposta ad analisi mediante algoritmi avanzati di intelligenza artificiale.\n<\/p>\n<p> \u201cCi aspettiamo &#8211; conclude lo scienziato &#8211; l\u2019identificazione di caratteristiche in grado di individuare con precisione i soggetti ad alto rischio di sviluppare demenza in generale e malattia di Alzheimer in particolare\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Una buona percentuale dei casi di soggetti con un disturbo cognitivo lieve, il 10 per cento, progredisce verso&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":263088,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[175],"tags":[2998,5774,239,1537,90,89,240],"class_list":{"0":"post-263087","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-salute","8":"tag-alzheimer","9":"tag-demenza","10":"tag-health","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-salute"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115728105377773810","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/263087","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=263087"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/263087\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/263088"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=263087"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=263087"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=263087"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}