{"id":268570,"date":"2025-12-19T20:16:27","date_gmt":"2025-12-19T20:16:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/268570\/"},"modified":"2025-12-19T20:16:27","modified_gmt":"2025-12-19T20:16:27","slug":"sullo-stato-della-critica-darte-alberto-villa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/268570\/","title":{"rendered":"Sullo stato della critica d\u2019arte: Alberto Villa"},"content":{"rendered":"<p>Pubblichiamo di seguito l\u2019intervento del giornalista, critico e curatore Alberto Villa.<\/p>\n<p>Prima di invitare la collega Caterina Angelucci a occuparsi di un contenuto di ampio respiro e corale dedicato allo stato di salute della critica d\u2019arte sul <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/magazine\/artribune-83\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">numero 83<\/a> dell\u2019edizione cartacea di Artribune, mi \u00e8 sorta la stessa domanda che \u00e8 probabilmente sorta a chi, in questi mesi, sta seguendo la riproposizione online di quello stesso contenuto: \u201cAncora?\u201d. La risposta, inevitabilmente affermativa, \u00e8 sovvenuta tanto spontaneamente quanto la domanda. Della crisi della critica d\u2019arte parliamo ormai tantissimo, anche pi\u00f9 di quanto facciamo critica. E forse la stessa esistenza di una critica della critica denota quanto questa disciplina sia stanca, situata pi\u00f9 in una fase degenerativa che generativa.<\/p>\n<p>    L&#8217;articolo continua pi\u00f9 sotto<\/p>\n<p><strong>Germano Celant non torner\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Come nota <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/professioni-e-professionisti\/2025\/08\/stato-critica-arte-giulia-zompa\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Giulia Zompa<\/a>, sono lontani i tempi della celebre \u201ccritica militante\u201d: un\u2019epoca d\u2019oro che, per chi come me l\u2019ha solo potuta studiare, assume i contorni sfumati di una leggenda epica. Ma come \u00e8 vero che un\u2019Iliade e un\u2019Odissea \u2013 per quanto eternamente attuali \u2013 non ci saranno pi\u00f9, \u00e8 altrettanto vero che chi auspica nella venuta di un nuovo Germano Celant per redimere la critica dal suo limbo si sta ponendo il problema sbagliato. La critica degli Anni Sessanta e Settanta \u00e8 stata indubbiamente energica e prolifica tanto nel ratificare l\u2019arte italiana fino a quel momento, quanto nel proporre e sostenere nuovi movimenti, nuovi pensieri, nuove modalit\u00e0 di infrangere le regole \u2013 e quindi riscoprire quello spirito che tanto caratterizza il Novecento culturale. Questo \u00e8 stato possibile grazie a spinte che esulavano il mero panorama artistico, ma che erano sempre pi\u00f9 ampie e si intrecciavano all\u2019economia, alla politica, alla societ\u00e0 in quanto organismo: il boom del dopoguerra, i moti del \u201968, la corsa allo spazio, la crescita dei consumi, tutti fenomeni che oggi possiamo solamente guardare da grande distanza, e forse anche a mente pi\u00f9 fredda.<\/p>\n<p><strong>Contro una critica passatista<\/strong><\/p>\n<p>Ma se non ci sono pi\u00f9 \u2013 in Italia e pi\u00f9 in generale in Occidente \u2013 condizioni in grado di far riemergere un clima culturale simile a quello di cui tanto si ha nostalgia, a cosa serve guardarsi cos\u00ec tanto indietro, alla ricerca di un lume che oggi non pu\u00f2 avere stoppino? A cosa serve organizzare convegni e scrivere libri sullo \u201cstato della critica d\u2019arte in Italia\u201d quando ci si ferma a considerare autori che lavoravano trenta, quaranta, cinquanta anni fa? Non voglio essere frainteso: lo studio del passato \u00e8 sempre essenziale per costruire un futuro solido, ma \u00e8 piuttosto triste pensare che per parlare della critica oggi dobbiamo fare i (grandissimi) nomi di Lionello Venturi, Carla Lonzi e Filiberto Menna. Il rischio, nel mitizzare queste figure, \u00e8 quello di superare la loro storicizzazione e assumerle a modelli di interpretazione anche per mondi e situazioni che non appartengono loro.<\/p>\n<p><strong>Critica d\u2019arte e riviste vanno ancora d\u2019accordo?<\/strong><\/p>\n<p>Una conseguenza diretta \u00e8 l\u2019illusione che la critica si debba fare esclusivamente come si faceva mezzo secolo fa, e quindi soprattutto tramite testi pubblicati su riviste di settore o quotidiani autorevoli. Certo, le riviste esistono ancora, ma hanno forme molto differenti: da un lato, per sopravvivere, hanno dovuto optare per strategie diverse dall\u2019approfondimento, facendo fronte alla bulimia informativa del nostro tempo e al panorama dell\u2019informazione globalizzata mediata dai grandi motori di ricerca (una situazione che potr\u00e0 solo intensificarsi, catalizzata dai sistemi di intelligenza artificiale); dall\u2019altro lato trovare recensioni di mostre che siano pi\u00f9 che meramente descrittive \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile, e di questo non possiamo incolpare solo i lettori, n\u00e9 le tendenze di mercato \u2013 anche se nel 2025 pagare per accedere all\u2019informazione sembra un\u2019utopia, soprattutto per le fasce pi\u00f9 giovani, abituate alla disponibilit\u00e0 gratuita e sempre aggiornata dei social network. Un altro motivo della dipendenza sempre pi\u00f9 evidente delle riviste dall\u2019industria pubblicitaria. E non \u00e8 un caso solo nostrano. Basta sfogliare qualsiasi numero di Artforum (!) per rendersene conto: se va bene, le pagine di contenuto sono un quinto di quelle di pubblicit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Pubblicit\u00e0 e diritto di critica<\/strong><\/p>\n<p>Il legame tra advertising e critica sulle riviste d\u2019arte contemporanea \u00e8 noto da tempo e centrale nel dibattito odierno, perch\u00e9 riduce di gran lunga la possibilit\u00e0 di una qualsiasi recensione negativa. Non c\u2019\u00e8 qui l\u2019intenzione di proporre la critica esclusivamente come strumento di stroncatura, qualcosa che \u2013 per quanto radicata nell\u2019immaginario comune \u2013 non \u00e8 mai stato del tutto vero; si tratta invece di sottolineare il conflitto di interessi di tutta l\u2019editoria d\u2019arte attuale: da un lato ci sono i clienti commerciali, che garantiscono stabilit\u00e0 economica alla rivista e le permettono di proseguire nella loro mission informativa, divulgativa o critica che sia; dall\u2019altro ci sono i lettori, senza i quali la rivista non esisterebbe in primis, e che giustamente richiedono imparzialit\u00e0, trasparenza e onest\u00e0 intellettuale. La conciliazione di questi interessi \u00e8 centrale per il lavoro quotidiano di qualsiasi rivista, ma comporta scelte di linea editoriale non sempre facili.<\/p>\n<p><strong>Il mercato \u00e8 la vera critica<\/strong><\/p>\n<p>Questo significa che non \u00e8 pi\u00f9 possibile fare critica sulle pagine delle riviste di settore? Certamente no, ma certa critica, quella pi\u00f9 dura, pi\u00f9 antagonista e quindi in parte anche quella che pi\u00f9 instilla vitalit\u00e0 nel dibattito \u00e8 sicuramente scomparsa. O taciuta. Con il tempo le riviste hanno dunque perso questo ruolo, che tuttora cerca casa. La critica bussa a tutte le porte, convocata periodicamente da articoli come questo, ma \u2013 come succede alla luna nella canzone di Loredana Bert\u00e8 \u2013 non le apre nessuno. A questo punto \u00e8 giusto chiedersi: a chi serve la critica, in particolare quella negativa? Non serve alle riviste, per i rapporti commerciali di cui si parlava prima; non serve agli artisti, che ovviamente \u2013 in una economia del like \u2013 sperano in recensioni solo positive delle loro mostre e del loro lavoro; non serve ai curatori, per il medesimo motivo. La critica dovrebbe servire ai collezionisti, che soprattutto in tempi di crisi come quello che stiamo attraversando cercano un faro cos\u00ec veementemente da diventarlo loro stessi. La vera critica, quella influente e capace di spostare gli assi, \u00e8 indistinguibilmente sovrapposta al collezionismo, e quindi al mercato. Nella maggior parte dei casi sono i trend di vendita a determinare gli sviluppi artistici, e non il contrario. \u00c8 una novit\u00e0? Tutt\u2019altro. \u00c8 un\u2019eterna verit\u00e0 che ora \u00e8 solo pi\u00f9 evidente, con la scomparsa del critico come figura capace di astrarsi dal sistema per rimanerne indipendente: una via che, come spiega bene Christian Caliandro, oggi non appare pi\u00f9 percorribile. Dopotutto, anche le fiere \u2013 grandi protagoniste del mercato primario \u2013 si stanno trasformando in mostre di ampio respiro, ma pur sempre commerciali (vedi la prima edizione di <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/professioni-e-professionisti\/fiere\/2025\/07\/art-basel-qatar-novita-26\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Art Basel Qatar<\/a>, in arrivo a inizio 2026).<\/p>\n<p><strong>Critica e curatela<\/strong><\/p>\n<p>Non mi soffermo pi\u00f9 di tanto sulla questione del critico\/curatore [il critico pu\u00f2 essere anche curatore e mantenersi disinteressato? La curatela pu\u00f2 essere affrontata come un\u2019attivit\u00e0 critica?] perch\u00e9 lo hanno gi\u00e0 fatto altri in modo esaustivo e perch\u00e9 credo sia rilevante fino a un certo punto. Pi\u00f9 che una questione di ruoli, la critica \u00e8 una questione di postura: si pu\u00f2 (e forse si deve) assumere una postura critica anche nell\u2019attivit\u00e0 di curatela, e in questo mi allineo all\u2019intervento di <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/professioni-e-professionisti\/2025\/08\/critica-arte-irene-sofia-comi\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Irene Sofia Comi<\/a> su queste pagine.<\/p>\n<p><strong>La critica claudicante<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019annoso dilemma tra critica e curatela \u00e8 solo l\u2019ennesimo dei tanti acciacchi del discorso critico odierno, con tutte le conseguenze del caso. <strong>Quella attuale non \u00e8 una critica che milita: \u00e8 una critica che zoppica. <\/strong>Lo fa perch\u00e9 non pu\u00f2 pi\u00f9 incedere con l\u2019andatura spavalda e sicura che la contraddistingueva in passato, ma deve assumere, appunto, una postura diversa. Dubbiosa del proprio ruolo, della propria necessariet\u00e0, del proprio pubblico e persino della propria natura, la critica, da militante, si ritrova ad essere claudicante, arrancando tra le forme pi\u00f9 riconosciute e storicizzate del fare critica e le (pochissime) nuove vie.<\/p>\n<p><strong>Nuovi spazi per la critica indipendente<\/strong><\/p>\n<p>Ma quali sono queste nuove vie? Pare stia emergendo sempre di pi\u00f9, in ambito anglosassone soprattutto, l\u2019autopromozione dei propri testi critici su piattaforme di blogging come <strong>Substack<\/strong>: certo, la scrittura indipendente non \u00e8 mai scomparsa, ma in un momento come questo appare una risposta chiara alla crisi di molte riviste di settore, di cui sopra. I social network, per quanto snobbati da molti, non sono poi tanto da sottovalutare per quanto riguarda l\u2019autopromozione e la diffusione di idee, anche oltre i confini geografici e linguistici. Tutto sta nel modo in cui vengono utilizzati e \u2013 soprattutto \u2013 nella scelta del social giusto: se da un lato Instagram, data la centralit\u00e0 dell\u2019immagine, pu\u00f2 effettivamente essere funzionale a chi parla d\u2019arte, la spinta a creare contenuti veloci e a limitare il testo sta piuttosto stretta a chi \u2013 giustamente \u2013 ritiene la critica una forma di approfondimento; Substack, che invece \u00e8 incentrata sulla scrittura eventualmente accompagnata da immagini (quindi nulla di differente da un articolo di una rivista online, nel formato), \u00e8 molto pi\u00f9 affine alle necessit\u00e0 della critica, e dunque anche pi\u00f9 funzionale per chi \u00e8 interessato a leggerla al di fuori dei canali pi\u00f9 istituzionali. Tra i profili italiani da seguire, sento di segnalare quello di Michele Dantini, per la qualit\u00e0 della scrittura e la trasversalit\u00e0 delle tematiche affrontate.<\/p>\n<p><strong>Apologia delle interviste<\/strong><\/p>\n<p>Tutto questo dando per scontato il fatto che la critica debba necessariamente essere identificata dalla scrittura e, soprattutto, da certa scrittura. Nel 2025 ritenere il formato dell\u2019intervista incapace di adempiere al \u201c<a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/professioni-e-professionisti\/2025\/08\/critica-arte-opinione-vincenzo-trione\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">ruolo interpretativo<\/a>\u201d della critica, soprattutto dopo certa letteratura illustre come Autoritratto di Carla Lonzi, \u00e8 a dir poco limitante. Come ricordava Santa Nastro in un <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/arti-visive\/2023\/10\/interviste-critica\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">articolo<\/a> di un paio di anni fa, una buona intervista \u00e8 tutt\u2019altro che acritica, e non \u00e8 neppure la \u201cscorciatoia\u201d che molti pensano. Senza considerare alcuni vantaggi di leggibilit\u00e0 e dinamicit\u00e0 del testo, caratteristiche che in molti scritti, fin troppo desiderosi di darsi un tono di seriet\u00e0, vengono tragicamente a mancare. Anche in questo risiede la zoppia della critica: nel suo prendersi troppo sul serio, e quindi nella necessit\u00e0 di doversi ratificare da sola. E non perch\u00e9 nessun altro sia in grado di farlo, ma perch\u00e9 \u00e8 arrivata a ritenersi l\u2019unico pubblico di se stessa, e quindi a costituirsi in quanto tale.<\/p>\n<p><strong>Chi va con lo zoppo\u2026<\/strong><\/p>\n<p>Non credo, tuttavia, che da questo claudicare possiamo trarre solo aspetti negativi: accorgersi di avere un passo diverso dal passato ci permette di guardare alle cose da una prospettiva nuova, con un ritmo nuovo, seppur altalenante. Se i detti popolari hanno ragione, una zoppia della critica \u00e8 anche una zoppia della pratica artistica tutta, afflitta dall\u2019assenza di piattaforme di scambio e di confronto attivo. Ragioniamo quindi sulla crisi della critica, e sul rischio di un suo trasformarsi in storiografia e poi archeologia della critica, per riflettere sulla crisi del discorso artistico. A cosa servono convegni e retrospezioni, quando abbiamo bisogno di tornare a fare critica per tornare a fare arte in un modo dialogico con gli occhi puntati sull\u2019oggi? Una soluzione \u00e8 quella di riportare il discorso artistico e critico in spazi comuni, circoli aperti, privi di gerarchie: \u00e8 quello che ha fatto <strong>Antonio Grulli<\/strong> in alcuni incontri, ma che andrebbe messo a sistema, imitato e diffuso. Un\u2019altra \u00e8 quella di proseguire quella vitalissima mappatura degli artisti emergenti iniziata dalla Quadriennale di <strong>Gianmaria Tosatti<\/strong>, e poi tristemente interrotta. Un\u2019altra ancora sono i tentativi di ratificare il presente, prendendosi anche dei rischi e delle responsabilit\u00e0 nel farlo: \u00e8 il caso, per esempio, di mostre come <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/mostre-evento-arte\/pittura-italiana-oggi\/\" data-type=\"event\" data-id=\"1023298\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Pittura italiana oggi<\/a> alla Triennale di Milano (2023-24) a cura di <strong>Damiano Gull\u00ec<\/strong>, e oggi in tourn\u00e9e in Sud America. Esempi validi, che testimoniano l\u2019interesse per un certo modo di lavorare, ma ancora troppo sporadici per potersi definire pi\u00f9 del \u201cpiede sano\u201d del nostro attuale zoppicare. E il piede incerto si conferma, ancora una volta, la scrittura: una professione sempre pi\u00f9 svuotata della sua vocazione per necessit\u00e0 di sopravvivenza economica. Ricominciamo a diffondere e a incontrarci. Chiedo a chiunque legga questo testo di condividere appuntamenti e occasioni in cui questo avviene: l\u2019obiettivo \u00e8 creare rete e sistema, per tornare a parlare non solo della critica, ma soprattutto dell\u2019arte. Perch\u00e9 senza arte non c\u2019\u00e8 critica, e viceversa.<\/p>\n<p>A cura di Caterina Angelucci<\/p>\n<p class=\"intext-cta\">Artribune \u00e8 anche su Whatsapp.  \u00c8 sufficiente <a href=\"https:\/\/whatsapp.com\/channel\/0029Va9iaYUEFeXeqRR2yT1y\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">cliccare qui<\/a> per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Pubblichiamo di seguito l\u2019intervento del giornalista, critico e curatore Alberto Villa. 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