{"id":27329,"date":"2025-08-04T08:18:11","date_gmt":"2025-08-04T08:18:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/27329\/"},"modified":"2025-08-04T08:18:11","modified_gmt":"2025-08-04T08:18:11","slug":"il-difficile-mestiere-dellarchitetto-marco-biraghi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/27329\/","title":{"rendered":"Il difficile mestiere dell&#8217;architetto | Marco Biraghi"},"content":{"rendered":"<p>Professione difficile, quella dell\u2019architetto. E difficile non soltanto perch\u00e9 per svolgerla necessitano molteplici competenze: se non tutte quelle che prescriveva Vitruvio nel De architectura (istruzione letteraria, esperienza nel disegno, preparazione in geometria, conoscenza della storia, rudimenti in campo filosofico, padronanza della musica, nozioni di medicina, istruzione giuridica, cognizioni astronomiche), almeno qualcuna tra esse. Ma difficile anche perch\u00e9 costitutivamente \u2013 verrebbe quasi da dire: ambiguamente \u2013 tesa tra dominio dello spirito e dominio della materia, ovverosia tra idealit\u00e0 e realt\u00e0.<\/p>\n<p>Questa difficile tensione tra opposti, tra elementi apparentemente \u2013 e fors\u2019anche sostanzialmente \u2013 inconciliabili tra loro, non \u00e8 cosa nuova. Appartiene alla storia dell\u2019architetto come \u2013 insieme \u2013 figura intellettuale e \u201cpratico\u201d, vale a dire persona capace, se non di fare direttamente con le proprie mani, quantomeno di risolvere problemi concreti con i propri progetti.<\/p>\n<p>Senza bisogno di risalire troppo indietro nel tempo (ma tanto Leon Battista Alberti che Francesco Borromini potrebbero \u2013 ciascuno a modo proprio, in forme e con accenti diversi \u2013 fornire validissime testimonianze di questo \u201cscontro\u201d a prima vista irresolubile tra elementi in conflitto tra loro), \u00e8 sufficiente ascoltare quanto Ernesto Nathan Rogers, architetto e teorico di origini ebraiche operante nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale, afferma nel corso di una conferenza dall\u2019emblematico titolo Il dramma dell\u2019architetto, tenuta nel 1948: \u00abFra gli altri uomini, l\u2019architetto rappresenta questa personalit\u00e0 singolare cui \u00e8 devoluto il compito di tentare la sintesi tra gli opposti poli\u00bb. Si tratta di quella che Rogers concepisce come una vera e propria \u00ablotta tra utilit\u00e0 e bellezza\u00bb: \u00abDobbiamo sentire in ogni momento creativo il dramma fondamentale dell\u2019esistenza perch\u00e9 la vita pone continuamente in contraddizione i bisogni pratici e le aspirazioni spirituali\u00bb.<\/p>\n<p>Basterebbero queste poche parole \u2013 pronunciate tra l\u2019altro da un architetto che ha lasciato, con il gruppo BBPR con cui lavorava, alcune delle opere pi\u00f9 significative del secondo dopoguerra, tra le quali la Torre Velasca a Milano \u2013 per comprendere quanto il compito dell\u2019architetto sia effettivamente \u201cdrammatico\u201d. Al punto che viene da chiedersi come si possano concretamente conciliare quelle diverse contraddizioni senza correre il rischio di tradire l\u2019uno o l\u2019altro aspetto: quello etico, quello estetico, quello economico, quello sociale, per nominarne soltanto qualcuno.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"fef7e61b-1aae-4361-8568-2d8035c2260b\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/978880623992HIG.jpeg\" width=\"780\" height=\"1201\" alt=\"j\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Di certo, la crescita delle citt\u00e0 e la proliferazione di edifici al loro interno negli ultimi decenni stanno a dimostrare che una \u201csoluzione\u201d a queste aporie, nella prassi, gli architetti odierni la trovano; e che anzi, forse, niente affatto di aporie si tratta, per loro. Perch\u00e9 se da un lato la conciliazione tra idealit\u00e0 e realt\u00e0 \u00e8 ardua da compiersi, dall\u2019altro l\u2019ineliminabile presupposto di tale difficile sintesi \u00e8 che entrambi i fattori siano presenti. E qui, lecitamente, si possono avanzare dei dubbi in merito alla propensione degli architetti attuali nel coltivare \u201cideali\u201d. Ma allo stesso modo, si potrebbe interrogarsi sulla propensione della nostra intera societ\u00e0 nel coltivare \u201cideali\u201d. Sempre pi\u00f9 difficile riscontrare, al giorno d\u2019oggi, in pressoch\u00e9 tutte le professioni, una \u201ctensione\u201d verso qualcosa che vada oltre ragioni meramente economiche. E se la perdita di ideali da parte di avvocati o di idraulici pu\u00f2 avere senza alcun dubbio significativi riflessi sociali, la perdita di ideali da parte degli architetti ha sicuramente ricadute ancora pi\u00f9 significative e immediate, interessando citt\u00e0, edifici, ambienti costruiti e spazi di relazione sociale.<\/p>\n<p>Naturalmente, gli architetti non sono i soli responsabili di questa situazione. La perdita collettiva di ideali riguarda infatti anche la \u201cclasse politica\u201d(ormai lungi dall\u2019essere tale, peraltro, essendo chi fa politica sempre pi\u00f9 di frequente \u201cprestato\u201d da altri settori), cos\u00ec come riguarda pure i committenti, gli investitori, gli operatori immobiliari, i costruttori, gli utenti. A fronte di ci\u00f2, non \u00e8 facile rintracciare le specifiche \u201cmancanze\u201d degli architetti sotto questo punto di vista: \u00e8 un fenomeno talmente generalizzato e diffuso, quello del \u201ccedimento\u201d ideale (o ideologico), da non consentire pi\u00f9 di individuarne singole \u201ccause\u201d o \u201cresponsabilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>E tuttavia, proprio per il delicato ruolo che riveste, l\u2019architetto \u2013 esattamente al pari dal politico \u2013 \u00e8 chiamato comunque a rispondere, se non gi\u00e0 per forza ad istanze \u201cideali\u201d, quantomeno ad istanze morali; istanze cio\u00e8 dettate dalla propria \u201ccoscienza\u201d professionale, anche al di l\u00e0 di quelle imposte dalla deontologia. \u00c8 anzi proprio il dovere di rispondere a ci\u00f2 quello che rende (o almeno, dovrebbe rendere) letteralmente \u201cresponsabili\u201d architetti e politici: quell\u2019\u201cetica della responsabilit\u00e0\u201d che per Max Weber deve necessariamente affiancarsi a un\u2019\u201cetica della convinzione\u201d, in questi ultimi (ma perfettamente applicabile anche ai primi, in quanto impegnati sul fronte della citt\u00e0, della polis).<\/p>\n<p>Il venir meno di istanze ideali e \u2013 ci\u00f2 nonostante \u2013 il persistere di istanze morali, non \u00e8 un fenomeno inedito: si \u00e8 gi\u00e0 verificato storicamente. La Milano degli anni \u201950 e \u201960, sotto questo profilo, costituisce un\u2019esemplificazione perfetta di tale fenomeno. Gli architetti che vi operavano non erano per la gran parte animati da \u201calti\u201d ideali: erano solidi professionisti, dediti con la massima seriet\u00e0 al proprio lavoro. \u201cProfessionisti colti\u201d, come sono stati spesso chiamati: dove la cultura in questione soltanto in qualche sporadico caso corrispondeva a un vero e cosciente posizionamento intellettuale nel panorama architettonico dell\u2019epoca, e nella gran parte degli altri coincideva piuttosto con una perfetta conoscenza della propria attivit\u00e0 e delle sue ricadute progettuali e costruttive, ma anche con un\u2019etica che impediva loro di imboccare inammissibili scorciatoie qualitative e di accettare irragionevoli compromessi.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/paul-hanaoka-Oi962pWuvCA-unsplash.jpg\" data-entity-uuid=\"d608539c-d92c-49e7-a773-f78640d496c4\" data-entity-type=\"file\" alt=\"k\" width=\"780\" height=\"1170\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Pur non mancando di comprendere nomi di spicco (si pensi soltanto a Gio Ponti, oltrech\u00e9 progettista, grande designer e fondatore di \u00abDomus\u00bb), questa schiera di \u201cprofessionisti colti\u201d era composta anche da molti nomi \u201cminori\u201d: dove con tale aggettivo non va inteso nulla di semplicemente minorativo, quanto piuttosto quelle figure che pi\u00f9 raramente assurgevano agli onori della ribalta, pur essendo autori di una produzione a dir poco eccellente (il caso di Mario Asnago e Claudio Vender, \u201criabilitati\u201d soltanto in anni successivi, \u00e8 il pi\u00f9 clamoroso di tutti, ma non certamente l\u2019unico). Ci\u00f2 fa s\u00ec che, per quanto riguarda l\u2019architettura della Milano degli anni \u201950 e \u201960 viga \u2013 al pari della biblioteca di Aby Warburg ad Amburgo \u2013 la \u201clegge del buon vicino\u201d. Se infatti quest\u2019ultima era organizzata in modo tale che il libro \u201cdecisivo\u201d si trovasse accanto a quello cercato, nel caso di quella Milano, l\u2019edificio di fianco al capolavoro ben noto e acclamato si rivela spesso altrettanto interessante di questo, e qualche volta persino di pi\u00f9. Quanto si determina in tal modo \u00e8 una qualit\u00e0 largamente diffusa, anzich\u00e9 una concentrazione in pochi, e per quanto significativi, episodi. Una citt\u00e0 bella, in luogo di una bella architettura (dove \u201cbella\u201d non va intesa in termini puramente estetici, bens\u00ec come sinonimo di \u201cben fatta\u201d).<\/p>\n<p>Naturalmente gli architetti non erano i soli \u201cresponsabili\u201d di quella citt\u00e0. Al loro fianco vi erano altre componenti non meno essenziali: un ceto politico, formatosi di sovente nelle file della Resistenza, che \u2013 per quanto diversificato al suo interno a seconda dei diversi partiti di appartenenza \u2013 era per\u00f2 animato dalla volont\u00e0 di operare per il \u201cbene comune\u201d (il caso di Antonio Greppi, sindaco della citt\u00e0 dal 1945 al 1951, risulta emblematico); una classe imprenditoriale fortemente radicata nella citt\u00e0 e nel territorio, e dunque sensibile a tali interessi, percepiti come coincidenti coi propri, e di conseguenza in grado di esercitare con piena consapevolezza il ruolo di committenza \u201cavveduta\u201d; una compagine di costruttori interessati \u2013 al pari degli altri attori coinvolti nel processo di modificazione della scena urbana \u2013 alla buona riuscita dell\u2019opera, che nel loro caso si traduceva in un\u2019accuratezza esecutiva corrispondente, in un momento di impetuoso sviluppo per un\u2019Italia sotto molti aspetti ancora legata a pratiche artigianali, a un\u2019alta perizia manuale nella realizzazione di lavorazioni ormai spesso industriali.<\/p>\n<p>\u00c8 da questo quadro, articolato, composito, e ci\u00f2 nondimeno abbastanza chiaro nei suoi tratti generali, che nasce la felice mediocritas dell\u2019architettura milanese di quel periodo. Mediocritas che si lascia descrivere nei termini di una virtuosa \u201cappropriatezza\u201d, ovvero nel sapersi misurare \u2013 o meglio ancora, commisurare \u2013 con le preesistenze, con l\u2019assetto viario e con il tessuto edificato; nel saper parlare una lingua moderna, rispondente allo slancio progressista dell\u2019epoca, e insieme risonante di \u201cetimi\u201d profondamente confitti nella storia, negli strati del luogo. Un\u2019\u201cappropriatezza\u201d che si rivelava tale pure nel preciso rapporto che istituiva col tempo, riuscendo l\u2019architettura della Milano della ricostruzione e del boom economico a farsi di sovente compiuta espressione del momento presente: non per\u00f2 di una semplice, fuggevole \u201cattualit\u00e0\u201d, bens\u00ec di una \u201ctensione\u201d attiva, produttiva, tra passato e futuro. Massimi \u201ccampioni\u201d di ci\u00f2 sono i due emblemi complementari di cui orgogliosamente la Milano della fine degli anni \u201950 si dota: la Torre Velasca e il Grattacielo Pirelli.<\/p>\n<p>E ancora, precisamente \u201cappropriata\u201d \u00e8 la sobriet\u00e0 che caratterizzava quella Milano: quasi il riflesso dello stile di vita frequentemente adottato negli anni in cui essa \u2013 oltrech\u00e9 una parte significativa di s\u00e9 \u2013 costruiva anche la propria mitologia di \u201ccapitale del lavoro\u201d; sobriet\u00e0 consistente in una ben proporzionata mistura di raffinatezza, eleganza, semplicit\u00e0 e morigeratezza. Un \u201csenso della misura\u201d, per dirlo con una sola espressione, che va per\u00f2 messo in rapporto con il suo essere gi\u00e0 in quel momento la citt\u00e0 pi\u00f9 ricca e sviluppata d\u2019Italia.<\/p>\n<p>Ma pi\u00f9 che in ogni altra manifestazione, l\u2019\u201cappropriatezza\u201d dell\u2019architettura milanese degli anni \u201950 e \u201960 si dimostrava tale nella sua qualit\u00e0 urbana, nella sua attitudine a \u201cfare citt\u00e0\u201d. Stare bene nel luogo nel quale si trova, da questo punto di vista, costituisce la somma virt\u00f9 di un\u2019architettura che sappia essere \u201cmedia\u201d, ossia che sappia stare in mezzo alle cose, intessuta, connessa insieme (con-texta) con esse. In altro modo, si potrebbe definire una tale virt\u00f9 di quell\u2019architettura milanese una assai ricercata e abilmente praticata arte della conversazione: in senso essenziale, l\u2019arte del mettersi in relazione, che ha quali suoi presupposti la conoscenza e il rispetto dell\u2019altro, e come effetto pi\u00f9 o meno diretto la relativizzazione (non certo la diminuzione!) del proprio valore.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/edwin-chen-eiJnOdox3Ls-unsplash.jpg\" data-entity-uuid=\"5aaa90ec-41a3-44a8-bf8e-9c7c2f9c30c2\" data-entity-type=\"file\" alt=\"k\" width=\"780\" height=\"1041\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>E oggi? Non \u00e8 certo un caso che, in un\u2019epoca come la nostra, dominata dallo strapotere dell\u2019ego e giunta al punto da interrogarsi su \u201ccome vivere insieme\u201d (\u201cHow we will live together?\u201d era il titolo della 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, curata da Hashim Sarkis e svoltasi nel 2021), palesando cos\u00ec le proprie difficolt\u00e0 al riguardo, l\u2019arte della conversazione sia ormai caduta in disuso.<\/p>\n<p>Ma non si tratta soltanto di questo. Le componenti in gioco nella Milano attuale, pur essendo formalmente le stesse di quelle della Milano del dopoguerra, hanno completamente mutato di-segno: in sintesi estrema, tutte \u2013 ceto politico, classe imprenditoriale, architetti, costruttori \u2013 \u201cdipendono\u201d ormai pressoch\u00e9 per intero dall\u2019apparato economico-finanziario. Non si tratta certo di una novit\u00e0: anche la Milano del dopoguerra, come ogni altro contesto occidentale nei tempi moderni\/odierni, era profondamente commista con l\u2019apparato economico-finanziario. Non avrebbe potuto costruirsi\/ricostruirsi \u2013 e con la qualit\u00e0 e l\u2019attenzione per l\u2019\u201cambiente\u201d in cui s\u2019inseriva \u2013 se non avesse potuto contare sulla disponibilit\u00e0 di imprenditori (nella maggior parte dei casi locali), disposti a investire in tali operazioni cospicue risorse.<\/p>\n<p>Si pensi ad esempio al primo grattacielo costruito a Milano in quegli anni, la Torre Breda, 31 piani per 116 metri di altezza: progettata da Luigi Mattioni e dai fratelli Eugenio ed Ermenegildo Soncini tra il 1950 e il 1955, per la sua realizzazione verr\u00e0 costituita una societ\u00e0 apposita, la Grattacielo di Milano s.p.a., comprendente al suo interno imprenditori milanesi e piacentini: dove questi ultimi erano proprietari dell\u2019azienda Fornaci F.lli Rizzi, Donelli, Breviglieri e C., operante del settore dei laterizi e dei prefabbricati. Non si tratta \u2013 com\u2019\u00e8 facilmente intuibile \u2013 di colossi della finanza, e ci\u00f2 nondimeno animati dalla volont\u00e0 di entrare a far parte di un\u2019impresa rilevante per la citt\u00e0 ma che prometteva evidentemente anche di essere vantaggiosa.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"4e3ce508-ab76-4ba2-851a-d27b2b9499d7\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/20000532406_9043378380_b.jpg\" width=\"683\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nTorre Breda.<\/p>\n<p>Il problema dunque non sono le implicazioni economiche, anche da parte degli architetti: quello dell\u2019architettura \u00e8 \u2013 come tutti sanno \u2013 un mercato; e come accade in tutti i mercati, a fronte di qualcuno che compra c\u2019\u00e8 qualcuno che vende. \u00c8 piuttosto una questione di \u201cmisura\u201d: quale sia il peso che hanno tali implicazioni. Non si sta parlando qui di \u201cilleciti\u201d scambi economici, quanto dell\u2019adesione ormai generalizzata di tutte le componenti sopra citate a un modello che ha nell\u2019\u201ceconomico\u201d il suo unico parametro di riferimento. Cos\u00ec, se da un lato gli investitori si sono progressivamente spersonalizzati e \u201cfinanziarizzati\u201d, gli amministratori politici si sono ridotti a semplici esecutori dei voleri dei primi, mentre le imprese sono state costrette a gettarsi nell\u2019assai poco gloriosa \u201cgara al ribasso\u201d per ottenere gli appalti.<\/p>\n<p>E gli architetti? Per molti di loro (ma non per tutti, ovviamente: ogni generalizzazione, in questioni di questo genere, sarebbe azzardata) la professione si \u00e8 ormai ridotta a un semplice esercizio di \u201crispecchiamento\u201d dei desideri del cliente: un\u2019affannosa rincorsa ad accaparrarsi a qualunque costo la \u201ccommessa d\u2019opera\u201d, costo che spesso consiste proprio nel bene stesso dell\u2019opera. Un descensus ad inferos di qualsiasi compromesso in cui spesso ne va, insieme alla dignit\u00e0 dell\u2019architetto, proprio la qualit\u00e0 dell\u2019architettura. Basti soltanto pensare a Cascina Merlata (per tacere del resto).<\/p>\n<p>Quello che spinge in questa direzione gli architetti sono del tutto comprensibili \u2013 e pi\u00f9 che leciti, del resto \u2013 interessi di natura economica, ma anche l\u2019ambizione di \u201cposizionarsi\u201d negli ambienti che contano, con tutti i vantaggi che possono derivarne. E se un tempo Nietzsche poteva scrivere che \u00abl\u2019architetto \u00e8 sempre stato sotto la suggestione della potenza\u00bb, oggi \u2013 sollecitato da brame ancora maggiori ma privo in compenso di quella pur piccola dose di \u201cidealit\u00e0\u201d che anche la \u201cvolont\u00e0 di potenza\u201d in quanto tale comporta, l\u2019architetto soggiace a una pura e semplice volont\u00e0 di potere: potere fare, potere decidere, poter guadagnare, poter esserci.<\/p>\n<p>Ancora una volta, va chiarito: sono \u201csirene\u201d che incantano tutti (o quasi), nella societ\u00e0 contemporanea, e non gli architetti soltanto: fama, denaro, potere. E tuttavia, cedervi \u00e8 un \u201cpeccato\u201d molto pi\u00f9 grave per l\u2019architetto che per gli esponenti di altri mondi professionali, dal momento che l\u2019architetto \u00e8 (o dovrebbe essere) portatore di responsabilit\u00e0 sociali e civili, oltrech\u00e9 di interessi individuali. Ma il vero aspetto insidioso di tali \u201ccedimenti\u201d \u00e8 costituito dal fatto di ridurre quello che per sua natura \u00e8 un\u2019arte\/tecnica (precisamente in questo duplice modo va tradotta la parola greca techn\u00e9, a cui appartiene di diritto quella architettonica) a un semplice \u201cmestiere\u201d. Quali siano le insidie sottese all\u2019applicazione del termine \u201cmestiere\u201d al campo operativo dell\u2019architetto lo rivela ancora una volta la sua stessa radice etimologica: \u201cmestiere\u201d deriva dal vocabolo latino minister, aiutante, servitore, che si contrapponeva in origine alla parola magister, maestro. Se infatti magister \u00e8 composto da magis (maggiore) pi\u00f9 il suffisso -ter, minister \u00e8 composto da minus (minore), pi\u00f9 lo stesso suffisso -ter.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/wiktor-karkocha-DSjBUCIZdXE-unsplash.jpg\" data-entity-uuid=\"404e69a0-3700-405d-a4e3-d9f12d6875e1\" data-entity-type=\"file\" alt=\"j\" width=\"780\" height=\"1170\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Nel suo significato originario (evidentemente molto diverso da quello che oggi gli attribuiamo), il ministro \u00e8 dunque il \u201cservitore\u201d dell\u2019arte, mentre il maestro \u00e8 colui che ne possiede il pieno controllo, colui che ne detiene i \u201cmezzi di produzione\u201d, come si potrebbe anche dire. Che cosa significa allora ridurre l\u2019architettura a \u201cmestiere\u201d? Significa riconoscerne \u2013 coscientemente o meno, ha poca importanza \u2013 la costitutiva debolezza, e addirittura l\u2019assoluta inferiorit\u00e0, nella situazione presente, rispetto alle figure e alle pratiche che sulla scena urbana contano davvero, vale a dire quelle riconducibili all\u2019apparato economico-finanziario.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, l\u2019aspirazione al potere di alcuni architetti contemporanei (e forse segretamente di tutti) non si traduce affatto in una restituzione di tale potere all\u2019architettura, come invece andrebbe correttamente fatto: giacch\u00e9 il potere che ha in s\u00e9 l\u2019architettura \u2013 qualora venisse attivato dall\u2019architetto \u2013 corrisponderebbe perfettamente al bene dell\u2019opera; ma, esattamente all\u2019opposto, si traduce nel tentativo di esercitarlo per interessi del tutto soggettivi, per ottenerne \u201cvantaggi\u201d puramente personali.<\/p>\n<p>Al contrario, l\u2019architetto che volesse \u2013 oggi \u2013 avere davvero potere, ovvero non quel relativo \u201cpotere\u201d derivante dal rispecchiare i desiderata delle potenze imperanti, facendosi unicamente \u201cservitore\u201d dei loro interessi, dovrebbe cercare piuttosto di tornare ad essere libero: libero professionista, anzitutto, e non professionista a \u201csovranit\u00e0 limitata\u201d. Dovrebbe cercare insomma di esercitare non gi\u00e0 un \u201cmestiere\u201d bens\u00ec un magistero, se mai ne fosse capace. Potr\u00e0 sembrare \u2013 quella appena espressa \u2013 un\u2019idea stravagante, o peggio ancora, una sognante utopia. E tuttavia, esiste la possibilit\u00e0 di accordare libert\u00e0 professionale e mercato. Certo, chi sul serio si impegni in tal senso, nella prospettiva \u2013 ma si potrebbe anche dire, nell\u2019interesse \u2013 dell\u2019arte\/tecnica dell\u2019architettura, si trover\u00e0 a dover affrontare la difficile conciliazione, non tanto pi\u00f9 tra bisogni pratici e aspirazioni spirituali, o tra utilit\u00e0 e bellezza, e neppure tra idealit\u00e0 e realt\u00e0, quanto tra potere dell\u2019architettura e potere economico-finanziario.<\/p>\n<p>Aporia irrisolvibile? Contraddizione apparentemente insanabile? Oppure \u00e8 dato \u2013 da architetti \u2013 cercare in qualche modo di scioglierla? Professione difficile, quella dell\u2019architetto, si \u00e8 detto. Louis Kahn, un grande architetto \u2013 o meglio ancora, un maestro dell\u2019architettura \u2013, negli Stati Uniti d\u2019America, la patria del capitalismo e la culla dell\u2019economia di mercato, ha dovuto confrontarsi precisamente con la medesima aporia. Lo ha fatto rifiutando per s\u00e9 il ruolo di semplice esecutore, ma non per questo ha rinunciato alla possibilit\u00e0 di mettere in pratica il proprio lavoro. Lo ha fatto esprimendo nei fatti la massima phil\u00eda nei confronti dell\u2019architettura, anzich\u00e9 pi\u00f9 semplicemente tradirla, tradendo con questo le responsabilit\u00e0 alle quali \u2013 da architetto \u2013 era chiamato. Lo ha fatto imprimendo alle proprie opere una superiorit\u00e0 qualitativa (magis), in luogo di limitarsi ad amministrare (minus) il progetto come una \u201cpratica\u201d burocratica.<\/p>\n<p>Ma Kahn ha fatto ancora qualcosa di pi\u00f9: ha compreso qualcosa che alla gran parte degli altri \u00e8 sfuggita. E lo ha scritto anche con grande chiarezza: \u00abSe guardiamo il lavoro di Le Corbusier, di Aalto o di Mies, penso che sia giusto chiedersi: cosa c\u2019\u00e8 di Mies, di Le Corbusier, di Aalto che appartiene all\u2019architettura? Ci\u00f2 che vi \u00e8 di ineluttabile o di eterno, quello naturalmente appartiene all\u2019architettura\u00bb. Quel che se ne evince \u00e8 che i grandi architetti \u2013 i veri maestri dell\u2019architettura \u2013 non sono coloro che in essa proiettano maggiormente se stessi, i propri soggettivi interessi: sono invece coloro che danno spazio a ci\u00f2 che appartiene all\u2019architettura, a quel potere che in essa vi \u00e8.<\/p>\n<p>Potr\u00e0 sembrare una \u201cconclusione\u201d idealistica. Eppure, per un maestro come Louis Kahn, essa pu\u00f2 avere ricadute sorprendentemente concrete. Si legga: \u00abCredo che se creassimo spazi che esprimono compiutamente le attivit\u00e0 che vi si svolgono, le istituzioni avvertirebbero la necessit\u00e0 di cambiare i loro programmi. Credo che farebbero molte pi\u00f9 concessioni agli architetti se le loro opere rispecchiassero di pi\u00f9 il potere dell\u2019architettura\u00bb.<\/p>\n<p>Osservando le opere di Kahn, questo principio sembra aver funzionato. Anche osservando la Milano del dopoguerra, questo principio sembra aver funzionato. Altri tempi? Altri mercati? Pu\u00f2 essere. E allora, non resta che accettare il perpetuarsi ad aeternum della situazione attuale, con tutte le problematiche che ne conseguono. Oppure no. \u00c8 troppo pensare che possa funzionare anche per noi?<\/p>\n<p><strong>Leggi anche:<\/strong><br \/>Maria Luisa Ghianda | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/larchitetto-come-intellettuale\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Tecnico, oppure archistar? \/ L\u2019architetto come intellettuale<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Professione difficile, quella dell\u2019architetto. 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