{"id":277997,"date":"2025-12-26T08:36:26","date_gmt":"2025-12-26T08:36:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/277997\/"},"modified":"2025-12-26T08:36:26","modified_gmt":"2025-12-26T08:36:26","slug":"kawasaki-mach-iv-750-la-terrificante-2-tempi-che-bruciava-i-semafori-ma-non-stava-in-strada","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/277997\/","title":{"rendered":"Kawasaki Mach IV 750: la terrificante 2 tempi che bruciava i semafori (ma non stava in strada)"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;inizio della leggenda<\/p>\n<p>Presentata al mondo nel <strong>1971<\/strong>, la <strong>Kawasaki Mach IV 750 (<\/strong>o pi\u00f9 semplicemente<strong> H2) <\/strong>fece il suo debutto come naturale <strong>evoluzione della celebre Mach III 500<\/strong>, la sportivissima due tempi che gi\u00e0 aveva conquistato gli Stati Uniti sul finire degli anni Sessanta. L\u2019H2 nacque con lo <strong>stesso spirito<\/strong>: una moto pensata per il mercato degli States, dove le strade sono lunghe e libere e i (pochi) semafori \u201ctrampolini\u201d per partenze brucianti. Va detto: rispetto alla 500, <strong>la Mach IV era pi\u00f9 trattabile. <\/strong>Il motore iniziava a spingere <strong>gi\u00e0 dai 3.000<\/strong> giri, rendendo la guida meno brusca e pi\u00f9 gestibile, ma la potenza era tanta e il <strong>carattere impetuoso dei tre cilindri a due tempi difficile da tenere a bada. Specialmente con quella ciclistica. <\/strong>I primi esemplari arrivarono <strong>in Italia alla fine del \u201971<\/strong>, importati da Marino Abbo di Genova. Fu grazie a lui che, con una certa paura, in molti oggi ricordano il brivido che si provava girando la manopola del gas\u2026<\/p>\n<p>Dati tecnici: motore e ciclistica<\/p>\n<p>Image<\/p>\n<p>                  <img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"550\" height=\"368\" data-originale=\"\/\/immagini.insella.it\/sites\/default\/files\/styles\/2480w\/public\/2025\/12\/kawasaki-mach-iv-7503.jpg.webp\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/kawasaki-mach-iv-7503.jpg\" alt=\"\"\/><\/p>\n<p><strong>Motore<\/strong>: tre cilindri frontemarcia <strong>2T da 74 CV a 6.800 giri<\/strong>; cilindrata di <strong>748 cm3<\/strong> (alesaggio 71 mm e corsa di 63 mm); \u00a03 carburatori Mikuni VM\u00a0da 30 mm. Trasmissione primaria a ingranaggi a denti dritti, secondaria a catena.\u00a0 Frizione multidisco in bagno d\u2019olio. Cambio a 5 rapporti. Il tutto per una<strong> velocit\u00e0 massima dichiarata di 220 km\/h<\/strong>. Un\u2019impresa raggiungerli, visto che gi\u00e0 dai 150 l\u2019H2 si dimostrava assai difficile da tenere in strada\u2026<br \/><strong>Ciclistica<\/strong>: telaio a doppia culla in acciaio, <strong>forcella telescopica con steli da 36 mm<\/strong> all\u2019anteriore e forcellone oscillante con ammortizzatori regolabili su 3 posizioni al posteriore: freni: <strong>1 disco da 296 mm davanti <\/strong>e tamburo dietro. Peso: <strong>192 kg <\/strong>(pi\u00f9 i 17 litri di serbatoio).\u00a0<\/p>\n<p>Per chi cercava emozioni forti<\/p>\n<p>La Kawasaki 750 offriva <strong>emozioni intense<\/strong>. Certo <strong>non era concepita per un uso quotidiano<\/strong>. In citt\u00e0 <strong>soffriva il traffico<\/strong> e durante le gite fuoriporta era consigliabile portare una scorta di candele per affrontare i problemi d\u2019accensione, praticamente inevitabili. Era <strong>scomoda e scorbutica<\/strong>. Una moto che che <strong>non stava in strada manco a schiaffi. <\/strong>Come in (quasi) tutte le nipponiche, la nota stonata era nella <strong>ciclistica<\/strong>: un difetto amplificato, nel caso della H2, dall\u2019<strong>esuberanza del motore<\/strong>. Il forcellone posteriore<strong> non era abbastanza rigido<\/strong>, gli <strong>ammortizzatori scarsi <\/strong>e l\u2019avantreno richiedeva interventi mirati sulla geometria dello sterzo. Anche <strong>l\u2019impianto frenante<\/strong> &#8211; pur dotato di disco anteriore da 296 mm &#8211;\u00a0 era meno efficace rispetto a quello della 500, costringendo i pi\u00f9 ad <strong>aggiungerne un secondo<\/strong>. Molti, infatti, tentarono di correggere (o almeno limitare) le sopracitate carenze ciclistiche con interventi mirati, pi\u00f9 o meno utili.\u00a0<\/p>\n<p>I difetti dell\u2019H2 e i trucchi per correggerli<\/p>\n<p>Image<\/p>\n<p>                  <img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"1200\" height=\"787\" data-originale=\"\/\/immagini.insella.it\/sites\/default\/files\/styles\/2480w\/public\/2025\/12\/kawasaki-mach-iv-7505.jpg.webp\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/kawasaki-mach-iv-7505.jpg\" alt=\"\"\/><\/p>\n<p>La Kawasaki Mach IV 750 nacque con un motore <strong>due tempi a tre cilindri ed <\/strong>architettura a <strong>manovellismo 120\u00b0<\/strong> pensato per ridurre le vibrazioni longitudinali, anche se quelle trasversali restavano percepibili. La cilindrata da <strong>748 cm<\/strong><strong>3<\/strong> e la spinta vigorosa a partire dai 3.000 giri rendevano la moto <strong>spettacolare nelle accelerazioni,<\/strong> con un carattere nervoso che richiedeva <strong>attenzione da parte del pilota. <\/strong>Montarci in sella &#8211; racconta chi l\u2019ha fatto &#8211;<strong> metteva un certo timore.<\/strong><strong>\u00a0 <\/strong>La frizione era robusta, ma il <strong>cambio delicato<\/strong> &#8211; almeno nelle prime serie &#8211; e\u00a0 poteva <strong>presentare problemi al rasamento.<\/strong> Inoltre, i <strong>carburatori Mikuni<\/strong> che l\u2019alimentavano <strong>soffrivano le vibrazioni<\/strong>, che influivano sul livello del carburante nei galleggianti.\u00a0<br \/>Come detto, la <strong>ciclistica<\/strong> rappresentava <strong>la parte pi\u00f9 critica della Mach IV<\/strong>. Il <strong>forcellone posteriore<\/strong>, sorretto da boccole in nylon e ammortizzatori di base, tendeva a <strong>flessioni in rettilineo, <\/strong>mentre <strong>l<\/strong>\u2019<strong>avantreno<\/strong>, con forcella telescopica, che pur si rivel\u00f2 insufficiente,\u00a0 dove essere ottimizzato rialzando gli steli di 15-18 mm o accorciando i puntoni inferiori delle molle al fine di <strong>migliorare l\u2019inserimento in curva<\/strong> e la precisione nella guida.<\/p>\n<p>Le serie della Mach IV<\/p>\n<p>La produzione della 750 si articol\u00f2 in <strong>quattro serie principali<\/strong>, ciascuna con caratteristiche e dettagli distintivi.<\/p>\n<ul>\n<li><strong>H2 (1971\u20111972)<\/strong>: la prima serie, <strong>la pi\u00f9 ambita dai collezionisti<\/strong>. Disponibile <strong>solo in due versioni cromatiche<\/strong>, blu con doppia fascia ad \u201cS\u201d azzurra e nera, oppure oro con doppia fascia rossa e marrone. Il parafango anteriore era in tinta con il serbatoio e i fianchetti, piccoli dettagli che oggi fanno la differenza in termini di quotazioni.<\/li>\n<li><strong>H2A (1973\u20111974)<\/strong>: introduzione di parafango cromato e nuova grafica sul serbatoio, adesivi in rilievo sul fianchetto e <strong>piccoli aggiornamenti al motore<\/strong>, tra cui una leggera modifica alla pompa di mandata dell\u2019olio. Una versione porpora, destinata al mercato americano, completava la gamma.<\/li>\n<li><strong>H2B (1974\u20111975)<\/strong>: serie caratterizzata da<strong> significative modifiche alla ciclistica per migliorare la tenuta di strada<\/strong>. Interasse pi\u00f9 lungo, forcella meno inclinata, ammortizzatore di sterzo e eliminazione del frenasterzo. Il motore era montato su <strong>silent block<\/strong> e la lubrificazione migliorata. <strong>Anche l\u2019estetica venne aggiornata<\/strong>: nuovi codino e fanale, maniglione passeggero allungato, spazio sotto la sella per le candele di riserva e la scritta Mach IV sui fianchetti.<\/li>\n<li><strong>H2C (1975)<\/strong>: <strong>ultima serie<\/strong>, con <strong>doppia colorazione sul serbatoio<\/strong> e lievi modifiche al motore, tra cui un rapporto di compressione leggermente ridotto. L\u2019ammortizzatore di sterzo, presente sulla destra nella H2B, fu spostato a sinistra. Gli esemplari KH 750A, ultimi prodotti, <strong>non furono mai importati in Italia<\/strong>.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Image<\/p>\n<p>                  <img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"1000\" height=\"664\" data-originale=\"\/\/immagini.insella.it\/sites\/default\/files\/styles\/2480w\/public\/2025\/12\/kawasaki-mach-iv-7507.jpg.webp\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/kawasaki-mach-iv-7507.jpg\" alt=\"\"\/><\/p>\n<p>Ogni serie tentava di correggere i limiti della precedente, ma <strong>solo un intervento radicale sulla ciclistica<\/strong> avrebbe reso la Mach IV <strong>davvero stabile. <\/strong>Un progetto che <strong>Kawasaki non pot\u00e9 affrontare<\/strong>, impegnata nello sviluppo della Z1 e del futuristico Project 0280, quattro cilindri raffreddata ad acqua destinata a rinverdire i fasti dei tre cilindri.<\/p>\n<p>Dal successo al declino<\/p>\n<p>Il s<strong>uccesso della Z1<\/strong> (<a href=\"https:\/\/www.insella.it\/da-sapere\/storie-di-moto\/kawasaki-z1-900-vendetta-di-akashi-65887\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">altra leggenda di Akashi<\/a> che nel frattempo era arrivata nei listini Kawasaki), la <strong>crisi petrolifera del 1973<\/strong> e le <strong>nuove norme antinquinamento americane<\/strong> iniziarono a erodere la popolarit\u00e0 della Mach IV. Nonostante la sua potenza e il carattere unico, <strong>le vendite calarono<\/strong> e l<strong>a produzione cess\u00f2 definitivamente nel 1975. <\/strong>Solo in <strong>Italia<\/strong>, tra il <strong>1971<\/strong> e il <strong>1974<\/strong>, ne furono <strong>vendute pi\u00f9 di 3.000 esemplari<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"L&#8217;inizio della leggenda Presentata al mondo nel 1971, la Kawasaki Mach IV 750 (o pi\u00f9 semplicemente H2) fece&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":277998,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[173],"tags":[1537,90,89,195,198,199,197,200,201,194,196],"class_list":{"0":"post-277997","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-scienza-e-tecnologia","8":"tag-it","9":"tag-italia","10":"tag-italy","11":"tag-science","12":"tag-science-and-technology","13":"tag-scienceandtechnology","14":"tag-scienza","15":"tag-scienza-e-tecnologia","16":"tag-scienzaetecnologia","17":"tag-technology","18":"tag-tecnologia"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115784960823531970","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/277997","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=277997"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/277997\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/277998"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=277997"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=277997"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=277997"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}