{"id":281404,"date":"2025-12-29T10:03:14","date_gmt":"2025-12-29T10:03:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/281404\/"},"modified":"2025-12-29T10:03:14","modified_gmt":"2025-12-29T10:03:14","slug":"intervista-allartista-camille-eskell-artribune","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/281404\/","title":{"rendered":"Intervista all\u2019artista Camille Eskell | Artribune"},"content":{"rendered":"<p>Quando entri nel mondo di <strong>Camille Eskell <\/strong>(USA, 1954) non entri solo in una mostra. Entri in una storia di generazioni raccontata dal punto di vista di chi per molto tempo ha parlato sottovoce. Prima generazione americana, cresciuta in una famiglia ebraica irachena approdata a New York passando dall\u2019India, Eskell intreccia memoria, desiderio di appartenenza e uno sguardo femminista in un lavoro che attraversa scultura, collage digitale, pittura e installazione.\u00a0<br \/>Oggi espone regolarmente negli Stati Uniti e all\u2019estero, dal ciclo sulla \u201cplight of the fez-maker\u2019s daughter\u201d fino alla recente personale One Thousand and One Threads alla galleria Kapow di New York. Il suo lavoro parla di patriarcato, migrazione, vulnerabilit\u00e0 e resistenza, con un linguaggio visivo meticoloso e sensuale che unisce la cura del dettaglio alla lucidit\u00e0 di chi non smette di interrogare il potere.\u00a0<\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"1000\" height=\"1000\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/camille-eskell-queens-of-babylon-re-find-your-power.jpg\" alt=\"Camille Eskell, Queens of Babylon - Re-find Your Power\" class=\"wp-image-1203349\"  \/>Camille Eskell, Queens of Babylon \u2013 Re-find Your PowerIntervista a Camille Eskell<\/p>\n<p><strong>Nel tuo racconto l\u2019origine del lavoro \u00e8 molto chiara: dici che tutto parte dalla paura. Che cosa intendi quando parli di \u201cpaura\u201d come motore del tuo lavoro?<\/strong>\u00a0<br \/>\u00c8 iniziato negli Anni Ottanta chiedendomi semplicemente che cosa stessi provando, e perch\u00e9. La risposta era spesso paura: di non valere abbastanza, di non avere voce, di essere messa da parte. Da l\u00ec ho cominciato a lavorare su stati psicologici, su sensazioni di essere cancellata, soppressa, trattenuta. Quel sentimento aveva naturalmente una dimensione femminista, ma non volevo fare slogan: volevo capire come certe emozioni si radicano nel corpo, nel linguaggio, nelle relazioni.\u00a0<\/p>\n<p>    L&#8217;articolo continua pi\u00f9 sotto<\/p>\n<p><strong>A un certo punto dici che psicologia, storia personale e storia culturale diventano \u201cun\u2019unica radice\u201d. Come si \u00e8 prodotta questa convergenza nel tempo?<\/strong>\u00a0<br \/>Crescendo mi sono resa conto che non potevo separare quello che provavo da dove venivo: dalla mia famiglia, dalla nostra cultura, dal modo in cui le donne venivano considerate. Intorno a noi restava comunque l\u2019idea che alla fine ci saremmo sposate, che la nostra \u201cforma\u201d sarebbe stata quella.\u00a0<br \/>Negli Anni Settanta, quando ero al college, il femminismo era ovunque, ma nella vita quotidiana certi ruoli continuavano. Cos\u00ec ho iniziato a mescolare consapevolmente storia familiare, cultura d\u2019origine, tradizione religiosa e condizione femminile. Non erano pi\u00f9 ambiti separati, erano strati di uno stesso tessuto.\u00a0<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"746\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/camille-eskell-fezra-made-a-woman-the-fez-as-storyteller-746x1024.jpg\" alt=\"Camille Eskell, FEzra. Made a Woman - The Fez as Storyteller\" class=\"wp-image-1203348\"  \/>Camille Eskell, FEzra. Made a Woman \u2013 The Fez as Storyteller<\/p>\n<p><strong>Arriviamo a <\/strong><strong>The Fez as Storyteller<\/strong><strong>. <\/strong><strong>Perch\u00e9 proprio il fez diventa il protagonista di questo racconto?<\/strong>\u00a0<br \/>Il fez \u00e8 un oggetto fortemente connotato, legato a una tradizione maschile e a una certa idea di autorit\u00e0 e rispetto. Per me \u00e8 quasi una presenza di famiglia, qualcosa che \u201csta\u201d sulla testa degli uomini e che, in qualche modo, segna anche la vita delle donne intorno a loro.\u00a0<br \/>Ho iniziato a usarlo come se fosse un corpo, o meglio una testa che porta memorie, ordini, aspettative. Rivesto il fez con seta, pizzi, stoffe, immagini digitali; lo taglio, lo moltiplico, lo appendo. Ogni pezzo diventa una piccola scultura che racconta una storia di matrimonio, obbedienza, ribellione, desiderio.\u00a0<\/p>\n<p><strong>In <\/strong><strong>Dis-Miss: Let Me Entertain YOU<\/strong><strong> addirittura il fez diventa un reggiseno, \u00e8 un\u2019opera che colpisce molto. Come \u00e8 nata?<\/strong>\u00a0<br \/>Quell\u2019opera nasce da un misto di ironia e rabbia. Ho preso due fez e li ho trasformati in un reggiseno, con frange e inserti che ricordano i costumi da danza del ventre. Parla della servit\u00f9 femminile, del ruolo decorativo che ci viene assegnato. \u201cNon stare l\u00ec come una decorazione\u201d era una delle frasi che ho sentito spesso. Qui la decorazione diventa parodia: il fez, simbolo di potere maschile, si trasforma in \u201cboobs\u201d, come li chiamo scherzando. Non \u00e8 solo una battuta, \u00e8 un modo per mostrare come il corpo femminile venga usato e controllato.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Nelle tue recenti opere, come <\/strong><strong>Queens of Babylon<\/strong><strong>, senti ancora quella paura iniziale o ti sembra di essere arrivata a un\u2019altra fase?<\/strong>\u00a0<br \/>Penso che in Queens of Babylon ci sia ancora memoria della paura, ma trasformata in affermazione. Le figure femminili portano corone, mantelli, ornamenti e ti guardano con una calma nuova. Alcuni titoli lo dicono chiaramente: Re-find Your Power, Take Back What\u2019s Yours, Recall Your Strength, Come Into Your Own. \u00c8 un invito a rientrare nel proprio corpo e nella propria storia con autorit\u00e0, senza cancellare la vulnerabilit\u00e0.\u00a0<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"844\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/camille-eskell-aurora-the-ezekiel-project-844x1024.jpg\" alt=\"Camille Eskell, Aurora - The Ezekiel Project\" class=\"wp-image-1203347\"  \/>Camille Eskell, Aurora \u2013 The Ezekiel Project<\/p>\n<p><strong>Il Progetto Ezechiele (<\/strong><strong>Ezekiel Project<\/strong><strong>) attraversa un periodo difficile della tua vita. Di cosa parla questa serie?<\/strong>\u00a0<br \/>Ezekiel era il cognome originario della mia famiglia; uno zio lo cambi\u00f2 quando arrivammo negli Stati Uniti. \u00c8 anche il nome di un profeta che parla di esilio e di ritorno. In quel progetto ho lavorato su questa sensazione di essere senza radici, di dover trovare una nuova base dopo una serie di traumi personali, dal divorzio a problemi di salute in famiglia.\u00a0<br \/>Sono opere in cui frammenti di corpo, tessuti, fotografie e segni grafici cercano di ricomporsi. Non c\u2019\u00e8 una guarigione lineare, c\u2019\u00e8 piuttosto un lavoro continuo di ricostruzione, uno sforzo ostinato di rientrare in se stessi.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Per pi\u00f9 di vent\u2019anni hai insegnato arte alla Staples High School, oltre all\u2019insegnamento universitario. Che ruolo ha avuto la didattica nella tua pratica?<\/strong>\u00a0<br \/>\u00c8 stata fondamentale. Ho diretto per vent\u2019anni un programma speciale, un luogo dove potevo davvero lavorare con studenti e studentesse motivate. Vedere alcuni di quei ragazzi crescere, cominciare a esporre, arrivare persino in grandi gallerie di New York per me \u00e8 stata una delle gioie pi\u00f9 grandi. A loro ripeto sempre: cercate un rapporto vero con i vostri insegnanti, fate esperienza in galleria, in studio, con i curatori, persino con chi allestisce le mostre; \u00e8 l\u00ec che si impara davvero come muoversi nel mondo dell\u2019arte.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Indossare la tradizione, non subirla<\/strong>\u00a0<br \/>Guardare le sue opere, i corpi frammentati, i volti, le regine e i tessuti che li attraversano non significa solo avvicinarsi a una storia \u201cesotica\u201d; significa riconoscere come le strutture che zittiscono le donne si ripetano, con variazioni, in molte culture. In quei bordi di stoffa, nelle stratificazioni di immagini e ornamenti, possiamo iniziare a immaginare un altro modo di indossare la tradizione, non come coperta che soffoca ma come mantello che finalmente ti veste per come sei.\u00a0<br \/>\u00a0<br \/>Antonino La Vela\u00a0<\/p>\n<p class=\"intext-cta\">Artribune \u00e8 anche su Whatsapp.  \u00c8 sufficiente <a href=\"https:\/\/whatsapp.com\/channel\/0029Va9iaYUEFeXeqRR2yT1y\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">cliccare qui<\/a> per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Quando entri nel mondo di Camille Eskell (USA, 1954) non entri solo in una mostra. 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