{"id":285904,"date":"2026-01-01T06:37:15","date_gmt":"2026-01-01T06:37:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/285904\/"},"modified":"2026-01-01T06:37:15","modified_gmt":"2026-01-01T06:37:15","slug":"i-dazi-di-trump-arricchiscono-wall-street-e-impoveriscono-le-famiglie-americane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/285904\/","title":{"rendered":"I dazi di Trump arricchiscono Wall Street e impoveriscono le famiglie americane"},"content":{"rendered":"<p>I dazi di Donald Trump non hanno riportato l\u2019America indietro nell\u2019et\u00e0 dell\u2019oro, ma l\u2019hanno spinta in un vicolo cieco. Il 2025 avrebbe dovuto essere l\u2019anno della fine della globalizzazione cos\u00ec come l\u2019abbiamo conosciuta. \u00c8 stato invece l\u2019anno in cui gli Stati Uniti hanno scoperto che il protezionismo pu\u00f2 procedere in parallelo a mercati finanziari euforici, senza tradursi automaticamente in benessere diffuso per l\u2019economia reale. Anzi, forse il contrario. L\u2019indice S&amp;P 500 si avvia a chiudere il 2025 con un rialzo vicino al 18 per cento, il doppio rispetto alle attese di inizio anno, mentre le famiglie americane hanno un altro bilancio con cui fare i conti: la perdita stimata di reddito disponibile arriva fino a 2.400 dollari l\u2019anno..<\/p>\n<p>Il cuore della strategia trumpiana \u00e8 semplice e primitivo: usare i dazi come leva di potere costringendo partner e rivali a piegarsi, riportare produzione e lavoro entro i confini nazionali. E poi distribuire quei dividendi, non si sa quali e come, agli americani. Questi i sogni del presidente degli Stati Uniti; poi ci sono le leggi dell\u2019economia e la dura realt\u00e0. <\/p>\n<p>Come spiega il Financial Times <a href=\"https:\/\/www.ft.com\/content\/26f2ff97-621a-48cd-9a0d-dd0a19ae7452\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">con una serie di grafici<\/a>, in pochi mesi l\u2019aliquota dei dazi \u00e8 salita da livelli storicamente bassi, intorno al 2 per cento, a una forchetta compresa tra il 14 e il 18 per cento, un livello che non si vedeva dalla met\u00e0 degli anni Trenta e che supera persino molte stime formulate dopo <a href=\"https:\/\/www.linkiesta.it\/2025\/04\/dazi-donald-trump-stati-uniti-economia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">l\u2019annuncio da piazzista<\/a> durante il \u201cLiberation Day\u201d. Le entrate dai dazi sono effettivamente aumentate molto, arrivando a superare i 30 miliardi di dollari al mese. \u00c8 una cifra elevata se confrontata con il passato, ma resta piccola rispetto alle dimensioni dell\u2019economia e dei conti pubblici americani. Su base annua significa poco pi\u00f9 di 350 miliardi di dollari, a fronte di una spesa federale che supera i 6.000 miliardi e di un deficit che continua a crescere.\u00a0<\/p>\n<p>Anche mantenendo gli attuali livelli, i dazi non sarebbero sufficienti a ridurre in modo significativo il disavanzo, figuriamoci a mantenere la irrealizzabile promessa fatta da Trump di un tariff check, un assegno da 2.000 dollari a ogni americano finanziato, secondo il presidente degli Stati Uniti, con i proventi dei dazi. L\u2019idea \u00e8 sempre stramba, ma interessante perch\u00e9 \u00e8 un\u2019ammissione implicita: se serve restituire denaro alle famiglie, significa che i dazi lo hanno prima sottratto. Senza contare che l\u2019intero impianto giuridico dei dazi \u00e8 oggi sotto esame della Corte Suprema, chiamata a stabilire se Trump abbia ecceduto i poteri delegati dal Congresso, utilizzando norme pensate per emergenze limitate o settoriali per imporre dazi generalizzati e permanenti, di fatto riscrivendo la politica commerciale senza un voto parlamentare. Nel caso di una sentenza negativa, i trumpiani hanno gi\u00e0 pronta la narrazione perfetta: gli assegni non arriveranno per colpa della Corte Suprema.\u00a0<\/p>\n<p>Il copione \u00e8 sempre lo stesso, ma forse gli americani si stanno accorgendo delle panzane del presidente degli Stati Uniti che aveva assicurato che sarebbero stati solo gli esportatori stranieri ad assorbire il costo di queste misure. Ma a farlo, almeno finora, sono state soprattutto le imprese americane, che hanno compensato l\u2019aumento dei costi riducendo i margini e sfruttando scorte accumulate prima dell\u2019entrata in vigore dei dazi, grazie a un massiccio anticipo delle importazioni tra fine 2024 e primavera 2025.\u00a0<\/p>\n<p>La decisione di assorbire l\u2019aumento dei costi legati ai dazi, evitando di trasferirli subito sui prezzi finali ha attenuato l\u2019impatto immediato su inflazione e occupazione e ha dato l\u2019impressione che gli effetti negativi previsti da alcuni economisti fossero stati esagerati. Il problema \u00e8 stato solo rinviato di qualche settimana. Secondo una ricerca del National Bureau of Economic Research, a partire dalla primavera i prezzi dei beni colpiti dai dazi hanno iniziato a crescere in modo visibile, con un aumento medio superiore al 5 per cento. Questo rincaro ha contribuito per circa 0,7 punti percentuali all\u2019inflazione complessiva. Con il passare del tempo, man mano che le imprese smettono di assorbire i costi e iniziano a scaricarli sui consumatori, la pressione sui redditi reali delle famiglie \u00e8 destinata ad aumentare.<\/p>\n<p>Mentre l\u2019economia americana si impoverisce in modo lieve ma diffuso, i mercati finanziari hanno reagito con una sorprendente indifferenza. Superato lo shock iniziale di aprile, quando l\u2019annuncio dei dazi bruci\u00f2 in una sola seduta circa 2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione globale, Wall Street ha chiuso uno degli anni migliori della sua storia recente.<\/p>\n<p>La Borsa ha imparato come agisce Trump e scommette su un copione ormai familiare: dichiarazioni estreme seguite da rinvii, esenzioni e accordi parziali. La frequenza di questi ripensamenti ha spinto gli investitori a considerare i dazi pi\u00f9 come uno strumento negoziale che come un cambiamento strutturale dell\u2019economia. Il risultato \u00e8 una riduzione della percezione del rischio sistemico, ma a costo di qualcosa di pi\u00f9 profondo: l\u2019erosione della fiducia nella coerenza e nella prevedibilit\u00e0 della politica economica americana.<\/p>\n<p>\u00c8 qui che entra in gioco il dollaro. Secondo le attese di inizio anno, i dazi avrebbero dovuto rafforzarlo, rendendo pi\u00f9 restrittiva la politica monetaria e attirando capitali. \u00c8 successo l\u2019opposto. Nei primi sei mesi del 2025 il dollaro ha registrato uno dei peggiori inizi d\u2019anno della sua storia recente, perdendo oltre il 10 per cento rispetto a un paniere di valute dei principali partner commerciali. Un andamento tanto pi\u00f9 significativo perch\u00e9 si \u00e8 verificato in parallelo a un forte rialzo dei mercati azionari.<\/p>\n<p>Gli investitori stranieri non hanno voltato le spalle agli asset americani, ma hanno iniziato a comportarsi in modo diverso: hanno coperto con maggiore attenzione il rischio di cambio e ridotto l\u2019esposizione netta al dollaro. \u00c8 una discontinuit\u00e0 rispetto al passato recente e un segnale sottile ma importante: non una fuga dai mercati statunitensi, bens\u00ec una cauta presa di distanza.<\/p>\n<p>Trump non ha spezzato le reni del commercio globale, che come sempre accade, si adatta. Certo, le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono calate bruscamente, con un crollo prossimo al 20 per cento su base annua, ma il surplus commerciale complessivo di Pechino ha continuato a crescere, superando per la prima volta i mille miliardi di dollari, grazie alla diversificazione verso Europa, Sud-est asiatico e Golfo. Anche se, <a href=\"https:\/\/www.linkiesta.it\/2025\/12\/surplus-cina-trilione-economia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">come abbiamo raccontato su Linkiesta<\/a>, non \u00e8 del tutto una buona notizia per la Cina.\u00a0<\/p>\n<p>Anche altri paesi hanno adottato strategie analoghe, rafforzando accordi regionali e aumentando gli scambi reciproci, senza ricorrere a ritorsioni coordinate contro Washington. Questa mancanza di una risposta simmetrica non va letta come un segno di debolezza, ma come il riflesso di un mondo in cui il peso dell\u2019economia americana \u00e8 diminuito rispetto al passato e in cui risulta spesso pi\u00f9 conveniente aggirare l\u2019ostacolo che affrontarlo direttamente.<\/p>\n<p>Ricapitolando: i dazi non hanno riportato la manifattura negli Stati Uniti, nonostante le promesse di reshoring e i sussidi mirati, non hanno ridotto il deficit commerciale, che continua ad ampliarsi, non hanno reso gli americani pi\u00f9 ricchi. Hanno invece funzionato come una tassa occulta sui consumi, colpendo in modo sproporzionato le famiglie a reddito medio e basso, e hanno contribuito a incrinare il ruolo del dollaro come perno indiscusso del sistema finanziario globale. Insomma, tanto rumore per nulla: una commedia di Shakespeare, una tragedia trumpiana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"I dazi di Donald Trump non hanno riportato l\u2019America indietro nell\u2019et\u00e0 dell\u2019oro, ma l\u2019hanno spinta in un vicolo&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":285905,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[160],"tags":[14,164,165,166,7,15,11,167,12,168,161,162,163],"class_list":{"0":"post-285904","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-mondo","8":"tag-cronaca","9":"tag-dal-mondo","10":"tag-dalmondo","11":"tag-mondo","12":"tag-news","13":"tag-notizie","14":"tag-ultime-notizie","15":"tag-ultime-notizie-di-mondo","16":"tag-ultimenotizie","17":"tag-ultimenotiziedimondo","18":"tag-world","19":"tag-world-news","20":"tag-worldnews"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115818466361436643","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/285904","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=285904"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/285904\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/285905"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=285904"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=285904"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=285904"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}