{"id":288943,"date":"2026-01-03T08:33:11","date_gmt":"2026-01-03T08:33:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/288943\/"},"modified":"2026-01-03T08:33:11","modified_gmt":"2026-01-03T08:33:11","slug":"edith-bruck-a-roma-trovai-la-mia-kapo-mi-offri-un-te-ma-non-andai-temevo-mi-avvelenasse-voleva-vendermi-casa-sua-a-meta-prezzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/288943\/","title":{"rendered":"Edith Bruck: \u00abA Roma trovai la mia kap\u00f2: mi offr\u00ec un t\u00e8, ma non andai, temevo mi avvelenasse. Voleva vendermi casa sua a met\u00e0 prezzo\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>    di<br \/>\n    Aldo Cazzullo<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12\">La scrittrice sopravvissuta ai campi di concentramento: \u00abAnche Calvino mi diceva &#8220;Voi ebrei&#8221;. Ma non siamo tutti uguali. Io non sono Netanyahu\u00bb<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ripubblichiamo l\u2019intervista di Aldo Cazzullo a Edith Bruck, pubblicata il 19 gennaio 2025, una delle pi\u00f9 apprezzate dalle nostre lettrici e dai nostri lettori nel 2025.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>\u00abLe prime parole che ci gridarono i soldati con i cani lupo ringhianti furono Rechts! e Links!, destra e sinistra. <\/b>Mia sorella Adele, di quattro anni pi\u00f9 grande, fu mandata a destra. Mia madre Berta e io fummo mandate a sinistra. Si avvicin\u00f2 un soldato. Mi disse: vai a destra. Io mi avvinghiai a mia madre, non volevo lasciarla, per\u00f2 quello mi prese per l\u2019orecchio, quasi me lo stacc\u00f2, e mi trascin\u00f2 via: \u201cRechts!\u201d. Io piangevo disperata, ma quel tedesco mi stava salvando la vita. <b>Quelli a destra andavano ai lavori forzati; quelli a sinistra direttamente nelle camere a gas.<\/b> Quel soldato fu la prima delle cinque luci che si accesero nel momento pi\u00f9 buio della vita\u00bb.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/esteri\/24_novembre_18\/edith-bruck-francesco-si-sta-sbagliando-a-gaza-e-una-tragedia-ma-e-solo-hamas-che-vuole-distruggere-un-popolo-e058026a-1751-4c31-a296-6514945dexlk.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Edith Bruck<\/a> vive a Roma in via del Babuino, in una casa tutta corridoi, con il ritratto della suocera, la madre di Nelo e Dino Risi, e qualche oggetto curioso, come un topolino di pezza, di cui ci racconter\u00e0 la storia. Undici anni fa, qui vicino, in via della Croce, dentro una gastronomia, si sent\u00ec chiamare alle spalle: <b>\u00abTu sei Edith di Auschwitz!\u00bb. Si gir\u00f2, vide una donna dal cappotto verde, la riconobbe.<\/b> \u00abLa donna dal cappotto verde\u00bb si intitola il suo romanzo, che ora La Nave di Teseo, la casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi, riporta in libreria per il <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/cronache\/23_gennaio_27\/giornata-memoria-27-gennaio-shoah-32a34b0a-9d75-11ed-9f51-64dfca2771aa.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Giorno della Memoria<\/a>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Signora Bruck, chi era quella donna?<\/b><br \/>\u00abLa mia kap\u00f2 ad <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/speciale\/scuola\/2020\/viaggio-della-memoria\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Auschwitz<\/a>. Lager C, blocco numero 11. I vicini di casa qui a Roma la conoscevano, ma si rifiutarono di dirmi il suo nome. Con l\u2019aiuto di mia sorella, che vive in America, l\u2019ho ritrovato: Lola Heller\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Come si comport\u00f2 con lei, quando vi ritrovaste?<\/b><br \/>\u00abCominci\u00f2 una tortura reciproca. Lei mi aspettava sotto casa. Mi invitava da lei a prendere il t\u00e8, ma io non andai, temevo mi avvelenasse. Lei temeva che la denunciassi. Avevamo paura l\u2019una dell\u2019altra. Insisteva per vendermi il suo appartamento, con una grande terrazza su via Margutta, a met\u00e0 prezzo. Poi, come era ricomparsa all\u2019improvviso, all\u2019improvviso spar\u00ec\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Che ricordo ha di Lola ad Auschwitz?<\/b><br \/>\u00abIndossava un cappotto di tweed, uno di quelli che avevo visto nel mucchio dei nostri cappotti, quando venimmo spogliati al nostro arrivo. Auschwitz non era un campo di lavoro; era un campo di sterminio. Lei era un ebrea polacca, era stata deportata due anni prima di me. Per sopravvivere, si era messa al servizio dei tedeschi. E aveva dovuto disumanizzarsi. Sempre con il bastone in mano. Ci mettevano in riga, e se il mio piede sporgeva di pochi centimetri, gi\u00f9 bastonate. Ricordo un\u2019altra kap\u00f2&#8230;\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Come si chiamava?<\/b><br \/>\u00abAlice. Io piangevo per mia mamma, e lei mi rimproverava: \u201cSmettila, finirai per irritare i tedeschi!\u201d. Ma io volevo la mia mamma. Cos\u00ec un giorno lei, stanca del mio pianto, mi tir\u00f2 per il braccio e mi disse: \u201cVieni, ti faccio vedere tua mamma\u201d. Io ero felice perch\u00e9 pensavo davvero di ritrovarla, ma Alice mi mostr\u00f2 il fumo che usciva dal camino: \u201cEcco dov\u2019\u00e8 tua madre: l\u00ec dentro. Era un po\u2019 grassa? Allora \u00e8 servita a fare sapone\u201d\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Quando ha ritrovato la signora dal cappotto verde, per la legge avrebbe potuto denunciarla.<\/b><br \/>\u00abMi sono interrogata a lungo se farlo. Poi ho deciso di no. Io non odio nessuno, non so cosa sia l\u2019odio. Quella donna aveva scelto di sopravvivere; e chi sono io per giudicare la sua scelta? Non dico che avesse venduto l\u2019anima ai nazisti; di sicuro si era messa al loro servizio. Eppure era possibile sopravvivere ad <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/speciale\/scuola\/2020\/viaggio-della-memoria\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Auschwitz <\/a>anche senza perdere la propria umanit\u00e0. Io ci sono riuscita\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>In che modo?<\/b><br \/>\u00abMi avevano proposto di portare i messaggi tra una baracca e l\u2019altra: allarme! Selezione! E fare la messaggera era una garanzia di sopravvivenza, perch\u00e9 i deportati ti pregavano di riferire loro notizie ai parenti negli altri blocchi, e in cambio ti davano un pezzetto di pane. Ma io rifiutai. Non volevo fare nulla per i tedeschi. Preferivo salvarmi l\u2019anima\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Cos\u2019era la selezione?<\/b><br \/>\u00abEra quando arrivava <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/sette\/opinioni\/24_gennaio_26\/josef-mengele-male-che-non-passa-non-deve-passare-il-giorno-memoria-2ddc3a40-b90e-11ee-8aa6-3680458504a6.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Mengele<\/a>\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>L\u2019angelo della morte.<\/b><br \/>\u00abMagro, alto, pallido, severo. Volto sfuggente. Non diceva una parola. Indicava con il dito guantato di bianco le persone da eliminare: tu, tu e tu. Era il dito di Dio\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E voi?<\/b><br \/>\u00abEravamo bianchi come cadaveri, e le donne tentavano disperatamente di darsi un po\u2019 di colore alle gote, per superare la selezione. Di solito si mescolava la polvere con un po\u2019 d\u2019acqua: era il nostro fondotinta. Poi qualcuna rub\u00f2 dalla casa di un tedesco della carta arricciata rossa, di quelle con cui si decorano i mazzi di fiori, e la vendette pezzetto dopo pezzetto. Si strofinava la carta sulle guance, e le si colorava un poco\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Nel suo libro ci sono immagini molto crude.<\/b><br \/>\u00abUn giorno mia sorella e io dovemmo portare un grande secchio pieno della merda dei prigionieri. Lei era pi\u00f9 alta di me, cos\u00ec il secchio pendeva dalla mia parte. Sentivo la merda colarmi addosso, sul fianco, sulla coscia\u2026\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Ad Auschwitz c\u2019era anche Primo Levi.<\/b><br \/>\u00abNon lo incontrai, ovviamente. Maschi e femmine erano separati. In quel campo sono passati milioni di esseri umani, hanno ucciso un milione di bambini. Ma con <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/cultura\/primo-levi\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Primo Levi<\/a> siamo rimasti in contatto fino all\u2019ultimo giorno della sua vita, sino al suo suicidio\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Rita Levi Montalcini non credeva che Primo Levi si fosse davvero suicidato. Perch\u00e9 l\u2019ha fatto, secondo lei?<\/b><br \/>\u00abPerch\u00e9 portava Auschwitz dentro di s\u00e9. Passeggiavamo qui in via del Babuino, io gli mostravo le vetrine colorate, le immagini della vita, e lui si voltava a fissare il muro. Non si lasciava abbracciare, rifiutava ogni contatto fisico, anche solo il tocco. E alla fine diceva: \u201cSi stava meglio ad Auschwitz\u201d\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Perch\u00e9?<\/b><br \/>\u00abPerch\u00e9 sentiva gente che cominciava a dire che tutto questo non era successo. \u201cTi rendi conto\u201d, mi ripeteva, \u201cstanno gi\u00e0 negando con noi vivi!\u201d. Ora che le ultime voci, come la mia, si stanno spegnendo, lo diranno sempre di pi\u00f9. E sempre pi\u00f9 persone lo crederanno\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Lei come si \u00e8 salvata?<\/b><br \/>\u00abPerch\u00e9 ero molto povera. Avevo gi\u00e0 avuto molti no nella vita. I borghesi, i pi\u00f9 favoriti nella vita civile, non reggevano il lager. Noi s\u00ec. I borghesi non sapevano come ammazzare i pidocchi, e morivano di tifo petecchiale\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Come si ammazza un pidocchio?<\/b><br \/>\u00abPrendendolo tra due unghie, e spezzandolo, cos\u00ec. I pi\u00f9 fragili erano gli uomini. Una volta, durante le mie peregrinazioni, ricordo che ero a Dachau, mi trovai all\u2019improvviso il blocco di fronte, che era vuoto, pieno di uomini. Erano riversi a terra, non riuscivano pi\u00f9 a muoversi, stavano morendo. Uno strazio indicibile. Rubai due patate in cucina e le gettai dall\u2019altra parte, oltre il reticolato. Non riuscivano neppure ad allungare il braccio per afferrarle\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Quali furono le sue peregrinazioni?<\/b><br \/>\u00abNoi ebrei ungheresi fummo deportati per ultimi, e liberati per ultimi. Man mano che i russi si avvicinavano ad Auschwitz, cominciarono a spostarci verso Ovest. La marcia della morte. Mille chilometri a piedi. Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt, Bergen-Belsen\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Dove arrivarono gli americani.<\/b><br \/>\u00abQuando i russi entrarono ad Auschwitz, aprirono le cucine, e i superstiti vi si riversarono dentro. Ma avevano lo stomaco chiuso, morivano con la faccia dentro la pentola. Gli americani furono scientifici. Graduarono l\u2019alimentazione, dieci grammi di cibo in pi\u00f9 al giorno, e ci salvarono. Ci diedero il Ddt. Tutti bianchi, sembravamo fantasmi\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E lei torn\u00f2 a casa, in Ungheria.<\/b><br \/>\u00abRicordo cinque soldati ungheresi fascisti. Si misero nelle nostre mani, per non essere uccisi. E noi li accogliemmo, furono i nostri compagni di viaggio, a bordo di un camion pieno di carbone. Fu allora che rinunciai a qualsiasi proposito di vendetta, a qualsiasi sentimento di odio. Arrivarono con noi sino a Pilsen, in Cecoslovacchia. Poi ci benedissero. E ci lasciarono\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Lei and\u00f2 in Israele.<\/b><br \/>\u00abIsraele era la favola della mia infanzia. Nel villaggio dove sono cresciuta, Tiszakar\u00e1d, noi ebrei eravamo odiati e disprezzati. Eravamo gli assassini di Ges\u00f9. A Tiszakar\u00e1d c\u2019era un solo crocefisso, appeso a due fili di ferro, con il corpo proteso in avanti, e io temevo che potesse scendere dalla croce per punirmi. Veniva un prete dalla citt\u00e0 a farci lezione, ci pose una domanda, io sapevo la risposta, alzai la mano, e lui mi gel\u00f2: \u201cZitta tu, ebrea, la cosa non ti riguarda\u201d\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>La favola.<\/b><br \/>\u00abPer farmi dormire, mia madre mi raccontava della terra promessa, la terra del latte e del miele, dove avremmo vissuto liberi e felici, senza che nessuno ci odiasse o volesse farci del male\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Invece?<\/b><br \/>\u00abInvece gi\u00e0 prima di approdare ad Haifa i funzionari del nuovo Stato salirono a bordo della nave, e ci chiesero quali valori avessimo con noi. Cosa dovevamo avere? Nulla. Eravamo sopravvissuti ai campi di sterminio\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Era il 1948. Scoppi\u00f2 la guerra.<\/b><br \/>\u00abAll\u2019inizio ci chiusero in un campo profughi, e usavano il bastone anche l\u00ec. Una delusione cocente. Poi ci diedero le case abbandonate dagli arabi, tuguri di fango. Dovevo entrare anch\u2019io nell\u2019esercito, per evitarlo feci un matrimonio di convenienza con un signore che si chiamava Bruck, di cui ho tenuto il cognome. Il mio, quello vero, \u00e8 Steinschreiber\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E venne qui, in Italia.<\/b><br \/>\u00abArrivai a Napoli. Ricordo la luce e il calore delle persone. L\u2019accoglienza. I sorrisi. Ti facevano sentire a casa. Per mantenermi lavoravo in un corpo di ballo, una sera mi invit\u00f2 a danzare Ugo Tognazzi. Continuava a dirmi: un due tre, Vianello\u2026 Non capivo. \u201cUn due tre\u201d era la sua trasmissione\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E poi l\u2019amore: Nelo Risi, uomo di cinema e di letteratura, fratello del regista Dino.<\/b><br \/>\u00abEra un uomo talmente buono che non avrebbe mai schiacciato una formica o maltrattato un topo. La nostra prima casa era molto piccola, e in bagno trovammo appunto un topo. Nelo rimase due ore a parlare con il topo, gli costru\u00ec una torre di stracci, quello ci sal\u00ec e scapp\u00f2 dalla finestra. Cos\u00ec, in ricordo della bont\u00e0 d\u2019animo di mio marito, ho questo topolino di pezza\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Lei all\u2019inizio ha parlato di cinque luci che si sono accese nel momento pi\u00f9 buio della sua vita. La prima fu il soldato che la mand\u00f2 a destra anzich\u00e9 a sinistra. Quali furono le altre?<\/b><br \/>\u00abLe ho raccontate a Papa Francesco, quando \u00e8 venuto qui. La seconda luce fu il cuoco di Dachau. Al confronto di Auschwitz, Dachau era il paradiso terrestre, c\u2019erano bucce di patata a volont\u00e0, e un giorno il cuoco mi chiese: \u201cWie heisst du?\u201d, come ti chiami? Fu un terremoto. Non ero pi\u00f9 il numero 11.152; per un attimo era tornata un essere umano. Poi aggiunse: lo sai che ho una bambina come te? E mi regal\u00f2 un piccolo pettine\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>La terza luce?<\/b><br \/>\u00abScavavamo trincee a Landsberg, un lavoro forzato disumano, senza niente da mangiare. Un soldato mi sbatte addosso la gavetta e mi grida: \u201clavala!\u201d. Quando l\u2019ho raccontata al Papa, lui ha intuito la fine della storia, e mi ha chiesto: cosa c\u2019era nella gavetta?\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Cosa c\u2019era?<\/b><br \/>\u00abDue dita di marmellata, che mi hanno consentito di non morire di fame\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>La quarta luce?<\/b><br \/>\u00abA Kaufering un soldato mi sbatte addosso un guanto bucato. Qui di nuovo il Papa mi ha chiesto: cosa c\u2019era in quel buco?\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Cosa c\u2019era?<\/b><br \/>\u00abAll\u2019apparenza, niente. In realt\u00e0, c\u2019era la vita. Perch\u00e9 con quel guanto ho evitato di congelarmi le mani\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Manca la quinta luce.<\/b><br \/>\u00abBergen Belsen. Dobbiamo portare giubbotti per i soldati, a otto chilometri di distanza. Io ho otto giubbotti in mano, sono distrutta, non ce la faccio pi\u00f9, ne lascio cadere quattro nella neve. Le altre fanno lo stesso, si liberano di met\u00e0 del carico, la neve si copre di giubbotti. I tedeschi gridano: chi ha cominciato? Io faccio un mezzo passo avanti\u00bb.<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Edith Bruck: \u00abA Roma trovai la mia kap\u00f2, ma decisi di non denunciarla. Cos\u00ec un soldato tedesco mi salv\u00f2 la vita ad Auschwitz\u00bb\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/678c0d9a75f4b.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/678c0d9a75f4b.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E i tedeschi?<\/b><br \/>\u00abUn soldato comincia a riempirmi di botte, perdo molto sangue, mia sorella d\u2019istinto si getta contro di lui, lo fa cadere nella neve. Quello si alza, si avvicina, estrae la pistola, noi pensiamo: \u00e8 finita. I nazisti ci uccidevano per molto, ma molto meno. Quello invece grida: \u201cE tu, una lurida, schifosa, puzzolente ebrea, hai osato alzare le tue schifose mani sopra un tedesco?! Hai coraggio. Meriti di sopravvivere\u201d\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Riusciremo mai a liberarci dell\u2019antisemitismo?<\/b><br \/>\u00abNo. L\u2019antisemitismo \u00e8 sempre esistito ed esister\u00e0 sempre; perch\u00e9 l\u2019umanit\u00e0 avr\u00e0 sempre bisogno di un capro espiatorio. E nei prossimi anni sar\u00e0 peggio. Quand\u2019ero bambina, ci dicevano: voi ebrei siete avari, sporchi, brutti. Quante volte mi sono sentita dire: sei troppo bella per essere ebrea. E ancora adesso sento dire: voi ebrei. Ma non esiste il voi. Persino Italo Calvino lo diceva\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Non era certo antisemita.<\/b><br \/>\u00abNo. Ma diceva: voi ebrei. E io: \u201cItalo, non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi\u201d. Invece, se un ebreo sbaglia, tutti gli ebrei sbagliano. Ma io non sono Netanyahu\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Crede in Dio?<\/b><br \/>\u00abDio, come dice il Papa, \u00e8 una ricerca continua\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E nell\u2019aldil\u00e0?<\/b><br \/>\u00abNo. L\u2019anima non esiste\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>E il perdono?<\/b><br \/>\u00abUn ebreo pu\u00f2 perdonare solo per se stesso. Io posso perdonare per me; non posso perdonare per gli altri. Per i milioni di esseri umani che hanno affidato la parola a noi, ultimi sopravvissuti\u00bb.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2025-12-23T12:26:35+01:00\">3 gennaio 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Aldo Cazzullo La scrittrice sopravvissuta ai campi di concentramento: \u00abAnche Calvino mi diceva &#8220;Voi ebrei&#8221;. 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