{"id":29297,"date":"2025-08-05T08:09:11","date_gmt":"2025-08-05T08:09:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/29297\/"},"modified":"2025-08-05T08:09:11","modified_gmt":"2025-08-05T08:09:11","slug":"ingeborg-bachmann-a-roma-tutto-ha-un-nome","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/29297\/","title":{"rendered":"Ingeborg Bachmann a Roma: tutto ha un nome"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 questo quadro di Anselm Kiefer, Wohin wir uns wenden im Gewitter der Rosen. Steli, stecchi spinosi e fiori bianchi, gambi di cardo; la terra \u00e8 nera, il cielo \u00e8 nero, il campo si disfa sotto una tempesta che ha sparpagliato fantasmi ovunque. Sulla tela l\u2019artista scrive a pennello i versi di Ingeborg Bachmann: Dovunque ci voltiamo nella bufera delle rose,\/ la notte \u00e8 rischiarata da rovi, e il rombo\/ del fogliame, che era cos\u00ec sommesso nei cespugli,\/ ci segue ora passo dopo passo.<\/p>\n<p>Il dipinto riprende i motivi e la dialettica della poesia e dal rapporto ambivalente tra parola e immagine nascono vorticose espansioni di significato come quando, posizionati due specchi paralleli uno di fronte all\u2019altro, si cade dentro al riflesso ripetuto in profondit\u00e0 all&#8217;infinito.<\/p>\n<p>La Germania, sconfitta e distrutta, nel dopoguerra deve confrontarsi con la questione della colpa, Die Schuldfrage. Una colpa concepita su vari livelli, secondo la tesi del filosofo Karl Jaspers: giuridico (quella di chi ha commesso crimini contro la legge), politico (ovvero le azioni come uomini di Stato e cittadini), morale (l\u2019individuo di fronte alla propria coscienza), fino a un ulteriore grado, ancor pi\u00f9 radicale, di \u201ccolpa metafisica\u201d, non imputabile all\u2019altro n\u00e9 punibile nei tribunali, ovvero la colpa di chi, non facendo nulla per impedire un delitto, infrange il principio della solidariet\u00e0 tra gli uomini.<\/p>\n<p>Kiefer \u2013 Bachmann; una generazione di distanza, eppure entrambi alle prese con il carico della memoria (Die gro\u00dfe Fracht), ovvero il tentativo di ricostruire una realt\u00e0 che dopo Auschwitz non pu\u00f2 pi\u00f9 esser detta, individuata, posseduta dal linguaggio dell\u2019arte.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"j\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"a535a328-417c-4c15-a1c9-ea28318a8680\" height=\"585\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/FOTO 1.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nAnselm Kiefer, wohin wir uns wenden im Gewitter der Rosen, 2014 280 x 380 cm Galerie Thaddaeus Ropac, Paris\/Salzburg \u00a9 Anselm Kiefer Photo: Ulrich Ghezzi.<\/p>\n<p>E cos\u00ec, nel buio delle tele di Kiefer immaginiamo aggirarsi l\u2019Io lirico di Bachmann, un Io \u201cnutrito con le scorie della storia, con le scorie delle pulsioni e degli istinti. Io con un piede nella natura selvaggia e l&#8217;altro sulla strada maestra che conduce all&#8217;eterna civilt\u00e0. Io impenetrabile, miscuglio di tutti i materiali, infeltrito, insolubile\u201d (Il trentesimo anno, IB, Adelphi Milano, 1985).<\/p>\n<p>Questo Io cammina tra i morti tornati in sogno e tra i vivi che non sanno di essere morti. Voci primordiali. Paesaggi sull\u2019orlo dell\u2019incubo.<\/p>\n<p>Ingeborg Bachman: un corpo attraversato dalla scrittura. Lei donna, lei che mangia gode fuma beve guarda e viaggia \u00e8 inscindibile dalla sua opera. Le dita battono sui tasti tutta la notte, i vicini chiamano i Carabinieri, a noi rimane la bellissima foto di lei piegata sopra la macchina da scrivere, sola, stretta nello sforzo di trovare la parola.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"35090301-e2ee-4b42-8846-1d4bdcd1fa92\" height=\"615\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/foto 2_.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nIngeborg Bachmann in un ritratto degli anni Sessanta.<\/p>\n<p>Appare perfetto, allora, il titolo della mostra (visitabile fino al 31 agosto) che le dedica a Roma il Museo Casa di Goethe: <a href=\"https:\/\/casadigoethe.it\/it\/event\/esisto-solo-quando-scrivo-ingeborg-bachmann\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Ingeborg Bachmann. Esisto solo quando scrivo<\/a> ma anche, come continua la frase originale, \u201cquando non scrivo non sono niente\u201d.<\/p>\n<p>Nelle stanze che furono residenza di Goethe durante il suo viaggio in Italia, una selezione di materiali d\u2019archivio ricostruisce un ritratto della poetessa tedesca attraverso le tappe della sua formazione, i luoghi, gli incontri.<\/p>\n<p>L\u2019eccentricit\u00e0 delle opere e la biografia fuori dal comune alimentano reciprocamente il fascino di questa personalit\u00e0 complessa, polimorfa. Chi la incontra resta folgorato dalla sua intelligenza austera ma erotica. La strana timidezza, quasi una difficolt\u00e0 a vivere (come ricorda in un\u2019intervista Ginevra Bompiani, <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=9nGXqY0XFe8\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">qui<\/a>). Selvatica e a tratti riottosa come una bambina che va scalza sui vetri e allo stesso tempo profetessa tra le rovine. La disorganizzazione esistenziale, le sigarette e i barbiturici. La sua voce: eretta, precisa, ma che pare sull\u2019orlo di una crisi di pianto. Ingeborg donna libera e, per quegli anni, anomala. Smarrimenti, abbandoni. S\u2019impunta, vuole riuscire a pagare l\u2019affitto scrivendo. Pubblica, insegna. Collabora con radio e giornali. Si dedica alla filosofia e alla critica letteraria. Interviene nel dibattito sul contemporaneo alla pari degli uomini e ama molti uomini, ama forte. Con il corpo, certo, ma anche tramite l\u2019erotismo della scrittura. Ad esempio, attraverso la rete di reciproche citazioni tra amanti, nelle poesie, nei romanzi. E poi, le lettere. Ingeborg ne scrive e ne riceve molte, alcune sono esposte in mostra; emanano la nostalgia del tempo passato in solitudine sopra la carta. Corrispondenze lunghe decenni e molto pi\u00f9 che carteggi privati, perch\u00e9 la coscienza critica resta vigile, il fine ultimo \u00e8 sempre e solo la scrittura.<\/p>\n<p>Ingeborg Bachmann a Paul Celan: \u201cNoi reggiamo il bagliore, lo strazio e il nome. Bianco, ci\u00f2 che in noi si muove, senza peso ci\u00f2 che ci scambiamo&#8221;. A Max Frisch: \u201cE scrivimi Tuo, sotto le lettere\u201d. A Hans Werner Henze: \u201cNon credo nella vita giusta e nei principi gentili. Ci sono molti e diversi modi per andare all&#8217;inferno.\u201d<\/p>\n<p>Sono relazioni che intrecciano la passione al sodalizio intellettuale, i drammi privati alle ferite irrisolte del suo tempo; perch\u00e9 lei \u00e8 austriaca e lui \u00e8 ebreo; perch\u00e9 lei \u00e8 libera e lui \u00e8 sposato; perch\u00e9 lei non crede al matrimonio e lui \u00e8 omosessuale; in ogni caso, legami che non si riescono n\u00e9 a vivere n\u00e9 a recidere.<\/p>\n<p>Le mostre d\u2019archivio hanno questo di bello: \u00e8 come guardare dal buio oltre al taglio della porta dello studio in cui l\u2019artista lavora. Un effetto di prossimit\u00e0 \u2013 sfogliamo l\u2019album di famiglia, sediamo sulla sedia vicina mentre lei chiude una busta \u2013 attraverso cui percepiamo l\u2019urgenza e le inquietudini trasferiti poi sulla pagina.<\/p>\n<p>D\u00ec pi\u00f9: nel caso di Ingeborg Bachmann, i manoscritti, le lettere, i biglietti del treno, le fatture per l\u2019acquisto di libri ricollocano nel quadro di realt\u00e0 una figura che altrimenti resterebbe inchiodata al mito, vittima di una notoriet\u00e0 precoce e di una morte tragica che l\u2019hanno resa diva suo malgrado.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"c15993cb-d515-40c9-b6c9-1196b6838083\" height=\"520\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/FOTO 3.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nImmagine della mostra \u00a9 Andrea Veneri. In foto, la copertina che il settimanale Der Spiegel le dedica nel 1954, consacrandola come prodigio della poesia tedesca.<\/p>\n<p>Il nucleo centrale della mostra \u00e8 un bel video in cui la vediamo passeggiare per Roma, ordinare un caff\u00e8, suonare un citofono, fumare in casa, mentre la sua stessa voce descrive il suo rapporto con l\u2019Italia, in cui risiede quasi ininterrottamente dal 1953 al 1973, a ben vedere quasi met\u00e0 della sua vita.<\/p>\n<p>\u201cQui ho imparato a vivere\u201d; \u201cA Roma ho visto che tutto ha un nome e che bisogna conoscere i nomi\u201d (Quel che ho visto e udito a Roma, Quodlibet, Macerata 2002).<\/p>\n<p>Per molti intellettuali tedeschi in quegli anni, emigrare significava trovare una via d\u2019uscita etica: impossibile restare in Germania, paese di assassini in libert\u00e0. Ma per Bachmann la fuga verso sud \u00e8 un gesto di portata pi\u00f9 ampia, insieme politico e di ricerca estetica. Nient\u2019affatto un tentativo di eludere le questioni, tanto che continuer\u00e0 a scrivere in tedesco (come Paul Celan, come Peter Weiss). Tutt\u2019altro: si tratta di una spedizione dolorosa per capire cos\u2019\u00e8 rimasto di umano, un procedere per intuizioni, alzando una pietra alla volta e controllando cosa c\u2019\u00e8 sotto, ecco, si liberano nidi di blatte che corrono, si spargono spaventate dalla luce. L\u2019Italia di Bachmann \u00e8 sismica, costruita sopra cunicoli, da ogni parte incombe un pericolo mortale, l\u2019assalto della vipera.<\/p>\n<p>\u201cIl sud che attrae Bachmann \u00e8 approdo a sua volta inospitale, a sua volta tutt\u2019altro che tranquillizzante. Anzi: proprio l\u2019aspettativa di rigenerazione e ritrovamento di s\u00e9 per secoli affidata dai tedeschi al refugium-Italia fa esplodere le contraddizioni.\u201d (La terra del morso. L\u2019Italia ctonia di Ingeborg Bachmann., Camilla Miglio, Quodlibet, Macerata 2012).<\/p>\n<p>Andare l\u00e0 dove c\u2019\u00e8 pi\u00f9 luce \u00e8, in modo antifrastico, una discesa verso gli inferi del s\u00e9. \u201cGli occhi e il deserto e il deserto negli occhi, prima per ore, poi per giorni interi, instabili nell\u2019instabile, sguardi sempre pi\u00f9 puri, sempre pi\u00f9 vuoti in quell\u2019unico paesaggio che guarisce\u201d (Il libro Franza, IB, Adelphi, Milano 2024).<\/p>\n<p>Anche il protagonista di Homo Faber di Max Frisch (pubblicato nel 1957) si sposta dagli Stati Uniti al Messico, alla Francia, Italia e Grecia. E se all\u2019inizio il viaggio \u00e8 un esilio volontario per facilitare la rimozione del trauma, il percorso si trasformer\u00e0 poi in un giro nell\u2019abisso, quando il passato torner\u00e0 sotto le sembianze di dramma privato; incontrare la figlia che non si sa di avere, avere un rapporto incestuoso con lei commettendo involontariamente un atto esecrabile, che innesca una spirale di morte.<\/p>\n<p>Mentre Frisch (ma lo stesso si potrebbe dire per G\u00fcnter Grass) percorre la strada dell\u2019alta metaforizzazione per ragionare sulla disumanit\u00e0 della Storia, Bachmann sceglie una via diversa, sceglie cio\u00e8 di scandagliare i risvolti pi\u00f9 sottili e le tonalit\u00e0 pi\u00f9 cupe del dolore, di ascoltarne gli echi interminabili.<\/p>\n<p>Il corpus poetico-narrativo di Ingeborg Bachmann \u00e8 di straordinaria densit\u00e0. Esordisce come poetessa con Il tempo dilazionato (1953), a cui segue la raccolta Invocazione dell&#8217;Orsa Maggiore (1956). Ma negli ultimi anni della sua vita decide di dedicarsi esclusivamente alla prosa. Pubblica la raccolta di racconti Il trentesimo anno (1961) e Tre sentieri per lago (1972) e lavora al ciclo \u201cCause di morte\u201d (Todesarten), una serie di romanzi che incentrati sul tema della morte imputabile alla societ\u00e0. Di questo vasto progetto ci rimane la prima parte, Malina (1971), mentre il romanzo del ciclo, Il libro Franza, \u00e8 rimasto incompiuto.<\/p>\n<p>Sono testi che mettono alla prova il lettore. Nella poesia come nella prosa, l\u2019Io si sdoppia. Entra ed esce dalla realt\u00e0, dai pensieri, dal sogno. Cerca, lotta continuamente con la parola esatta, si tende, si spinge avanti e in basso; fa esperienza dell\u2019abisso, pesca nella tradizione, nella memoria personale e collettiva; invoca un \u201ctu\u201d e un \u201cnoi\u201d, canta, prega, nel tentativo (sempre fallito, sempre riproposto) di ristabilire il legame perduto fra l\u2019individuo, il linguaggio e le cose.<\/p>\n<p>L\u2019Io sprofonda, giace bocca a bocca coi morti; poi risale lasciando dietro qualcosa di s\u00e9, portando con s\u00e9 qualcosa. E proprio l\u00ec, in quel luogo sotterraneo, scuro e palpitante, liminale e ritmico in cui si amalgamano rituali cristiani e pagani, animali, cori greci e pianto delle prefiche, si trovano le grandi questioni sul trauma e il senso di colpa, nonch\u00e9 le domande qual \u00e8 la vera natura del male? Da cosa origina il delitto? E soprattutto quel che ha spaventato molti dei suoi contemporanei: c\u2019\u00e8 qualcosa nella storia tedesca che prelude ad Auschwitz?<\/p>\n<p>In questa catabasi la scrittura di Bachmann arriva l\u00e0 dove pochi sono arrivati, anche grazie alla complessit\u00e0 degli strumenti linguistici, come nota il critico Hans H\u00f6ller, autore di studi fondamentali su Bachmann: \u00abriunito in immagini e cifre dell\u2019utopia [si manifesta] tutto ci\u00f2 che gli uomini hanno mobilitato nella loro storia contro un mondo estraneo. Natura, arte, religione, favole e feste popolari utopiche, amore, gioco e lavoro\u00bb.<\/p>\n<p>Primo: un linguaggio figurato e ricco di rimandi sia agli elementi espressivi della musica, sia alla grande letteratura mondiale, dalla classicit\u00e0 ai tempi moderni. Allo stesso tempo, lampi veloci illuminano dettagli quotidiani che lasciano intravedere la materia oscura, mostrando cos\u00ec il politico nel piccolo. \u201cA tavola i bambini stan seduti in silenzio rimasticando a lungo lo stesso boccone, mentre la radio tuona e la voce dell&#8217;annunciatore rotola per la cucina come un fulmine sferico e va a finire l\u00e0 dove il coperchio si solleva tremante sopra le patate scoppiate.\u201d (Il trentesimo anno, IB, Adelphi Milano, 1985)<\/p>\n<p>E poi, il susseguirsi di variazioni a livelli differenti. Non appena sentiamo di afferrare un personaggio, lo perdiamo; ci abituiamo a una struttura linguistica nel momento in cui questa cambia; cogliamo un\u2019affermazione e subito arriva la sua smentita. \u00c8 una continua riproposizione del lutto reso sulla pagina, come se non si riuscisse mai a vivere del tutto, n\u00e9 a morire del tutto. E non c\u2019\u00e8 possibilit\u00e0 di redenzione.<\/p>\n<p>Si oscilla, come gi\u00e0 osservava un altro critico, Helmut Hei\u00dfenb\u00fcttel, tra un\u2019utopia e una disperazione. \u00c8 la ricerca di un posto nuovo, abitabile, sapendo di non poter mai prendere casa, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 approdo per Bachmann, n\u00e9 per la sua scrittura. Non c\u2019\u00e8 pace. E nonostante tutto \u201cnoi vogliamo parlare di confini, e siano i confini pur in ogni parola: per nostalgia li attraverseremo e saremo in armonia con ogni luogo.\u201d<\/p>\n<p>Il retroterra biografico di questo desiderio dell\u2019altrove risale alla giovinezza. In mostra vediamo le foto di famiglia, una in particolare: Ingeborg e la sorella tra i genitori, Mathias Bachmann \u00e8 in uniforme. Klagenfurt, marzo 1938: la bambina vede dalla finestra le truppe di Hitler entrare in citt\u00e0, pestare le strade, vede suo padre esultare, prova immediatamente un grande dolore, come dichiarer\u00e0 in un\u2019intervista del 1971 a Gerda B\u00f6defeld (Wir mu\u0308ssen wahre S\u00e4tze finden. Gespr\u00e4che und Interviews, R. Piper &amp; Co. Verlag, Mu\u0308nchen 1985). Molto presto in lei si sviluppa la necessit\u00e0 di staccarsi dall\u2019origine familiare e culturale per aderire alle proprie aspirazioni etiche. Andarsene; \u201cuccidere\u201d la patria e con essa il padre, bisogna farlo per sopravvivere. Il padre ci avrebbe strappato il cervello, resi impotenti; avrebbe sposato nostra sorella, colpito la madre con una mazza d\u2019oro; avrebbe portato via le chiavi e buttato i nostri vestiti dalla finestra. Difficile dire dove finisce la memoria e dove inizia l\u2019incubo che Ich, la protagonista di Malina, rivive di notte. Immagini perverse e violente, perch\u00e9 \u201cquesto \u00e8 il cimitero delle figlie assassinate\u201d (Malina, IB, Adelphi, Milano 2018) e l\u2019assassino \u00e8 il padre, il padre-nazismo, il padre-maligno.<\/p>\n<p>Uno sguardo talvolta allucinato e insieme lucidissimo. Perch\u00e9 infatti Ingeborg Bachmann ha gi\u00e0 preso atto della dannazione e non prefigura mai una possibilit\u00e0 di salvezza. Ma nella perdita di senso e nella perdita di senno, mentre ci si vede impazzire, occorre comunque tentare un recupero metaforico di tutta la sofferenza che c\u2019\u00e8 stata.<\/p>\n<p>In tal senso, la produzione di Bachmann pu\u00f2 essere vista come il tentativo di rifondare una lingua nuova per dire l\u2019indicibile del mondo stando dentro al mondo, ovvero partecipando alle vicende del contemporaneo a pieno titolo, come creatura viva e pulsante: \u201cNulla di pi\u00f9 bello sotto il sole che stare sotto il sole\u2026\u201d (Invocazione all\u2019Orsa Maggiore, IB, Adelphi, Milano 2023).<\/p>\n<p>La letteratura \u00e8 una realizzazione utopica e noi dobbiamo insistere, \u201clavorare duramente con la cattiva lingua che abbiamo ereditato\u201d verso \u201cun sogno linguistico; ogni\u00a0vocabolo, sintassi, periodo, interpunzione, metafora, ogni simbolo esaudisce qualcosa di quel nostro\u00a0sogno di espressione che non sar\u00e0 mai pienamente\u00a0realizzato\u201d (Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, IB; Adelphi, Milano 2011).<\/p>\n<p>Nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1973, nel suo appartamento romano di via Giulia, Ingeborg Bachmann si addormenta con la sigaretta accesa. La tragedia incombe e infine accade: la vestaglia prende fuoco, il letto brucia, lei si muove in un torpore da psicofarmaci e ormai tra le fiamme chiama soccorso ma \u00e8 troppo tardi; morir\u00e0 il 17 ottobre in seguito alle gravi ustioni.<\/p>\n<p>Difficile accettare che si sia trattato di un banale incidente. L\u2019amico Hans Werner Henze sporge denuncia per sospetto omicidio; altri sostengono la tesi dell\u2019atto volontario. O forse entrambe le cose o forse si \u00e8 lasciata morire.<\/p>\n<p>A pi\u00f9 di cinquant\u2019anni di distanza il mondo \u00e8 cambiato, ma la voce di Ingeborg Bachmann ci interpella ancora (intervista disponibile <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=PkRto5_rcXQ\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">qui<\/a>): in ogni persona c\u2019\u00e8 la guerra. Senza eccezioni, in ogni persona. Ma bisogna parlare di questa guerra senza scrivere della guerra, perch\u00e9 scrivere della guerra sarebbe troppo facile. Invece, occorre \u201cscrivere qualcosa sulla pace, su ci\u00f2 che chiamiamo pace, poich\u00e9 questa \u00e8 la guerra; la guerra, intendo la guerra reale, \u00e8 solo l&#8217;esplosione di quest\u2019altra guerra che \u00e8 la pace.\u201d<\/p>\n<p>E allora la domanda: quali itinerari \u2013 se ve ne sono \u2013 sta percorrendo la letteratura oggi per interrogarsi sul male che persiste?<\/p>\n<p>In copertina, Immagine della mostra \u00a9 Andrea Veneri. In foto, un manoscritto della prefazione a Il libro Franza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"C\u2019\u00e8 questo quadro di Anselm Kiefer, Wohin wir uns wenden im Gewitter der Rosen. 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