{"id":295001,"date":"2026-01-07T10:36:15","date_gmt":"2026-01-07T10:36:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/295001\/"},"modified":"2026-01-07T10:36:15","modified_gmt":"2026-01-07T10:36:15","slug":"locchio-tenero-di-walter-rosenblum","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/295001\/","title":{"rendered":"L\u2019occhio tenero di Walter Rosenblum"},"content":{"rendered":"<p>Per William Klein, indiscusso maestro della fotografia americana, esistevano due tipi di fotografia: quella degli ebrei e quella dei \u00abgentili\u00bb, cio\u00e8 dei non ebrei. \u00abSe si guarda la fotografia moderna da un lato si trovano autori come Weegee, Diane Arbus, Robert Frank, eccentrici, sempre alla ricerca di qualcosa di celato nelle citt\u00e0. Dall\u2019altra abbiamo persone che vanno per boschi, come Ansel Adams e Weston. La fotografia degli ebrei ha un suono blues, quelle dei gentili ricordano un \u201cJazz bianco\u201d\u00bb \u2013 dichiarava Klein in un\u2019intervista al New Yorker nel 2001. In altri termini, da una parte si trovavano gli sperimentatori, persone che \u2013 come lui stesso \u2013 sapevano trasformare l\u2019atto di scattare una foto in una dissacrazione, in un\u2019interrogazione capace di cogliere il rumore e il caos visivo. Costoro erano come investigatori urbani che solcavano i marciapiedi e s\u2019inoltravano lungo le strade cittadine per intercettare le disuguaglianze sociali e per immergersi nel mondo dei neri americani con i quali potevano rispecchiarsi a partire dalla loro comune identit\u00e0 di \u201cdiversi\u201d, rispetto alla maggioranza. Dall\u2019altra, invece, si collocavano gli autori contemplativi, sicuri di s\u00e9, che osservavano la natura, tra rocce e montagne.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"63f9531d-3b77-48e1-af39-8748a5fdecd6\" height=\"586\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/6 Walter Rosenblum by Grace Robertson, c. 1996.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nWalter Rosenblum by Grace Robertson, c. 1996.<\/p>\n<p>Certo, questa dicotomica divisione di William Klein ci pu\u00f2 parere oggi un po\u2019eccessiva e tranchant. Eppure sembra rivelarci un qualcosa di vero. Per accorgersene, basta visitare la mostra dedicata a Walter Rosenblum (1919-2006), Il mondo e la tenerezza, a cura di Roberto Mutti (presso il Centro Culturale di Milano, fino al 19 febbraio). Rosenblum era nato nel Lower East Side di New York, ma apparteneva a una famiglia di ebrei immigrati dalla Romania. E nelle sue immagini appaiono subito evidenti la simpatia e la compartecipazione che provava verso il mondo degli ultimi: coloro che, in quell\u2019epoca, subivano condizioni di esclusione e discriminazione, simili a quelle vissute dalla sua famiglia, spinta a emigrare in America come tanti altri ebrei dell\u2019Europa orientale. Va infatti ricordato che, tra la fine dell\u2019Ottocento e il 1914, arrivarono negli USA pi\u00f9 di due milioni di ebrei, emigrati in larga parte dalla Galizia austroungarica per evitare la miseria, ma partiti in massa anche dalle regioni occidentali della Russia zarista, dove imperversavano i pogrom antiebraici. E vale qui la pena sottolineare che tali pogrom avvenivano per forza di cose solo nelle cosiddette \u201czone di residenze\u201d ebraiche dell\u2019Impero Russo: vale a dire Moldavia, Bielorussia. Lettonia, Lituania e soprattutto Polonia e Ucraina. Mentre nella \u201cvera\u201d Russia zarista agli ebrei non era concessa la residenza. Ingannati e sfruttati come spesso accade anche oggi agli immigrati poveri o indesiderati, questi ebrei dell\u2019Est Europa venivano considerati \u201cmerce viva\u201d: la maggioranza di loro partiva dai porti di Amburgo e di Brema dopo essere stati ammassati \u2013 ironia della sorte \u2013 proprio a O\u015bwi\u0119cim, tristemente pi\u00f9 nota come Auschwitz, primo centro di raccolta e smistamento dei disperati che cercavano di raggiungere il Nuovo Mondo. Una vicenda raccontata in modo magistrale da Martin Pollack, L\u2019imperatore d\u2019America. La grande fuga dalla Galizia (Keller editore, 2022)<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"cdb08443-378c-4c83-b8d5-43ab2a9a0012\" height=\"564\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/1 Walter Rosenblum, Street Scene, EAST HARLEM, 1952_1.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nWalter Rosenblum, Street Scene, EAST HARLEM, 1952.<\/p>\n<p>Certo, Rosenblum era nato per sua fortuna a New York, ma nella zona popolare abitata soprattutto da immigrati poveri di ogni provenienza, e per di pi\u00f9 si portava dietro l\u2019eco delle storie di miseria e discriminazione vissute dai genitori. Cos\u00ec, lui inizia per prima cosa a fotografare la gente del suo quartiere: donne davanti alle porte di casa, neri al lavoro, ma soprattutto bambini che giocano o gli sorridono. Bambini intesi quali simboli di speranza per un futuro migliore, come l\u2019immagine di una ragazzina in altalena che sembra voler volare sulle ali della libert\u00e0. E si dedica alla fotografia fin da giovanissimo: i suoi primi scatti professionali risalgono infatti al 1938, quando aveva solo diciannove anni! Ma Rosenblum aveva imparato a gran velocit\u00e0 l\u2019arte della fotografia da un maestro d\u2019eccezione, di cui diventer\u00e0 l\u2019allievo prediletto: vale a dire Paul Strand (1890-1976), guarda caso ebreo pure lui, con genitori giunti in America dalla Boemia austroungarica. Sar\u00e0 dunque Strand a insegnargli l\u2019importanza basilare dell\u2019equilibrio compositivo delle immagini e a costruire \u201cl\u2019Architettura della Fotografia\u201d \u2013 come la definiva appunto Strand \u2013 ma senza mai perdere di vista un approccio empatico con le persone di qualsiasi estrazione sociale esse fossero. Ancora diciottenne Rosenblum inizia anche a frequentare la pi\u00f9 vitale comunit\u00e0 di fotografi di New York, cio\u00e8 la Photo League (1936-1951), sorta da poco e capace di attrarre autori di ogni estrazione. Costoro esploravano la citt\u00e0 con le loro macchine fotografiche, fotografando lavoratori, bambini, migranti e altri gruppi di emarginati; scattavano foto che combinavano qualit\u00e0 artistica e consapevolezza politica, creando un linguaggio visivo al tempo stesso empatico e critico. Il loro credo politico era centrato sulla giustizia sociale, e la macchina fotografica si rivelava uno strumento perfetto per documentare le ingiustizie, mantenendosi sempre dalla parte di chi le subiva, cos\u00ec da restituire dignit\u00e0 agli oppressi. La Photo League, insomma, funzionava come una palestra fotografica, morale ed etica. E nel 1947, in pieno periodo maccartista, fin\u00ec nella blacklist del Dipartimento di Giustizia, accusata di agire come un\u2019organizzazione comunista. Con tutti quegli ebrei che ne facevano parte (all\u2019epoca facilmente bollati come comunisti, proprio in quanto ebrei) e che in pi\u00f9 documentavano le ingiustizie sociali, la povera Photo League non poteva che essere considerata come un \u201ccovo\u201d antiamericano, e venne obbligata a chiudere nel 1951. Guidata da Sol Libsohn e Sid Grossman (direttore anche della scuola della Photo League), tra i suoi membri figuravano autori che segneranno la storia della fotografia americana, come Berenice Abbot, Jack Delano, Lewis Hine, Helen Levitt, Lisette Model, Arnold Newman, Ruth Orkin, Aaron Siskind, W. Eugene Smith, Paul Strand, Weegee (Arthur Felling) nonch\u00e9, ovviamente Rosenblum\u2026 E cito solo gli autori pi\u00f9 noti.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"6d99f36f-df31-4fec-90e4-cb8018096da7\" height=\"559\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/2 Walter Rosenblum, Child with Cat. Basket, EAST HARLEM, 1952_1.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nWalter Rosenblum, Child with Cat. Basket, EAST HARLEM, 1952.<\/p>\n<p>Visitando la mostra si percepisce immediatamente la capacit\u00e0 di Rosenblum di relazionarsi agli altri, di coglierne gli sguardi, i sorrisi, nonostante la miseria spesso imperante. Come sottolinea anche il bel titolo della mostra, il suo \u00e8 uno sguardo carico di appunto di tenerezza, di compartecipazione, nato dal bisogno di cogliere negli altri soprattutto la loro umanit\u00e0. Sar\u00e0 lui stesso a dire nel 2000: \u00abnella mia filosofia il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate, che hanno reso la vita inesauribile nella sua ricchezza (\u2026) Credo ancora che, in una societ\u00e0 attenta ai bisogni, prosperer\u00e0 solo il meglio delle persone. Questo \u00e8 lo spirito che mi ha spinto a fotografare\u00bb. E ci voleva un profondo, inderogabile desiderio di guardare sempre verso il meglio, per conservare questo suo spirito positivo: dopo avere fotografato gli immigrati della Lower East Side di New York, durante la Seconda guerra mondiale, mentre presta servizio come fotografo dell\u2019esercito americano, Rosenblum parteciper\u00e0 infatti anche alla liberazione del campo di concentramento di Dachau, filmando (non fotografando) questo sommo esempio della crudelt\u00e0 umana. Ma lui si era trovato pure a Omaha Beach, proprio nel giorno dello sbarco in Normandia, dove scatta un\u2019immagine straordinaria: qui non si vede il turbine drammatico dell\u2019azione militare in corso come si pu\u00f2 cogliere nel lavoro di Robert Capa, a colpirci \u00e8 invece lo sguardo sconvolto di un soldato che, inginocchiato sulla spiaggia sassosa, cerca inutilmente di proteggere, di accudire, la salma di un compagno morto, forse annegato, avvolto in un telo, la faccia invisibile, ma con in primo piano la tetra suola delle sue scarpe, straziante sostituto di uno sguardo che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"d3af80e2-d1d2-433f-906b-162d76dd6012\" height=\"1018\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/5 walter Rosenblum, Rest Stop, Petionville, HAITI, 1958-1959.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nWalter Rosenblum, Rest Stop, Petionville, HAITI, 1958-1959.<\/p>\n<p>Ancora una volta, l\u2019obiettivo primario di Rosenblum, rimane quello di cercare l\u2019umanit\u00e0, di sottolineare la resistenza alle avversit\u00e0, ovunque egli si trovi e chiunque sia il soggetto di fronte a lui: sul campo di battaglia, nelle baraccopoli di Haiti, tra i miseri profughi della guerra di Spagna rifugiati in Francia, o nel degrado urbano del South Bronx. \u00abQuando faccio una fotografia sento di dare amicizia e di stabilire un rapporto con l\u2019altro\u00bb, affermava Rosenblum stesso. E lo diceva non per retorica, ma perch\u00e9 credeva davvero a quello che faceva. Tant\u2019\u00e8 che a sua figlia Nina rimasero impresse le parole dette da una signora di Haiti, isola difficile dove le persone erano prevenute e sospettose rispetto a un bianco: \u00abVeniva come un essere umano per fotografare altri esseri umani\u00bb. Pluridecorato durante la Seconda guerra mondiale per il suo impegno come fotografo e cineasta; poi insegnante di fotografia che per quarant\u2019anni form\u00f2 generazioni di fotografi, Rosenblum fu pure un deciso anti-maschilista: invece di tenere la moglie amata sotto la propria ombra, la spinse a valorizzare le sue doti di studiosa, tanto che Naomi Rosemblum divenne, ed \u00e8 tuttora considerata, una delle pi\u00f9 autorevoli storiche americane della fotografia. D\u2019altra parte, basta guardare un ritratto di Rosemblum, osservare il suo volto al tempo stesso divertito e partecipe, per capire immediatamente quanto lui fosse davvero una persona buona, umanamente generosa e quindi capace di relazionarsi con chiunque. Ma forse, in tale suo approccio, al contempo amicale e privo di razzismo, giocava anche, come retroterra, l\u2019umanesimo ebraico che \u2013 come scriveva il filosofo Maurice Blanchot \u2013 lascia stupiti per la sua \u00abansia di rapporti umani cos\u00ec costante e cos\u00ec prevalente che, anche dove nominalmente \u00e8 presente Dio, si tratta ancora dell\u2019uomo e di ci\u00f2 che c\u2019\u00e8 tra uomo e uomo\u00bb. (L\u2019infinito intrattenimento, Einaudi, 1977)<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"3de18c51-f14c-405a-aa6b-4a36803d9885\" height=\"613\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/3 Walter Rosenblum, Girl on a Swing, Pitt Street, Lower East Side, N.Y.C.,1938.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nWalter Rosenblum, Girl on a Swing, Pitt Street, Lower East Side, N.Y.C.,1938.<\/p>\n<p>Il sentire ebraico, che certo si porta dietro una lunga storia di razzismo e persecuzione, guida Rosenblum verso una speciale capacit\u00e0 di riconoscere l\u2019Altro con rispetto, oltre la superficie delle maschere sociali, oltre ogni differenza di classe. E, ovviamente, tale postura etica non riguarda il solo Rosenblum. Spesso mi sono chiesta: come mai, nella storia della fotografia e in particolar modo in America, proprio tra gli anni \u201940 e \u201970, una buona parte dei fotografi venivano dal mondo ebraico? Potevano essere ebrei totalmente assimilati e benestanti, non praticanti; ma potevano al contrario essere poveri e vicini all\u2019universo religioso: basti pensare Saul Leiter che aveva iniziato gli studi da rabbino per poi dedicarsi alla fotografia; o a Weegee che veniva da una famiglia religiosa della Galizia, dove era nato nel 1899. Ma di fatto tutti questi fotografi ebrei americani erano accomunati da un vissuto famigliare e da un retroterra culturale, che non poteva essere facilmente dimenticato, tantomeno definitivamente rimosso. Provenienti tutti da una cultura aniconica ebraica, che non prevedeva la creazione di immagini per il culto, forse tali fotografi vivevano l\u2019ebrezza pioneristica di chi ora, finalmente, dotato solo di una macchina fotografica, poteva produrre immagini senza doverle veramente creare come gli artisti figurativi, senza dover compiere un apprendistato basato sullo studio di opere religiose cristiane, con tanto di santi, angeli e madonne.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"880d380e-b560-4449-b869-9a3415613fc5\" height=\"615\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/4 Walter Rosenblum, Omaha Beach Rescue, D-Day-+1, NORMANDY, 1944.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nWalter Rosenblum, Omaha Beach Rescue, D-Day-+1, NORMANDY, 1944.<\/p>\n<p>Certo per secoli, anzi per millenni, gli ebrei si sono concentrati solo sull\u2019ascolto e lo studio di una parola pura (la Parola divina contenuta negli scritti della Torah). Ma la Parola contenuta nei libri sacri e nei suoi innumerevoli commentari, rimane per la cultura ebraica una parola plurale, complessa, da interrogare senza posa, aperta alle libere associazioni come la poesia, ovvero da interpretare di epoca in epoca, da una scuola all\u2019altra, senza poter approdare mai a una sintesi, a una risposta definitiva. Ebbene, se le cose stanno cos\u00ec, proviamo ora a tornare ai nostri fotografi ebrei americani, e chiediamoci: la realt\u00e0 visibile cui si trovavano davanti, la complessit\u00e0 della vita americana che si dispiegava con tanta forza di fronte a loro, e con la quale, in quanto fotografi, si dovevano confrontare, non poteva forse essere intesa da loro come una sorta di complesso \u201ctesto\u201d non scritto da decifrare, come un \u201clibro\u201d da interpretare senza posa, perch\u00e9 la sua verit\u00e0 ultima rimane sempre nascosta e ci sollecita quindi a ulteriori domande, a indefesse ricerche? Per il grande poeta Edmund Jab\u00e8s, \u00abl\u2019ebreo non formula soltanto domande, si \u00e8 fatto egli stesso domanda\u00bb. (Dal deserto al libro, Conversazione con Marcel Cohen, Edizioni degli Animali, 2021). E ogni vera domanda \u00e8 sempre un\u2019apertura verso l\u2019inatteso, \u00e8 nutrita dal piacere d\u2019inoltrarsi nell\u2019ignoto del visibile: un visibile che, pur rimanendo sempre sfuggente, il bravo fotografo deve riuscire a cogliere con intensit\u00e0, fino a toccare lo spettatore. Ecco, questo affascinante, inquietante, misterioso mondo del visibile, Rosenblum l\u2019ha sempre inseguito, interrogato. E per farlo si \u00e8 lasciato guidare dall\u2019istanza etica dell\u2019incontro, dall\u2019esigenza di sentirsi sempre responsabile verso gli altri che stava osservando, nello stesso momento in cui era osservato da loro. Come sosteneva ripetutamente un altro sommo filosofo ebreo, Emmanuel L\u00e9vinas: \u201cio devo sempre sentirmi responsabile dell\u2019altro che mi viene incontro, perch\u00e9 nel suo volto, nel suo sguardo, io colgo una domanda che m\u2019interpella\u201d. Ora, io non credo che Rosenbum conoscesse L\u00e9vinas, e magari non aveva mai ragionato sull\u2019ermeneutica ebraica, cio\u00e8 sulla pratica dell\u2019interrogazione incessante dei testi sacri. Ma nella cultura ebraica lui era nato e cresciuto. Ed \u00e8 forse proprio perch\u00e9 nutrito da questo mondo, che Rosenblum ha poi trasformato la fotografia in una creazione che cattura il presente, senza mai volerlo possedere. E al contempo ha cercato di cogliere una dimensione liberatoria del futuro, mai disgiunto per\u00f2 dalla memoria. In altre parole, le sue immagini sono una testimonianza dove il passato non \u00e8 mai chiuso, perch\u00e9 ogni suo scatto si nutre del sogno di un mondo migliore.<\/p>\n<p>Per tutte le immagini il copyright\u00a0\u00e8 Heirs Walter Rosenblum.<\/p>\n<p>Walter Rosenblum, <a href=\"https:\/\/www.centroculturaledimilano.it\/il-mondo-e-la-tenerezza-walter-rosenblum-brmaster-of-photography\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Il mondo e la tenerezza<\/a>, a cura di Roberto Mutti<br \/>Centro Culturale di Milano, fino al 19 febbraio,<br \/>Catalogo Silvana Editoriale, a cura di Angelo Maggi.<\/p>\n<p>In copertina, Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Per William Klein, indiscusso maestro della fotografia americana, esistevano due tipi di fotografia: quella degli ebrei e quella&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":295002,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,4663,204,1537,90,89,173490],"class_list":{"0":"post-295001","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-fotografia","16":"tag-intrattenimento","17":"tag-it","18":"tag-italia","19":"tag-italy","20":"tag-walter-rosenblum"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115853379843161634","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/295001","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=295001"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/295001\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/295002"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=295001"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=295001"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=295001"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}