{"id":296546,"date":"2026-01-08T10:07:15","date_gmt":"2026-01-08T10:07:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/296546\/"},"modified":"2026-01-08T10:07:15","modified_gmt":"2026-01-08T10:07:15","slug":"i-primi-film-dellanno-da-non-perdere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/296546\/","title":{"rendered":"I primi film dell\u2019anno da non perdere"},"content":{"rendered":"<p>scritto da<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.ecodibergamo.it\/account\/journalist\/eppen\/lorenzo-rossi_56\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Lorenzo Rossi E.<\/a><\/p>\n<p>            Ama il cinema da che ne ha memoria, lo studia da sempre, lo insegna, ci scrive e non smette mai di guardarlo. Come dimostra il suo feticismo per la sala e la p\u2026<\/p>\n<p> Il nuovo anno si apre all\u2019insegna del cinema d\u2019autore: visioni diversissime \u2013 dall\u2019apprezzatissimo \u00abNo Other Choice\u00bb di Park Chan-wook al sorprendente \u00abLo sconosciuto del grande arco\u00bb di St\u00e9phane Demoustier, fino allo straordinario \u00abSir\u00e2t\u00bb di \u00d3liver Laxe e all\u2019atteso \u00abLa grazia\u00bb di Paolo Sorrentino \u2013 che diventano una bussola per leggere il presente tra lavoro, memoria, corpo e potere.<\/p>\n<p>Quello di Park Chan-wook \u00e8 da sempre un cinema di perfezione stilistica: meccanico, suggestivo, ricchissimo di dettagli visivi e narrativi. <strong class=\"bold nero\">Un cinema capace di stare addosso ai personaggi, di seguirli da vicino, e insieme di metterli dentro situazioni pi\u00f9 grandi di loro<\/strong>, che li schiacciano e li rivelano. \u00abNo Other Choice\u00bb, ultimo film del regista sudcoreano, si inserisce in questo solco: racconta la <strong class=\"bold nero\">storia di Yoo Man-soo<\/strong>, uomo sulla cinquantina con moglie, due figlioletti e due splendidi cani, caporeparto in un\u2019importante azienda cartaria, che da un giorno all\u2019altro perde il lavoro e precipita in un vortice di disperazione dal quale \u2013 vanificati i tentativi di trovare un nuovo impiego nello stesso settore \u2013 riesce a immaginare di uscire solo adottando soluzioni drastiche e violente. <\/p>\n<p>Park costruisce il film come un racconto poroso, attraversato da storie che si contaminano e si aprono all\u2019improvviso lungo la narrazione, come deviazioni inattese che cambiano direzione al film. Mescola registri apparentemente inconciliabili \u2013 farsa, commedia, tragedia \u2013 senza mai perdere il controllo e trasformando questa mobilit\u00e0 in una cifra personale, riconoscibile, profondamente autoriale. Il mondo di Park \u00e8 un mondo a s\u00e9 stante in cui l\u2019eccesso non \u00e8 mai decorativo ma parte della struttura stessa del racconto. In questo quadro, <strong class=\"bold nero\">la Corea del Sud emerge come un luogo attraversato da ferite sociali profondissime<\/strong>: una sorta di patria del capitale globale, laboratorio estremo della modernit\u00e0, dove le fratture prodotte dallo sviluppo accelerato si vedono con una chiarezza quasi brutale. Non \u00e8 un caso che molto cinema coreano contemporaneo vada in questa direzione, interrogando il costo umano del successo economico e ci\u00f2 che resta indietro mentre tutto corre. <\/p>\n<p><a class=\"card\" data-title=\"No other choice\" href=\"https:\/\/storage.ecodibergamo.it\/media\/photologue\/2026\/1\/8\/photos\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_d2ef09d4-ebdb-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1080.jpg\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><br \/>\n<img decoding=\"async\" alt=\"No other choice\" class=\"card-img\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_d2ef09d4-ebdb-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1080_horizontal_image.jpeg\" title=\"No other choice\"\/><br \/>\n<\/a><\/p>\n<p>\n        No other choice<\/p>\n<p>\u00abNo Other Choice\u00bb non cerca soluzioni n\u00e9 consolazioni: osserva, registra, mette in scena una deriva senza moralismi, lasciando che siano i gesti e le conseguenze a parlare. <strong class=\"bold nero\">E restituisce l\u2019immagine di una societ\u00e0 in cui la perdita del lavoro coincide con la perdita di identit\u00e0<\/strong>, di linguaggio, di appartenenza: la dissoluzione della carta, come elemento materico e tattile, come traccia concreta di un mondo \u201canalogico\u201d, rappresenta proprio questo. Un film che non mette la violenza al centro dell\u2019immagine come altri lavori di Park, ma la sposta altrove: nella durezza di ci\u00f2 che racconta, nella freddezza con cui mostra un mondo in cui, alla fine, l\u2019unica alternativa rimasta sembra essere la forza. <\/p>\n<p> Durata: 2h17<br \/>In programmazione al Conca verde, Uci Orio e Anteo Treviglio <\/p>\n<p>\u00abLo sconosciuto del grande arco\u00bb \u00e8<strong class=\"bold nero\"> un film sulla Francia, ma anche sulla storia<\/strong>. Una storia che non riguarda soltanto il Paese transalpino, perch\u00e9 parla di qualcosa di pi\u00f9 ampio: del modo in cui le ambizioni politiche e collettive si traducono in spazio, e di come poi quello spazio \u2013 le architetture, i monumenti, le citt\u00e0 \u2013 finisca per trattenere, deformare o tradire quella stessa storia, depositandola nelle forme che abitiamo ogni giorno. St\u00e9phane Demoustier sceglie l\u2019architettura come chiave d\u2019accesso per interrogare l\u2019identit\u00e0 di una nazione e le ambizioni che la attraversano. E sceglie di raccontare una vicenda reale: quella della <strong class=\"bold nero\">costruzione del Grande Arche de La D\u00e9fense a Parigi<\/strong>, voluta da Fran\u00e7ois Mitterrand, bandita a concorso nel 1982 e terminata nel 1988, a pochi mesi dalle celebrazioni per il bicentenario della Rivoluzione del 1989. <\/p>\n<p><a class=\"card\" data-title=\"Lo sconosciuto del grande arco\" href=\"https:\/\/storage.ecodibergamo.it\/media\/photologue\/2026\/1\/8\/photos\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_e3972c44-ebdb-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1439.jpg\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><br \/>\n<img decoding=\"async\" alt=\"Lo sconosciuto del grande arco\" class=\"card-img\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_e3972c44-ebdb-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1439_horizontal_image.jpeg\" title=\"Lo sconosciuto del grande arco\"\/><br \/>\n<\/a><\/p>\n<p>\n        Lo sconosciuto del grande arco<\/p>\n<p>A vincere fu l\u2019<strong class=\"bold nero\">architetto danese Johann Otto von Spreckelsen<\/strong>, tutt\u2019altro che un\u2019archistar, anzi pressoch\u00e9 sconosciuto fuori dal proprio Paese, e improvvisamente catapultato al centro di un progetto monumentale che andava ben oltre la dimensione strettamente architettonica. Il grande arco, simbolo e condensato dell\u2019epoca mitterrandiana, nasceva come gesto programmatico: trasformare la grandeur francese in una forma, inscriverla nello spazio e proiettarla nel futuro. Un monumento pensato per sfidare il tempo, che il tempo stesso ha finito per superare. E von Spreckelsen, protagonista del film (interpretato da Claes Bang), incarna questa tensione in modo quasi speculare a quella del progetto politico che ha generato l\u2019opera e del presidente stesso: l\u2019<strong class=\"bold nero\">ambizione di lasciare una traccia<\/strong>, di imprimere un nome nella storia attraverso un gesto destinato a durare. <\/p>\n<p>La sua lotta non \u00e8 solo professionale o personale, ma esistenziale: <strong class=\"bold nero\">fare della propria vita qualcosa di straordinario, sottrarla all\u2019anonimato.<\/strong> In questo senso, il film racconta una vicenda profondamente novecentesca, legata all\u2019idea che il futuro possa essere progettato, pianificato, costruito. Eppure, vista oggi, quella tensione appare distante, quasi fuori tempo massimo. \u00abLo sconosciuto del grande arco\u00bb lavora proprio su questa distanza, mostrando un\u2019epoca che \u00e8 stata nostra ma che, allo stesso tempo, ha gi\u00e0 smesso di esserlo. E dentro questo movimento si inserisce la figura di von Spreckelsen che per tutto il film non accetta compromessi di alcun tipo e si arrocca in un\u2019intransigenza radicale. L\u2019ostinazione di un uomo che rifiuta di scendere a patti con la realt\u00e0 che non \u00e8 solo tratto caratteriale, ma <strong class=\"bold nero\">una fede quasi religiosa nell\u2019idea che l\u2019opera debba restare pura<\/strong>, intatta, pi\u00f9 importante delle contingenze e forse anche pi\u00f9 importante di chi la costruisce. \u00c8 qui che il film diventa davvero novecentesco: nella convinzione che una forma possa resistere al tempo, e che valga la pena consumarsi per consegnarla alla storia. Costi quel che costi!<\/p>\n<p>Con \u00abSir\u00e2t\u00bb il regista spagnolo \u00d3liver Laxe, uno degli autori pi\u00f9 fuori dagli schemi del cinema contemporaneo, realizza forse il suo film pi\u00f9 radicale. Un\u2019opera difficilmente incasellabile, che \u00e8 soprattutto un viaggio carico di suggestioni visive e sensoriali e che sembra poter cambiare forma e esplodere da un momento all\u2019altro. La storia ruota attorno a un uomo spagnolo di mezz\u2019et\u00e0 che raggiunge il cuore dell\u2019Atlante marocchino insieme al figlio adolescente per cercare la figlia, fuggita di casa e finita in una comunit\u00e0 di raver che inseguono festival di musica elettronica tra radure sperdute e paesaggi desertici del <strong class=\"bold nero\">Marocco<\/strong>. <\/p>\n<p><a class=\"card\" data-title=\"Sir\u00e2t\" href=\"https:\/\/storage.ecodibergamo.it\/media\/photologue\/2026\/1\/8\/photos\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_f35b6b40-ebdb-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1281.jpg\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><br \/>\n<img decoding=\"async\" alt=\"Sir\u00e2t\" class=\"card-img\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_f35b6b40-ebdb-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1281_horizontal_image.jpeg\" title=\"Sir\u00e2t\"\/><br \/>\n<\/a><\/p>\n<p>\n        Sir\u00e2t<\/p>\n<p>Non riuscendo a trovarla, decide di unirsi a un gruppo in partenza verso Sud, in direzione del deserto: un tragitto per il quale non ha n\u00e9 il mezzo n\u00e9 la preparazione adatti e che proprio per questo si trasforma progressivamente in un\u2019esperienza allucinata, un vero incubo a occhi aperti. Non \u00e8 un horror in senso tradizionale, \u00abSir\u00e2t\u00bb. Non ci sono mostri, jump scare o violenza esibita, eppure <strong class=\"bold nero\">il film lavora costantemente su una paura pi\u00f9 sottile e pi\u00f9 fisica: quella di precipitare<\/strong>, di perdere appigli, di essere spinti oltre una soglia senza ritorno. Laxe porta i suoi personaggi verso l\u2019abisso con una calma implacabile: li trasforma in figure in balia di qualcosa di pi\u00f9 grande, ineluttabile e li mette in conflitto con il paesaggio e con ci\u00f2 che li circonda. Il <strong class=\"bold nero\">deserto<\/strong>, che \u00e8 uno spazio di pace e di silenzio, diventa lentamente altro: un mondo alla fine del mondo che si trasforma progressivamente in una trappola e in un<strong class=\"bold nero\"> luogo di morte. <\/strong> <\/p>\n<p>E i<strong class=\"bold nero\"> raver <\/strong> \u2013 che nel film non sono attori ma reali seguaci di musica elettronica che interpretano se stessi \u2013 diventano l\u2019incarnazione pi\u00f9 concreta di tutto questo: figure sospese sul confine fra la vita e la morte (il sir\u00e2t, secondo la tradizione islamica \u00e8 un ponte sospeso sopra l\u2019inferno che separa i credenti dai non credenti) che <strong class=\"bold nero\">con la morte flirtano davvero <\/strong>e che si portano addosso i segni di una lotta continua con il proprio corpo e con il tempo. Laxe, che ha vissuto con loro a lungo, osservandoli e condividendone i ritmi e le regole, li filma come gli ultimi uomini e le ultime donne sulla terra, ma anche come gli ultimi capaci di un gesto di ribellione contro il conformismo, la normalizzazione e l\u2019addomesticamento del desiderio. E con il suo cinema, fatto di corpi, suono e materia, Laxe rende fino in fondo la fisicit\u00e0 di questa esperienza. Riuscendo, grazie a una musica pervasiva e alle immagini abbacinanti che costruisce, a <strong class=\"bold nero\">dare forma a un universo sensoriale potentissimo<\/strong>, capace di attrarre e respingere \u2013 sedurre e inquietare \u2013 nello stesso gesto. E in mezzo a tanti tentativi celebrati e spesso inconsistenti, \u00e8 difficile non pensare che oggi, se esiste un \u201corrore\u201d d\u2019autore davvero necessario, abbia proprio queste sembianze. <\/p>\n<p> Durata: 2h<br \/>In programmazione all\u2019Auditorium Piazza della Libert\u00e0 e disponibile su Mubi <\/p>\n<p>Paolo Sorrentino torna alla <strong class=\"bold nero\">politica<\/strong>. Intesa come l\u2019esercizio del potere, del governo e della gestione dello Stato. Diciassette anni dopo \u00abIl divo\u00bb (2008), il regista napoletano sceglie di calare di nuovo il proprio cinema in quel mondo, ma questa volta assume un registro completamente diverso e abbandona la farsa grottesca e a tratti caricaturale di allora per concentrarsi su uno <strong class=\"bold nero\">stile pi\u00f9 misurato<\/strong>, intimista, quasi contemplativo.<\/p>\n<p>Racconta la storia di un<strong class=\"bold nero\"> Presidente della Repubblica <\/strong>vedovo ed ex giurista \u2013 Mariano De Santis, interpretato da<strong class=\"bold nero\"> Toni Servillo <\/strong>\u2013 che, giunto agli ultimi sei mesi del proprio mandato, si trova davanti alle scelte pi\u00f9 difficili e ambigue di tutta la propria avventura politica. Da un lato la firma di una legge sull\u2019eutanasia, che la figlia (e consigliera) cerca di convincerlo a siglare; dall\u2019altro la decisione se concedere o meno la grazia a due detenuti. Intorno, i ricordi della moglie defunta e il sospetto dei suoi tradimenti; il rapporto torbido e irrisolto con l\u2019altro figlio, che vive in Canada; i confronti con compagni di partito, amici e avversari politici. E poi improvvise fenditure surreali: un astronauta che galleggia nello spazio, alcuni adolescenti che ballano, un capo di Stato in visita che inciampa sul tappeto rosso. <\/p>\n<p><a class=\"card\" data-title=\"La grazia\" href=\"https:\/\/storage.ecodibergamo.it\/media\/photologue\/2026\/1\/8\/photos\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_7b3c2982-ebdc-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1199.png\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><br \/>\n<img decoding=\"async\" alt=\"La grazia\" class=\"card-img\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/i-primi-film-dellanno-da-non-perdere_7b3c2982-ebdc-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1199_horizontal_image.png\" title=\"La grazia\"\/><br \/>\n<\/a><\/p>\n<p>\n        La grazia<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8, insomma, il Sorrentino pi\u00f9 tipico: con una scrittura che asseconda la deriva visionaria e che affida al protagonista uno sguardo laterale sul mondo, distante \u2013 spesso quasi impassibile \u2013 eppure capace di tagliare la scena con commenti secchi e icastici. Sotto tutta questa forma, per\u00f2, il contenuto tende a sfuggire. O meglio: resta spesso appiattito su uno dei temi pi\u00f9 risaputi del cinema sorrentiniano: <strong class=\"bold nero\">la noia come fondo dell\u2019esistenza<\/strong>, il suo peso, e la non eccezionalit\u00e0 di qualsiasi ruolo, di nessuna figura. Anche il Presidente \u00e8 un uomo come gli altri in fondo, con gli stessi vuoti, le stesse ossessioni, la stessa fragilit\u00e0. E la politica, proprio come ne \u00abIl divo\u00bb resta una cornice: solenne, elegante, a tratti surreale, ma incapace di produrre uno senso. E in questa chiave<strong class=\"bold nero\"> il termine grazia che d\u00e0 il titolo al film si presta a differenti interpretazioni<\/strong>: non solo quella presidenziale, che il capo dello Stato si chiede se concedere o meno, ma anche quella di cui il cinema potrebbe (dovrebbe) farsi portatore. <\/p>\n<p>Sorrentino la insegue e la utilizza in senso ossimorico \u2013 come promessa e insieme impossibilit\u00e0 \u2013 ma non riesce davvero a trovarla all\u2019interno delle pieghe del racconto. Come se il suo cinema non si elevasse mai davvero, scambiando la rarefazione e lo stile trattenuto per una forma di trascendenza. E in fondo quella che vorrebbe fosse grazia non \u00e8 altro che <strong class=\"bold nero\">un ordine che con il proprio cinema cerca di trovare dentro al caos della realt\u00e0.<\/strong> Ed \u00e8 forse un atteggiamento pi\u00f9 condiscendente e consolatorio di quanto lui stesso creda (e voglia farci credere).  <\/p>\n<p> Durata: 2h12<br \/>In sala dal 15 gennaio <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"scritto da Lorenzo Rossi E. 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