{"id":297756,"date":"2026-01-09T03:14:10","date_gmt":"2026-01-09T03:14:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/297756\/"},"modified":"2026-01-09T03:14:10","modified_gmt":"2026-01-09T03:14:10","slug":"i-migliori-film-del-2025-sullo-schermo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/297756\/","title":{"rendered":"I migliori film del 2025 sullo schermo"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t\t<strong>UNA BATTAGLIA DOPO L\u2019ALTRA di Paul Thomas Anderson<\/strong><\/p>\n<p>Una battaglia dopo l\u2019altra \u00e8 grande cinema. Possiamo dirlo forte. Il regista statunitense <strong>Paul Thomas Anderson<\/strong> ci riporta ai fasti de Il Petroliere, realizzando nuovamente un <strong>film molto politico<\/strong> con cui racconta la controversa epoca in cui viviamo oggi, alternando sottile ferocia e spudorata ironia: <strong>il nazionalismo e la repressione del dissenso dilagano, la violenza e il machismo vanno a braccetto, il libero arbitrio \u00e8 messo a dura prova <\/strong>(anche per chi \u00e8 nel giusto).<\/p>\n<p>Dopo anni di militanza e dedizione, <strong>Bob<\/strong> (Leonardo DiCaprio), ex membro di un gruppo rivoluzionario, vive ai margini della societ\u00e0 insieme alla propria figlia adolescente <strong>Willa<\/strong> (Chase Infiniti), disilluso e scombussolato dall\u2019alcol e dalle droghe. Quando, per\u00f2, un nemico del passato (Sean Penn) spezza l\u2019incantesimo di tranquillit\u00e0, l\u2019<strong>animo guerriero sopito di Bob riemerge<\/strong>, <strong>combattendo \u201cuna battaglia dopo l\u2019altra\u201d stavolta per e a fianco di sua figlia<\/strong>.<\/p>\n<p>Un grande cast per una grande opera: <strong>Leonardo DiCaprio<\/strong> \u00e8 convincente nel dare vita a un personaggio dalle mille sfaccettature caratteriali, dal fumantino al malinconico; lo stravagante sensei messicano di <strong>Benicio Del Toro<\/strong>, proprio insieme a Leo, ci regala le scene pi\u00f9 divertenti del film. Resta impressa negli occhi tutta la grandezza di <strong>Sean Penn<\/strong> nei panni dello squilibrato colonnello Lockjaw. Una menzione speciale per la sottile ma potente colonna sonora di <strong>Johnny Greenwood<\/strong>, che accompagna lo spettatore lungo tutto il caotico incedere della pellicola.<\/p>\n<p>Una battaglia dopo l\u2019altra \u00e8 un interessante esperimento di Paul Thomas Anderson nella <strong>sovrapposizione di diversi generi<\/strong>, thriller, action, dramma familiare e satirico, assolutamente riuscito. Tanti film in uno, dove dal caos si ritorna all\u2019equilibrio, immortalato nell\u2019immagine di un padre e di una figlia che si vogliono bene.<\/p>\n<p><strong>ATTITUDINI: NESSUNA di Sophie Chiarello<\/strong><\/p>\n<p>\u201cAttitudini: Nessuna\u201d \u00e8 <strong>molto pi\u00f9 di un semplice documentario celebrativo<\/strong>: \u00e8 un racconto affettuoso, intelligente e sorprendentemente intimo della carriera di Aldo Giovanni e Giacomo, <strong>capace di parlare tanto ai fan storici quanto a chi li ha incrociati distrattamente in televisione o al cinema<\/strong>. Il film ripercorre oltre trent\u2019anni di lavoro scegliendo di muoversi per attitudini, appunto: quelle comiche, quelle umane, quelle che hanno permesso a tre personalit\u00e0 diversissime di costruire un linguaggio comune e riconoscibile.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 <strong>un equilibrio riuscito tra comicit\u00e0 e commozione<\/strong>. Si ride molto, come \u00e8 inevitabile, ma si resta anche colpiti da una malinconia sottile che attraversa tutto il racconto: il tempo che passa, i corpi che cambiano, le stagioni della vita e del successo. Il documentario di Sophie Chiarello non nasconde le fatiche, le crisi, i momenti di distanza del trio e proprio per questo restituisce <strong>un ritratto sincero di un\u2019amicizia<\/strong> che ha saputo trasformarsi senza rompersi. Uno dei momenti pi\u00f9 emozionanti \u00e8 il ricongiungimento con <strong>Marina Massironi<\/strong>, presenza fondamentale nella loro storia artistica e umana. Da segnalare anche la colonna sonora, in particolare il brano di Brunori Sas, ispirato a una poesia di Aldo: una chiusura delicata e sentita, che accompagna lo spettatore fuori dalla sala con <strong>la sensazione di aver condiviso qualcosa di autentico<\/strong>. \u201cAttitudini: Nessuna\u201d \u00e8, in fondo, questo: la storia di tre amici che hanno fatto ridere un Paese intero, senza mai smettere di interrogarsi su chi fossero, allora come oggi.<\/p>\n<p><strong>AFTER THE HUNT di Luca Guadagnino<\/strong><\/p>\n<p>Maggie, studentessa di Yale, accusa un professore di molestie. <strong>L\u2019ombra del dubbio<\/strong> circa la veridicit\u00e0 del caso incrina le vite perfette di altri docenti come un effetto domino. Tra questi non \u00e8 esclusa Alma, docente di filosofia che si ritrova in una scomoda posizione: <strong>a chi bisogna credere?<\/strong> Come non cadere nel baratro? <strong>Guadagnino<\/strong> dirige un thriller preciso come il ticchettio di un orologio e, seguendo la lezione <strong>hitchcockiana<\/strong> sulla suspense, manipola ci\u00f2 che lo spettatore sa, vede e crede. Non conta stabilire la verit\u00e0 dei fatti, ma come si muovono i personaggi nell\u2019impasse di un aut aut che \u00e8 il vero motore del <strong>meccanismo narrativo<\/strong>, perch\u00e9 tutto si scioglie in un\u2019unica, <strong>grande bugia<\/strong>. Ci\u00f2 che resta dopo la caccia \u00e8 una sfida metanarrativa tra <strong>storytellers<\/strong>, ovvero ha la meglio chi, alterando lo sguardo altrui, \u00e8 pi\u00f9 abile a raccontare la propria versione dei fatti.<\/p>\n<p>La discendenza \u00e8 quella dei <strong>figli postmoderni dell\u2019autore del Sospetto<\/strong> e la si riconosce nella cura per gli oggetti e i gesti, qualche mcguffin, nella direzione sapiente degli attori, nella dialettica tra forme e contenuti. In una condizione di finta parit\u00e0, Alma tiene lezioni di etica e morale, spiega Foucault e il <strong>panopticon<\/strong>; in questo senso il film \u00e8 una sfida per conquistare l\u2019epicentro del dispositivo, la torre dei sorveglianti. Chi ci riesce? Forse Alma, che insegna il paradosso di Ulisse, ma riduce opportunisticamente la teoria a un guscio vuoto? O Maggie, vicaria di una generazione che finge di combattere i privilegi su cui si adagia? No, nessuno riesce davvero a occupare il centro del panopticon. Ormai i <strong>sorvegliati<\/strong> conoscono la vecchia teoria: non si sottomettono pi\u00f9 allo sguardo dell\u2019Altro, ma lo ingannano astutamente, rimpiazzando la propria immagine con dei <strong>simulacri<\/strong>. Quando tutto sembra precipitare, l\u2019unico demiurgo in grado di <strong>sorvegliare e punire<\/strong>, giudicare e manovrare, non pu\u00f2 che essere l\u2019autore. Divertito e seduto nella sua torre panottica, Guadagnino ha l\u2019ultima parola, sospende per un attimo la sua invisibilit\u00e0 e grida il <strong>\u201ccut!\u201d<\/strong> definitivo.<\/p>\n<p><strong>POMERIGGI DI SOLITUDINE di Albert Serra<\/strong><\/p>\n<p>Nel celebre saggio <strong>Morte ogni pomeriggio<\/strong>, Andr\u00e9 Bazin si sofferma sul film La course de taureaux per riflettere sulla <strong>(non) rappresentabilit\u00e0<\/strong> della morte e del sesso al cinema. Per il critico, questi due momenti della vita sfuggono per definizione alle immagini, pena la <strong>violazione della loro natura<\/strong>: sono istanti che in fotografia sono per forza il prima o il dopo, ma mai l\u2019attimo esatto in cui accadono. Il cinema li sottrae parzialmente all\u2019irripetibilit\u00e0 e questa violazione ontologica provoca l\u2019<strong>oscenit\u00e0<\/strong>, nel senso latino del termine \u201cdi cattivo augurio\u201d. Di fronte all\u2019ultimo capolavoro di Albert Serra le parole di Bazin risuonano come un corollario necessario a orientarci nelle immagini di quello che, in fondo, \u00e8 un <strong>documentario sulla morte al lavoro<\/strong>. Il film segue diversi incontri di <strong>sangue e arena<\/strong> del torero Andr\u00e9s Roca Rey con i tori che periscono colpiti dalla sua lama.<\/p>\n<p>L\u2019immagine \u201creale\u201d della morte dei tori \u00e8 impressa per sempre; dunque, tornando a Bazin, l\u2019animale (e l\u2019uomo) muore ogni nuova proiezione e rinasce la successiva, <strong>riproducibile all\u2019infinito<\/strong>. L\u2019<strong>aleatoriet\u00e0<\/strong> del cinema del reale \u00e8 la condizione per cui il documentario prende vita nell\u2019imprevedibile. Marco Bertozzi la chiama \u201cl\u2019agonia delle immagini certe\u201d, perch\u00e9 la morte \u00e8 potenzialmente dietro l\u2019angolo anche per Andr\u00e9s. Con un <strong>campo visivo ristretto sul torero e la vittima<\/strong> della sua performance, l\u2019occhio della macchina da presa esclude gli spettatori della corrida, ma il sonoro \u00e8 sommerso da grida e applausi. Gli spettatori coinvolti nel visibile siamo noi, fissati dall\u2019<strong>occhio<\/strong> senza vita dell\u2019animale sanguinante, che ci obbliga a ripiegare sul nostro stesso <strong>sguardo<\/strong>, sempre colpevole di assistere all\u2019istante solenne e proibito.<\/p>\n<p><strong>TRE CIOTOLE di Isabel Coixet<\/strong><\/p>\n<p>Tratto dall\u2019<strong>ultimo libro scritto da Michela Murgia<\/strong> nel 2023, una delicata riflessione sul dolore e dell\u2019imminenza della morte intimamente legata all\u2019esperienza biografica dell\u2019autrice, deceduta nell\u2019estate dello stesso anno, Tre Ciotole \u00e8 un omaggio alla <strong>fragilit\u00e0 umana<\/strong> e un\u2019esortazione priva di retorica a <strong>vivere il presente<\/strong>, una sorta di carpe diem contemporaneo. <strong>Isabel Coixet<\/strong>, regista spagnola che si era gi\u00e0 occupata di temi simili in La mia vita senza me, segue i suoi personaggi con sguardo incantato, attraverso inquadrature mai banali, spesso accompagnate da una voice-over che restituisce l\u2019origine letteraria del film. Questa operazione coraggiosa non cade mai nel didascalico, ma piuttosto si orienta in una <strong>dimensione poetica<\/strong> dove le immagini, con la loro particolare grana, concorrono con le parole a formulare lo stesso significato. Significativa \u00e8 anche la scelta del cast: <strong>Alba Rohrwacher interpreta Marta<\/strong>, un\u2019insegnante di educazione fisica, che riscopre la bellezza delle piccole scelte in libert\u00e0 e delle azioni senza obiettivi, in seguito alla rottura con il suo compagno Antonio (Elio Germano), chef di successo, dalla personalit\u00e0 ben pi\u00f9 inquadrata.<\/p>\n<p>In questa fase, Marta scopre di avere un tumore terminale: Tre Ciotole non \u00e8 un film sulla malattia, ma piuttosto su come questa obblighi a <strong>cambiare prospettiva sulla vita<\/strong>, con la leggerezza paradossale che Rohrwacher sa regalare al suo personaggio. I protagonisti si muovono in una<strong> Roma fatta di luoghi affettivi<\/strong> \u2013 il museo alla Centrale Montemartini, la scuola, le trattorie \u2013 che diventano parte della poetica del film. Ruolo centrale ha <strong>il cibo<\/strong>, che ritorna in numerose scene con valori diversi, finendo per essere simbolo delle identit\u00e0 dei vari personaggi e delle loro relazioni: il titolo stesso rimanda al saper prendersi cura di s\u00e9 attraverso la cucina, secondo i propri bisogni e con le quantit\u00e0 giuste. Infine, un\u2019ultima nota va dedicata alla musica e, in particolare, al brano <strong>Sant\u2019Allegria di Tenco<\/strong>, che sul finale del film risuona con le voci di Mahmood e Ornella Vanoni, in una sospensione di tempo e di spazio.<\/p>\n<p><strong>TRAIN DREAMS di Clint Bentley<\/strong><\/p>\n<p>Il 2025 \u00e8 stato un anno ricco di pellicole che hanno ricevuto un\u2019 accoglienza ottima sia da parte della critica che dal pubblico. Di alcuni film se n\u2019\u00e8 parlato molto ( \u201cUna battaglia dopo l\u2019altra\u201d, \u201cLa grazia\u201d, \u201cAfter the hunt\u201d)\u00a0 mentre molti altri sono passati molto meno sotto i riflettori. Un esempio lampante \u00e8 l<strong>\u2019emozionante ultima opera di Clint Bentley, Train dreams.\u00a0 <\/strong>Il film narra la storia di Robert, un taglialegna che, all\u2019inizio del XX secolo, dopo aver tirato su famiglia con una donna che ama moltissimo, si ritrova a fare i conti con una<strong> tragedia familiare<\/strong> in cui non riesce ad intervenire in tempo.<\/p>\n<p>Bentley sfrutta l<strong>\u2019ambientazione western <\/strong>come pretesto per raccontare un tema immortale come la <strong>memoria e l\u2019elaborazione del lutto<\/strong>\u00a0 in modo <strong>delicato <\/strong>e <strong>toccante<\/strong>. Robert \u00e8 un uomo introverso, sensibile e abituato alla solitudine, ma dal momento in cui una donna riesce a toccare le corde del suo cuore la sua vita inizia a trovare un senso. Il ricordo ossessivo di una persona amata che \u00e8 venuta a mancare pu\u00f2 facilmente divenire <strong>veleno<\/strong>, ma con la corretta elaborazione pu\u00f2 trasformarsi nella giusta carica per poter ritrovare un<strong> senso nella bellezza delle piccole cose e per ritrovare se stessi.<\/strong> Bentley, con paesaggi mozzafiato, una<strong> regia in funzione delle emozioni del protagonista<\/strong> e una fotografia che oscilla tra freddezza e calore a seconda del momento raccontato, immerge completamente lo spettatore nella storia facendogli vivere una vera e propria <strong>esperienza sentimentale<\/strong> dalla quale ne uscir\u00e0 emotivamente stanco, ma toccato. Train dreams ricorda allo spettatore di godersi ogni singolo istante passato con le persone che ama e di non trascurare mai il proprio essere,<strong> anche quando fa troppo male.<\/strong> Su Netflix, in mezzo ad un mare di pellicole mainstream e conosciutissime si pu\u00f2 ancora trovare qualcosa di autoriale in grado di parlare a cuore aperto agli spettatori.<\/p>\n<p><strong>ORFEO di Virgilio Villoresi<\/strong><\/p>\n<p>Un\u2019opera che procede per evocazioni pi\u00f9 che per narrazione, per stratificazioni di senso pi\u00f9 che per sviluppo drammaturgico. <strong>Il film di Villoresi non racconta il mito di Orfeo: lo interroga, lo smonta, lo lascia risuonare<\/strong> nello spazio vuoto che separa l\u2019immagine dal suono, il gesto dalla memoria partendo dal poema a fumetti di <strong>Dino Buzzati<\/strong>. Villoresi, animatore tra i pi\u00f9 importanti del nostro panorama, lavora come un <strong>archeologo del visivo<\/strong>, riportando in superficie frammenti di un immaginario antico, tra gotico e giallo italiano, e riassemblandoli con una sensibilit\u00e0 profondamente contemporanea. Il suo Orfeo \u00e8 una figura astratta, un principio poetico prima che un personaggio, un corpo che attraversa il quadro senza mai possederlo davvero. L\u2019immagine, spesso rarefatta, talvolta spigolosa, altrove sontuosa come raramente nel cinema di oggi, sembra sul punto di dissolversi, come se il film stesso temesse di voltarsi indietro e perdere ci\u00f2 che sta inseguendo.<\/p>\n<p>Il dialogo tra musica e cinema \u00e8 centrale, ma non conciliatorio: il suono non accompagna l\u2019immagine, la sfida, la contraddice, la mette in crisi. \u00c8 un film che chiede allo spettatore di abbandonare ogni comfort narrativo e di<strong> lasciarsi trasportare da un flusso sensoriale <\/strong>che ha pi\u00f9 a che fare con l\u2019esperienza che con il racconto. In questo senso, Orfeo \u00e8 anche una<strong> riflessione sul cinema come arte della perdita e dell\u2019irripetibilit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>Villoresi firma un\u2019opera gioiosa e radicale, che non cerca il consenso ma la coerenza interna del proprio gesto artistico. Un film che non si guarda soltanto, ma si ascolta, si attraversa, si accetta. E che, come il canto di Orfeo, continua a vibrare anche dopo che lo schermo si \u00e8 fatto buio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"UNA BATTAGLIA DOPO L\u2019ALTRA di Paul Thomas Anderson Una battaglia dopo l\u2019altra \u00e8 grande cinema. 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