{"id":300384,"date":"2026-01-10T19:42:26","date_gmt":"2026-01-10T19:42:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/300384\/"},"modified":"2026-01-10T19:42:26","modified_gmt":"2026-01-10T19:42:26","slug":"recensione-della-mostra-su-jack-vettriano-a-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/300384\/","title":{"rendered":"Recensione della mostra su Jack Vettriano a Milano"},"content":{"rendered":"<p>                        di<br \/>\n\t\t\t\t                    <a href=\"https:\/\/www.finestresullarte.info\/2806p_francesca-anita-gigli.php\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><br \/>\n                    Francesca Anita Gigli<\/a><br \/>\n                    , scritto il 09\/01\/2026<br \/>\n\t\t<br \/>Categorie:                 <a href=\"https:\/\/www.finestresullarte.info\/16c_recensioni-mostre.php\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Recensioni mostre<\/a>                             \/ Argomenti: <a href=\"https:\/\/www.finestresullarte.info\/tag\/arte-contemporanea.php\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Arte contemporanea<\/a> <\/p>\n<p>\n                La retrospettiva di Jack Vettriano al Museo della Permanente di Milano \u00e8 un caso esemplare di allestimento che, pur corretto, livella pittura, stampe e fotografie in un apparato narrativo onnipresente che finisce per assorbire l\u2019arte. Una mostra che insegna pi\u00f9 sul sistema espositivo che sull\u2019artista stesso. La recensione di Francesca Gigli.            <\/p>\n<p>Esistono mostre che rischiano di penalizzare un artista e mostre che rischiano di penalizzare un pubblico. Pi\u00f9 rare, e pi\u00f9 istruttive, sono quelle che riescono a correre entrambi i rischi con una tale coerenza progettuale da trasformare l\u2019errore in sistema espositivo. La retrospettiva che il Museo della Permanente a Milano dedica a Jack Vettriano fino al 25 gennaio appartiene a questa categoria precisa e merita d\u2019essere osservata con attenzione, perch\u00e9 rivela con estrema chiarezza come una mostra possa funzionare male senza mai sembrare improvvisata, e come l\u2019apparato possa prendere il posto dell\u2019opera con una naturalezza quasi imbarazzante.<\/p>\n<p>Il dato strutturale, evidente a chi attraversa le sale con un minimo d\u2019attenzione, riguarda il modo in cui organizza e gerarchizza ci\u00f2 che dichiara di esporre. La comunicazione ufficiale afferma che \u201cpropone oltre 80 opere, tra cui otto olii su tela, una serie di lavori su carta museale a tiratura unica, un ciclo di fotografie scattate nello studio dell\u2019artista e un video in cui Vettriano parla di s\u00e9 e della propria evoluzione stilistica\u201d. Tutto \u00e8 corretto, tutto \u00e8 dichiarato e perfettamente trasparente. Ed \u00e8 proprio questa trasparenza a rendere il dispositivo interessante perch\u00e9, nella pratica dell\u2019allestimento, l\u2019equilibrio tra questi elementi risulta tutt\u2019altro che neutro. Gli otto dipinti a olio, pur esplicitamente indicati come nucleo pittorico, non vengono mai messi nelle condizioni di reggere un ruolo centrale, ma vengono inglobati in un flusso uniforme dove tutto vale allo stesso modo. La pittura viene, cos\u00ec, livellata e assorbita in un sistema che appiattisce ogni differenza materiale e il risultato \u00e8 un ambiente in cui l\u2019olio su tela, la stampa, la fotografia e la parola convivono sullo stesso piano comunicativo. Tutto concorre a un unico effetto narrativo, continuo e indistinto. La pittura perde peso, densit\u00e0 e viene trattata come una voce fra le altre, come un\u2019immagine tra immagini, privata di quella resistenza che dovrebbe costituire il suo valore primario.<\/p>\n<p>La sproporzione non riguarda dunque la correttezza dell\u2019informazione, ma il suo effetto nel funzionamento complessivo del percorso. L\u2019enumerazione delle \u201coltre 80 opere\u201d produce l\u2019idea di una ricchezza compatta, mentre l\u2019esperienza restituisce una distribuzione molto precisa dei pesi: da un lato pochi dipinti che chiederebbero tempo, dall\u2019altro un apparato narrativo che occupa lo spazio e orienta continuamente lo sguardo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" title=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-museo-permanente-1.jpeg\" width=\"750\" height=\"422\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nAllestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli&#13;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" title=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-museo-permanente-2.jpeg\" width=\"750\" height=\"561\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nAllestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli&#13;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" title=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-museo-permanente-3.jpeg\" width=\"750\" height=\"576\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nAllestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli&#13;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" title=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-museo-permanente-4.jpeg\" width=\"750\" height=\"563\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nAllestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Francesca Gigli&#13;<\/p>\n<p>A questo punto conviene sgomberare il campo da un equivoco che qui potrebbe nascere. Il problema non \u00e8 la presenza di pochi quadri: Milano conosce bene, e pratica con successo, mostre costruite attorno a un solo capolavoro. Ogni anno, per esempio, nel periodo natalizio, Palazzo Marino ospita in Sala Alessi una monografica concentrata su un\u2019unica opera, per iniziativa del Comune di Milano. In quel contesto la scelta della concentrazione nasce da una fiducia precisa: fiducia nella forza dell\u2019oggetto, nella sua capacit\u00e0 di sostenere il silenzio, di reggere lo sguardo frontale, di abitare lo spazio senza alcuna scorta. L\u2019allestimento si ritrae, la parola si misura e il tempo si dilata. Qui il pubblico viene trattato come interlocutore capace di restare, mentre nel caso Vettriano accade l\u2019opposto. L\u2019apparato cresce in proporzione diretta alla fragilit\u00e0 dell\u2019esperienza che cerca di sostenere: dove la pittura rischia di esaurirsi rapidamente, il testo interviene; dove l\u2019immagine fatica a trattenere lo sguardo, la narrazione si espande.<\/p>\n<p>Il punto, dunque, riguarda l\u2019evidenza dell\u2019operazione e la misura delle ambizioni. A Palazzo Marino la concentrazione nasce da una fiducia esplicita. Quel tipo di fiducia che prende forma solo quando l\u2019opera possiede una densit\u00e0 sufficiente a reggere l\u2019isolamento e persino l\u2019attrito di un\u2019attenzione protratta. Al Museo della Permanente la saturazione risponde a una necessit\u00e0 diversa, in cui l\u2019allestimento si fa loquace perch\u00e9 la pittura di Vettriano, debole nella costruzione e povera nella resistenza visiva, richiede un contesto che la sorregga. Il vuoto viene colmato, il silenzio attenuato e la solitudine, purtroppo, schermata. L\u2019opera resta al centro solo in apparenza, mentre intorno si organizza un sistema di appigli, commenti, traduzioni e rinforzi che ne accompagnano costantemente la ricezione.<\/p>\n<p>In un caso l\u2019allestimento si ritrae perch\u00e9 l\u2019opera regge da sola. Nell\u2019altro si espande, senza troppa grazia, perch\u00e9 essa domanda continua protezione. Il punto \u00e8 che un percorso che riempie in questo modo nasce da una cautela evidente: quella di evitare che lo sguardo, lasciato libero, incontri troppo presto il limite della mostra. Cautela, questa, che sembra condivisa anche sul piano editoriale. Il catalogo, pi\u00f9 che aprire uno spazio critico autonomo, replica quasi pedissequamente i testi di sala e affida la riflessione sull\u2019artista a una breve biografia conclusiva, come se la mostra stessa avesse gi\u00e0 detto tutto ci\u00f2 che era opportuno dire. Ne emerge l\u2019impressione di un\u2019operazione che procede con prudenza, senza esporsi fino in fondo, come se nemmeno chi l\u2019ha costruita avesse davvero scommesso sulla possibilit\u00e0 che la pittura, da sola, potesse reggere il peso dell\u2019attenzione. E quando un apparato parla cos\u00ec tanto, spesso racconta anche ci\u00f2 che preferirebbe tacere.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Simone Canepa\" title=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Simone Canepa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-museo-permanente-foto-simone-canepa-1.jpg\" width=\"750\" height=\"1132\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nAllestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Simone Canepa&#13;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Simone Canepa\" title=\"Allestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Simone Canepa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-museo-permanente-foto-simone-canepa-2.jpg\" width=\"750\" height=\"497\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nAllestimenti della mostra su Jack Vettriano al Museo della Permanente. Foto: Simone Canepa&#13;<\/p>\n<p>Ora, per\u00f2, diventa necessario soffermarsi su ci\u00f2 che la mostra definisce \u201copere su carta museale\u201d, formula elegante e ambigua che svolge una funzione precisa. Con questa espressione sono indicate stampe fine-art realizzate su carta archivio, firmate e certificate, presentate come pezzi a tiratura unica o estremamente limitata. Si tratta d\u2019immagini derivate da dipinti esistenti, tradotte attraverso tecniche di stampa ad alta definizione e destinate al mercato collezionistico della grafica d\u2019arte. Il risultato \u00e8 raffinato, impeccabile, perfettamente spendibile. Nel contesto di una retrospettiva, questa distinzione assume un peso specifico. Ovviamente le opere su carta museale permettono di esporre molti dei soggetti pi\u00f9 celebri di Vettriano, spesso noti attraverso la loro diffusione mediatica e commerciale, ma lo fanno attraverso una forma che appartiene a un regime diverso rispetto alla pittura a olio. La superficie stampata privilegia la riconoscibilit\u00e0 dell\u2019immagine, la sua immediatezza, la sua capacit\u00e0 di essere colta in un solo colpo d\u2019occhio. In questo contesto la materia pittorica, con le sue stratificazioni, le sue correzioni e le sue resistenze, scivola ai margini, rimpiazzata da superfici uniformi e levigate, impeccabili come prodotti finiti. Il dato economico, con un biglietto d\u2019ingresso fissato a 16 euro, rende il quadro ancora pi\u00f9 istruttivo. La visita assume una fisionomia singolare: ci\u00f2 che richiede presenza, distanza, tempo, occupa uno spazio ridotto; ci\u00f2 che pu\u00f2 vivere perfettamente altrove, come su uno schermo domestico e in alta definizione, domina il percorso.<\/p>\n<p>Le stampe, perfette e lucide, funzionano come equivalenti visivi, pronti all\u2019uso, pi\u00f9 inclini alla sostituzione che all\u2019approfondimento. La pittura diventa una parentesi abbandonata all\u2019interno di un archivio iconografico gi\u00e0 noto, ordinato, narrativamente compatto. Il visitatore entra con la promessa di un incontro e attraversa invece una sequenza di immagini riconoscibili, gi\u00e0 metabolizzate, accompagnate da testi e citazioni che ne fissano il senso con premura amministrativa. L\u2019allestimento lavora con grande efficienza in questa direzione. Ogni elemento concorre a stabilizzare l\u2019immagine, a renderla disponibile, maneggevole, priva di attrito. Le differenze di statuto tra olio, stampa, fotografia si appianano fino a diventare irrilevanti. La retrospettiva si presenta cos\u00ec come un dispositivo che privilegia la circolazione dell\u2019immagine rispetto alla presenza dell\u2019opera, offrendo una visione coerente, liscia, perfettamente trasferibile. Dentro il museo e, con identica efficacia, anche fuori.<\/p>\n<p>Da qui le sale, o pi\u00f9 correttamente le partizioni che articolano lo spazio, adottano titoli che attingono al repertorio del jazz e della canzone sentimentale: Dream, In the Mood, Body and Soul, Dance Me to the End of Love. Ogni titolo promette e racconta di un\u2019esperienza emotiva precisa e, subito dopo, lo spazio interviene e la smentisce. Le pareti restano bianche, asettiche, illuminate come un corridoio clinico; l\u2019atmosfera evocata dai titoli evapora immediatamente, assorbita da un allestimento che tratta le immagini con distanza igienica. Dove il titolo suggerisce calore, lo spazio risponde con neutralit\u00e0 e dove la parola chiama sentimento, l\u2019architettura invita al distacco. I pannelli di sala sostengono questa impostazione con una scrittura abbondante. La prosa procede per accumulazione d\u2019immagini verbose e ridondanti, le opere galleggiano in un ambiente che somiglia pi\u00f9 a un corridoio funzionale che a un luogo di pensiero. La grafica dei pannelli, in qualche occasione dominata dal volto dell\u2019artista e da un\u2019estetica promozionale che richiama un immaginario da primi anni Duemila, rafforza l\u2019impressione di trovarsi di fronte a un prodotto confezionato frettolosamente, pi\u00f9 che a un progetto curatoriale.<\/p>\n<p>Dentro questa cornice si crea una narrazione ormai stabilizzata: quella dell\u2019artista amato dal pubblico e guardato con sospetto dalla critica. La frattura viene presentata come tratto identitario, amministrata come elemento di fascino, coltivata come mito contemporaneo. Il consenso popolare assume il valore di una legittimazione autosufficiente, mentre il dissenso critico viene ricondotto a una postura elitaria, rapidamente archiviabile come snobismo di settore. In questo schema il conflitto non viene affrontato, ma neutralizzato. L\u2019opera esce dal campo della discussione e rientra in quello, pi\u00f9 comodo, della preferenza. E questa retrospettiva, bisogna ammetterlo, non gioca a favore dell\u2019artista.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Jack Vettriano, The Singing Butler (1992; opera su carta museale, 30 x 39 cm)\" title=\"Jack Vettriano, The Singing Butler (1992; opera su carta museale, 30 x 39 cm)\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-2.jpg\" width=\"750\" height=\"573\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nJack Vettriano, The Singing Butler (1992; opera su carta museale, 30 x 39 cm)&#13;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Jack Vettriano, A Marvellous night for a moondance (1990; olio su tela, 74,5 x 58 cm)\" title=\"Jack Vettriano, A Marvellous night for a moondance (1990; olio su tela, 74,5 x 58 cm)\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/jack-vettriano-1.jpg\" width=\"750\" height=\"587\" class=\"lazy\"\/>&#13;<br \/>\nJack Vettriano, A Marvellous night for a moondance (1990; olio su tela, 74,5 x 58 cm)&#13;<\/p>\n<p>In questo contesto l\u2019angolo del selfie si rivela per ci\u00f2 che \u00e8: una dichiarazione involontaria di poetica incoerente. Lo spazio destinato alla partecipazione del pubblico appare spoglio, rigido. Una parete fotografica che simula un archivio, un cavalletto isolato su un tappeto consunto, poche immagini appese come quinte laterali. Tutto concorre a costruire una scena che vorrebbe suggerire intimit\u00e0 e gesto creativo, ma restituisce un ambiente ancor pi\u00f9 freddo, amministrativo e pi\u00f9 vicino a un deposito che a un atelier. L\u2019invito al selfie, esplicitato graficamente sulla parete, entra cos\u00ec in contraddizione con lo spazio stesso che dovrebbe sostenerlo. Il visitatore viene sollecitato a mettersi in posa, ma non trova una scena che valga la posa.<\/p>\n<p>Questo angolo chiarisce retroattivamente l\u2019intero progetto. La mostra chiede partecipazione senza offrire forma, invoca l\u2019esperienza senza costruire uno spazio che la renda desiderabile. Il museo adotta il linguaggio della condivisione, ma ne fraintende la grammatica pi\u00f9 elementare: perch\u00e9 un\u2019immagine circoli, deve prima esistere. Qui, invece, la scena appare come un fondale neutro, intercambiabile, incapace di produrre altro che una documentazione piatta dell\u2019avvenuta presenza.<\/p>\n<p>Il selfie, anzich\u00e9 amplificare la visita, ne svela il limite. Non aggiunge nulla all\u2019opera, non arricchisce l\u2019esperienza, non genera un\u2019immagine memorabile. Si limita a certificare un passaggio. E in questa funzione notarile, pi\u00f9 che narrativa, trova il suo senso pi\u00f9 autentico.<\/p>\n<p>In tutto questo quadro si chiarisce una sensazione che aleggia fin dall\u2019inizio: quella di immagini che esauriscono il proprio senso nella visione immediata, senza chiedere prossimit\u00e0, silenzio, durata. La pittura si consuma in fretta e lascia spazio al contorno, al dispositivo, alla cornice relazionale. Lo schermo domestico, con la sua luce uniforme e la sua distanza protettiva, appare allora come un supporto pienamente adeguato. Il selfie, pi\u00f9 che un cedimento, diventa una forma di lettura critica involontaria. Registra con precisione ci\u00f2 che la mostra offre davvero: presenza rapida, riconoscimento istantaneo, uscita ordinata.<\/p>\n<p>\u00c8 in questo senso che la retrospettiva su Vettriano risulta esemplare. Non come modello virtuoso, ma come caso di studio di una museografia che confonde l\u2019accessibilit\u00e0 con la semplificazione e l\u2019inclusione con la rinuncia al pensiero. Un errore costruito con metodo, portato avanti con coerenza, e proprio per questo capace di dire molto su come a volte si scelga di esporre, raccontare e consumare l\u2019arte.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>                Se ti \u00e8 piaciuto questo articolo abbonati a Finestre sull&#8217;Arte.<br \/>\n\t\t\t\t\t\tal prezzo di 12,00 euro all&#8217;anno avrai accesso illimitato agli articoli pubblicati sul sito di Finestre sull&#8217;Arte e ci aiuterai a crescere e<br \/>\n\t\t\t\t\t\ta<br \/>\n\t\t\t\t\t\tmantenere la nostra informazione libera e indipendente.<br \/>\n\t\t\t\t\t\t<a href=\"https:\/\/shop.finestresullarte.info\/carrello\/?add-to-cart=8971\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">ABBONATI&#13;<br \/>\n\t\t\t\t\t\tA <br \/>FINESTRE SULL&#8217;ARTE<\/a><br \/>\n                    <\/p>\n<p>                        <img decoding=\"async\" class=\"immagineautoreimg\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/francesca-gigli.jpg\" title=\"Francesca Anita Gigli\" alt=\"Francesca Anita Gigli\"\/><\/p>\n<p style=\"font-size:16px\">L&#8217;autrice di questo articolo: <strong>Francesca Anita Gigli<\/strong><\/p>\n<p>Francesca Anita Gigli, nata nel 1995, \u00e8 giornalista e content creator. Collabora con Finestre sull\u2019Arte dal 2022, realizzando articoli per l\u2019edizione online e cartacea. \u00c8 autrice e voce di Oltre la tela, podcast realizzato con Cubo Unipol, e di Intelligenza Reale, prodotto da Gli Ascoltabili. Dal 2021 porta avanti Likeitalians, progetto attraverso cui racconta l\u2019arte sui social, collaborando con istituzioni e realt\u00e0 culturali come Palazzo Martinengo, Silvana Editoriale e Ares Torino. Oltre all\u2019attivit\u00e0 online, organizza eventi culturali e laboratori didattici nelle scuole. Ha partecipato come speaker a talk divulgativi per enti pubblici, tra cui il Fermento Festival di Urgnano e pi\u00f9 volte all\u2019Universit\u00e0 di Foggia. \u00c8 docente di Social Media Marketing e linguaggi dell\u2019arte contemporanea per la grafica.                <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Francesca Anita Gigli , scritto il 09\/01\/2026 Categorie: Recensioni mostre \/ Argomenti: Arte contemporanea La retrospettiva di&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":300385,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,20357,1613,1614,1611,1610,1612,203,204,1537,90,89],"class_list":{"0":"post-300384","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-contemporanea","10":"tag-arte-e-design","11":"tag-arteedesign","12":"tag-arts","13":"tag-arts-and-design","14":"tag-design","15":"tag-entertainment","16":"tag-intrattenimento","17":"tag-it","18":"tag-italia","19":"tag-italy"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115872513748196117","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/300384","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=300384"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/300384\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/300385"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=300384"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=300384"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=300384"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}