{"id":301309,"date":"2026-01-11T10:45:12","date_gmt":"2026-01-11T10:45:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/301309\/"},"modified":"2026-01-11T10:45:12","modified_gmt":"2026-01-11T10:45:12","slug":"il-rapimento-lacido-lorrore-ma-giuseppe-di-matteo-non-puo-morire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/301309\/","title":{"rendered":"Il rapimento, l&#8217;acido, l&#8217;orrore. Ma Giuseppe Di Matteo non pu\u00f2 morire"},"content":{"rendered":"<p>Ancora una settimana e avresti compiuto 16 anni, ma tu non lo sapevi. Il tempo per te, pi\u00f9 lento di una vecchia tartaruga, \u00e8 sempre uguale. Per te non c\u2019\u00e8 alba n\u00e9 tramonto. Sono passati 779 giorni da quando fosti rapito. Ti presero con l\u2019inganno. Era l\u2019inizio del calvario. Sempre solo, sempre al chiuso. Non avevi ancora 14 anni quel 23 novembre del 1993. Due mesi prima la mafia codarda aveva ucciso un povero prete, Padre Pino Puglisi. L\u2019ultimo rifugio che ti accolse fu a San Giuseppe Jato, a pochi passi dalla casa di tuo nonno. Ma tu non lo sapevi. Eri diventato un giovanotto ormai: sedici anni, l\u2019et\u00e0 dei primi amori; l\u2019et\u00e0 dei progetti, delle partite di pallone, delle scorrazzate tra i campi, delle gare con gli amici; l\u2019et\u00e0 dei capricci, della scuola, del desiderio di essere bello. Il corpo si trasforma, spunta la barba, i brufoletti ti tormentano, stai per diventare uomo. Per te, Giuseppe, niente di tutto questo. Da quando anch\u2019io sono sceso nella tua prigione, non faccio che pensare a te. Mi sei diventato amico, fratello, figlio. Mi tieni compagnia. A volte prego per te, altre volte ti prego di pregare per me. Mi accorsi che solo pochi giovani della tua et\u00e0, sapevano chi era Giuseppe Di Matteo. E cominciai a parlare e scrivere di te. A raccontare la tua storia. A chiedere loro uno sforzo d\u2019immaginazione per tentare di capire che vuol dire sopravvivere per pi\u00f9 di due anni in quelle condizioni. Anche tanti adulti, di te, ricordavano solo che eri \u201cil bambino sciolto nell\u2019acido\u201d. Una mezza verit\u00e0: non eri pi\u00f9 un bambino e l\u2019acido arriv\u00f2 dopo la tua morte. Per te, orribile oltre ogni dire, fu il tempo della prigionia. Come hai fatto a resistere? Qual era la tua colpa? Nessuna. Tuo padre era stato un mafioso. Tuo padre aveva poi cominciato a collaborare con la giustizia. Tu avevi solo 13 anni. Nessuno figlio deve soffrire per le colpe dei genitori. Tu avevi la tua dignit\u00e0. Con te la mafia gett\u00f2 via la maschera bugiarda. La vecchia favola che mai avrebbe toccato le donne e i bambini si sciolse come neve al sole. Con te, i mafiosi furono spietati.<\/p>\n<p>In questi anni, vado chiedendo a tutti di dedicare al tuo nome qualsiasi cosa: una strada, una palestra, un campetto, un albero, una panchina. Tanti lo hanno gi\u00e0 fatto, altri, ne sono certo, si aggiungeranno. Se di te non abbiamo nemmeno una tomba, tante strade, tante scuole, tante strutture sportive potranno ricordare ai posteri che il 23 novembre del 1993, a Palermo, un innocentissimo adolescente fu rapito dalla mafia per punire suo padre; tenuto prigioniero per 779 giorni, fu infine strangolato e sciolto nell\u2019acido.<\/p>\n<p>L\u2019ultimo atto di questo perdurante martirio avvenne gioved\u00ec 11 gennaio 1996 (trent\u2019anni oggi). Del tuo corpo non \u00e8 rimasto niente, tu, per\u00f2, non puoi, non devi morire. Tu devi aiutarci, Giuseppe. Nessuno meglio di te pu\u00f2 dirci di cosa \u00e8 capace l\u2019uomo quando spegne nel suo cuore la piet\u00e0. Chi non ha il coraggio di guardare negli occhi il male fatto dagli altri potrebbe ripeterlo. I tuoi coetanei hanno bisogno di sapere, di capire, di vedere. Occorre scendere nell\u2019abisso gelido di quegli anni. Non \u00e8 impossibile. Basta mettersi nei tuoi panni. Pensarti mentre gli attacchi di panico, la claustrofobia ti facevano sobbalzare togliendoti il respiro; quando la febbre divorava le tue carni; quando piangevi, pregavi, imploravi, gridavi, battevi i pugni nei muri di cemento. Nemmeno i tuoi aguzzini potevi vedere in viso, erano sempre mascherati. Iniziasti ad aspettare i giorni in cui sarebbero arrivati per portarti da mangiare, iniziasti addirittura volergli bene. Possibile? S\u00ec, il bisogno di amare si riversa finanche su chi ti tortura.<\/p>\n<p>Che ti era rimasto, Giuseppe? I sogni. Nella tua spietata solitudine potevi ancora sognare. Era l\u2019unico modo per uscire da quel bunker maledetto. Chiudevi gli occhi, saltavi sul tuo cavallo e iniziavi a galoppare per i prati profumati di zagara. I sogni ti hanno tenuto in vita per 779 giorni; hanno alimentato la speranza che l\u2019incubo nel quale eri stato scaraventato, presto avrebbe avuto fine. Mille volte hai assaporato la gioia della liberazione: l\u2019abbraccio dei genitori, le domande, l\u2019incontro con gli amici, i massaggi per imparare di nuovo a camminare, i regali, le carezze, i baci che per lungo tempo ti erano stati negati. I libri, il latte coi biscotti, la cioccolata calda, il piumone sul letto, la televisione. I regali. Invece. Gioved\u00ec 11 gennaio 1996. Arrivarono. Come sempre ti mettesti con la faccia nell\u2019angolo pensando che ti portassero da mangiare. Ti misero invece un cappio al collo. Strinsero. Volasti in paradiso. Tu, finalmente, libero. Noi a morire di vergogna. Da quel giorno sono passati 30 anni. Perdonaci, Giuseppe. Mai pi\u00f9. Mai pi\u00f9.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Ancora una settimana e avresti compiuto 16 anni, ma tu non lo sapevi. 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