{"id":302910,"date":"2026-01-12T11:31:12","date_gmt":"2026-01-12T11:31:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/302910\/"},"modified":"2026-01-12T11:31:12","modified_gmt":"2026-01-12T11:31:12","slug":"bela-tarr-la-fine-del-mondo-non-e-ancora-arrivata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/302910\/","title":{"rendered":"B\u00e9la Tarr: la fine del mondo non \u00e8 ancora arrivata"},"content":{"rendered":"<p>Morto un mondo, se ne fa un altro? Il lungometraggio (Il cavallo di Torino, 2012) che B\u00e9la Tarr decise, ben prima della sua uscita, sarebbe stato il suo ultimo, sembra rispondere di no. Colui che una didascalia iniziale pare designare come lo stalliere del cavallo abbracciato da un Nietzsche in via di impazzimento all\u2019inizio del 1889 viene mostrato, in mezzo alla deserta, ventosissima pianura dove abita con la figlia, negli ultimi sei giorni prima della fine del mondo. A parte le solite faccende quotidiane (nutrire l\u2019animale, prendere l\u2019acqua dal pozzo etc.) nulla succede: semplicemente, risorse e forza vitale si estinguono gradualmente insieme a ogni luce, finch\u00e9 solo la pi\u00f9 nera oscurit\u00e0 rimane.<\/p>\n<p>Eppure, Tarr la fine di un mondo l\u2019ha vista, una quarantina di anni prima di lasciarci il 6 gennaio: il blocco sovietico di cui faceva parte l\u2019Ungheria dov\u2019era nato (a P\u00e9cs) nel 1955. Se pot\u00e9 farsi notare giovanissimo \u00e8 solo perch\u00e9 era tra coloro che godevano della sorvegliata autonomia di oasi come gli studi cinematografici \u201cB\u00e9la Bal\u00e1zs\u201d, pensabili, pur con le conflittualit\u00e0 del caso, solo in quella determinata circostanza socio-politica. A distanza di sicurezza dalla tirannia del mercato, in quel contesto si potevano sperimentare nuovi rapporti tra finzione e documentario, ci\u00f2 che i primi tre film di Tarr (Nido familiare, 1979; L\u2019outsider, 1981; Rapporti prefabbricati, 1982) facevano in maniera gi\u00e0 significativamente originale. Ma gi\u00e0 qualche anno prima che il Muro cadesse, quel mondo si avviava verso la fine, e quell\u2019autonomia ebbe termine. Bisognava cercare nuove strade, e davvero ripartire da zero. Poco dopo l\u2019interlocutorio Almanacco d\u2019autunno (1984), che flirtava in modo forse un po\u2019 troppo civettuolo con le mode del cinema d\u2019autore internazionale dell\u2019epoca, arriva l\u2019eureka: <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/laszlo-krasznahorkai-due-voci\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">L\u00e1szl\u00f3 Krasznahorkai<\/a>.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"10693c34-b369-46de-8ebe-e7d963abf738\" height=\"780\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/fig 1_79.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nB\u00e9la Tarr con L\u00e1szl\u00f3 Krasznahorkai nel 1990.<\/p>\n<p>Il futuro Premio Nobel per la Letteratura collaborer\u00e0 a tutte, tranne una, le opere di Tarr dopo il 1985. \u00c8 in quell\u2019anno che il regista si innamora di Satantango, che impiegher\u00e0 pi\u00f9 di otto anni a realizzare (nel frattempo far\u00e0 Perdizione, 1987). Appena uscito, quel romanzo mostrava che l\u2019apocalisse come condizione esistenziale non c\u2019era bisogno di cercarla nel Sud statunitense di un William Faulkner, perch\u00e9 stava gi\u00e0 l\u00ec, tutt\u2019intorno alla capitale, nella puszta popolata da un\u2019umanit\u00e0 derelitta, priva di futuro, immortalata da periodi lunghissimi che bandivano l\u2019azione per fare del mondo un tessuto di scrittura. Puszta che Tarr esplorer\u00e0 per anni per trovare i luoghi giusti, le case diroccate giuste, le facce giuste, la giusta atmosfera cupa, nordico-nebbiosa, terrosa, autunnale.<\/p>\n<p>Rispettando la costruzione (quella pi\u00f9 adatta a dar conto di un mondo in cui il futuro \u00e8 una truffa) del romanzo, a blocchi di tempo in sequenza non-cronologica che scrutano uno stesso avvenimento da diversi punti di vista, il film traduce quel periodare a furia di long take, di piani lunghi con pochissimi stacchi di montaggio, dove le cose, soprattutto quelle minutamente quotidiane, ordinarie e insignificanti, vengono lasciate dispiegare senza curarsi granch\u00e9 del costruire una storia, ovvero del far partecipare lo spettatore a qualche conflitto drammatico mettendo le cose in sequenza una dopo l\u2019altra e scandendo la corsa in avanti da una causa a un effetto e cos\u00ec via, fino alla meta. Se poi per fedelt\u00e0 a questa attitudine contemplativa il film arriva a durare sette e ore e mezza, amen.<\/p>\n<p>Felpatamente, i long take si muovono per suggerire un legame tra le cose del mondo che ha a che fare non con l\u2019Azione (che in questo cinema ha poca importanza), ma con l\u2019Essere. Come ebbe a notare Jacques Ranci\u00e8re nel libro che dedic\u00f2 al regista ungherese, se le storie mettono l\u2019uomo al centro del mondo, e il mondo a sua disposizione, Tarr ci fa invece vedere un mondo dove un volto, un muro in rovina, un albero, un cavallo, un bicchiere di p\u00e1linka partecipano della stessa ontologia \u2013 e dunque manifestano una medesima dignit\u00e0 di esistere. Tarr \u00e8 un umanista: ci sconsiglia di farci accecare da chi ci illude di qualche progresso da ottenere verticalizzando il tempo, trasformando il mondo in un mezzo in vista di un fine, e ci ricorda invece che \u00e8 in orizzontale che dobbiamo guardare, a chi e cosa ci sta intorno, avendone cura. Verso i suoi esseri stritolati dalle storie di cui sono prigionieri, o da quelle resi appunto cose tra altre cose, Tarr ha sempre insistito che \u00e8 solo ed esclusivamente in termini di amore che la sua attitudine, e quella della sua cinepresa, si lasciano qualificare.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"b8056e3f-416a-43f0-b51c-a7095101d7f7\" height=\"464\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/fig 2_63.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nSatantango, 1994.<\/p>\n<p>Che queste complesse coreografie in splendido bianco e nero, imbastite per restituire sullo schermo la prosa dello scrittore e con quella un\u2019esperienza del tempo con pochi eguali nella settima arte, sia tra gli esiti maggiori di tutta l\u2019arte figurativa degli ultimi cent\u2019anni lo mostra con sufficiente chiarezza gi\u00e0 l\u2019inizio de Le armonie di Werckmeister (2000; adattamento di un pezzo di Melancolia della resistenza di Krasznahorkai), <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=zmrB36qNLCQ\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">uno degli incipit pi\u00f9 belli di sempre<\/a>. \u00c8 sbagliato, per\u00f2, credere che questo sia un cinema che si maceri in maniera morbosa e autocompiaciuta nella contemplazione pessimista dello sfacelo, e basta. \u00c8 in fondo gi\u00e0 Perdizione a suggerircelo, con quel suo protagonista malinconicamente rassegnato, nel solito villaggio di disperati che ristagnano tra pioggia e fango, a una miseria esistenziale di cui per\u00f2 lui stesso \u00e8 manifestamente co-responsabile (\u00e8 lui, infatti, a frustrare un\u2019improvvisa occasione di ricchezza per la sua comunit\u00e0).<\/p>\n<p>Pi\u00f9 passa il tempo, infatti, pi\u00f9 di questi film colpisce non solo il lato estetico (quello che ci invita a riscoprire la sensualit\u00e0 e i ritmi di un mondo che pure, come il nostro, \u00e8 condannato), ma anche quello politico \u2013 che magari, al momento della loro uscita, non era cos\u00ec evidente. Certo, bisogna intendersi su cosa voglia dire \u201cpolitico\u201d in questo caso. Mettiamola cos\u00ec: c\u2019\u00e8 un dato, per Tarr, dal quale qualsiasi ipotesi politica deve partire \u2013 pena l\u2019irrilevanza, se non addirittura la malafede. Ed \u00e8 questo. In un mondo come il nostro, caratterizzato dalla rivoluzione permanente (Tarr, come abbiamo visto, ne sapeva qualcosa gi\u00e0 da molto prima di un\u2019epoca come la nostra dove gli sconvolgimenti geopolitici avvengono con frequenza pressoch\u00e9 settimanale), nulla \u00e8 destinato a durare, e tutto viene macinato in quel vortice distruttivo che si \u00e8 ormai per sempre rivelata la Storia.\u00a0<\/p>\n<p>Si riducono, cos\u00ec, le distanze tra il mondo e il museo: il mondo non \u00e8, ora, che l\u2019esibizione di ci\u00f2 che non \u00e8 ancora incappato nella distruzione. Insomma: il mondo diventa museo di se stesso, un museo in cui noi siamo tanto spettatori quanto pezzi in mostra. In dialogo implicito con altri pensatori contemporanei della catastrofe (p.es. Jean-Pierre Dupuy), Tarr propone che sia questa la base di qualunque pensare o agire politico oggi. Il che non \u00e8 per nulla il caso della tecnocrazia n\u00e9 del populismo, che fingono di combattersi ma sono, in realt\u00e0, in simbiosi: secondo quella straordinaria allegoria che \u00e8 Le armonie di Werckmeister, \u00e8 al loro distruttivo circolo vizioso che si \u00e8 ridotta la politica in Europa, o forse in Occidente, o forse anche altrove.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"822cf552-3464-4506-a59e-40ac69c609cd\" height=\"507\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/fig 3_46.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nLe armonie di Werckmeister, 2000.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 Satantango postulava l\u2019indistinguibilit\u00e0 tra capitalismo e socialismo in nome di una stessa escatologia che faceva sempre troppo rima con \u201cburocrazia\u201d. Ne Le armonie, tutto ruota intorno a una balena morta chiusa in un container, che gli spettatori possono ammirare pagando un biglietto: un museo appunto, un silenzioso monito dell\u2019incombente distruzione destinato a rimanere inascoltato. E che dire de L\u2019uomo di Londra (2007), girato in una Bastia (Corsica) stravolta fino all\u2019irriconoscibilit\u00e0 dall\u2019astrazione delle immagini in bianco e nero (esacerbata ulteriormente dal cast assai eterogeneamente internazionale), ma che non pu\u00f2 non far pensare a tante citt\u00e0, nel Mediterraneo e altrove, stravolte di recente fino all\u2019invivibilit\u00e0 per farle diventare musei a cielo aperto? Non \u00e8 a questa situazione, spesso insostenibile, che fa pensare (senza che questa fosse necessariamente l\u2019intenzione di Tarr) questo adattamento in chiave quasi di tragedia greca dell\u2019omonimo romanzo di Georges Simenon, in cui il denaro alla fine accontenta tutti ma falcidia le condizioni stesse del vivere comune, degradato a infinita lotta tra poveri?<\/p>\n<p>E non sono certo i sottotesti (anti-)religiosi de Il cavallo di Torino (i sei giorni della de-creazione dalla luce al buio) a segnare un ripensamento rispetto alla centralit\u00e0 del museo come questione politica. Anzi. \u201cApocalisse\u201d, si sa, vuol dire \u201crivelazione\u201d, e ci\u00f2 che ci viene rivelato qui con l\u2019annuncio della fine del futuro \u00e8, appunto, il presente, con il suo splendore e con la sua potenzialit\u00e0, e anche se gravato costantemente da un\u2019ombra che minaccia a ogni istante di farlo diventare passato \u2013 cio\u00e8 materia da museo. Se davanti a noi non c\u2019\u00e8 nulla, solo buio, \u00e8 pi\u00f9 facile a guardare a qualunque qui-e-ora, comprese le occupazioni pi\u00f9 banali e quotidiane (come appunto ne Il cavallo di Torino, che \u00e8 tutto un indaffarato bollire patate, tagliare legna, spazzare casa e quant\u2019altro), come a qualcosa di degno di essere messo su un piedistallo; e se impariamo a guardare in questo modo, sembra dirci Tarr, qualche chance l\u2019abbiamo. In fondo, la fine del mondo non \u00e8 la fine del mondo. N\u00e9 la fine della sua carriera di regista \u00e8 stata la fine della sua attivit\u00e0: cosa c\u2019\u00e8 di pi\u00f9 ottimista del fondare una scuola di cinema, come per qualche anno (a partire dal 2013) Tarr riusc\u00ec a fare a Sarajevo, fuori dagli schemi (in primis accademici), e mettendo gli studenti nelle condizioni di poter coltivare un virtuoso ideale, da lui mai abbandonato, di autonomia artistica?<\/p>\n<p>In copertina: B\u00e9la Tarr a Bologna nel 2017 (foto di Valerio Greco).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Morto un mondo, se ne fa un altro? 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