{"id":303619,"date":"2026-01-12T23:47:20","date_gmt":"2026-01-12T23:47:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/303619\/"},"modified":"2026-01-12T23:47:20","modified_gmt":"2026-01-12T23:47:20","slug":"nella-repubblica-democratica-del-congo-non-ce-speranza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/303619\/","title":{"rendered":"\u00abNella Repubblica Democratica del Congo non c&#8217;\u00e8 speranza\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>\u00abNon torneremo pi\u00f9 nella Repubblica Democratica del Congo, il conflitto dura da molti anni e non ne vediamo la fine; il nostro paese \u00e8 ormai demolito dalla guerra\u00bb. Non tradisce nessuna emozione il tono di voce di Mambolewa, rifugiata congolese del campo dell&#8217;Unhcr di Musenyi, nel sud del Burundi. La incontriamo davanti alla sua tenda, mentre lava piatti e pentole con l&#8217;acqua di una bacinella. \u00c8 arrivata qui in febbraio, dopo essere scappata con il marito e i sei figli dalla sua citt\u00e0 di origine, Luberizi, pochi giorni prima che i ribelli dell&#8217;M23 (movimento 23 marzo) entrassero a Bukavu, capitale della regione del Sud Kivu che si trova 80 chilometri pi\u00f9 a nord. \u00abAbbiamo camminato per giorni \u2013 racconta \u2013. Ci siamo fermati solo dopo aver oltrepassato il confine\u00bb. Con la famiglia di Mambolewa sono arrivati migliaia di altri congolesi: in tutto il 2025, pi\u00f9 di 200mila persone hanno cercato asilo in quello che l&#8217;Onu considera il Paese pi\u00f9 povero del mondo. La prima grande ondata dell&#8217;anno scorso, 70mila, si \u00e8 registrata tra gennaio e aprile. Nonostante l&#8217;Accordo di pace firmato a Washington tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda il 27 giugno (il primo dei tre accordi sponsorizzati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump), il flusso di arrivi dal confine non si \u00e8 mai fermato, basti pensare che il numero degli ospiti del campo di Musenyi, uno dei 5 presenti in territorio burundese, \u00e8 triplicato in pochi mesi e a met\u00e0 dicembre aveva superato le 22mila presenze.<\/p>\n<p>Non si tratta di un fenomeno nuovo: il conflitto nell&#8217;est della Repubblica Democratica del Congo, una delle regioni al mondo pi\u00f9 ricca di minerali preziosi, dura da oltre tre decenni, alimentato dal sostegno ruandese all&#8217;M23; alcuni dei rifugiati di Musenyi si trovano nel campo anche da 5 anni. Ma a far deflagrare l&#8217;emergenza umanitaria \u00e8 stata l&#8217;offensiva dei ribelli di inizio dicembre, con la presa della citt\u00e0 congolese di Uvira: secondo un rapporto Onu, in un mese dal poroso confine tra Burundi e la regione del Sud Kivu sono entrati pi\u00f9 di 100mila congolesi, soprattutto a piedi, in alcuni casi anche in barca, attraversando il lago Tanganica. I rifugiati vengono subito indirizzati nei \u201ccentri di transito\u201d non lontani dal confine, che nelle ultime settimane hanno superato di gran lunga la loro capacit\u00e0, in alcuni casi di quasi il 200%. In attesa di essere trasferiti nei campi per rifugiati all&#8217;interno del paese, migliaia di famiglie aspettano in queste aree, dove le forniture di cibo e medicinali faticano ad arrivare, e dove l&#8217;accesso limitato all&#8217;acqua e la mancanza di servizi igienici fanno aumentare esponenzialmente il rischio di diffusione di epidemie. Molte delle persone in fuga arrivano ferite e traumatizzate per le violenze viste e subite; stremati da giorni senza cibo i pi\u00f9 piccoli e le donne in gravidanza.<\/p>\n<p>Un&#8217;altra immagine del campo di Musenyi<img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/573577e1-6c5c-46a5-806b-e2a80104be8d.jpg\" alt=\"Un'altra immagine del campo di Musenyi\" class=\"rs_skip\" data-v-d6bd1d36=\"\"\/><\/p>\n<p>\u00abQuasi il 70% dei bambini presenta segni di malnutrizione \u2013 ci spiega Silvie Ngawuna, dottoressa della clinica mobile di Musenyi \u2013. Arrivano al campo gi\u00e0 in questa condizione, e la sfida per noi \u00e8 riuscire a individuarli in tempo per iniziare il trattamento di cura prima che sia troppo tardi. I minori pi\u00f9 gravi vengono ricoverati in ospedale\u00bb. Le Nazioni Unite riferiscono di 53 morti tra i rifugiati congolesi nei campi profughi del Burundi, ma secondo la Coalizione per la pace e la coesistenza comunitaria (Cpcc), associazione locale che lavora sul territorio, nelle ultime due settimane i decessi sono stati almeno 105. Sulle cause c&#8217;\u00e8 totale concordanza: la mancanza di assistenza sanitaria, le precarie condizioni abitative, la malnutrizione, e anche il colera. Nel novembre scorso sono scoppiati nuovi focolai di questa malattia, che in Burundi \u00e8 endemica, proprio sul confine con la Repubblica Democratica del Congo e lungo le rive del lago; quelle stesse aree che oggi sono un passaggio obbligato per i rifugiati. Il nodo principale, per\u00f2, \u00e8 la mancanza di fondi: \u00abNon ci sono sufficienti risorse per coprire i bisogni primari come cibo e assistenza medica: oltre al taglio degli aiuti allo sviluppo registrato in tutto il mondo, il Burundi paga il fatto di non ricevere attenzione a livello internazionale\u00bb, spiega Giampaolo Pastorelli, responsabile Paese dell&#8217;Ong WeWorld, attiva qui da trenta anni.<\/p>\n<p>Le principali attivit\u00e0 di WeWorld in Burundi sono proprio la lotta alla malnutrizione e l&#8217;accesso all&#8217;acqua potabile per migliorare le condizione igieniche, due sfide che per questo paese sono ancora in cima alla lista delle priorit\u00e0. Nei campi profughi queste due esigenze chiedono una risposta ancora pi\u00f9 urgente: \u00abVanno attivati programmi nutrizionali per risolvere i casi pi\u00f9 gravi di malnutrizione, con particolare attenzione alla fascia d&#8217;et\u00e0 zero-cinque anni \u2013 continua Pastorelli \u2013. Migliorare la situazione igienico sanitaria nei campi profughi \u00e8 prioritario: ci sono dei focolai che hanno gi\u00e0 fatto registrare vittime, il quadro \u00e8 allarmante\u00bb. Servono almeno 47 milioni di dollari, secondo l&#8217;Unhcr, per garantire cibo, acqua, assistenza medica e rifugi per tutti. E servono in fretta, altrimenti, avvertono le agenzie umanitarie, le forniture di aiuti arriveranno con grave ritardo.  Le sorti di Uvira intanto, restano incerte: i ribelli avevano annunciato il loro ritiro, ma diverse fonti confermano la loro presenza nei quartieri in periferia, mentre nei dintorni della citt\u00e0 si registrano ancora combattimenti. Questa instabilit\u00e0 alimenta il flusso costante di persone in fuga in Burundi. Per molti congolesi \u00e8 solo l&#8217;ennesimo sfollamento: affermano che, non appena le condizioni lo permetteranno, torneranno alle loro case. Mambolewa non sembra pensarla cos\u00ec: \u00abAbbiamo perso le speranze di tornare a casa, ma speriamo di riuscire un giorno di ricostruire qualcosa qui\u00bb. Di fronte alla prospettiva che l&#8217;est del Congo conosca finalmente la pace, le sembra pi\u00f9 probabile che a permetterle di ricominciare la sua vita sia un paese povero come il Burundi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00abNon torneremo pi\u00f9 nella Repubblica Democratica del Congo, il conflitto dura da molti anni e non ne vediamo&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":303620,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[160],"tags":[14,164,165,166,7,15,11,167,12,168,161,162,163],"class_list":{"0":"post-303619","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-mondo","8":"tag-cronaca","9":"tag-dal-mondo","10":"tag-dalmondo","11":"tag-mondo","12":"tag-news","13":"tag-notizie","14":"tag-ultime-notizie","15":"tag-ultime-notizie-di-mondo","16":"tag-ultimenotizie","17":"tag-ultimenotiziedimondo","18":"tag-world","19":"tag-world-news","20":"tag-worldnews"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115884801728084333","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303619","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=303619"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303619\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/303620"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=303619"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=303619"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=303619"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}