{"id":309211,"date":"2026-01-16T16:35:13","date_gmt":"2026-01-16T16:35:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/309211\/"},"modified":"2026-01-16T16:35:13","modified_gmt":"2026-01-16T16:35:13","slug":"le-tre-strade-possibili-per-fermare-la-strage-in-iran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/309211\/","title":{"rendered":"Le tre strade possibili per fermare la strage in Iran"},"content":{"rendered":"<p>Le stime delle vittime nella repressione delle proteste in Iran variano considerevolmente. Ma anche alcune tra le pi\u00f9 prudenti sono agghiaccianti: si parla di oltre tremila morti, un bilancio gi\u00e0 pi\u00f9 alto degli attentati terroristici dell\u201911 settembre 2001, per dare solo un elemento di paragone. Fonti non verificate indicano dodicimila uccisi sotto il fuoco delle Guardie della Rivoluzione e di altre milizie filogovernative. Forse non sapremo mai il numero esatto, perch\u00e9 i regimi fanno dell\u2019occultamento della verit\u00e0 e della manipolazione le loro armi pi\u00f9 pervasive. Ancora oggi, dopo oltre 35 anni, non esiste una versione ufficiale o definitiva della strage di Piazza Tienanmen. I carri armati o i fucili, per\u00f2, massacrano davvero i manifestanti, malgrado il tentativo di oscurare le immagini. Persino nella societ\u00e0 della comunicazione immediata e senza barriere, la leadership di Teheran \u00e8 riuscita a costruire un muro efficace per filtrare drasticamente le notizie in entrata e in uscita. Quello che tuttavia trapela dal grande Paese asiatico turba le nostre coscienze e agita la politica internazionale. C\u2019\u00e8 una domanda che non si pu\u00f2 eludere: come possiamo dare concreto sostegno a chi chiede condizioni di vita migliori, libert\u00e0 e diritti rischiando nelle strade di essere ucciso o arrestato per poi finire al patibolo? Le risposte finora prospettate sono molto diverse e riflettono quella frammentazione globale che si sta manifestando con sempre maggiore evidenza.<\/p>\n<p>Mobilitarci a nostra volta con eventi pubblici di solidariet\u00e0 rappresenta una modalit\u00e0 consueta \u2013 e positiva \u2013, che in questo caso non incriner\u00e0 nel breve periodo la linea dura decisa dalla Guida Suprema Ali Khamenei e dal suo circolo di potere. N\u00e9 il messaggio di appoggio arriver\u00e0 facilmente a chi li sta sfidando. Direbbe il filosofo Immanuel Kant che abbiamo un dovere di farlo pi\u00f9 per noi, se vogliamo rimanere all\u2019altezza dello status di individui morali, che non per le persone alle quali ci dichiariamo vicini. Nelle democrazie, le piazze piene servono per stimolare i rappresentanti politici a prendere a cuore una causa e ad agire di conseguenza. Che cosa potrebbe quindi fare la nostra diplomazia insieme a quella dell\u2019Unione Europea? Qui emergono le differenze di prospettiva cui si accennava in precedenza. Una via \u00e8 la protesta ufficiale, il ritiro dei diplomatici, le sanzioni commerciali (peraltro, l\u2019Iran \u00e8 gi\u00e0 oggetto di ampie limitazioni dovute alle violazioni degli accordi sul nucleare). Servono tali provvedimenti drastici? Al di l\u00e0 del fatto che spesso colpiscono pi\u00f9 la popolazione che le \u00e9lite, sono in grado di agire sul lungo termine, mentre rischiano di minare ogni opportunit\u00e0 di dialogo immediato. Se non avessimo avuto canali aperti con Teheran, sarebbe stata impossibile la liberazione in tempi rapidi della giornalista Cecilia Sala, arrestata in modo illegittimo a Teheran nel dicembre 2024.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, la crisi attuale \u00e8 scaturita proprio da un movente economico che ha riattivato l\u2019opposizione sociale agli ayatollah. Inflazione, salari fermi, benefici revocati, scarsit\u00e0 di beni disponibili a fronte di un\u2019amministrazione inefficiente e corrotta \u2013 che favorisce una minoranza di privilegiati, in controllo delle leve finanziarie, indipendentemente dall\u2019appartenenza ideologica \u2013 hanno scatenato la sollevazione. Che risulta composita e non tutta orientata a un cambiamento radicale. Se si leggono le cronache dei media non occidentali, a risaltare non \u00e8 la richiesta di elezioni o l\u2019allentamento dei divieti imposti dalla legge islamica, bens\u00ec la rivendicazione di un sistema capace di proteggere (si considerino gli attacchi ai siti atomici portati da Usa e Israele nel giugno 2025) e di condurre in modo giusto ed efficiente la nazione. Con buona probabilit\u00e0 entrambe le letture colgono una parte della profonda insoddisfazione che percorre almeno una parte dell\u2019Iran.<\/p>\n<p>Veniamo quindi a tre modelli schematici che possono riassumere le attuali prospettive geopolitiche, rimesse in gioco negli ultimi anni. In primo luogo, almeno per l\u2019Europa, c\u2019\u00e8 ancora l\u2019idea di un ordine liberale, con l\u2019attenzione ai diritti umani e il ruolo delle istituzioni sovranazionali, come le Nazioni Unite, per cercare di garantire attraverso pressioni legittime una dialettica interna che non degeneri nella violenza. Viene poi la concezione del confronto tra potenze, nel quale prevale l\u2019interesse ad allargare le proprie zone di influenza e a utilizzare la logica della deterrenza e della forza militare. Le dichiarazioni di Donald Trump che lasciano intravedere un intervento armato vanno in questa direzione. Infine, la visione di un assetto post-occidentale (per esempio come descritto dallo studioso Amitav Acharya) propone una pluralit\u00e0 di centri di governance, di modelli di legittimit\u00e0 politica e di fonti normative. Ci\u00f2 include le posizioni di Cina e Russia che difendono la sovranit\u00e0 di Teheran e la non interferenza nei suoi affari da parte di altri Stati, anche se Mosca pare pi\u00f9 incline a salvaguardare un forte partner nel settore degli armamenti, assai rilevante per la guerra d\u2019invasione in Ucraina, che a tutelare principi generali.<\/p>\n<p>Questa partizione ci dice come purtroppo gli appelli all\u2019Onu o un sentire comune verso le sofferenze di chi si solleva e viene represso nel sangue rischino facilmente di cadere nel vuoto. Ci\u00f2 non vuole dire che dobbiamo rassegnarci di fronte alla tragedia. I piani del regime di Teheran sono abbastanza chiari. Si vuole in primo luogo criminalizzare la protesta dipingendola come sabotaggio sobillato dall\u2019esterno e \u201coffesa a Dio\u201d. Si usa una strategia di violenza estrema e concentrata per terrorizzare e dividere il movimento. Intanto, il blackout comunicativo impedisce il coordinamento e riduce l\u2019impatto emotivo delle vicende in corso. Nel clima di intimidazione instaurato, si prover\u00e0 infine a introdurre qualche riforma di facciata per riportare una parvenza di normalit\u00e0. Non \u00e8 detto che questa volta funzioni, soprattutto se l\u2019Occidente far\u00e0 sapere con fermezza che non accetta di tornare a quella \u201cnormalit\u00e0\u201d e sollecita invece aperture significative.<\/p>\n<p>Bombardare il quartier generale potrebbe essere l\u2019avvio della soluzione? Magari per riportare in patria il figlio dello Sci\u00e0, come vorrebbero alcune frange dell\u2019opposizione. L\u2019opzione bellica pare un azzardo spericolato, che potrebbe costare altre carneficine. Di fronte all\u2019ingiustizia e all\u2019impotenza, rimane tuttavia per molti la tentazione di ritenerla un tentativo da compiere. Nel mondo multipolare di oggi, serve soprattutto la capacit\u00e0 di mediazione e una lungimirante determinazione che i dimostranti a Teheran accoglierebbero, si presume, con pi\u00f9 soddisfazione del cinismo di Russia e Cina e dei potenziali missili americani.Senz&lt;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Le stime delle vittime nella repressione delle proteste in Iran variano considerevolmente. 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