{"id":325059,"date":"2026-01-27T04:51:14","date_gmt":"2026-01-27T04:51:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/325059\/"},"modified":"2026-01-27T04:51:14","modified_gmt":"2026-01-27T04:51:14","slug":"aspettava-vestito-doro-il-figlio-disperso-in-russia-la-storia-dellomino-doro-diventa-un-film","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/325059\/","title":{"rendered":"Aspettava vestito d&#8217;oro il figlio disperso in Russia. La storia dell&#8217;Omino d&#8217;Oro diventa un film"},"content":{"rendered":"<p><strong>La storia dell&#8217;Omino d&#8217;Oro<\/strong> diventa un <strong>cortometraggio<\/strong>. <strong>Uscir\u00e0<\/strong>, probabilmente, alle porte dell&#8217;estate per la regia di <strong>Fernando Maraghini e Maria Erica Pacileo<\/strong>. Ad interpretare l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>, figura nostalgica e caratteristica di un&#8217;<strong>Arezzo<\/strong> che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9, sar\u00e0 <strong>Uberto Kovacevich<\/strong> che <strong>trent&#8217;anni dopo<\/strong> il suo primo &#8220;Omino d&#8217;Oro&#8221;, porta sul grande schermo una delle storie pi\u00f9 struggenti che fino a met\u00e0 degli anni Settanta si \u00e8 vissuta per le vie del centro di Arezzo.<\/p>\n<p>La storia dell&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>, raccontata anche nel libro di <strong>Enzo Gradassi<\/strong>, ancora si tramanda di generazioni in generazioni. Mor\u00ec negli anni Settanta e alcuni aretini, ancora in vita, ricordano quel signore distinto che faceva il calzolaio, a volte silenzioso altre volte no, che un giorno s&#8217;invent\u00f2 di colorarsi d&#8217;oro per farsi riconoscere dal <strong>figlio disperso in Russia<\/strong> dopo la Seconda Guerra Mondiale.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/kova-1769367298124.jpg\" alt=\"\" width=\"1069\" height=\"1600\"\/><\/p>\n<p>&#8220;Ricordo &#8211; racconta <strong>Uberto Kovacevich<\/strong> &#8211; che quando portai a teatro l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>, appena entrai in scena cal\u00f2 quello che viene definito un silenzio assordante. Anche perch\u00e9 trent&#8217;anni fa, chi sedeva in platea e sui palchi, aveva conosciuto l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>&#8220;. Lo stesso <strong>Kovacevich<\/strong> si ricorda di lui e di questa figura che spiccava ad ogni angolo della citt\u00e0 in attesa di un figlio che non \u00e8 mai tornato.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 dell&#8217;altro. &#8220;In preparazione dello spettacolo andai in piazza della Badia a cercare il colore che potesse essere pi\u00f9 vicino a quello con il quale l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong> dipingeva se stesso e la sua <strong>bicicletta<\/strong>. E ricordo che il titolare del negozio mi disse &#8216;prenda questo, \u00e8 quello che usava lui&#8217;. Quando invece cominciai a cercare la <strong>bicicletta<\/strong>, andai da un rivenditore di bici usate e mi rivel\u00f2 che quella dell&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong> l&#8217;aveva venduta pochi giorni prima&#8221;.<\/p>\n<p>Trent&#8217;anni dopo la storia dell&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong> rivivr\u00e0 dunque nel cortometraggio. Ma chi era l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>? Dal libro di <strong>Enzo Droandi<\/strong>:<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/489284001_4134590803533397_8465221105423281255_n-1769367325890.jpg\" alt=\"\" width=\"192\" height=\"262\"\/><\/p>\n<p>&#8220;Compariva al mattino, sul presto, in <strong>piazza della stazione<\/strong>, e la gente che andava al primo treno per recarsi a lavorare lo trovava l\u00ec, immobile, con lo <strong>sguardo fisso<\/strong>. Aveva accanto la <strong>bicicletta<\/strong> sempre pulita, tutta <strong>tinta con polverina color oro<\/strong>, tutta dorata, compresi il manubrio, il carter, il cambio ed il sellino. Portava un cappello a mezza falda, anch&#8217;esso tutto dorato, ed indossava uno strano costume, che, senza la polverina d&#8217;oro, sarebbe stato un normale vestito da operaio: calzoni ristretti sul polpaccio ed un giaccone da lavoro. Ma anche i risvolti del bavero erano dorati e cos\u00ec pure le fasce che servivano da raccordo fra i dorati pantaloni ristretti e le scarpe, altrettanto porporinate. Stava l\u00ec, dall&#8217;alba, in un angolo di <strong>piazza della stazione<\/strong>, ad occhi aperti, e non guardava. Teneva gli occhi <strong>attenti<\/strong>, degli occhi belli, non gli occhi di un folle o di un ossessionato, attenti ad un qualcosa che nessuno \u00e8 mai riuscito a vedere. Poteva passare un carrettino, un cavallo, od una fanfara dei bersaglieri od un carro funebre: gli occhi rimanevano fissi, non in una disperazione spenta, ma su di un qualcosa che non era visibile. Di una cosa si accorgeva: della pioggia.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/493201210_1336039171453133_7552854594748489516_n-1769367356415.jpg\" alt=\"\" width=\"1200\" height=\"900\"\/><\/p>\n<p>Se cominciava a piovere, con mossa lenta e senza stizza, dolcemente, toglieva da una qualche parte un <strong>ombrello tutto dorato<\/strong>, lo apriva, e riprendeva la sua posizione naturale. Verso le otto del mattino, qualsiasi tempo incombesse sulla citt\u00e0, qualsiasi sole impazzasse, qualsiasi gelo penetrasse dentro le ossa, saliva in <strong>bicicletta<\/strong> e, faticosamente, lentamente, senza per\u00f2 esprimere lo sforzo, saliva per <strong>via Guido Monaco<\/strong> e riprendeva la sua posa di <strong>statua dorata<\/strong>, all&#8217;angolo del <strong>palazzo delle poste<\/strong>. Stava l\u00ec, immobile, silenzioso. Se qualcuno, i pi\u00f9 per bont\u00e0, pochi per scherno, gli rivolgeva la parola, non rispondeva. Non volgeva neppure gli occhi a chi parlava. Sembrava assente, uno che non fosse l\u00ec, tutto dorato. Tutto dorato, perch\u00e9 la polverina riguardava tutto il suo abbigliamento, anche i guanti alla moschettiera che calzava. Tutto dorato, tutto, escluso il volto e le mani, volto e mani ben puliti e curati; tutto dorato. A fine della mattinata si spostava nuovamente e si poneva, senza dar noia a nessuno, nell&#8217;angolo dell&#8217;incrocio che \u00e8 fra il <strong>Corso e via Crispi<\/strong>, dalla parte dove sono gli strumenti che misurano temperatura ed umidit\u00e0. Battesse il solleone od imperversasse il temporale, ad ore precise, senza consultare orologi e come comandato da un istinto, ripeteva gli spostamenti in diversi luoghi della citt\u00e0, per poi scomparire alle prime ombre. Tutto aveva, fuorch\u00e9, l&#8217;aria di un allucinato&#8221;.<\/p>\n<p>Aggiunge <strong>Kovacevich<\/strong>: &#8220;Aspettava il <strong>figlio disperso in Russia<\/strong>. All&#8217;inizio lo aspett\u00f2 in abiti, per cos\u00ec dire normali, ma poi gli venne l&#8217;idea che se si fosse colorato di oro sarebbe stato visto prima dal figlio. Fu cos\u00ec che nacque l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>. Una storia potente, semplice, piena d&#8217;amore e anche commovente&#8221;.<\/p>\n<p>Accanto al cortometraggio l&#8217;artista <strong>Gabriella Garzi<\/strong> ha creato un elegante gadget dell&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>. Una <strong>piccola scultura<\/strong> di <strong>Uberto Kovacevich<\/strong> &#8211; <strong>dorata<\/strong> appunto &#8211; montata su un <strong>tappo di sughero<\/strong>. Semplice, come era l&#8217;<strong>Omino d&#8217;Oro<\/strong>, la storia di un babbo che attese fino alla sua morte &#8211; met\u00e0 anni Settanta &#8211; il ritorno del figlio che non avvenne mai e che oggi grazie a <strong>Uberto Kovacevic<\/strong> e a <strong>Fernando Maraghini<\/strong> verr\u00e0 riproposta. <strong>Perch\u00e9 nessuno dimentichi l&#8217;amore.<\/strong>&#8220;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La storia dell&#8217;Omino d&#8217;Oro diventa un cortometraggio. 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