{"id":34341,"date":"2025-08-07T22:18:14","date_gmt":"2025-08-07T22:18:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/34341\/"},"modified":"2025-08-07T22:18:14","modified_gmt":"2025-08-07T22:18:14","slug":"folklore-e-culto-un-inedito-intreccio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/34341\/","title":{"rendered":"Folklore e culto, un inedito intreccio"},"content":{"rendered":"<p>Durante una lunga stagione storiografica ed etnografica, il folklore \u00e8 stato interpretato come espressione delle classi subalterne, in opposizione agli usi e agli interessi dei ceti egemonici. Questo modello binario ha offerto strumenti analitici potenti, ma si \u00e8 rivelato troppo rigido in contesti, come il Medioevo, dove le differenze culturali non coincidono sempre con le stratificazioni sociali. Jacques Le Goff, per esempio, osservava che la vera frattura era tra clero e laici, mentre il sistema culturale restava fondamentalmente unitario, pur segnato da polarit\u00e0 interne.<\/p>\n<p><strong>COLTO E FOLKLORICO<\/strong> non sono mondi separati, ma poli dialettici di un unico sistema, attraversato da continui scambi. Ne derivano fenomeni come la \u00abfolklorizzazione\u00bb di elementi ecclesiastici e la \u00abvolgarizzazione\u00bb di motivi teologici: il motivo della \u00abreligione popolare\u00bb, come veniva chiamata, ha ugualmente risentito di questo dibattito.<\/p>\n<p>Negli ultimi decenni, l\u2019idea dell\u2019ibridazione culturale ha sostituito la logica della separazione con quella della circolazione. Le nuove prospettive dissolvono l\u2019opposizione netta tra popolare e colto, sostituendola con una visione dinamica, fatta di scambi, appropriazioni e rielaborazioni, dove il folklore non \u00e8 un residuo arcaico, ma parte integrante di una rete culturale complessa e mutevole. Gli effetti di questo cambiamento di prospettiva si vedono anche in libri che sono scritti con un piglio narrativo. \u00c8 il caso di un recente lavoro di Federico Canaccini (Sacre ossa. Storie di reliquie, santi e pellegrini, Laterza, pp. 304, euro 19) nel quale l\u2019autore racconta la storia del culto delle reliquie nel cristianesimo, dalle origini fino alla contemporaneit\u00e0, mostrando come il \u00absacro tangibile\u00bb abbia influenzato spiritualit\u00e0, politica e cultura materiale.<\/p>\n<p>Seguendo la lezione di Peter Brown, il libro evidenzia come nei primi secoli cristiani il corpo dei martiri fosse divenuto oggetto di venerazione: ossa, sangue e strumenti del martirio sono percepiti come fonti di grazia, ma anche come strumento di potere. Con la pace costantiniana, infatti, il culto si amplia e assume valore politico: possedere reliquie significa potere e prestigio. Le chiese competono per accaparrarsi i resti pi\u00f9 venerati, creando una rete di santuari che ridisegna il paesaggio sacro europeo. Il Medioevo rappresenta l\u2019apogeo delle reliquie: contese tra citt\u00e0, sottrazioni notturne, veri e propri furti sacri. Emblematico il trafugamento del corpo di San Marco da Alessandria (IX secolo): due mercanti veneziani lo nascosero sotto carne di maiale per eludere i controlli musulmani. Giunto a Venezia, divenne il patrono della citt\u00e0 e centro di una devozione duratura. Episodi come questo mostrano la dimensione politica e identitaria del culto.<\/p>\n<p><strong>IL LIBRO DEDICA SPAZIO<\/strong> alle reliquie di Cristo \u2013 legno della Croce, Sindone, \u00abSanto Prepuzio\u00bb \u2013 e a quelle della Vergine, dal latte agli abiti. Singolare il culto del Prepuzio: nel Seicento se ne contavano una dozzina, ognuno rivendicato come autentico. La devozione divenne tanto popolare da costringere la Chiesa a limitarla, segno di un fervore che sfiora il paradosso ma riflette il desiderio di concretizzare il mistero dell\u2019Incarnazione.<\/p>\n<p>Ampio spazio ai pellegrinaggi: Roma, Compostela e Venezia diventano mete spirituali e poli economici, soprattutto con il Giubileo del 1300. Non mancano reliquie legate al sangue e ostie miracolose, come il culto di San Gennaro, e casi di strumentalizzazione politica, dalle leggende antiebraiche ai miracoli eucaristici. Una sezione, infine, \u00e8 dedicata alla santit\u00e0 femminile: il corpo di Maria, la Maddalena e le mistiche medievali, simboli di un femminile sacralizzato. Con la Riforma le reliquie subiscono l\u2019iconoclastia, ma non scompaiono: il Barocco le celebra, il Romanticismo le riscopre, e oggi sopravvivono in forma laica nei cimeli delle celebrit\u00e0.<\/p>\n<p>Con Duccio Balestracci e il suo Erodoto che guardava i maiali e altre storie popolari. 1300-1600 (Laterza, pp. 242, euro 20) ci spostiamo in un campo molto diverso, quello della Storia scritta \u00abdal basso\u00bb. Generalmente, nei secoli di riferimento, la storiografia \u00e8 appannaggio di una cerchia colta: borghesi con buona alfabetizzazione, notai, mercanti e banchieri, ecclesiastici e umanisti capaci di maneggiare latino e greco. Accanto a questa produzione \u00abautorizzata\u00bb, si sviluppa un fenomeno inatteso: quello di autori provenienti dai ceti pi\u00f9 bassi, spesso semi-alfabetizzati, che, spinti dal desiderio di lasciare una traccia, riempiono quaderni e zibaldoni di note disordinate. Nei loro scritti troviamo appunti di contabilit\u00e0 domestica accanto a cronache di eventi politici, ricordi personali mescolati a descrizioni di guerre e calamit\u00e0.<\/p>\n<p>Questi testi, estranei al canone e privi di ambizioni letterarie, nascono da un bisogno di partecipazione: non rassegnarsi al ruolo passivo di lettori e ascoltatori, ma raccontare la propria esperienza della Storia. Balestracci ne individua due gruppi distinti. Da un lato vi sono persone che sanno a malapena leggere e scrivere e che ricorrono alla scrittura esclusivamente per scopi pratici, come la tenuta dei conti o la redazione di inventari. Dall\u2019altro emergono i semi-colti, definiti come i \u00abmeno colti dei colti\u00bb, che cercano di sfruttare la scrittura in modo pi\u00f9 espressivo. Pur mantenendo evidenti tracce di oralit\u00e0 e inflessioni dialettali, questi ultimi si avventurano in forme narrative pi\u00f9 complesse.<\/p>\n<p><strong>QUESTO FENOMENO<\/strong> si colloca in un quadro di trasformazioni profonde. Tra XIV e XVII secolo, l\u2019alfabetizzazione cresce non solo nelle citt\u00e0, ma anche in aree rurali e montane, grazie all\u2019apertura di scuole di villaggio e all\u2019opera di parroci e frati che impartiscono rudimenti di lettura e scrittura. Le cronache popolari prediligono la Storia vissuta: guerre, carestie, pestilenze, calamit\u00e0 naturali, anomalie climatiche, ma anche mirabilia: mostri, prodigi, segni celesti. Sono racconti ibridi, contaminati da registri diversi: cronaca, autobiografia, memoria familiare.<\/p>\n<p>Tuttavia, a partire dal XVII secolo, l\u2019uso pubblico della scrittura da parte dei non-colti si riduce a causa dell\u2019affermarsi di un canone linguistico normativo che scoraggia chi non \u00e8 in grado di adeguarvisi, ed \u00e8 qui che si arresta anche il racconto di Balestracci. Naturalmente non \u00e8 la fine delle scritture \u00abpopolari\u00bb, ma il libro prova ancora una volta la straordinaria creativit\u00e0 della societ\u00e0 bassomedievale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Durante una lunga stagione storiografica ed etnografica, il folklore \u00e8 stato interpretato come espressione delle classi subalterne, in&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":34342,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-34341","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34341","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=34341"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34341\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/34342"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=34341"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=34341"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=34341"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}