{"id":36654,"date":"2025-08-09T03:18:09","date_gmt":"2025-08-09T03:18:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/36654\/"},"modified":"2025-08-09T03:18:09","modified_gmt":"2025-08-09T03:18:09","slug":"il-lungo-ritorno-verso-una-casa-che-forse-non-esiste-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/36654\/","title":{"rendered":"Il lungo ritorno verso una casa che forse non esiste pi\u00f9"},"content":{"rendered":"<p>Il treno di Carl si arrest\u00f2 molto prima dell\u2019arrivo, con singhiozzi e sussulti d\u2019acciaio, come se il cuore del suo viaggio avesse improvvisamente cessato di battere a un passo dalla meta. Fuori, un intersecarsi sconfinato di rotaie; oltre, il Muro del Pianto. Il Muro del Pianto era una parete di mattoni lunga un chilometro che delimitava l\u2019area della stazione ferroviaria di Lipsia in direzione della citt\u00e0, traforata da singolari aperture simili a favi attraverso le quali si riusciva a intravedere una strada, le case e talvolta anche delle persone. Per qualche ragione accadeva spesso che i treni si fermassero l\u00e0 fuori, l\u2019ingresso della stazione in vista, per minuti oppure ore, era come una vecchia piaga, una sofferenza familiare. Lo sguardo del viaggiatore cadeva quindi inevitabilmente su quel muro, e di qui il suo nome.<\/p>\n<p>La mattina successiva al telegramma Carl era partito per Gera. Indossava jeans puliti e la vecchia giacca nera da motociclista con le zip diagonali sul petto; sotto, una camicia appena lavata. Di quelle camicie da lavoro senza colletto ne possedeva tre, camicie identiche, a righe sottili color azzurro pallido, che risalivano a prima dell\u2019universit\u00e0, ai tempi dell\u2019apprendistato edile.<\/p>\n<p>Si era perfino dato una spuntata ai capelli, non senza fatica, con le forbicine da manicure a punta arrotondata\u2026 Fino alle spalle doveva bastare. Tornava a casa, s\u00ec, ma come un uomo dato per disperso da lungo tempo, per un attimo gli sembr\u00f2 cos\u00ec. La maggior parte dei naufraghi finiva in disgrazia proprio dopo il ritorno a casa\u2026 Era il lato triste di quelle storie. Chi riusciva a tornare a casa si smarriva sulla terraferma. Le scogliere, le tempeste, gli anni: tutta la solitudine che, come avrebbero scoperto, era stata in fin dei conti la parte migliore. Spesso non tolleravano<\/p>\n<p>il cibo della terraferma o morivano per i lunghissimi capelli che dovevano sfoggiare alle fiere per racimolare un po\u2019 di soldi e che poi, una notte, nel sonno, si sarebbero chiusi come un cappio<\/p>\n<p>attorno al loro collo\u2026Il capotreno camminava lungo i vagoni, sbraitava e batteva i finestrini con un bastone: \u00abScendere, si scende!\u00bb.<\/p>\n<p>Quello era un vecchio binario laterale con una banchina provvisoria di legno. In realt\u00e0 non era proprio una banchina, piuttosto una passerella, con dell\u2019erba sopra e alcune giovani betulle ai lati che parevano indifferenti all\u2019olio esausto e agli escrementi. Le loro foglie luccicavano di giallo. Carl guardava quel luccichio e sentiva il rumore cadenzato dei suoi passi sul legno che, come carcerati in fila indiana, marciavano verso l\u2019atrio della stazione, su una stretta pedana tra i binari. L\u2019atrio semibuio era sovraffollato, un movimento ondoso, voci e schiamazzi. Dagli altoparlanti, che trasformavano ogni parola in una lingua onirica, cupa e cavernosa, risuonava un solo annuncio del tutto incomprensibile, insistente, ripetuto all\u2019infinito:<\/p>\n<p>\u00abE\u2026 Tro!\u00bb. L\u2019assalto era al treno espresso per Berlino, una fila di otto o nove carrozze incrostate di sporcizia con i vetri color giallo nicotina. Al telegiornale della sera prima avevano parlato di treni speciali e nuovi passaggi di frontiera provvisori con reiterati solleciti alla prudenza. Alcuni viaggiatori diretti a Berlino erano riusciti ad arrampicarsi sui finestrini superiori dei sudici vagoni per gettarsi a capofitto negli scompartimenti sovraffollati. Una scena degna di Bombay o Calcutta\u2026 Nella stazione di Lipsia pareva sproporzionata, quasi parte di una coreografia forzata, assurda, ma inscenata in modo memorabile. Carl si spinse lento nella mischia. La borsa si incagliava di continuo. La cinghia gli tagliava la spalla e minacciava di strapparsi. Si pent\u00ec immediatamente di aver portato con s\u00e9 tutte le carte e i libri\u2026 Che stupido, che incosciente era stato. Si levarono delle imprecazioni, il suo viso schiacciato contro il feltro ruvido di una giacca che immediatamente emise un verso animalesco, poi qualcosa gli speron\u00f2 il petto. Cadde, trascinato e piegato dal peso della borsa. Qualcuno che di certo voleva solo afferrarlo al volo lo colp\u00ec forte in viso con il palmo della mano; Carl sent\u00ec il lezzo del sudore e perse l\u2019orientamento.<\/p>\n<p>\u00abE\u2026 Tro! E\u2026 Tro!\u00bb.<\/p>\n<p>Ora l\u2019annuncio proveniva da molto in alto. Era la voce di un gigante ubriaco che farfugliava, dalla sommit\u00e0 della volta fuligginosa della stazione, ma i suoi nani non gli obbedivano pi\u00f9.<\/p>\n<p>\u00abLa mia borsa!\u00bb, url\u00f2 Carl quando torn\u00f2 in s\u00e9.<\/p>\n<p>\u00abQuale borsa, giovanotto? Intende questa?\u00bb.<\/p>\n<p>La borsa era ancora l\u00ec e, per la precisione, ci si era sdraiato sopra. Per un attimo Carl non vide i visi chini su di lui, tesi, ma composti. \u00c8 gioia, pens\u00f2 Carl, pura gioia. Ma in realt\u00e0 non riusciva a capire cosa li tenesse composti, se fosse ancora la gioia o gi\u00e0 l\u2019odio.<\/p>\n<p>\u00abLe serve aiuto?\u00bb.<\/p>\n<p>Una ragazza, di sedici anni al massimo, gli tese un fazzoletto.<\/p>\n<p>Come sempre a sorprendere Carl fu il rosso vivo, questa sostanza fresca, leggermente grassa, che in fin dei conti non poteva appartenere a lui, sangue.<\/p>\n<p>\u00abVa meglio?\u00bb.<\/p>\n<p>La ragazza gli tocc\u00f2 il braccio, e Carl vide il suo volto tondo, gli occhi chiarissimi, vitrei, come ciechi.<\/p>\n<p>No, adesso devi restare con me, per sempre.<\/p>\n<p>\u00abGrazie, sto bene\u00bb.<\/p>\n<p>Continu\u00f2 a camminare, su una banchina deserta. Cercava di non badare troppo alla ragazza cieca (non era cieca), ma lei rimaneva con lui e lo teneva per un braccio, erano una coppia, finch\u00e9 Carl non sprofond\u00f2 su una panca.<\/p>\n<p>\u00abVoleva andare anche lei a Berlino?\u00bb.<\/p>\n<p>Carl appoggi\u00f2 il capo all\u2019indietro e lo sent\u00ec in gola\u2026 Quel filo caldo che si slegava da qualche parte lungo il palato e bruciava in maniera piuttosto insolita, bisognava deglutire, di continuo, ma non riusciva a ingerirlo. Fin da piccolo gli sanguinava spesso il naso. Quando questo genere di cose contavano ancora, aveva sbalordito i suoi amici fermandosi l\u2019emorragia con un solo colpo sulla fronte. Era un trucco da pugile. Con la base della mano si colpiva la fronte in modo risoluto e, per l\u2019esattezza, di striscio e con forza. Il movimento doveva essere violento; in questo modo il capo balzava bruscamente all\u2019indietro. Stava tutto nello scatto.<\/p>\n<p>Se si esitava troppo, non funzionava.<\/p>\n<p>\u00abNo, volevo\u2026\u00bb.<\/p>\n<p>Scosse la testa con prudenza per evitare che tutto gli prillasse davanti agli occhi. Per un po\u2019 la ragazza rimase ancora in piedi davanti a lui. Carl pens\u00f2 a cosa potesse chiederle, ma tutto a un tratto se ne era gi\u00e0 andata, e cos\u00ec mormor\u00f2 la risposta:<\/p>\n<p>\u00abA casa. Volevo andare a casa\u00bb.<\/p>\n<p>Un centimetro dopo l\u2019altro l\u2019espresso per Berlino si stacc\u00f2 dal binario, i vagoni sovraffollati vi scivolarono sopra. Qualcuno url\u00f2 \u00abadi\u00f3s, poveraccio!\u00bb e un coro, che si era formato spontaneo, inton\u00f2 la canzone che Carl conosceva solo dalla voce malinconica della nonna:<\/p>\n<p>\u00abQuanto vorrei fermarmi ancora\u2026\u00bb.<\/p>\n<p>Carl guard\u00f2 le carrozze allontanarsi. Il coro in partenza pass\u00f2 davanti alla passerella con le betulle luccicanti, che iniziarono a salutare con un timido tremolio.<\/p>\n<p>La parola poveraccio gli ronzava ancora nel cranio. Il poveraccio era uno che, con un naso sanguinolento, se ne stava seduto a un binario senza treni in partenza. Uno che non conosce la<\/p>\n<p>direzione del viaggio, pens\u00f2 Carl.<\/p>\n<p>Tir\u00f2 fuori dalla tasca il telegramma. Era solo un biglietto, scritto a mano, in fondo un timbro, nell\u2019angolo in basso a destra il fattorino aveva annotato data e ora: 10 novembre, ore 9:20.<\/p>\n<p>\u00abCI SERVE AIUTO DAI VIENI SUBITO PER FAVORE TUOI GENITORI\u00bb.<\/p>\n<p>Nessun rimprovero, niente a proposito dei suoi mesi di silenzio, solo questo, un grido di aiuto. Solo questa parolina flebile, dai, che a Carl pareva di sentire, pronunciata a bassa voce da sua madre, \u00abvieni, dai\u00bb. La vedeva scendere in fretta la collina, con quei passi corti e decisi, la vedeva dettare l\u2019indirizzo, compilare il modulo del telegramma, con precisione, ma anche tesa, agitata, per questo aveva dimenticato il saluto iniziale, e vedeva la signora Bethmann, l\u2019impiegata allo sportello, contare le sillabe. Perfino in questi giorni, mentre accadevano le cose pi\u00f9 inimmaginabili, \u00abil filo\u00bb, come lo chiamavano negli uffici postali, funzionava.<\/p>\n<p>Carl dovette ammettere che fino a quel momento non si era preoccupato poi tanto\u2026 I genitori erano un terreno sicuro, un territorio inespugnabile, personale ed esclusivo in cui rifugiarsi nel momento del bisogno. Gli erano mancati, s\u00ec, stranamente i suoi genitori gli erano mancati, non solo nell\u2019ultimo anno, in cui li aveva visti solo una volta, no, anche prima, e in realt\u00e0 sempre, sempre gli erano mancati. Cerc\u00f2 il binario dal quale partivano abitualmente i treni in direzione sud, verso quella zona al confine tra Turingia e Sassonia da cui proveniva la sua famiglia\u2026 \u00abDove la lepre e la volpe si dicono buonanotte\u00bb, una delle espressioni preferite da suo padre per dire \u00abnel bel mezzo del nulla\u00bb. Ogni sera, da bambino, prima di andare a dormire, Carl aveva visto le volpi e le lepri arrivare alla spicciolata ai margini del bosco per darsi la buonanotte. Talvolta c\u2019erano anche altri animali, i pi\u00f9 disparati, e a volte anche delle persone amiche degli animali. Si trattava di un luogo ben definito, illuminato dalla luna, dove tutte quelle creature miti e intelligenti si riunivano ancora una volta a fine giornata\u2026 Un\u2019unica sagoma con musi alzati, teste alzate. Un coro le salutava all\u2019unisono: \u00abBuonanotte, voi lepri da Gera, voi volpi da Altenburg, voi corvi da Meuselwitz, buonanotte!\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"lazy lazy-hidden wp-image-570903 \" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-lazy-type=\"image\" data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/cover-seiler-stella-111-1.jpeg\" alt=\"\" width=\"281\" height=\"436\" data-lazy- data-lazy-\/>Cover Stella 111<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/utopiaeditore.com\/prodotto\/stella-111\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Stella 111, di Lutz Seiler, Utopia Editore, 488 pp., 22 euro<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il treno di Carl si arrest\u00f2 molto prima dell\u2019arrivo, con singhiozzi e sussulti d\u2019acciaio, come se il cuore&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":36655,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,5134,203,23237,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-36654","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-casa","10":"tag-entertainment","11":"tag-estratto","12":"tag-intrattenimento","13":"tag-it","14":"tag-italia","15":"tag-italy","16":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/36654","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=36654"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/36654\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/36655"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=36654"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=36654"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=36654"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}