{"id":380396,"date":"2026-03-04T16:41:15","date_gmt":"2026-03-04T16:41:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/380396\/"},"modified":"2026-03-04T16:41:15","modified_gmt":"2026-03-04T16:41:15","slug":"i-mondi-invisibili-di-silvia-camporesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/380396\/","title":{"rendered":"I mondi invisibili di Silvia Camporesi"},"content":{"rendered":"<p>Il ballatoio sopraelevato incornicia un grande vuoto centrale: viene da sporgersi e guardare sotto lo scheletro nero dell\u2019ex mattatoio \u2013 capriate e pilastri di ferro, i binari metallici, i ganci per le carcasse \u2013per poi tornare con lo sguardo alle pareti bianche, alla sequenza di fotografie incorniciate, alla solitudine davanti alle immagini. \u00c8 un movimento minimo ma necessario: avvicinarsi, allontanarsi, sostare. Guardo e mi chiedo se alla fine vinca il tempo o lo spazio: guardo, guardo ancora \u2013 prospettive centrali, tutto a fuoco, inquadratura piena \u2013 c\u2019\u00e8 una strana calma in queste foto, penso. Mi torna in mente una frase di Beckett, da Molloy: \u201cRistabilire il silenzio \u00e8 la funzione degli oggetti\u201d, devo ricordarlo, mi dico, perci\u00f2 lo segno sul quaderno. Scrivo anche la frase: qui non \u00e8 ovunque e ora non \u00e8 in qualsiasi momento.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"jm\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"31bd3342-6902-4d52-a90f-0f731994e390\" height=\"585\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/foto 1_3.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nAllestimento della mostra C\u2019\u00e8 un tempo e un luogo, di Silvia Camporesi.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio questa sospensione a dare la misura di C\u2019\u00e8 un tempo e un luogo, la mostra di Silvia Camporesi curata da Federica Muzzarelli e visitabile fino al 29 giugno 2026 presso il Centro della Fotografia di Roma \u2013 Citt\u00e0 delle Arti, negli spazi dell\u2019ex Mattatoio di Testaccio. L\u2019esposizione inaugura il nuovo spazio romano dedicato all\u2019immagine contemporanea e si sviluppa in cinque sezioni \u2013 La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiae, Almanacco sentimentale, Mirabilia \u2013 che attraversano oltre quindici anni di ricerca dell\u2019artista.<\/p>\n<p>\u00c8 impossibile, in Italia, fotografare il paesaggio senza misurarsi con l\u2019eredit\u00e0 di Luigi Ghirri. Attenzione alle soglie, ai luoghi marginali, alla provincia come spazio mentale: quanto \u00e8 possibile sottrarsi a questo tipo di sguardo? E, viceversa, \u00e8 ancora pensabile un paesaggio che non sia, in qualche misura, gi\u00e0 \u00e0 l\u00e0 Ghirri? Anche il lavoro di Silvia Camporesi attraversa inevitabilmente questa eredit\u00e0 e lo fa con consapevolezza, piegandola, come vedremo, a una propria traiettoria personale.<\/p>\n<p>Il punto di contatto \u00e8 anzitutto formale: colore trattenuto, luce diffusa, atmosfera rarefatta, immobile. Ma \u00e8 anche metodologico, perch\u00e9 per entrambi il viaggio diventa una pratica conoscitiva e la mappatura del territorio una forma critica per interrogarsi sul significato stesso della rappresentazione.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"l\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"705d931d-4421-4fd1-a52c-6b7605fa3bbd\" height=\"665\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Foto 2_5.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nQuando comincia l\u2019acqua #2 (San Giorgio Maggiore), 2011.<\/p>\n<p>Guardo la serie intitolata La terza Venezia. Guardo, guardo ancora. La basilica di San Giorgio \u00e8 perfetta, fin troppo; \u00e8 l\u00ec di fronte a me e io \u2013 immagino \u2013 sto qui sull\u2019acqua, ondeggio in un silenzio innaturale. \u00c8 una citazione inconscia o un omaggio dichiarato? Perch\u00e9 in questo lavoro Camporesi fotografa l\u2019Italia in miniatura e crea un montaggio con immagini reali della laguna, costruendo una combinazione che confonde scala e referente. Anche Ghirri (con il lavoro In scala, ad esempio, del 1977-1978) aveva rivolto il proprio sguardo ai plastici, ai parchi tematici, alle maquette, cogliendo nella replica il punto in cui il reale si mostrava come artificio, come costruzione culturale.<\/p>\n<p>Il rimando implicito tra i due fotografi emerge poi nell\u2019uso dell\u2019atlante come dispositivo concettuale. Quando Ghirri, in Atlante (1973), fotografa pagine di carte geografiche trasformandole in paesaggi astratti, compie uno slittamento decisivo: \u201cIl solo viaggio possibile sembra essere ormai all\u2019interno dei segni, delle immagini\u201d, scrive, indicando una progressiva dissoluzione dell\u2019esperienza diretta a favore della sua mediazione.<\/p>\n<p>In Atlas Italiae (2013-2015), Silvia Camporesi quell\u2019esperienza la compie davvero attraverso le venti regioni italiane, alla ricerca di borghi abbandonati, architetture interrotte, vecchie fabbriche, terme dismesse, ex manicomi. E anche in Mirabilia il progetto di una mappatura ritorna, seppur declinato diversamente, ovvero come raccolta di \u201cstranezze\u201d disseminate nelle diverse parti del Paese in una sorta di cartografia dell\u2019anomalo. Un terzo progetto, Journey to Armenia (2013), mostra un\u2019ulteriore sfumatura di questa esplorazione. \u00c8 la ricerca della mitografia di un luogo, il sentimento religioso della soglia. Gole profonde, chiese, cieli vastissimi. In questo caso Camporesi lavora sulla sottrazione di elementi e sulle proporzioni reciproche tra soggetto e sfondo per rendere ogni cosa persino pi\u00f9 antica di quanto sia davvero.<\/p>\n<p>Ma la quiete compatta di queste foto piene di oggetti senza interlocutori \u2013 e sta qui, forse, l\u2019elemento pi\u00f9 interessante \u2013 contiene un enigma: cosa resta quando i luoghi continuano a esistere ma i corpi non li abitano pi\u00f9? Nelle immagini non c\u2019\u00e8 figura umana, nessuno, se ne sono andati via tutti. Piante, acqua e vento sfondano le porte, riconquistano il paesaggio.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"l\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"845d4cfa-966b-446f-af04-386ff3e56b74\" height=\"585\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Foto 3.jpg.jpeg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nTeatro Tempio di Monte San Nicola, Pietravairano, Campania, 2022.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"l\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"6e9e4c11-4970-4735-a4bd-2fa0b99bc185\" height=\"975\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Foto 4_0.jpg\" width=\"640\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\nYerevan, Vernissage market, 2013.<\/p>\n<p>\u00c8 come in Dissipatio H.G. di Guido Morselli: il protagonista del romanzo, ultimo superstite del genere umano, attraversa citt\u00e0 deserte e annota: \u201cLe case sono l\u00ec, le strade, i ponti, le chiese. \u00c8 scomparso l\u2019uomo, non le sue opere\u201d. Restano le carcasse dei palazzi, gli occhi vuoti delle finestre nere, mentre i confini, i nomi e i colori delle cose, l\u2019idea del mondo, di noi, di noi nel mondo sono scomparsi e le mappe non hanno pi\u00f9 senso, l\u00ec, dimenticate su tavoli d\u2019occasione, sgualcite, appese a una vecchia lamiera. In questa calma senza testimoni, post-umana, l\u2019opera di Camporesi si distingue come repertorio di un tempo che, mentre viene fotografato, appare gi\u00e0 postumo.<\/p>\n<p>A poca distanza dal Mattatoio, alla galleria z2o Sara Zanin, nella mostra Uno strappo nel cielo di carta (visitabile fino al 12 marzo) sono esposti alcuni lavori pi\u00f9 recenti dell\u2019artista, in cui ritroviamo la stessa atmosfera. Qui i luoghi sono sommersi, sotterranei, scenografici o archeologici; grotte, fondali, situazioni da set di film abbandonati. Il titolo, ispirato a un testo di Pirandello, allude a una frattura nella rappresentazione, una frattura nella superficie rassicurante delle immagini dalla quale fuoriesce il perturbante freudiano, ci\u00f2 che \u00e8 familiare e insieme estraneo.<\/p>\n<p>Nel suo saggio Una foto \u00e8 una foto \u00e8 una foto (leggi <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/silvia-camporesi-e-la-bulimia-fotografica\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">qui<\/a> la recensione), Camporesi scrive: \u201cLa fotografia pu\u00f2 inseguire l\u2019istante, ma pu\u00f2 anche sospenderlo, costruirlo, dilatarlo o addirittura dissolverlo nel tempo lungo dell\u2019osservazione o della narrazione.\u201d Interessante, penso \u2013 mentre sospendo l\u2019incredulit\u00e0 di fronte all\u2019eterea statua romana in fondo al mare che so essere un modellino in un acquario \u2013, interessante che l\u2019affermazione di Camporesi attribuisca alla fotografia una propriet\u00e0 tipica della scrittura, perch\u00e9 chi scrive lo sa, il tempo sulla pagina \u00e8 sempre manipolato, contratto, eliso, dilatato, con artifici di mestiere e piccoli inganni. Ma non \u00e8 un caso, mi dico. Il legame di Camporesi con la letteratura \u00e8 evidente (e riconducibile anche ai suoi studi filosofici): talvolta un libro fornisce il substrato immaginativo sopra cui sviluppare uno sguardo (Viaggio in Armenia di Osip Mandel\u2019\u0161tam per la serie Journey to Armenia); altre volte \u00e8 la fonte di luce delle immagini (Fondamenta degli incurabili di Brodskij nella serie La terza Venezia); o, ancora, \u00e8 compagno-bussola-cuscino durante gli spostamenti di un progetto itinerante (Viaggio in Italia di Guido Piovene nella serie Mirabilia). Oppure, in modo diverso, offre lo spunto indiretto per una riflessione sul meccanismo di finizione. Sempre al Mattatoio, il lavoro Almanacco sentimentale (2017, in corso) ne \u00e8 un esempio. Camporesi sceglie alcuni fenomeni naturali, fatti curiosi, strani casi tutti accomunati da una nota enigmatica: sono piccoli misteri o bizzarrie del cosmo, accadimenti che potremmo trovare in un libro di scienza tanto quanto in un romanzo di Ballard. La nave dell\u2019esploratore inglese E. H. Shackleton bloccata in Antartide o le pietre che rotolano da sole nella Death Valley: l\u2019artista costruisce diorami di queste situazioni e li fotografa. Il risultato \u00e8 un\u2019immagine falsovera che sfrutta l\u2019incertezza cognitiva della fotografia per tradurre una dimensione insieme reale e immaginata.<\/p>\n<p>L\u2019operazione di Camporesi pu\u00f2 ricordare il procedimento di Thomas Demand, secondo cui l\u2019artista tedesco costruisce riproduzioni iperrealistiche in carta di ambienti esistenti o iconici \u2013 uffici, caveau, sale di controllo \u2013, le fotografa e infine le distrugge. In questo caso la simulazione ha un intento pi\u00f9 potente e politico, di fatto una riflessione sui modi di ricostruire la realt\u00e0 e le narrazioni della realt\u00e0.<\/p>\n<p>In Camporesi, invece, prevale un\u2019attitudine immaginativa; si percepisce una fascinazione, il farsi piccoli per entrare nella casa delle bambole, dentro-fuori dall\u2019illusione, il farsi sirena e attraversare mondi invisibili. Il simulacro che sostituisce il reale recupera cos\u00ec l\u2019elemento onirico che sfugge a una lettura didascalica degli eventi.<\/p>\n<p>Nel suo saggio Camporesi scrive ancora che \u201c\u00c8 proprio in questo scarto \u2013 tra ci\u00f2 che \u00e8 mostrato e ci\u00f2 che resta da scoprire \u2013 che si apre uno spazio prezioso, quello della partecipazione attiva dello spettatore\u201d. \u00c8 una dichiarazione di poetica, e allo stesso tempo una chiave per interpretare l\u2019intera mostra. C\u2019\u00e8 un tempo e un luogo: mi accorgo che il tempo e il luogo evocati dal titolo sono anche il tempo dell\u2019osservazione e il luogo della visione. Uno spazio che non coincide con l\u2019immagine n\u00e9 con la realt\u00e0, ma si apre tra le due: \u00e8 l\u00ec che la fotografia di Silvia Camporesi ci invita a stare e in quel punto preciso, nell\u2019intervallo tra ci\u00f2 che vediamo e ci\u00f2 che intuiamo, si riattiva, finalmente, il nostro sguardo.<\/p>\n<p>In copertina, After Baia, 2025.<\/p>\n<p>Silvia Camporesi, <a href=\"https:\/\/www.centrodellafotografia.it\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">C\u2019\u00e8 un tempo e un luogo<\/a>, Centro della Fotografia di Roma \u2013 Citt\u00e0 delle Arti, fino al 29 Giugno.<br \/>Silvia Camporesi, <a href=\"https:\/\/www.artapartofculture.net\/2026\/01\/28\/silvia-camporesi-z2o-sara-zanin-uno-strappo-nel-cielo-di-carta\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Uno strappo nel cielo di carta<\/a>, galleria z2o Sara Zanin, Roma,\u00a0fino al 12 marzo.<\/p>\n<p><strong>Leggi anche:<\/strong><br \/>Corrado Benigni | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/silvia-camporesi-e-la-bulimia-fotografica\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Silvia Camporesi e la bulimia fotografica<\/a><br \/>Marco Belpoliti | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/occhio-rotondo-15-casa-volante\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Occhio rotondo 15. Casa volante<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il ballatoio sopraelevato incornicia un grande vuoto centrale: viene da sporgersi e guardare sotto lo scheletro nero dell\u2019ex&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":380397,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,4663,204,1537,90,89,179782],"class_list":{"0":"post-380396","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-fotografia","16":"tag-intrattenimento","17":"tag-it","18":"tag-italia","19":"tag-italy","20":"tag-silvia-camporesi"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116171904625491539","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/380396","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=380396"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/380396\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/380397"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=380396"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=380396"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=380396"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}