{"id":389042,"date":"2026-03-10T08:04:13","date_gmt":"2026-03-10T08:04:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/389042\/"},"modified":"2026-03-10T08:04:13","modified_gmt":"2026-03-10T08:04:13","slug":"nel-2010-la-scienza-ci-disse-che-stare-online-faceva-bene-ai-bambini-poi-ha-cambiato-idea-perche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/389042\/","title":{"rendered":"Nel 2010 la scienza ci disse che stare online faceva bene ai bambini. Poi ha cambiato idea. Perch\u00e9?"},"content":{"rendered":"<p class=\"summary-art is-normal-b-light\">La sesta puntata de \u00abL&#8217;et\u00e0 sbagliata dei social\u00bb, la serie di Riccardo Luna. Sul rapporto tra internet e minori l&#8217;opinione pubblica \u00e8 sempre stata divisa tra entusiasti e catastrofisti, ma l&#8217;avvento dei social network ha evidenziato una significativa e preoccupante correlazione statistica. La prossima puntata sar\u00e0 online gioved\u00ec 12 marzo<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00abSe i bambini non possono accedere a Internet dal pc di casa, lo faranno tramite la playstation o altri dispositivi. Stiamo alimentando una cultura della paura che non aiuta i nostri giovani\u00bb.\u00a0<br \/>Shirley Atkinson, Universit\u00e0 di Plymouth, 13 gennaio 2009.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il momento \u00abtana libera tutti\u00bb, quello che apr\u00ec definitivamente i cancelli della rete ai minori, fu la grande presentazione del rapporto &#8220;EU Kids Online&#8221;, il 21 ottobre 2010.\u00a0    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">In Lussemburgo era in programma l\u2019edizione annuale del \u00abSafer Internet Forum\u00bb, un evento che fa parte di un programma messo in piedi dall\u2019Unione Europea alla fine degli anni \u201890 per finanziare<b> iniziative che promuovano un utilizzo sicuro della rete da parte dei minori<\/b>. Nel 2010 c\u2019era grande fibrillazione perch\u00e9 in estate si era svolta <b>la prima grande ricerca sul tema<\/b> e se ne attendevano i risultati per orientare le scelte politiche.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>L\u2019opinione pubblica<\/b>, come spesso accade davanti al progresso, <b>era spaccata in due<\/b>: apocalittici contro integrati, avrebbe detto Umberto Eco. Insomma, <b>avevano ragione i catastrofisti che vedevano nella rete solo dei pericoli per i minori<\/b>, su tutti <b>quello dei predatori<\/b> &#8211; e che quindi si ingegnavano per varare divieti e filtri anche a costo di azzoppare il web per tutti gli altri? <b>Oppure gli entusiasti<\/b> che al contrario ritenevano che<b> grazie ad un computer connesso alla rete la mente di un bambino avrebbe preso il volo e raggiunto vette inimmaginabili<\/b> &#8211; e che perci\u00f2 sognavano di riempire di pc le case e le aule scolastiche fino all\u2019ultimo sperduto villaggio amazzonico?\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Per capirlo era stata lanciata una ricerca enorme<\/b>: in 25 paesi erano stati coinvolti <b>25 mila 142 bambini fra i 9 e i 16 anni<\/b>; le interviste erano state fatte di persona e a domicilio; per evitare condizionamenti le domande sensibili erano state poste in privato; e per ciascun bambino era stato ascoltato anche uno dei genitori. Mai prima di allora si era fatto uno sforzo cos\u00ec capillare di capire. Di misurare davvero i rischi e le opportunit\u00e0. Di sostituire i miti con i dati.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Alla guida di questo progetto c\u2019era<b> una ricercatrice di psicologia sociale della London School of Economics, Sonia Livingstone<\/b>, che conosceva bene il tema. Gi\u00e0 nel 2003, per misurare \u00abrischi e benefici dell\u2019accesso ai nuovi media\u00bb (espressione che ai tempi si utilizzava per definire tutto quello che ruotava attorno a internet), aveva avviato <b>un primo progetto di ricerca su 1500 bambini britannici fra i 9 e i 19 anni<\/b> (nota: ogni volta che nell\u2019insieme dei bambini mettiamo anche ragazzi \u00abfino a 19 anni\u00bb, qualcosa stride\u2026).\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">I risultati di &#8220;UK Children Go Online&#8221; dimostrarono che<b> i rischi della rete c\u2019erano ma erano delle eccezioni<\/b>: i bambini usavano internet non per mettersi nei guai ma essenzialmente per fare ricerche scolastiche e comunicare fra loro. <b>Rispetto al \u00abpanico morale\u00bb diffuso<\/b> in molti paesi europei <b>era una bella svolta<\/b>. Se i dati britannici avessero trovato conferma su scala diversa, tutti quei filtri al web che molti governi si apprestavano a mettere non avrebbero avuto pi\u00f9 ragion d\u2019essere. La Livingstone propose alla Commissione Europea di finanziare un progetto di ricerca globale: nell&#8217;ambito del \u201cSafer Internet Action Plan\u201d, nacque \u201cEU Kids Online\u201d, una rete di centri di ricerca &#8211; in Italia ne fa parte la Cattolica &#8211; con un unico obiettivo:<b> misurare la vita online dei bambini e degli adolescenti<\/b>.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nell\u2019ottobre 2010 Livingstone present\u00f2 una anticipazione della ricerca che vedr\u00e0 la luce completa qualche mese pi\u00f9 tardi: trenta slide che archiviavano il panico morale cambiando la narrazione del tema per un decennio. <b>Molte paure furono ridimensionate: i predatori online c\u2019erano<\/b>, dicevano i dati, <b>ma erano davvero rarissimi<\/b>;<b> i contenuti \u00abda grandi\u00bb in rete non guastano davvero l&#8217;infanzia perch\u00e9 i bambini prediligono giochi adatti a loro <\/b>e ignorano il resto; e poi <b>chi sta sul web di solito non si isola <\/b>ma al contrario resta in contatto con gli amici tutto il tempo; e infine <b>misurare l\u2019uso eccessivo di un personal computer \u00e8 difficile <\/b>perch\u00e9 questo dato varia da persona a persona e quelli che manifestano una dipendenza seria sono pochi.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma soprattutto fu dimostrato che in rete <b>i bambini che hanno pi\u00f9 opportunit\u00e0 di crescere e apprendere sono anche quelli esposti a rischi maggiori<\/b> e che eliminare i rischi vuol dire rinunciare alle opportunit\u00e0. La soluzione consigliata dai ricercatori non era quindi il divieto ma la resilienza, ovvero abituarsi a individuare i pericoli e a proteggersi. Come? Per esempio avendo dei genitori al fianco che possano dare supporto in caso di contenuti problematici e dannosi; e pazienza se la ricerca mostrava chiaramente che<b> i genitori quasi sempre del funzionamento della rete ne sapevano meno dei figli<\/b>. Il rimedio suggerito era <b>l&#8217;alfabetizzazione digitale<\/b>. Corsi di internet per tutti. Soprattutto per mamma e pap\u00e0. Diventare genitori consapevoli. E attivare il parental control sui telefonini.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Era <b>il sigillo che mancava per incoraggiare i pi\u00f9 piccoli a entrare in rete e diventare degli smanettoni felici<\/b>. Il futuro sarebbe stato meraviglioso, in molti ne erano certi. Anzi, sarebbe stato \u00abperfetto\u00bb come recitava il titolo di un saggio del 2012 che fotografava benissimo le aspettative del tempo: \u201cFuture Perfect, The Case for Progress in a Networked Age\u201d. Lo aveva scritto uno scrittore e giornalista di Wired, <b>Steven Berlin Johnson, la cui tesi, in soldoni, era questa<\/b>: miliardi di persone sono ormai connesse a tutto il sapere del mondo e sono collegate fra di loro;  ma avete idea della quantit\u00e0 di cose che potranno inventare collaborando? Era <b>l\u2019apoteosi dell\u2019ottimismo<\/b>: Sky Is the Limit.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Non a caso in quegli anni ebbe un enorme successo un format sperimentato qualche anno prima in Silicon Valley: <b>l\u2019hackathon, letteralmente \u201chackers\u2019 marathon, maratona di sviluppatori\u201d<\/b>, cio\u00e8 di hacker, termine che si prov\u00f2 invano a riscattare dalla reputazione negativa che la cronaca nera gli aveva affibbiato. Queste maratone durano di solito un paio di giorni (e di notti); si svolgono in grandi luoghi, spesso in palestre; e vedono centinaia, a volte migliaia di sviluppatori, divisi in squadre e chini sui loro laptop per provare a risolvere, tramite righe di codice, un problema, qualunque problema, dal pi\u00f9 banale alla fame nel mondo. Gli hackathon si fanno ancora e a volte hanno una qualche utilit\u00e0 ma solo in quegli anni c\u2019era l\u2019idea che gli algoritmi avrebbero aggiustato tutto e che avrebbero reso il mondo migliore. <b>L\u2019idea che l\u2019inizio di ogni soluzione fosse un pc connesso alla rete. Meglio ancora, se a usarlo era un ragazzino<\/b>.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il fatto \u00e8 che <b>capitava di frequente qualche storia che sembrava confermare la tesi che bastasse \u201chackerare\u201d il mondo per risolvere le cose<\/b>.  Quella pi\u00f9 potente, quella pi\u00f9 solida, accadde nel <b>gennaio del 2014<\/b>. Un giorno a Santa Clara, in California, <b>uno studente trova in casa un volantino che promuove donazioni per un&#8217;associazione di non vedenti<\/b>. Si chiama Shubham Banerjee, <b>ha appena 12 anni<\/b>, \u00e8 di origini indiane e vive negli Stati Uniti da molto tempo. Chiede ai genitori: \u00abCome leggono i ciechi?\u00bb. Il padre, un ingegnere della Intel, gli dice sbrigativo: \u00abCercalo su Google\u00bb. Shubham Banerjee scopre cos\u00ec che una banale stampante per non vedenti, <b>una stampante in caratteri Braille, costa pi\u00f9 di duemila dollari.<\/b> <b>In India chi avrebbe potuto permettersela?<\/b> Decide di farne <b>una low cost utilizzando il suo kit &#8220;LEGO Mindstorms\u201d<\/b> (si tratta dei famosi mattoncini di plastica colorati, reinventati al MIT con schede logiche, sensori e motori che consentono di programmarne i movimenti: l\u2019anticamera della robotica per bambini). Insomma, in due settimane, nel garage di casa, <b>Shubham Banerjee assembla sei prototipi di stampante<\/b> ma nessuno funziona abbastanza bene; il settimo modello invece riesce a imprimere le lettere sulla carta creando il rilievo necessario a leggerle con un dito. <b>Chiama il progetto BraiGo<\/b>, stima che un apparecchio del genere possa costare appena 350 dollari e <b>sbaraglia i concorrenti alla fiera della sua scuola<\/b>. Non finisce qui. Qualche mese dopo, subito prima di compiere 13 anni,<b> la Intel investe nella sua startup qualche centinaia di migliaia di dollari facendone il pi\u00f9 giovane imprenditore tech della storia<\/b> a ricevere un investimento da un venture capital: e lui rilascia le istruzioni della BraiGo in rete in modo che chiunque a casa possa costruirsi la sua stampante Braille senza chiedergli il permesso. Un finale da applausi.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Un futuro pi\u00f9 che perfetto ci attendeva dietro l\u2019angolo. <b>Ma ci era sfuggito quello che stava davvero accadendo in rete: l&#8217;ascesa travolgente dei social network<\/b> (e dei videogame, di cui tratteremo dopo). Infatti mentre noi parlavamo di makers e coders magnificando le sorti progressive di una generazione che avrebbe letteralmente costruito il proprio futuro, <b>la grandissima parte degli utenti della rete diventava follower<\/b>; le community di Arduino e Scratch contavano, \u00e8 vero, centinaia di migliaia di ragazzini, ma in definitiva erano splendide nicchie rispetto alle<b> centinaia di milioni di adolescenti che passavano ore a seguire i post di Instagram e i video di TikTok<\/b> appositamente selezionati per ciascuno di loro da un algoritmo studiato per sfruttare i loro punti deboli e tenerli agganciati pi\u00f9 a lungo possibile. <b>Tutto ci\u00f2 cambiava qualcosa rispetto al loro benessere?\u00a0<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La prima ricerca scientifica a porsi questa domanda fu  probabilmente quella condotta nel 2012 da Igor Pantic, un professore associato di fisiologia medica all\u2019universit\u00e0 di Belgrado, in Serbia (&#8220;Association between Online Social Networking and Depression in High School Students&#8221;). Il ricercatore coinvolse <b>482 studenti delle scuole superiori di Belgrado<\/b> scoprendo \u00abuna <b>correlazione statistica significativa\u00bb fra il tempo trascorso sui social e la depressione<\/b>. Restava (e in parte resta ancora) da dimostrare se i social portino alla depressione; o se invece chi \u00e8 depresso si rifugi pi\u00f9 volentieri nei social. Il famoso nesso causale. Nonostante moltissimi indizi propendano per la prima ipotesi, va riconosciuto che la \u00abpistola fumante\u00bb ancora non c\u2019\u00e8 al di l\u00e0 di ogni ragionevole dubbio. Ma intanto portiamo a casa questo fatto: tutto quello che \u00e8 venuto dopo, in termini di conoscenza scientifica del problema, ha avuto origine dall&#8217;intuizione del professor Igor Pantic che voleva capire perch\u00e9 i suoi studenti sembrassero depressi.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nell\u2019opinione pubblica, in realt\u00e0, quello studio pass\u00f2 abbastanza inosservato. Evidentemente eravamo troppo occupati a postare e a mettere dei likes. Oppure era la conferma che<b> non ci piacciono i guastafeste<\/b>: la favola che stavamo vivendo era troppo bella per essere interrotta da una semplice correlazione. <b>Una svolta ci fu solo nel 2017 quando una psicologa dell\u2019universit\u00e0 di San Diego<\/b>, Jean Twenge, studiando le serie storiche di dati sulla salute mentale degli adolescenti americani <b>vide qualcosa che la spavent\u00f2 e la convinse a dare l\u2019allarme<\/b>: <b>\u00abIn tutte le mie analisi il 2012 \u00e8 l\u2019anno dal quale la salute mentale degli adolescenti \u00e8 indubbiamente peggiorata\u00bb<\/b>, scrisse in un articolo sull\u2019Atlantic che apr\u00ec finalmente una discussione sul tema. \u00abUn fenomeno di queste dimensioni &#8211; scrisse la Twenge &#8211; non si era mai visto prima, almeno dagli anni Trenta del secolo scorso\u00bb. Nel 2018 Jean Twenge pubblica la sua ricerca: &#8220;Decreases in Psychological Well-Being among American Adolescents after 2012 and Links to Screen Time during the Rise of Smartphone Technology&#8221;.\u00a0\u00c8 stato solo allora che negli Stati Uniti qualcuno ha iniziato a pensare che <b>qualcosa di serio stava andando storto con i social<\/b> e che il problema non era soltanto il dilagare di fake news o la fine della verit\u00e0. Erano i minori.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma che era successo esattamente nel 2012 per causare il fenomeno visto nei dati dalla professoressa Twenge? Lo diremo dopo. Prima infatti merita di essere citata un\u2019altra ricerca, quella di Kira Riehm, psichiatra epidemiologa della Columbia University di New York. Il suo studio, condotto su 6500 adolescenti americani e pubblicato nel 2019, aggiunge un tassello importante: individua la soglia delle \u201ctre ore giornaliere trascorse sui social\u201d, passate le quali un adolescente avrebbe un rischio significativamente pi\u00f9 alto di ansia, depressione, solitudine e comportamenti aggressivi. Ora, visto che la gran parte degli adolescenti sui social ci passa pi\u00f9 di tre ore al giorno, anzi, pi\u00f9 di quattro, era chiaro che la situazione era piuttosto seria.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La tesi della Riehm \u00e8 stata come la rottura di una diga. Da allora ricerche analoghe si sono moltiplicate non solo negli Stati Uniti ma in ogni angolo del pianeta. E a questi materiali accademici, <b>nel 2021 si sono aggiunti alcuni scottanti documenti interni di Meta pubblicati da Frances Haugen<\/b>, <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/tecnologia\/25_novembre_24\/chi-lascia-facebook-e-meno-depresso-e-ansioso-i-risultati-di-una-ricerca-interna-che-il-social-ha-interrotto-e-nascosto-c2b8ada0-edf3-4c1f-af41-6ef774543xlk.shtml\" title=\"\u00abChi lascia Facebook \u00e8 meno depresso e ansioso\u00bb: i risultati di una ricerca interna che il social ha interrotto e nascosto\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">una ex dipendente pentita (una whistleblower), che hanno corroborato questa tesi dall\u2019interno<\/a>: in sintesi estrema, ci sono le prove che<b> a Meta sapevano che i loro algoritmi stavano danneggiando la salute mentale degli adolescenti<\/b> ma non si sono fermati per continuare a fare profitti. Quando, il 14 febbraio 2024, la citt\u00e0 di New York, assieme a tutte le sue scuole e ai tutti i suoi ospedali, ha annunciato di voler <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/tecnologia\/26_febbraio_19\/le-accuse-delle-madri-dei-ragazzi-suicidi-per-i-social-ho-fissato-negli-occhi-zuckerberg-perche-non-cambia-gli-algoritmi-22f17253-dae4-4402-8e38-cd5c73f54xlk.shtml\" title=\"Le accuse delle madri dei ragazzi suicidi per i social: \u00abHo fissato negli occhi Zuckerberg, perch\u00e9 non cambia gli algoritmi?\u00bb\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">portare in tribunale i social network<\/a>, lo ha fatto essenzialmente sulla scorta degli elementi portati alla luce da due donne: Kira Riehm e Frances Haugen.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma sar\u00e0 un libro, che uscir\u00e0 un mese dopo l&#8217;annuncio della citazione della citt\u00e0 di New York, a trasformare queste storie in un movimento:<b> un movimento di genitori disperati contro le Big Tech<\/b>.<\/p>\n<p>Per non perdere le ultime novit\u00e0 su tecnologia e innovazione<br \/>iscriviti alla <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/newsletter\/?id=53\" style=\"text-decoration: underline;\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">newsletter di Login<\/a><\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-03-10T08:16:35+01:00\">10 marzo 2026 ( modifica il 10 marzo 2026 | 08:16)<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La sesta puntata de \u00abL&#8217;et\u00e0 sbagliata dei social\u00bb, la serie di Riccardo Luna. Sul rapporto tra internet e&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":389043,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_share_on_mastodon":"0"},"categories":[173],"tags":[2101,223113,20675,2017,13336,3186,5678,2201,84666,788,694,76918,223106,32001,5471,223114,41452,25291,6880,727,223115,3844,15149,2205,20682,4385,111909,223116,13583,5372,108055,223117,122,2276,728,1278,2144,3761,3881,223118,223119,54872,223120,223121,2697,223122,1973,26664,27888,223123,223124,2753,2614,1251,223125,92851,128,7628,223126,7378,11742,8118,1537,90,89,4482,223127,148163,223128,220262,223129,21263,223107,18494,2163,223108,3783,3334,963,12651,13750,93646,17333,2783,2122,11040,11041,633,1315,223130,34278,34279,3457,893,857,14515,223131,223132,39209,14054,22969,1915,59453,1885,2851,223133,897,4265,8202,16759,899,1434,2518,223134,614,144,223109,3744,5822,1270,5389,45237,223135,240,2089,223110,7061,195,198,199,197,200,201,223111,223112,1686,1517,223104,11608,194,196,2453,8972,628,223105,3414,4316,6124,16860],"class_list":["post-389042","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-scienza-e-tecnologia","tag-adolescenti","tag-adolescenti-americani","tag-algoritmi","tag-americani","tag-and","tag-angolo","tag-anzi","tag-appena","tag-apri","tag-bambini","tag-bambino","tag-banale","tag-banerjee","tag-belgrado","tag-bella","tag-braigo","tag-braille","tag-britannici","tag-capire","tag-case","tag-catastrofisti","tag-centinaia","tag-centinaia-migliaia","tag-chiama","tag-computer","tag-conferma","tag-connesso","tag-connesso-rete","tag-contenuti","tag-contrario","tag-correlazione","tag-correlazione-statistica","tag-cose","tag-dare","tag-dati","tag-davvero","tag-depressione","tag-dollari","tag-enorme","tag-entusiasti","tag-essenzialmente","tag-eu","tag-eu-kids","tag-eu-kids-online","tag-europea","tag-europea-finanziare","tag-fenomeno","tag-filtri","tag-finanziare","tag-frances","tag-frances-haugen","tag-genitori","tag-gennaio","tag-grandi","tag-hackathon","tag-haugen","tag-idea","tag-igor","tag-igor-pantic","tag-insomma","tag-intel","tag-internet","tag-it","tag-italia","tag-italy","tag-jean","tag-jean-twenge","tag-kids","tag-kids-online","tag-kira","tag-kira-riehm","tag-letteralmente","tag-livingstone","tag-luce","tag-mentale","tag-mentale-adolescenti","tag-mese","tag-meta","tag-mettere","tag-migliaia","tag-minori","tag-misurare","tag-morale","tag-movimento","tag-network","tag-new","tag-new-york","tag-of","tag-online","tag-online-bambini","tag-opinione","tag-opinione-pubblica","tag-opportunita","tag-ottobre","tag-paesi","tag-panico","tag-panico-morale","tag-pantic","tag-pc","tag-perfetto","tag-pericoli","tag-persona","tag-predatori","tag-problema","tag-progetto","tag-progetto-ricerca","tag-programma","tag-pubblica","tag-puntata","tag-quegli","tag-rapporto","tag-resta","tag-rete","tag-rete-minori","tag-ricerca","tag-ricerche","tag-riehm","tag-rischi","tag-risolvere","tag-rispetto","tag-risultati","tag-safer","tag-safer-internet","tag-salute","tag-salute-mentale","tag-salute-mentale-adolescenti","tag-sapevano","tag-science","tag-science-and-technology","tag-scienceandtechnology","tag-scienza","tag-scienza-e-tecnologia","tag-scienzaetecnologia","tag-shubham","tag-shubham-banerjee","tag-social","tag-social-network","tag-stampante","tag-svolta","tag-technology","tag-tecnologia","tag-tema","tag-tesi","tag-the","tag-twenge","tag-uniti","tag-universita","tag-web","tag-york"],"share_on_mastodon":{"url":"","error":"Validation failed: Text character limit of 500 exceeded"},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/389042","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=389042"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/389042\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/389043"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=389042"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=389042"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=389042"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}