{"id":39738,"date":"2025-08-10T18:06:24","date_gmt":"2025-08-10T18:06:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/39738\/"},"modified":"2025-08-10T18:06:24","modified_gmt":"2025-08-10T18:06:24","slug":"la-mia-pittura-non-ha-bisogno-di-alzare-la-voce-dialogo-con-marta-ravasi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/39738\/","title":{"rendered":"\u00abLa mia pittura non ha bisogno di alzare la voce\u00bb. Dialogo con Marta Ravasi"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Marta Ravasi<\/strong> (Merate, 1987) \u00e8 una pittrice italiana. Lavora da anni in quella che potremmo definire una direzione radicalmente ostinata e contraria. I suoi soggetti sono quotidiani, essenziali, quasi pretestuosi. La sua pittura si distingue per una pratica appartata, che rinuncia a stupire, concentrata su formati minimi e soggetti elementari, dipinti su cotone, telai costruiti a mano, presentati senza cornici n\u00e9 finiture. Un\u2019attenzione costante alla materia, al ritmo, alla variazione minima, che fa della ripetizione non tanto un esercizio di stile, quanto un metodo di ascolto. Lontana da ogni retorica figurativa e da ogni virtuosismo tecnico, Ravasi costruisce immagini che si dissolvono nel momento stesso in cui si formano. Restituisce, attraverso l\u2019indeterminato, l\u2019epifania del processo e rende lo spettatore partecipe al fare pittura. Marta Ravasi vive e lavora a Milano. L\u2019abbiamo incontrata a Parigi, in occasione di Fresca, la sua prima mostra personale in Francia, da poco conclusa alla Galerie Elsa Meunier, in attesa dell\u2019apertura della sua prossima collettiva Cold Enough For Snow, in corso fino al 30 agosto presso Workplace, a Londra. Intanto, in Italia, il suo lavoro \u00e8 incluso nella mostra Il verso della lumaca, fino al 20 settembre da Galleria 1\/9 a Roma.<\/p>\n<p><strong>Vivi e lavori a Milano, ed \u00e8 qui che hai iniziato a fare pittura, in un momento in cui questo linguaggio era quasi assente dal dibattito accademico italiano. Le pratiche concettuali e performative sembravano invece egemoniche. Quanto ha contato, e cosa ha significato, inizialmente, l&#8217;assenza di contesto?<\/strong><\/p>\n<p>Mi sono formata a Brera, e in quegli anni, effettivamente, la pittura sembrava non esserci.<br \/>Quella fase iniziale per me dormiente &#8211; anche a causa dell\u2019assenza di un contesto che sostenesse il medium &#8211; mi ha portata a chiudermi in una dimensione intima, di silenzio, dalla quale \u00e8 poi emersa una forza centrifuga che mi ha spinta verso l\u2019esterno.<br \/>Prima in Belgio, per un Erasmus alla Hogeschool Sint Lukas di Bruxelles, dove ho studiato con l\u2019artista Philippe Van Snick. Poi a Londra, dove sono rimasta per diversi anni e ho proseguito i miei studi alla University of the Arts London.<\/p>\n<p><strong>Dalla formazione sembra essere emersa una concezione della pittura non tanto come rappresentazione quanto come materia da plasmare. Quali altre esperienze hanno definito il tuo linguaggio attuale?<\/strong><\/p>\n<p>Ho vissuto per cinque anni in Svizzera, dove lavoravo per un collezionista inglese. Era un contesto internazionale, ma anche isolato, proprio per questo perfetto per iniziare a lavorare seriamente. \u00c8 stata un\u2019esperienza particolarmente formativa: mi sento fortunata ad aver avuto quei capolavori a disposizione del mio sguardo. Le mie prime opere, le pi\u00f9 faticose, sono nate l\u00ec e sono state esposte in occasione della mia prima personale da Fanta, a Milano, nel 2017.<\/p>\n<p><strong>La mostra da Fanta del 2017 segnava il tuo esordio espositivo con una proposta gi\u00e0 molto matura: nove opere, nessun testo critico. Una scelta coraggiosa per un debutto. Come ricordi quella decisione, di far parlare unicamente la pittura?<\/strong><\/p>\n<p>La mostra da Fanta \u00e8 stata per me molto importante. Era la mia prima personale, costruita con grande cura: una composizione poetica strutturata su riferimenti formali e ritmo dell\u2019allestimento. Non c\u2019era nulla di decorativo, nulla di superfluo. A ripensarci, \u00e8 ancora una mostra a cui sono molto legata: a distanza di anni, mi sembra profondamente onesta.<\/p>\n<p>In quel momento Fanta si distingueva a Milano per una proposta espositiva diversa: non era affatto scontato, in Italia, poter avere quello spazio. E trovo coerente la direzione che la galleria ha preso negli anni, orientandosi verso una linea sempre pi\u00f9 precisa e concettuale.<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 un aspetto della tua pratica particolarmente interessante, anche in relazione al mercato: i tuoi lavori sono spesso molto piccoli, silenziosi, appartati. Hai mai sentito la pressione a cambiare scala?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, in realt\u00e0 me lo sento dire spesso: che dovrei lavorare su formati pi\u00f9 grandi.<br \/>Ma per me il piccolo formato \u00e8 un modo di stare dentro il quadro in maniera diversa: con attenzione e concentrazione. Non \u00e8 una comodit\u00e0, n\u00e9 una provocazione.<br \/>Un quadro piccolo \u00e8, in un certo senso, pi\u00f9 esigente: ti obbliga a starci vicino, a prenderti del tempo, a navigarlo con la sola misura dello sguardo.<br \/>Richiede un diverso tipo di attenzione, e per questo sono felice di potermi confrontare con un gallerista attento a questo approccio, come Corrado Folinea di Acappella, a Napoli, il cui programma accoglie pratiche e poetiche molto diverse, ma sempre coerenti e ben riconoscibili.<\/p>\n<p><strong>Eppure, osservando l&#8217;evoluzione del tuo lavoro, si pu\u00f2 notare come le dimensioni si stiano via via riducendo nel tempo. Non c&#8217;\u00e8 provocazione, dicevi, ma questa progressiva sottrazione pu\u00f2 sembrare quasi un elemento di resistenza.<\/strong><\/p>\n<p>Quando ho iniziato a dipingere i Fruttini era anche per questo: sono pi\u00f9 piccoli del solito, semplici nella scelta dei soggetti, ma articolati per quanto riguarda la composizione. E s\u00ec, volevo sottrarmi a quella logica di scala. Volevo che non si potesse \u201centrare\u201d nel quadro come in uno spazio, ma solo avvicinarsi e percepirlo per quello che \u00e8, una superficie concentrata.<\/p>\n<p><strong>Davanti alle tue opere nasce spontaneo il desiderio di toccarle, staccarle dal muro, quasi di poggiarle sul palmo della propria mano. C&#8217;\u00e8 una fisicit\u00e0 molto particolare che le caratterizza. Quanto \u00e8 centrale nella tua ricerca l&#8217;aspetto materico? La consapevolezza che un dipinto \u00e8, prima di tutto, un oggetto?<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019aspetto materico per me ha acquisito sempre maggiore importanza, sia per quanto riguarda la materia del colore, direzionata con controllo e intenzione, sia nella scelta dei supporti, dalla costruzione del telaio alla preparazione della tela. Non rifinisco i bordi, non cerco di mascherare le lavorazioni; anzi, mi interessa che si vedano le tracce dello studio: le macchie, i segni di colore, fanno parte del lavoro.<\/p>\n<p>Concordo con quello che dici: un quadro \u00e8 un oggetto che ti impone una distanza specifica e che ha una presenza concreta nello spazio. Nella documentazione, ad esempio, voglio che sia chiaro che le opere sono oggetti con una propria tridimensionalit\u00e0 e ombre, non immagini piatte. Devono mostrare quello che sono, in tutta la loro fisicit\u00e0.<\/p>\n<p>La pittura \u00e8 qualcosa che si guarda da vicino, con il corpo; non \u00e8 qualcosa che si consuma velocemente con lo sguardo, anche se questo pensiero sembra contraddire quanto dicevo all\u2019inizio su questo argomento.<\/p>\n<p><strong>Questo concetto emerge anche nelle modalit\u00e0 della tua pratica.<\/strong><br \/><strong>La tua pittura \u00e8 costruita nell\u2019intervallo tra insistenza e mutazione: i soggetti sono ricorrenti \u2013 frutti, scorze, torsoli \u2013 talvolta sembrano provenire dalla stessa immagine, eppure non sono mai gli stessi.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Anche la tavolozza, limitata a una gamma terrosa, polverosa, non produce mai fissit\u00e0, piuttosto sembra esplorare una vastit\u00e0 infinita di variazioni sul tema.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Cosa ti permette, e cosa ti impone, la ripetizione?<\/strong><\/p>\n<p>Insistenza e mutazione sono consequenziali: la ripetizione, infatti &#8211; che nella mia pratica si manifesta come dicevi nella scelta dei soggetti, nella definizione delle cromie, ma anche nella struttura stessa del processo creativo &#8211; non \u00e8 mai fine a s\u00e9 stessa, ma piuttosto un meccanismo che permette lo sviluppo di cambiamenti e l\u2019evolversi di un\u2019idea sottostante, che si manifesta e prende corpo proprio nel fare. Come un esercizio che si compie all\u2019interno di margini precisi e che, proprio grazie a questi confini, permette di trovare vie nuove.<\/p>\n<p><strong>Metodo, disciplina, o la ricerca di qualcos\u2019altro, quasi come in un esercizio spirituale?<\/strong><\/p>\n<p>Non so se la chiamerei spirituale, ma c\u2019\u00e8 sicuramente una componente mentale, ritmica, di attenzione. Come nei gesti ripetuti, che diventano un modo per ascoltare quello che sta accadendo sulla tela, pi\u00f9 che per controllarlo.<br \/>E infatti non faccio mai disegni preparatori: le cose succedono mentre dipingo, e spesso non so dove sto andando finch\u00e9 non ci arrivo.<\/p>\n<p><strong>Puoi descriverci come si svolge una giornata di lavoro in studio? Come nascono, e come si sviluppano, le tue opere?<\/strong><\/p>\n<p>Preparo sempre pi\u00f9 tele insieme e inizio a lavorare su tutte. Non ho un progetto preciso: parto da alcune immagini di riferimento che tengo vicine, ma che spesso non uso direttamente. Durante la sessione, una o due tele iniziano a prevalere, a prendere una direzione. Ma non so mai in anticipo quale sar\u00e0 quella che porter\u00f2 fino in fondo, e questo non accade prima di molte sedute.<\/p>\n<p>Alla fine della giornata \u00e8 raro che qualcosa rimanga sulla tela, con gesti veloci mischio tutto direttamente sulla tela, l\u2019avanzo di colore sui pennelli e quello nei contenitori. \u00c8 da qui che si sviluppano i colori terrosi e complessi. Diventa una base nuova e il giorno dopo riparto da l\u00ec. Quindi s\u00ec, \u00e8 un processo fatto di perdita, di stratificazione, di tentativi che vengono cancellati. Non accumulo, anzi: cerco ogni volta di perdere qualcosa, per trovare qualcos\u2019altro. E questo vale anche per i quadri finiti: non sono mai \u201crisolti\u201d, mai realmente chiusi.<\/p>\n<p><strong>Nelle opere pi\u00f9 recenti, esposte a Parigi da Elsa Meunier, la relazione tra soggetto e supporto sembra particolarmente fluida: i meloni bianchi quasi scompaiono nella pasta pittorica, le pesche emergono come suggestioni. Senti stia cambiando qualcosa?<\/strong><\/p>\n<p>Il soggetto c\u2019\u00e8, ma come dicevo, per me non \u00e8 mai il punto di partenza: \u00e8 un punto d\u2019appoggio per lo sguardo, non qualcosa che chiude il senso del quadro.<\/p>\n<p>Non voglio raccontare qualcosa, ma dare spazio a un momento di osservazione delle superfici, dei volumi, delle diverse qualit\u00e0 della materia pittorica.<\/p>\n<p><strong>La figura \u00e8 quindi pi\u00f9 un punto di accesso che un fine.<\/strong><\/p>\n<p>La figurazione \u00e8 uno dei tanti modi in cui la pittura pu\u00f2 mostrarsi: la forma pu\u00f2 anche rimanere sospesa. Lavoro molto sulla relazione tra figura e sfondo, mi interessa quando i due piani si confondono, quando lo sfondo smette di essere tale (vorrei trovare un nome diverso per definirlo) e diventa attivo.<\/p>\n<p>In Natura Morta Verticale, ad esempio, lo sfondo &#8211; l\u2019area che circonda il soggetto in due fasce distinte, sopra e sotto &#8211; \u00e8 pi\u00f9 spesso, pi\u00f9 punteggiato rispetto alla frutta, che invece risulta pi\u00f9 leggera ed evanescente. \u00c8 stato un risultato inaspettato, che mi ha sorpresa. In quello stesso quadro, il soggetto si sviluppa orizzontalmente, ma il formato \u00e8 verticale: una scelta che accentua ulteriormente il volume pi\u00f9 denso di quello spazio apparentemente \u201cvuoto\u201d.<\/p>\n<p><strong>Nelle tue risposte emerge l&#8217;idea di non voler mai &#8220;chiudere&#8221; definitivamente: n\u00e9 la ricerca, n\u00e9 il soggetto, n\u00e9 l&#8217;opera stessa. Quando, invece, decidi che un quadro \u00e8 concluso?<\/strong><\/p>\n<p>La pittura, per me, lascia sempre una questione aperta, che va risolta nell\u2019opera successiva. In questo senso \u00e8 come se non affermasse mai qualcosa e, se lo fa, \u00e8 solo per un breve periodo.<br \/>Mi piace pensare al quadro come a uno spazio sospeso, in cui le cose si muovono ancora. A chi lo guarda, spero rimanga la gioia intensa che mi capita brevemente di provare, e che subito si esaurisce.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Marta Ravasi (Merate, 1987) \u00e8 una pittrice italiana. 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