{"id":402050,"date":"2026-03-18T19:56:12","date_gmt":"2026-03-18T19:56:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/402050\/"},"modified":"2026-03-18T19:56:12","modified_gmt":"2026-03-18T19:56:12","slug":"oriente-occidente-di-rampini-lamerica-ha-gia-perso-questa-guerra-nelle-redazioni-dei-giornali-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/402050\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | L&#8217;America ha gi\u00e0 perso questa guerra: nelle redazioni dei giornali Usa"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">C\u2019\u00e8 una <a href=\"\">guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali<\/a> \u2014 tra missili, droni e petroliere \u2014 e ce n\u2019\u00e8 un\u2019altra che si combatte nelle redazioni, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati nei titoli di prima pagina, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati. La seconda \u00e8 gi\u00e0 stata persa dagli Stati Uniti, si direbbe. Il tono dei notiziari \u00e8 dominato dal pessimismo. Da una parte ci si pu\u00f2 rallegrare: <b>l\u2019ultima volta che i media americani appoggiarono acriticamente un guerra fu nel 2003 con l\u2019invasione dell\u2019Iraq<\/b> e rimediarono delle figuracce storiche: il New York Times spacci\u00f2 per buone le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Oggi per\u00f2 viviamo la situazione rovesciata, in cui <b>l\u2019America e Israele sembrano collezionare solo disastri, e non \u00e8 detto che questo ci aiuti a capire.<\/b> Di sicuro, se questo \u00e8 un termometro del \u00abmorale\u00bb di una nazione, <b><a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/oriente-occidente-federico-rampini\/26_marzo_13\/c-e-una-destra-usa-che-crede-alla-vittoria-in-iran-e-intanto-gli-alleati-pagano-37ccd091-f90b-46c6-92a9-29a1d66eaxlk.shtml\" title=\"C&#039;\u00e8 una destra Usa che crede alla vittoria in Iran. E intanto gli alleati pagano\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">gran parte dell\u2019America ha gi\u00e0 optato per la propria sconfitta.<\/a><\/b>    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/esteri\/diretta-live\/26_marzo_18\/iran-usa-news-diretta.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Guerra in Iran, tutti gli aggiornamenti<\/a><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Un <b>commento apparso sul Wall Street Journal denuncia la deriva partigiana di una parte consistente dei media americani nella copertura della guerra contro l\u2019Iran<\/b>. Secondo gli autori, Mark Penn e Andrew Stein, la narrazione dominante privilegia sistematicamente le notizie negative per gli Stati Uniti e per Donald Trump, fino a costruire una percezione distorta del conflitto. Da notare che gli autori sono due note e autorevoli personalit\u00e0 della sinistra: Penn \u00e8 un sondaggista che lavor\u00f2 a lungo per Bill e Hillary Clinton, Stein fu un dirigente newyorchese del partito democratico, presidente del consiglio comunale per il suo partito. Gli esempi che elencano sono rivelatori:\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00abLe lamentele del presidente Trump sulla <b>copertura mediatica della guerra in Iran sono prevedibili <\/b>\u2014 e in questo caso del tutto giustificate. &#8220;Stiamo distruggendo completamente il regime terrorista iraniano, militarmente, economicamente e sotto ogni altro aspetto; eppure, se leggete il fallimentare New York Times, pensereste erroneamente che non stiamo vincendo&#8221;, cos\u00ec Trump ha scritto venerd\u00ec mattina su Truth Social. Basta prendere in mano il numero domenicale dello stesso New York Times, e sembra quasi che i redattori abbiano preso quelle parole non come una critica, ma come un ordine.\u00a0<\/p>\n<p>APPROFONDISCI CON IL PODCAST<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">&#8220;La guerra provoca <b>nuovi scossoni in un\u2019economia mondiale gi\u00e0 fragile&#8221;<\/b>, recita un titolo in cima alla prima pagina, con un sottotitolo speculativo: &#8220;Le ricadute di un conflitto prolungato con l\u2019Iran potrebbero avere &#8216;conseguenze catastrofiche&#8217;\u201d. Tra le catastrofi citate nell\u2019articolo: &#8220;In Kenya, coltivatori e commercianti di t\u00e8 temono che le loro esportazioni verso l\u2019Iran possano marcire nei porti&#8221;. L\u2019altro articolo sopra la piega della prima pagina \u00e8 <b>una critica al segretario alla Difesa<\/b>: &#8220;La retorica vendicativa di Hegseth \u00e8 maturata dall\u2019esperienza in Iraq&#8221;. All\u2019interno del giornale ci sono altre sei pagine di titoli sulla guerra, quasi tutti implacabilmente negativi. Compaiono articoli sprezzanti sul segretario di Stato (&#8220;Per Trump e Rubio, prima distruggere e poi negoziare&#8221;) e sul principale alleato degli Stati Uniti nello sforzo bellico (&#8220;L\u2019alleanza di guerra tra Stati Uniti e Israele sta rimodellando il Medio Oriente, ma comporta rischi&#8221; e &#8220;Netanyahu ha la guerra che ha sempre voluto, ma alle condizioni di Trump&#8221;). Non manca il pessimismo economico (&#8220;Le petroliere sequestrate costano agli Stati Uniti decine di milioni&#8221; e &#8220;L\u2019impennata dei prezzi del petrolio scuote la fragile economia del Pakistan&#8221;). <b>Sull\u2019attacco statunitense all\u2019<a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/esteri\/26_marzo_14\/kharg-isolotti-stretto-hormuz-62379d0a-bbdd-4979-9177-ff3234644xlk.shtml\" title=\"Perch\u00e9 l&#039;isola di Kharg \u00e8 importante in questa guerra e perch\u00e9 gli Usa hanno deciso di attaccarla\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">isola di Kharg<\/a><\/b>, il principale hub per l\u2019esportazione del petrolio iraniano, il presidente ha dichiarato che il raid ha &#8220;totalmente annientato&#8221; le installazioni militari sull\u2019isola e che ha deciso di risparmiare le infrastrutture petrolifere &#8220;per ragioni di decenza&#8221;. \u00c8 evidente che gli Stati Uniti avrebbero potuto colpirle infliggendo danni ben maggiori. Il titolo del Times ha invece descritto il raid come inefficace: &#8220;L\u2019Iran resta fermo sul blocco dello Stretto nonostante l\u2019attacco americano all\u2019hub petrolifero&#8221;. L\u2019unico titolo positivo sull\u2019andamento della guerra \u00e8 stato: &#8220;Per combattere i droni iraniani, gli Stati Uniti sfruttano le conoscenze acquisite con fatica in Ucraina&#8221;.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Come il Times, gran parte dei media sembra determinata a portare avanti una narrazione secondo cui Trump sbaglia su tutto e gli Stati Uniti stanno subendo una sconfitta per mano di una potente macchina bellica iraniana, capace di adattarsi con successo a una nuova leadership.<b> I giornalisti hanno il diritto e il dovere di riportare le cattive notizie<\/b> e di mettere in discussione resoconti troppo ottimistici del governo americano. Ma molti sembrano andare oltre, fino a tifare per una sconfitta dell\u2019America \u2014 contro un nemico che \u00e8 il principale mandante del terrorismo al mondo, ha ucciso migliaia di manifestanti disarmati ed ha accumulato migliaia di missili balistici mentre cercava di dotarsi di armi nucleari, che i suoi dirigenti hanno promesso di usare contro Stati Uniti e Israele. Sono in gran parte assenti perfino i pi\u00f9 elementari articoli che analizzino le perdite iraniane e il destino della sua presunta leadership. Perch\u00e9? &#8220;Ci\u00f2 che sembra guidare l\u2019informazione \u00e8 la faziosit\u00e0 e la determinazione dei Democratici a opporsi a questo presidente qualunque cosa faccia&#8221;\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il panorama descritto e denunciato dai due democratici non si riferisce solo ai media progressisti, anti-trumpiani per vocazione.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Anche a destra ci sono giornalisti in guerra\u2026 contro la guerra. I casi pi\u00f9 importanti sono Tucker Carlson e Megyn Kelly<\/b>. Su quel fronte MAGA affiora l\u2019antico antisemitismo di destra: <b>la tesi per cui la potente lobby israeliana ha manipolato Trump costringendolo a intervenire<\/b> in una guerra che corrisponde esclusivamente agli interessi di Tel Aviv. Curiosa dimenticanza su 47 anni di ostilit\u00e0 degli ayatollah contro l\u2019America, costellate di veri e propri atti di guerra.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">I giornalisti sono in buona compagnia: nel campo dei pessimisti abbondano gli esperti.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E tra i \u00abcattivi\u00bb che ispirano Trump, nelle ricostruzioni dei media Usa ce n\u2019\u00e8 uno solo che pu\u00f2 quasi ambire al ruolo malefico di Netanyahu: \u00e8 il principe saudita Mohammed bin Salman.<b> Secondo un retroscena del New York Times, il principe ereditario MbS avrebbe incoraggiato Trump a \u00abcolpire duramente\u00bb l\u2019Iran, riprendendo una linea storica della leadership saudita<\/b> \u2014 quella sintetizzata anni fa da suo padre nella formula \u00abtagliare la testa del serpente\u00bb. \u00c8 una posizione coerente con la rivalit\u00e0 strategica tra Riad e Teheran, ma che nasconde una contraddizione. Gli stessi Paesi del Golfo che vedono nell\u2019indebolimento dell\u2019Iran un\u2019opportunit\u00e0 strategica sono anche quelli pi\u00f9 esposti alle conseguenze di una escalation. Dopo settimane di attacchi con missili e droni, gli Stati del Golfo non hanno ancora risposto direttamente sul terreno militare. La ragione principale \u00e8 la paura del day after: una guerra aperta potrebbe trasformare le loro infrastrutture \u2014 porti, impianti energetici, citt\u00e0 \u2014 in bersagli sistematici. Da qui nasce l\u2019ambiguit\u00e0 saudita: sostegno politico alla pressione sull\u2019Iran, ma riluttanza a entrare direttamente nel conflitto. Una novit\u00e0 potrebbe presentarsi se si conferma il coinvolgimento saudita insieme ad altri paesi arabi del Golfo a partecipare a fianco degli americani a operazioni di sicurezza per riaprire Hormuz.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">A proposito del partito preso con cui la maggioranza dei media americani raccontano questo conflitto: ieri al Council on Foreign Relations ho assistito a una lunga intervista del corrispondente di Bloomberg con il ministro degli Esteri degli Emirati. \u00c8 stato un interminabile tentativo da parte del giornalista di estorcere all\u2019intervistato un\u2019accusa o almeno una critica all\u2019intervento militare di Stati Uniti e Israele. Tentativo fallito: l\u2019altro ribatteva che tutto quanto avviene dall\u2019inizio del conflitto sta consolidando la convinzione che in quell\u2019area c\u2019\u00e8 <b>un solo pericolo per la sicurezza e viene dall\u2019Iran<\/b>, quindi bisogna accrescere gli sforzi per eliminare questo pericolo. Ma l\u2019intervistatore sembrava irritato e continuava imperterrito a voler dimostrare la sua tesi.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Che i media americani esercitino spirito critico quando il proprio paese intraprende una nuova avventura militare, \u00e8 doveroso e lodevole<\/b>. Sarebbe stato utile esercitare lo stesso discernimento sotto precedenti presidenze. Barack Obama \u00e8 stato molto pi\u00f9 critico verso s\u00e9 stesso di quanto lo siano stati i giornalisti: fu lui a riconoscere \u2013 dopo aver lasciato la Casa Bianca \u2013 di aver tradito il popolo iraniano all\u2019epoca della \u00abrivoluzione verde\u00bb (2009), quando in tanti scesero in piazza contro il regime e dall\u2019America non ebbero il minimo appoggio, neppure politico e morale. Il capo del National Security Council di allora, Ben Rhodes, teorizzava che appoggiare i movimenti di protesta equivaleva a fornire argomenti alla propaganda degli ayatollah. I quali poterono procedere indisturbati nella feroce repressione mentre Obama si girava dall\u2019altra parte. <b>L\u2019accordo sul nucleare iraniano <\/b>negoziato da Obama con gli emissari di Khamenei padre era talmente inadeguato che <b>neppure Joe Biden tent\u00f2 di recuperarlo<\/b>; eppure ancora oggi c\u2019\u00e8 chi rinfaccia a Trump di averlo stracciato (quell\u2019accordo escludeva limitazioni sui missili, o sul sostegno a milizie terroristiche, e anche sul nucleare offriva garanzie deboli). Fu sempre Obama a riconoscere, ex-post, di avere risarcito gli ayatollah con \u00abrimborsi delle sanzioni\u00bb che furono immediatamente investiti in nuovi armamenti per creare terrore in Medio Oriente. In quanto all\u2019Amministrazione Biden, il suo capo del National Security Council, Jake Sullivan, pass\u00f2 alla storia per aver pubblicato un lungo saggio sulla rivista Foreign Affairs in cui descriveva un Medio Oriente finalmente stabile e pacificato. <b>L\u2019edizione online fu bloccata in extremis, ma quella cartacea era ormai andata in stampa<\/b>: usc\u00ec subito dopo il 7 ottobre 2023.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-03-18T19:58:44+01:00\" content=\"2026-03-18\">18 marzo 2026, 18:08  &#8211; modifica il 18 marzo 2026 | 19:58<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"C\u2019\u00e8 una guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali \u2014 tra 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