{"id":41383,"date":"2025-08-11T14:37:09","date_gmt":"2025-08-11T14:37:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/41383\/"},"modified":"2025-08-11T14:37:09","modified_gmt":"2025-08-11T14:37:09","slug":"non-possiamo-fare-proprio-niente-per-la-pace-e-postare-su-instagram-e-del-tutto-inutile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/41383\/","title":{"rendered":"Non possiamo fare proprio niente per la pace? (E postare su Instagram \u00e8 del tutto inutile?)"},"content":{"rendered":"<p>    di<br \/>\n    Irene Soave, da Berlino<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12\">Una mostra di Yoko Ono fa riflettere: ecco alcune cose che possiamo fare contro le guerre nel mondo<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questo articolo \u00e8 tratto da Big Bubble, la nuova newsletter del Corriere firmata da Irene Soave: \u00e8 gratuita, arriva la domenica mattina e <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/newsletter\/?theme=73&amp;bsft_eid=d2d56654-43ba-482a-969a-e5f00c1b455f&amp;bsft_clkid=dfe11d03-2985-45d7-a933-795ede75b087&amp;bsft_uid=86e79124-6780-4f0c-9fc2-21fbbed4abd5&amp;bsft_mid=c3b94219-7a45-40ea-addf-3d7ae94f0970&amp;bsft_txnid=a42cffa9-13fd-446a-81fd-1c26340e34a9&amp;bsft_aaid=72bb9dec-3452-4075-a63c-0f8d60246a1e&amp;bsft_utid=86e79124-6780-4f0c-9fc2-21fbbed4abd5-Newsletter_COR_PRIMAORA&amp;bsft_mime_type=html&amp;bsft_ek=2025-07-18T19%3A22%3A26Z&amp;bsft_lx=9&amp;bsft_tv=508\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">ci si iscrive qui<\/a>. A questo link, invece, potete <a href=\"\">leggere per intero l&#8217;ultimo numero<\/a>.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00abNon dover mai pi\u00f9 scegliere tra due amori\u00bb.  \u00abNon avere il cancro\u00bb.  \u00abChe mia madre stia bene\u00bb.  \u00abChe S. mi telefoni\u00bb.  \u00abOrgasms for everybody!\u00bb  \u00abChe questo sentimento che ho oggi duri per sempre\u00bb.\u00a0    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma soprattutto <b>pace, pace, pace:<\/b> Friede, paix, peace, paz, scritte in armeno e in giapponese, in cirillico e in disegnini. \u00abSpero che questa guerra finisca\u00bb. \u00abChe i bambini di tutto il mondo abbiano acqua e cibo per sempre\u00bb. \u00abPace in Palestina\u00bb. C\u2019\u00e8 anche chi chiede la pace interiore: \u00abPace, serenit\u00e0 e chiarezza\u00bb, scrive una. \u00abPace e amore nella mia vita oggi e domani\u00bb. \u00abSpero che muoia Putin\u00bb. <b>\u00abSpero che muoia Trump\u00bb <\/b>(la grafia \u00e8 la stessa). \u00abCibo per i bambini di Gaza\u00bb. \u00abChe in Medioriente venga la pace\u00bb. \u00abVorrei poter tornare a Kiev\u00bb. Eccetera.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Wish Tree (1996\/2025) \u00e8 un\u2019opera di arte collaborativa: c\u2019\u00e8 un albero di ulivo, alcune matite, centinaia di biglietti vuoti, e ogni visitatore deve scrivere un proprio desiderio su un biglietto e appenderlo ai rami, come una decorazione di Natale. Sar\u00e0 appunto perch\u00e9 \u00e8 un ulivo; ma i desideri appesi a centinaia sul Wish Tree piantato davanti alla Neue Nationalgalerie, qui a Berlino, parlano di pace quasi tutti.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 del resto l\u2019argomento centrale della mostra in corso, intitolata Dream Together: l\u2019autrice \u00e8 Yoko Ono, icona internazionale di molte cose e tra queste del pacifismo. L\u2019allestimento \u00e8 composto da otto sue opere che richiamano ad altrettante azioni collettive. La prima era l\u2019albero dei desideri, ogni visitatore doveva esprimerne uno: quasi tutti abbiamo risposto come le candidate di miss Italia di una volta, \u00abLa pace nel mondo\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Peloso? Non tanto. Il pensiero \u00e8 sulla bocca di tutti in questi mesi, particolarmente dopo il diffondersi delle foto di Gaza e dei suoi bambini morti per fame, che hanno tolto il sonno anche ai pi\u00f9 imperturbabili. Ne parliamo tutti sui social, a tavola, con pi\u00f9 cautela in ufficio. Ne parliamo per\u00f2 come nell\u2019albero dei desideri: in modo sentito, ma vacuo. O vacuo, ma sentito. E del resto, cosa potremmo fare?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il resto della mostra prosegue con altre opere collaborative: pescare da due grandi secchi i pezzi di due puzzle, tutti azzurri uguali; giocare a scacchi su una scacchiera tutta bianca che \u201celimina le differenze, e cos\u00ec il conflitto\u201d; ricomporre dei cocci; piegare origami. \u00abLa mostra invita i visitatori ad andare oltre l&#8217;osservazione passiva e a impegnarsi in una partecipazione attiva, sia fisica che mentale\u00bb, scrivono i curatori. \u00abSpesso iniziando a livello individuale, queste azioni si evolvono in sforzi collettivi pi\u00f9 ampi, dimostrando il potere trasformativo delle azioni comunitarie nel lavorare per la pace e immaginare un mondo diverso. Le opere invitano ad azioni collettive di riparazione, guarigione, pulizia, riparazione, desiderio, immaginazione e sogno\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E dunque eccoci qui, nella parte non bombardata del mondo, a comporre puzzle e scrivere bigliettini come parte di un collettivo gesto di pace. Che effetto avr\u00e0? Forse il messaggio della mostra, o almeno quello che mi arriva, \u00e8 pi\u00f9 cinico di quello che sembra: ciascuno di noi ha vaghe ma molto sincere buone intenzioni, mezzi solo simbolici o comunque assai tenui per applicarle, potenzialit\u00e0 di incidere sulle cose zero.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma \u00e8 proprio cos\u00ec? A parte andare a votare e restare informati (non su Instagram); a parte donare qualche soldo, e chiss\u00e0 se poi gli aiuti arrivano, possiamo fare qualcosa per le cause enormi che ci stanno a cuore, dai bambini di Gaza agli ucraini, dalle donne iraniane al clima, dai massacri in Congo ai prigionieri politici? Cosa possiamo fare, insomma, per la pace?\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La domanda \u00e8 eterna; l\u2019epoca, pur vivaio di attivisti da tastiera e disinformazione, non \u00e8 avara di risposte.<\/p>\n<p>    Donare soldi (e a chi)<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">In molti, per esempio, donano ormai regolarmente a grandi organizzazioni internazionali, come la Croce Rossa, l\u2019Unrwa per il conflitto in corso a Gaza, Amnesty International, Medici senza frontiere. Sempre pi\u00f9 spesso &#8211; ma avr\u00f2 questa impressione\u00a0 perch\u00e9 frequento molti giornalisti, sensibili alla causa &#8211; c\u2019\u00e8 chi dona a Reporters without Borders, ong internazionale che protegge il lavoro dei giornalisti nei teatri pi\u00f9 difficili.\u00a0A Gaza sono stati uccisi 176 giornalisti palestinesi e due israeliani. In Ucraina ne sono stati uccisi un centinaio, tra reporter civili e giornalisti arruolati al fronte. E cos\u00ec via.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Soprattutto chi dona a teatri di guerra come Gaza, dove l\u2019arrivo degli aiuti \u00e8 fortemente ristretto dall\u2019inizio dell\u2019aggressione e pressoch\u00e9 bloccato da marzo, tende a scegliere grandi organizzazioni come queste, per la loro maggiore esperienza anche logistica nella distribuzione di aiuti in zone difficili. Alcune organizzazioni, come l\u2019Unrwa, usano le donazioni anche per fornire \u201ccash assistance\u201d, cio\u00e8 contanti, alle famiglie locali.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Tuttavia in molti si chiedono se la propria donazione non finir\u00e0 nei container che attendono invano al confine e c\u2019\u00e8 chi preferisce donare a raccolte fondi individuali, o pi\u00f9 piccole.   Si trovano sui social o su Google cercando \u00abdirect aid\u00bb o \u00abmutual aid\u00bb. Come quella della fotografa Stephanie Shih, che ha raccolto oltre 600.000 dollari con account Venmo e Paypal che gestisce tramite Instagram e passaparola. Met\u00e0 del ricavato viene devoluto a un fotoreporter di Gaza che aiuta a organizzare la distribuzione di cibo cotto, prodotti agricoli, acqua, tende, vestiti e denaro. L\u2019altra met\u00e0 va a trenta famiglie care a Shih. Che non \u00e8 la sola, a Gaza, a raccogliere fondi diretti. Un piccolo gruppo intitolato Reviving Gaza \u00e8 segnalato in questo lungo articolo del Guardian dedicato a questo tipo di donazioni.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Come si fa a sapere che i propri soldi finiscano a famiglie innocenti e non a organizzazioni terroristiche? In gran parte le donazioni dirette sono anche una questione di fiducia, e aiuta per esempio scegliere raccolte fondi segnalate da testate giornalistiche affidabili, che verosimilmente hanno preso informazioni sul conto di chi chiede soldi prima di decidere se segnalarli. Alcune piccole organizzazioni, poi, come l\u2019inglese Olive Branch, aiutano a verificare la seriet\u00e0 dei GoFundMe e delle collette avviate direttamente su Instagram, e a distinguere come minimo i link veri da quelli dei truffatori che le donazioni le intascano.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">In Italia un progetto simile tra i molti \u00e8 Cocomero, una serie di due e-book di \u00abRicette di ispirazione levantina\u00bb, tutte vegetariane, scritte da 76 food blogger italiani e internazionali. Si acquistano sul loro sito e il ricavato va direttamente ad alcune famiglie di fiducia degli organizzatori e a una parrocchia, quella di San Porfirio. E cos\u00ec via.<\/p>\n<p>    Protestare (e come)\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nell\u2019ultimo decennio abbiamo assistito in tutto il mondo a proteste di piazza costosissime &#8211; per chi ci \u00e8 andato &#8211; contro diversi regimi. La Russia di Putin, con le proteste contro la guerra, e il suo satellite, la Bielorussia di Lukashenko dove si \u00e8 protestato contro le elezioni-farsa. L\u2019Iran con la rivoluzione delle ragazze. Hong Kong e le proteste per la democrazia, Taiwan, la Thailandia.  In tutti questi posti si \u00e8 contestato un regime, anche con forte sostegno dall\u2019estero; tutti i regimi per\u00f2 sono rimasti al loro posto, e i movimenti che li combattevano hanno subito grandi perdite vive, decine di migliaia di arresti, decine di migliaia di attivisti sono stati uccisi o torturati o esiliati, le poche libert\u00e0 civili rimaste sono state sospese per tutti. Protestare quindi \u00e8 inutile?\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Erica Chenoweth, una politologa e professoressa di diritti umani e affari internazionali a Harvard, ha dedicato gran parte della sua ricerca a studiare la resistenza civile e rispondere a questa domanda, nel modo meno ideologico e pi\u00f9 scientifico possibile. Dei suoi numerosi saggi sull\u2019argomento, solo uno \u00e8 stato tradotto in italiano: si intitola Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (Sonda, 2023). Scioperi, proteste, boicottaggi. Chenoweth ha analizzato tutti i conflitti sociali sfociati in atti di resistenza civile negli ultimi 120 anni, dalla primavera araba a Occupy Wall Street: pi\u00f9 di seicento movimenti di massa, che hanno perlopi\u00f9 cercato di rovesciare governi dopo elezioni illegittime. Chenoweth ha osservato che quando almeno il 3,5% della popolazione partecipava a un&#8217;opposizione non violenta, i movimenti avevano un ampio successo.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Dunque no, partecipare a proteste, scioperi o manifestazioni non \u00e8 inutile; \u00e8 anzi tanto meno inutile quante pi\u00f9 persone partecipano (in Italia il 3,5% della popolazione \u00e8 due milioni di persone) e, prosegue l\u2019analisi di Chenoweth, quando la mobilitazione dura a lungo. Funzionano pi\u00f9 lunghi scioperi generali o campagne di mesi anzich\u00e9 azioni una tantum, perch\u00e9 cos\u00ec diversi settori della societ\u00e0 hanno tempo e modo di essere coinvolti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Inoltre la scrittrice Rebecca Solnit (quella di Gli uomini mi spiegano cose, in pratica l\u2019inventrice della parola mansplaining) ha scritto diversi saggi sul tema della speranza come forma di attivismo. To hope significa in sostanza sapere che quello che si fa pu\u00f2 avere scarsa incidenza oggi, ma pu\u00f2 ispirare molte persone e molto a lungo a prendere posizione. L\u2019esempio pi\u00f9 celebre che Solnit propone, ad esempio in questo breve saggio di qualche anno fa, \u00e8 quello del coraggioso whistleblower Edward Snowden, le cui rivelazioni, dodici anni fa, hanno reso possibile il Datagate.  Nelle molte conferenze e interviste che ha sostenuto da allora, Snowden indica come esempio principale per il suo coraggio l\u2019analista militare Daniel Ellsberg, che nel 1973 &#8211; quarant\u2019anni prima del gesto di Snowden &#8211; ha diffuso i Pentagon Papers con le loro grandi rivelazioni sulla guerra del Vietnam. L\u2019eco di un gesto di protesta, cio\u00e8, pu\u00f2 avere effetto anche dopo molti anni.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Le numerose ricerche sull\u2019argomento dei dipartimenti di Scienze politiche di mezzo mondo hanno poi messo in evidenza un altro aspetto che rende facile, a volte quasi divertente, manifestare &#8211; che sia per il clima, per la fine di una guerra o di un\u2019occupazione, per la giustizia di genere &#8211; e cio\u00e8 il moltiplicarsi di forme non violente, ma efficaci, di resistenza collettiva. Uno studio sull\u2019anno del Covid ha censito un centinaio di tipi di protesta spuntati, proprio quell\u2019anno, quando piazze e strade erano inaccessibili, in tutto il mondo.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Cacerolazos dalla finestra, scioperi, laboratori per cucire mascherine, gruppi di mutuo soccorso, orsacchiotti di peluche alle finestre, bandiere dal davanzale, letture in streaming, concerti sui tetti. E ancora droni per consegnare pacchetti, raduni digitali, banche alimentari e del tempo, raccolte fondi, volontariato, corrispondenza con prigionieri o pazienti di strutture sanitarie, e cos\u00ec via. Durante la pandemia per protestare contro l\u2019iniquo accesso alle forniture mediche, c\u2019\u00e8 chi ha utilizzato stampanti 3D per produrle, salvando forse qualche vita. Eccetera.   Azioni di protesta anche piccole si giovano enormemente della nostra presenza (per la regola del 3,5% scritta qui sopra). Si pu\u00f2 non restare a casa. O restarci, e protestare di l\u00ec.<\/p>\n<p>    Instagrammare (e che cosa)<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E qui si arriva al punto pi\u00f9 frivolo e controverso dell\u2019attivismo minimo di cui noi, dal nostro divano e dalla nostra parte di mondo, possiamo essere capaci. I post sui social. A cosa serve, ci chiediamo in tanti, pubblicare le foto dei bambini di Gaza nel nostro palinsesto ininterrotto di story dal mare, di reel di ricette, di foto di gatti e bambini? A che pro non solo pubblicarle, ma insistere con influencer (&#8230;) scrittori e personaggi famosi perch\u00e9 anche loro si espongano a mezzo Instagram, proprio come John &amp; Yoko facevano comperando pagine e pagine di quotidiani di tutto il mondo su cui far scrivere solo War Is Over (if You Want It)? Non \u00e8 un\u2019azione vanesia e inefficace, che oltretutto espone i propri seguaci a immagini scioccanti alternate a foto delle vacanze, in un blob che non pu\u00f2 non avere effetti sulla nostra salute psichica? Che cosa ce ne facciamo dei post su Instagram?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Qualcosa, indicano i recenti studi, ce ne facciamo. Una ricerca recente analizza questo aspetto &#8211; i discorsi collettivi, soprattutto sui social &#8211; della preoccupazione collettiva per il clima. A seimila americani \u00e8 stato chiesto quanti altri americani, secondo loro, sono preoccupati per il riscaldamento globale. La risposta media \u00e8 stata: il 43 per cento. Nella realt\u00e0, \u00e8 preoccupato per il riscaldamento globale il 66 per cento degli americani. La differenza non \u00e8 piccola: \u00e8 quella tra sentirsi in minoranza e sentirsi parte di una maggioranza.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questo cambia i nostri approcci, anche politici, al problema, scrive la docente di psicologia collettiva della School for Public and International Affairs di Princeton Betsy Levy Paluck, in questo saggio (a pagamento).   Cita un altro studio, in cui si chiede a elettori sensibili al tema del clima di valutare l\u2019impegno al riguardo di ciascun partito. Quello dei Democratici, nella realt\u00e0 piuttosto concreto, \u00e8 percepito come un semplice \u00abdissenso passivo\u00bb e non \u00abopposizione attiva\u00bb alle politiche climatiche dei Repubblicani. Questo, spiega lo studio, si traduce in una perdita di voti, che contribuisce a una sconfitta elettorale, e dunque in ultima analisi indebolisce proprio la causa che sta a cuore all\u2019elettore, in questo caso l\u2019impegno sul clima. Esempi simili, nel saggio, riguardano la legge americana sull\u2019aborto.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">In sostanza non \u00e8 irrilevante pensare che attorno a noi in tanti la pensino come noi &#8211; sull\u2019Ucraina, su Gaza, sull\u2019Iran, sul clima &#8211; e siano magari pronti a intraprendere azione politica, piuttosto che pensarsi soli o in una imbelle minoranza.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Betsy Levy Paluck chiama questo fenomeno \u00abspirale del silenzio\u00bb: meno si parla di un tema, pi\u00f9 il legislatore e l\u2019esecutivo, in ultima istanza, sono autorizzati a non tenerne conto. Certo, scrive &#8211; citando un altro studio &#8211; la protesta di piazza \u00e8 pi\u00f9 efficace: ogni politico capisce bene il linguaggio delle immagini, e le immagini di una folla che manifesta sono inequivocabili.   Ma funzionano anche i post su Instagram. \u00abLe persone\u00bb, scrive Levy Paluck, \u00abvogliono partecipare all&#8217;azione politica solo se anche gli altri lo fanno. Dobbiamo osservarci a vicenda (&#8230;) per capire in cosa crediamo. E dobbiamo essere disposti a far sentire la nostra voce. Questo \u00e8 il modo per formare una conoscenza comune su ci\u00f2 che gli altri pensano e vogliono veramente. Ed \u00e8 questo il valore sottovalutato delle proteste (&#8230;): non ci dicono cosa pensare, ma ci dicono cosa pensano gli altri\u00bb. Come per tante questioni cruciali delle nostre vite, anche per fare quello in cui crediamo \u00e8 importante non sentirsi soli.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2025-08-11T11:12:31+02:00\">11 agosto 2025 ( modifica il 11 agosto 2025 | 11:12)<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Irene Soave, da Berlino Una mostra di Yoko Ono fa riflettere: ecco alcune cose che possiamo 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