{"id":41571,"date":"2025-08-11T16:45:20","date_gmt":"2025-08-11T16:45:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/41571\/"},"modified":"2025-08-11T16:45:20","modified_gmt":"2025-08-11T16:45:20","slug":"sotto-il-segno-dei-beatles","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/41571\/","title":{"rendered":"Sotto il segno dei Beatles"},"content":{"rendered":"<p>\u00abIo c\u2019ero\u00bb, dice la mia vicina di pianerottolo, mentre saliamo in ascensore e le cade l\u2019occhio sul libro che ho in mano, la cui copertina ritrae i Beatles con alle spalle le guglie del Duomo di Milano \u2013 foto scattata all\u2019epoca della prima tappa del tour italiano, 60 anni fa. \u00abEro l\u00ec, in quarta fila, al concerto del Vigorelli a urlare a squarciagola insieme a mia cugina, saltando in piedi sulle sedie, come tutti, per vedere meglio. Una serata magica\u00bb.<\/p>\n<p>Prima di continuare, vorrei precisare che la mia vicina di casa \u00e8 una signora di raffinata ed elegante compostezza mitteleuropea e di altrettanto grande cultura che fino a quel momento avevo legato, musicalmente, ai Concerti Grossi di H\u00e4ndel, all\u2019Eroica di Beethoven diretta da Wilhelm Furtw\u00e4ngler con i Wiener Philharmoniker e, letterariamente, alle Elegie duinesi di Reiner Maria Rilke \u2013 non certo a una fan passionale dei Fab Four.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"9c51fde3-eda9-4a6e-8102-01cea4085236\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/01_10.png\" width=\"780\" height=\"412\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Dunque: era il 24 giugno 1965 e una Milano sonnacchiosa, ignara di essere sull\u2019orlo di accogliere cambiamenti epocali, si stava preparando ad ospitare il primo e unico concerto tricolore dei Beatles non ancora ufficialmente baronetti: la regina Elisabetta II consegner\u00e0 loro il titolo di Members of the Order of the British Empire il 26 ottobre di quello stesso anno.<\/p>\n<p>Oggi parliamo di quel concerto \u2013 quaranta minuti di musica eseguita a raffica \u2013 come di un evento \u201cstorico\u201d, ma allora, per la Rai, valeva quanto un torneo di bocce: non mandarono nemmeno un operatore a filmare. Il funzionario della sede di Corso Sempione fu lapidario come il jingle di un celebre Carosello dell\u2019epoca: D\u00fcra minga, d\u00fcra no. \u00ab\u00c8 inutile trasmettere il concerto, perch\u00e9 tanto di questi Beatles tra un mese non se ne ricorder\u00e0 pi\u00f9 nessuno\u00bb.<\/p>\n<p>Visione miope che fa il paio con quella del responsabile acquisti della Capitol Records a Los Angeles che, tutto preso dalla surf music dei Beach Boys, nonostante il successo stellare in Europa dei quattro di Liverpool, aveva respinto per ben due volte la proposta di lanciarli negli Stati Uniti. \u00abUn gruppo di ragazzini capelluti: non sono nessuno\u00bb, disse sconsideratamente. Alla fine i Beatles furono ripescati di malavoglia, solo per fare un favore ai partner europei della EMI inglese con cui la Capitol aveva un accordo di prima opzione. Era successo che due funzionari di rango minore, sfidando lo scetticismo del top management e il loro posto di lavoro, fecero uscire sul mercato americano I Want to Hold your Hand, il singolo che, dalla mattina alla sera, divenne il 45 giri pi\u00f9 venduto nella storia della Capitol.<\/p>\n<p>E cos\u00ec oggi le uniche frammentarie immagini filmate esistenti di quel concerto epocale sono quelle riprese, con una Bolex\/Paillard 16 millimetri, da Peppino di Capri \u2013 s\u00ec, quel Peppino, quello di Roberta, St. Tropez Twist, Pummarola Boat che era stato invitato, insieme ai New Dada e pochi altri \u201cartisti di spalla\u201d, a aprire il concerto dei Beatles. Esibizione introduttiva che fu accolta con sonore intemperanze dal pubblico di teen-ager (come conferma pure la mia vicina di casa), frementi pi\u00f9 che altro di vedere John, Paul, George e Ringo, perch\u00e9 in quanto a sentirli sentirono ben poco, soprattutto perch\u00e9 la musica, rilanciata da un sistema di diffusione sonora tecnologicamente scarso, fu sopraffatta dalle urla di gioia dei ventimila giovanissimi che, quella sera, gremivano il Vigorelli. La stessa cosa era accaduta, seppure in tono minore, nel corso del concerto del pomeriggio dove erano stati venduti solo settemila biglietti.<\/p>\n<p><strong>Tutti pazzi per i Beatles<\/strong><\/p>\n<p>Cos\u00ec a tramandare ufficialmente l\u2019evento \u2013 a partire dall\u2019arrivo in citt\u00e0 della band la sera prima del concerto \u2013 furono i sette fotoreporter inviati dall\u2019agenzia Publifoto: Sergio Borsotti, Sergio Cossu, Gianfranco Ferrario, Carlo Fumagalli, Benito Marino, Eugenio Pavone e Tino Petrelli che scattarono centinaia di immagini, documentando ogni aspetto della breve ma intensa tourn\u00e9e italiana che, tra il 24 e il 28 giugno di quell\u2019anno, port\u00f2 i Beatles a suonare a Milano, Genova e Roma.<\/p>\n<p>Oggi, in occasione del 60\u00b0 anniversario di quel concerto meneghino, il Chiostro Ottagono delle Gallerie d\u2019Italia di Milano ospita la mostra \u201cTutti pazzi per i Beatles\u201d. Fino al 7 settembre 2025, i visitatori possono ammirare una selezione di 62 ingrandimenti tratti dalle oltre 500 foto dell\u2019evento. Tutti i negativi originali, parte dell\u2019Archivio Publifoto, sono stati restaurati, digitalizzati e catalogati, e sono ora <a href=\"https:\/\/asisp.intesasanpaolo.com\/publifoto\/exhibitions\/tutti-pazzi-i-beatles-concerto-del-1965-milano-nelle-fotografie-publifoto\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">disponibili online<\/a> a cura dell\u2019Archivio Storico Intesa Sanpaolo.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"f79140db-9c49-43f8-a493-3c228099a32d\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/02_11.png\" width=\"780\" height=\"580\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Ma non solo, a quelle immagini si aggiungono anche quelle scattate da un\u2019allora giovanissima free-lance, <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/gioco-e-ironia-una-conversazione-con-maria-vittoria-backhaus\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Maria Vittoria Backhaus<\/a>, unica donna oltre ai selezionati fotografi Publifoto presenti all\u2019evento, che illustrano il libro Come together (Rizzoli, 2025) accompagnate dal testo del giornalista Marino Bartoletti e dal suo racconto di un\u2019epoca e di una generazione fortunata \u00aba tratti inquieta, ma certamente sfiorata dal vento felice di un mondo che tornava ad aprirsi, a sorridere e \u2013 non ultimo \u2013 a cantare\u00bb.<\/p>\n<p>Ricorda Maria Vittoria Backhaus, divenuta col tempo una delle pi\u00f9 influenti fotografe del Made in Italy: \u00abI Beatles suonarono in due concerti, uno la sera e uno il pomeriggio. Io, per sfruttare la luce del giorno, andai a quello pomeridiano. Ci andai mossa dalla curiosit\u00e0, dopo averli visti al cinema in A Hard Day\u2019s Night (\u201cTutti per uno\u201d) colpita dalla loro istintiva semplicit\u00e0. Andammo anche sul tetto del Duomo per scattare dei ritratti. Erano gentili, divertenti, alla mano \u2013 una sensazione confermata dalla conferenza stampa tenuta all\u2019Hotel Duomo \u2013 fatti di una pasta molto diversa da quella di certi cantautori nostrani che invece si prendevano molto sul serio. Forse colpiti dal fatto che fossi la sola donna nel gruppetto di fotografi che avevano davanti, i Beatles ad un certo punto mi chiesero addirittura di partire con loro per Genova, tappa successiva del tour italiano. Un gesto di simpatia fra ventenni. Mi misi a ridere. A me, in fondo, non interessavano tanto i Beatles in quanto tali, ma il contesto nuovo che li accoglieva: le ragazze che urlavano, i poliziotti giovani del sud che non conoscevano il neonato mondo dei concerti beat: osservavo in che modo la societ\u00e0 reagiva alla loro presenza\u00bb.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"85196fa8-dcac-49ff-8c4f-0cc952604cb6\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/03_11.png\" width=\"780\" height=\"565\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>E in effetti, l\u2019aspetto pi\u00f9 interessante di quelle immagini non \u00e8 tanto rivedere John, Paul, George e Ringo su quel palco \u2013 essenziale, spoglio, ben lontano dalle ultra barocche coreografie circensi che oggi accompagnano anche l\u2019ultimo dei rapper per coprirne la povert\u00e0 culturale prima che musicale \u2013 ma osservare i ragazzi e le ragazze che, attraverso quella musica nuova e irriverente, stavano imparando a scoprire se stessi.<\/p>\n<p>I giovani che alla stazione di Milano aspettavano il Trans Europa Express in arrivo da Lione che portava i Beatles per la prima volta in Italia, erano gli stessi che potevi trovare sulla costa romagnola, al Cantagiro, ad applaudire Gianni Morandi o Piero Focaccia. La generazione \u201cstessa spiaggia, stesso mare\u201d che si affacciava a un cambio d\u2019epoca: musicale, s\u00ec, ma anche sociale, con ancora facce pulite, capelli ordinati, polo, camicie abbottonate. Niente tatuaggi, niente bermuda oversize, niente mutande in bella vista. Dalle braccia alzate in segno di saluto, pi\u00f9 che urla isteriche, si intuisce un\u2019esplosione di accoglienza, curiosit\u00e0, entusiasmo. Nessuna violenza repressa, gratuita, nessuna rabbia \u2013 ancora, per lo meno.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"eaba64ac-989d-43de-995f-8c218582d520\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/04_12.png\" width=\"780\" height=\"571\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Dicevamo: i giovani. Gi\u00e0, perch\u00e9 \u00e8 l\u00ec, in quegli anni, proprio con i Beatles e la loro musica, che nasce la \u201ccategoria\u201d. Una nuova creatura sociologica, che da allora non ci abbandoner\u00e0 pi\u00f9 \u2013 anzi, nel tempo si frammenter\u00e0 in fette sempre pi\u00f9 sottili, etichette sempre pi\u00f9 definite: pre-adolescenti, teen-ager, post-teen, under 25, generazione X, Y, Z. Ma l\u00ec, in quel giugno del \u201865, i giovani sono ancora un blocco compatto, un\u2019onda unica che comincia appena a infrangersi sulle scogliere della modernit\u00e0 ancora non compresa nemmeno dai guru del giornalismo nostrano che sembrano lanciati in una gara denigratoria del fenomeno Beatles, definiti ora \u201cgrotteschi messaggeri del ritmo\u201d, ora \u201curlanti, sudati, bisognosi di doccia\u201d, il cui mondo era associato a ragazzine accusate di essere \u00abbambine umiliate dal grasso in crescita vestite secondo i pi\u00f9 poveri dettami y\u00e8 y\u00e8 e purtroppo molto spesso somigliantissime al loro idolo Ringo\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Una musica bellina<\/strong><\/p>\n<p>Era un tempo, quello, in cui prima si era bambini, poi adulti. Nel mondo borghese del dopoguerra, non esisteva una vera \u201cterra di mezzo\u201d tra l\u2019infanzia e la maturit\u00e0. Si cresceva rapidamente, per tappe obbligate: scuola, lavoro, famiglia. Non c\u2019erano zone franche, estetiche autonome, linguaggi propri. L\u2019\u201cadolescente\u201d era una figura indistinta, ancora non codificata nei consumi, nei costumi, nella cultura popolare.<\/p>\n<p>A met\u00e0 degli anni Sessanta, questa situazione muta radicalmente. Nasce, o meglio esplode, una nuova categoria sociale: i giovani. E non \u00e8 solo una questione musicale. \u00c8 una rivoluzione antropologica. Afferma Edgar Morin gi\u00e0 nei primi anni Sessanta: \u00abla giovinezza \u00e8 ormai un\u2019et\u00e0 sociale, non solo biologica. Ha i suoi segni, i suoi codici, i suoi rituali, il suo mercato\u00bb. Il gusto personale si fa gesto identitario. Dire: \u201cmi piacciono i Beatles\u201d non \u00e8 semplicemente esprimere una preferenza musicale: \u00e8 una dichiarazione di appartenenza, un modo per affermare chi sei, da che parte stai, cosa immagini per te e per il tuo futuro.<\/p>\n<p>Pasolini \u00e8 tra i primi a cogliere l\u2019ambivalenza del fenomeno. Ma se da un lato avverte nel mondo beat una sorta di omologazione incombente \u2013 la forza del nuovo mercato giovanile che rischia di cancellare le culture popolari originarie \u2013 dall\u2019altro non nasconde il suo disorientamento. Scrive: \u00abNon mi so spiegare il successo dei Beatles. Questi quattro giovanotti sono completamente privi di fascino, pur suonando una musica bellina\u2026\u00bb. Eppure, anche nel suo scetticismo, intuisce che la vera novit\u00e0 non \u00e8 nei Beatles in quanto tali, ma nel mondo che li ascolta. Nel pubblico che li elegge a simbolo. Nelle ragazze che urlano, nei ragazzi che, per la prima volta nella storia, si scoprono parte di un \u201cnoi\u201d generazionale.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"48885051-014b-4da1-bd03-fec97fcfaac3\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/05_10.png\" width=\"780\" height=\"592\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Oggi, quelle immagini in bianco e nero \u2013 i visi puliti, le camicie abbottonate, le urla ordinate \u2013 ci sembrano remote, quasi ingenue. E viene da chiedersi come poterono allarmare il vicequestore Capasso che, nel fonogramma urgente 33528, informava della pressante \u00abnecessit\u00e0 di predisporre adeguati servizi a tutela dell\u2019ordine e della sicurezza pubblica\u00bb. All\u2019arrivo dei Beatles, la Questura schier\u00f2 dentro e fuori la stazione centrale di Milano un centinaio di poliziotti, trenta Carabinieri e due plotoni del Nucleo Celere. A questi si aggiunsero, per il trasferimento in albergo, altri venti poliziotti e un plotone di Celerini, giusto per precauzione. Al Vigorelli, per il concerto pomeridiano, erano in servizio pi\u00f9 di cinquecento tra Carabinieri e poliziotti, rinforzati da ulteriori trecento uomini per la replica serale.<\/p>\n<p>Tutto fil\u00f2 liscio. Poco prima di mezzanotte i Beatles chiusero il concerto con un omaggio a Little Richard e alla sua Long Tall Sally. Poi, dopo aver inaugurato l\u2019et\u00e0 della giovinezza, tutti a casa, a conferma di quanto aveva scritto Umberto Eco su Il Verri, nel 1964, in un articolo emblematico intitolato \u201cBeatles e Rolling Stones\u201d, in cui notava come la musica beat rappresentasse, per la giovent\u00f9 italiana, \u00abuna sorta di mitologia portatile, una via di fuga dal conformismo dei padri\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Beatles e Rolling Stones: mito collettivo, culto sonoro<\/strong><\/p>\n<p>Gi\u00e0, Beatles e Rolling Stones. Un confronto che va ben oltre la musica, spingendosi verso una distinzione sociologica, culturale, persino antropologica. I Beatles sono stati infatti molto pi\u00f9 di una band; hanno rappresentato una vera e propria svolta epocale, diventando un fenomeno culturale globale. Le loro canzoni \u2013 Yesterday, Hey Jude, Let It Be, Michelle \u2013 sono diventate parte integrante, immediatamente riconoscibile del nostro paesaggio sonoro, associabili a momenti della vita, a svolte generazionali, a epoche precise.<\/p>\n<p>I Rolling Stones, per contro, sembrano vivere in una dimensione parallela, meno universale e pi\u00f9 tribale. Oltre, forse, a Satisfaction e Gimme Shelter, \u00e8 difficile elencare altri titoli con la stessa sicurezza. La loro forza \u00e8 nell\u2019energia, nella ripetizione ossessiva del riff, nella fisicit\u00e0 del suono. La loro identit\u00e0 non si fonda sul messaggio, ma sul gesto \u201ciconico\u201d: la bocca spalancata di Mick Jagger, il riff di Keith Richards, l\u2019estetica dell\u2019eccesso. Un culto sonoro, pi\u00f9 che una mitologia collettiva.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"d8c63e45-106b-40a1-902a-e9a4441b325a\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/06_8.png\" width=\"780\" height=\"671\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>I Beatles hanno offerto una narrazione trasversale cambiando il modo stesso di scrivere musica pop. Ogni loro brano \u00e8 un\u2019opera autonoma; ogni album \u00e8 un capitolo diverso di un\u2019epoca diversa. Ogni fase della loro storia riflette trasformazioni profonde nella cultura \u2013 dalla \u201cbeatlesmania\u201d ingenua degli inizi all\u2019utopia psichedelica di Sgt. Pepper, dalla rottura con il passato alla malinconia del disincanto.<\/p>\n<p>Gli Stones, dal canto loro, non offrono un messaggio universale, bens\u00ec un codice identitario ristretto, fatto di ribellione, eccesso, sessualit\u00e0, decadenza. Incarnano la coerenza del rumore, l\u2019identit\u00e0 che resiste ai cambiamenti: sempre uguali a s\u00e9 stessi, in una lunga, ininterrotta jam session durata decenni.<\/p>\n<p>Alla fine, comunque, sia che si parli di miti collettivi o di culti sonori, la musica ci riporta sempre l\u00ec, a quel filo invisibile che lega le generazioni, il cui potere \u00e8 quello di fissarsi nella nostra memoria, legandosi indissolubilmente ai nostri ricordi pi\u00f9 vividi. Per dirla con Antonello Venditti: Ti ricordi quella strada \/ Eravamo io e te \/ E la gente che correva \/ E gridava insieme a noi.<\/p>\n<p><strong>Leggi<\/strong> <strong>anche:<\/strong><br \/>Claudio Castellacci | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/chiedi-chi-erano-i-beatles\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Chiedi chi erano i Beatles<\/a><br \/>Pietro Scarnera | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/get-back-ecco-chi-erano-i-beatles\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Get Back. Ecco chi erano i Beatles<\/a><br \/>Daniele Martino | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sgt-peppers-lonely-hearts-club-band\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">1 giugno 1967 \/ Sgt Pepper\u2019s Lonely Hearts Club Band<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00abIo c\u2019ero\u00bb, dice la mia vicina di pianerottolo, mentre saliamo in ascensore e le cade l\u2019occhio sul libro&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":41572,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1443],"tags":[203,204,1537,90,89,1609,1538,1539,37422],"class_list":{"0":"post-41571","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-musica","8":"tag-entertainment","9":"tag-intrattenimento","10":"tag-it","11":"tag-italia","12":"tag-italy","13":"tag-libri","14":"tag-music","15":"tag-musica","16":"tag-the-beatles"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41571","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=41571"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41571\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/41572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=41571"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=41571"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=41571"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}