{"id":421825,"date":"2026-03-31T19:41:14","date_gmt":"2026-03-31T19:41:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/421825\/"},"modified":"2026-03-31T19:41:14","modified_gmt":"2026-03-31T19:41:14","slug":"oriente-occidente-di-rampini-iran-vincere-o-non-perdere-quattro-versioni-sul-dilemma-di-trump","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/421825\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | Iran, vincere o non perdere? Quattro versioni sul dilemma di Trump"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Donald Trump ha ancora la possibilit\u00e0 di vincere questa guerra? Il regime degli ayatollah \u2013 o per meglio dire il regime delle Guardie islamiche \u2013 \u00e8 gi\u00e0 convinto di \u201cnon perderla\u201d? <b>Sulla guerra vista da Washington vi offro quattro letture, un\u2019unica inquietudine. <\/b>Se si mettono insieme le analisi di Walter Russell Mead, Gerard Baker, William Galston e Seth Cropsey emerge un quadro coerente, nonostante le differenze ideologiche. <b>Le quattro angolazioni si integrano: errore di valutazione strategica, natura asimmetrica del conflitto, crisi di consenso interno, rischio di perdita di credibilit\u00e0 globale. <\/b>Insieme, raccontano una verit\u00e0: questa guerra \u00e8 pi\u00f9 difficile, pi\u00f9 ambigua e pi\u00f9 pericolosa di quanto quasi tutti avessero previsto.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/esteri\/diretta-live\/26_marzo_31\/guerra-in-iran-le-ultime-notizie-in-diretta-il-brent-vola-a-115-49-dollari-dopo-l-attacco-dell-iran-alla-petroliera.shtml\" title=\"Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta | Trump agli alleati: \u00abDovrete imparare a combattere da soli, andate a Hormuz per il gas\u00bb. Attacco a un deposito di munizioni iraniano. Colpita una petroliera a Dubai\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Iran, le ultime notizie in diretta<\/a>    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Lo storico <b>Walter Russell Mead <\/b>parte da una constatazione che suona come un doppio atto d\u2019accusa: <b>hanno sbagliato sia le \u201ccolombe\u201d sia i \u201cfalchi\u201d<\/b>. I primi avevano coltivato l\u2019illusione che fosse possibile convivere con il regime iraniano, attraverso una combinazione di deterrenza e dialogo, confidando nell\u2019evoluzione interna della societ\u00e0 iraniana. I secondi avevano invece sottovalutato i costi e i rischi di un confronto militare diretto. Il risultato \u00e8 una guerra che, nelle parole di Mead, \u00e8 insieme \u00abpi\u00f9 necessaria\u00bb di quanto le colombe credessero e \u00abpi\u00f9 difficile\u00bb di quanto i falchi immaginassero.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Questa doppia sottovalutazione spiega l\u2019impasse attuale.<\/b> Da un lato, gli attacchi americani e israeliani hanno inflitto danni significativi all\u2019apparato militare iraniano. Dall\u2019altro, non sono riusciti finora a garantire l\u2019obiettivo fondamentale: <b>mantenere aperto il Golfo Persico e proteggere i Paesi alleati dagli attacchi di Teheran. <\/b>La superiorit\u00e0 militare non si traduce automaticamente in controllo strategico.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Mead insiste su un punto cruciale: la sicurezza del Golfo resta un interesse vitale per gli Stati Uniti, anche in un\u2019epoca di relativa indipendenza energetica. <b>Non \u00e8 solo una questione di petrolio diretto, ma di stabilit\u00e0 del sistema globale: rotte commerciali, mercati finanziari, forniture critiche.<\/b> Il fatto che l\u2019Iran sia ancora in grado di minacciare queste infrastrutture dimostra quanto il problema fosse stato sottovalutato.<\/p>\n<p>APPROFONDISCI CON IL PODCAST<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Gerard Baker<\/b> analizza la natura del conflitto in corso, e lo fa con una chiave interpretativa classica: <b>la guerra asimmetrica.<\/b> Il suo punto di partenza: in questo tipo di guerra, le due parti combattono con obiettivi diversi. <b>Gli Stati Uniti devono vincere. L\u2019Iran deve solo non perdere. Questa asimmetria cambia tutto<\/b>. Per Washington, \u201cnon perdere\u201d equivale a una sconfitta politica, come dimostrano le esperienze in Iraq e Afghanistan. Per Teheran, sopravvivere \u00e8 gi\u00e0 una vittoria. Il regime iraniano pu\u00f2 assorbire perdite enormi \u2013 umane, economiche, politiche \u2013 senza crollare, perch\u00e9 non risponde a un\u2019opinione pubblica. Al contrario, negli Stati Uniti il costo politico di ogni perdita, anche limitata, \u00e8 elevato.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Baker individua tre dimensioni di questa asimmetria. <\/b>La prima \u00e8 la soglia del dolore: l\u2019Iran pu\u00f2 sopportare molto di pi\u00f9. La seconda \u00e8 la scelta dei bersagli: mentre gli Stati Uniti colpiscono obiettivi militari complessi, l\u2019Iran pu\u00f2 ottenere effetti enormi con azioni semplici, come minacciare lo Stretto di Hormuz o attaccare infrastrutture energetiche. La terza \u00e8 il fine ultimo: per Teheran basta resistere, per Washington serve un risultato tangibile. Ne deriva una conclusione: <b>\u00e8 possibile che entrambe le parti raggiungano i propri obiettivi contemporaneamente. <\/b>Gli Stati Uniti possono degradare le capacit\u00e0 iraniane, mentre l\u2019Iran sopravvive e mantiene la capacit\u00e0 di disturbare il sistema globale. Un esito che non \u00e8 una vittoria piena per nessuno, ma che per l\u2019America si traduce comunque in una perdita di prestigio.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>William Galston<\/b> sposta lo sguardo all\u2019interno degli Stati Uniti, dove si gioca un\u2019altra partita decisiva: quella del consenso. <b>La sua analisi \u00e8 la pi\u00f9 severa nei confronti di Trump. <\/b>Il presidente ha commesso un errore fondamentale: \u00e8 entrato in guerra senza prima \u201cvendere\u201d la guerra agli americani. <b>Galston ricorda una verit\u00e0 elementare delle democrazie: senza il sostegno dell\u2019opinione pubblica, nessuna guerra pu\u00f2 essere sostenuta a lungo. <\/b>Non si tratta di chiedere un mandato preventivo, ma di costruire un consenso nel tempo, spiegando obiettivi, rischi e costi. Trump non lo ha fatto. Ha fornito una giustificazione iniziale superficiale e non ha mai costruito una narrazione coerente del conflitto. Il risultato \u00e8 un rapido deterioramento del consenso.<b> I dati sono eloquenti: solo un terzo degli americani ritiene il conflitto giustificato<\/b>, e una larga maggioranza vuole una fine rapida.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ancora pi\u00f9 significativo \u00e8 il rifiuto di accettare sacrifici economici. <b>L\u2019aumento del prezzo della benzina \u2013 un effetto diretto del conflitto \u2013 non viene percepito come un contributo patriottico, ma come un costo ingiustificato. <\/b>E il timore di un coinvolgimento terrestre, anche limitato, incontra un\u2019opposizione schiacciante. Galston ricorda la contraddizione politica ben nota: <b>Trump ha costruito la sua carriera attaccando le guerre lunghe e impopolari in Medio Oriente. Ora si trova a guidarne una<\/b>, senza aver preparato il terreno. Il rischio non \u00e8 solo elettorale, ma istituzionale: una guerra senza consenso mina la legittimit\u00e0 democratica della decisione stessa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019ex militare e studioso di strategia <b>Seth Cropsey <\/b>incarna la posizione opposta: quella di chi teme non l\u2019eccesso, ma l\u2019insufficienza dell\u2019azione americana. Il suo argomento \u00e8 questo: <b>fermarsi ora sarebbe un errore storico paragonabile alla crisi di Suez del 1956 <\/b>(che allora vide un rovesciamento delle parti fra Europa e Stati Uniti: furono Francia e Inghilterra a combattere a fianco degli israeliani contro l\u2019Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato Suez; da Washington il repubblicano Eisenhower intervenne a bloccare l\u2019intervento anglo-francese). <b>Cropsey vede nella guerra contro l\u2019Iran una prova di credibilit\u00e0 globale.<\/b> Se gli Stati Uniti non portano a termine l\u2019operazione \u2013 riaprendo lo Stretto di Hormuz e neutralizzando definitivamente la minaccia iraniana \u2013 il danno non si limiter\u00e0 al Medio Oriente. <b>Potrebbe avere effetti a catena: incoraggiare la Cina su Taiwan, rafforzare la Russia nei confronti della NATO, indebolire l\u2019intero sistema di alleanze americane.<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La lezione di Suez, secondo Cropsey, \u00e8 proprio questa: <b>quando una grande potenza dimostra di non avere la volont\u00e0 di sostenere le proprie azioni, perde il suo status.<\/b> Nel 1956 fu la fine delle ambizioni globali di Francia e Gran Bretagna. Oggi, suggerisce, potrebbe essere il turno degli Stati Uniti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Da qui la sua conclusione, controversa ma coerente: <b>per vincere, serve un\u2019escalation, inclusa la possibilit\u00e0 di un intervento terrestre limitato per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. <\/b>\u00c8 una posizione che contrasta con l\u2019umore dell\u2019opinione pubblica descritto da Galston. Riflette una logica strategica diversa: meglio pagare un costo immediato che subire un declino pi\u00f9 profondo.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Mettendo insieme queste quattro analisi, emerge una tensione centrale che attraversa tutta la politica americana. <b>Da un lato, la logica strategica spinge verso un impegno pi\u00f9 deciso: la sicurezza del Golfo, la credibilit\u00e0 internazionale, il contenimento dell\u2019Iran. Dall\u2019altro, la logica politica interna spinge nella direzione opposta<\/b>: evitare escalation, ridurre i costi, uscire rapidamente dal conflitto. Mead mostra che la guerra era difficile da evitare ma anche difficile da vincere. Baker spiega perch\u00e9 la vittoria \u00e8 problematica in un conflitto asimmetrico. Galston dimostra che senza consenso interno anche una guerra giustificata diventa insostenibile. Cropsey avverte che una guerra incompiuta pu\u00f2 avere conseguenze strategiche devastanti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ogni opzione comporta costi elevati. Continuare la guerra significa affrontare una lunga e incerta escalation. Fermarsi significa accettare un risultato incompleto, con tutte le implicazioni per la credibilit\u00e0 americana. <b>\u00c8 il dilemma classico delle grandi potenze in un mondo instabile. Oggi \u00e8 aggravato da un fattore in pi\u00f9: la consapevolezza, diffusa tra gli stessi analisti americani, che il sistema internazionale \u00e8 entrato in una fase pi\u00f9 pericolosa. <\/b>La guerra contro l\u2019Iran non \u00e8 un episodio isolato, ma un test della capacit\u00e0 degli Stati Uniti di gestire una competizione globale.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Al di l\u00e0 delle divergenze, tutti riconoscono che il conflitto in corso non riguarda solo l\u2019Iran. <b>\u00c8 una prova generale per il ruolo dell\u2019America nel mondo. Una prova che, per ora, resta aperta. <\/b>Chi ha gi\u00e0 deciso il verdetto finale lo fa per scelta ideologica, a priori. Gli attori che contano \u2013 a Pechino e a Mosca, a Riad e Ankara \u2013 per adesso studiano, analizzano, e sospendono il giudizio.\u00a0 \u00a0<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-03-31T19:01:23+02:00\" content=\"2026-03-31\">31 marzo 2026, 16:39  &#8211; modifica il 31 marzo 2026 | 19:01<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Donald Trump ha ancora la possibilit\u00e0 di vincere questa guerra? 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