{"id":42210,"date":"2025-08-12T00:48:17","date_gmt":"2025-08-12T00:48:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/42210\/"},"modified":"2025-08-12T00:48:17","modified_gmt":"2025-08-12T00:48:17","slug":"non-conta-come-si-fotografa-ma-quello-che-si-fotografa-giovanna-calvenzi-ricorda-gianni-berengo-gardin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/42210\/","title":{"rendered":"Non conta \u00abcome\u00bb si fotografa ma \u00abquello\u00bb che si fotografa. Giovanna Calvenzi ricorda Gianni Berengo Gardin"},"content":{"rendered":"\n<p>Che sia stato un Maestro nessuno ne dubita. Solo lui non ci credeva o pretendeva di non crederci. Se doveva definirsi diceva di essere un fotografo ma non un artista bens\u00ec un artigiano. Eppure Gianni Berengo Gardin ha insegnato a molte generazioni a \u201cvedere\u201d, a capire che cosa guardare, a essere partecipi grazie alla fotografia. Amava dichiarare che \u201cNon conta \u201ccome\u201d si fotografa ma \u201cquello\u201d che si fotografa\u201d.<strong> Affermava, come fosse un\u2019indiscutibile verit\u00e0, che solo la realt\u00e0 conta, che solo le persone e gli eventi contano e il fotografo ha il compito di essere soltanto un partecipe testimone. <\/strong>La sua era una dichiarazione di umilt\u00e0 ma anche una lezione applicata di quel grande fotogiornalismo umanista che lo ha affascinato per tutta la sua vita professionale, dal quale non si \u00e8 mai allontanato.<\/p>\n<p>Berengo nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 ma \u00e8 a Venezia che inizia a fotografare a met\u00e0 degli anni Cinquanta, con una passione e una curiosit\u00e0 che non lo avrebbero mai abbandonato. Nel 1963 diventa professionista, a Milano, citt\u00e0 che non avrebbe pi\u00f9 lasciato. Ancora lui dichiarer\u00e0: \u201cLe citt\u00e0 della mia vita per\u00f2 sono tre: Venezia, dove sono cresciuto, Parigi, dove ho capito davvero che cos\u2019\u00e8 la fotografia, e Milano, dove sono arrivato per necessit\u00e0 e rimasto per scelta. Quando ho cominciato a viaggiare in Italia e in Europa per il Touring Club, in modo impercettibile, un po\u2019 per volta, Milano \u00e8 diventata il posto al quale tornare, la mia \u201ctana\u201d, la citt\u00e0 del lavoro ma anche degli affetti\u201d. Nel 1970 l\u2019amico fotografo Cesare Colombo gli aveva diagnosticato \u201cl\u2019occhio come mestiere\u201d, suggerendogli per\u00f2 di continuare a usarne uno per inquadrare e quindi fotografare, riservando l\u2019altro per strizzarlo ai clienti. <strong>Berengo non ha seguito il consiglio dell\u2019amico: tutte le sue immagini, personali o \u201cper i clienti\u201d, hanno la stessa poesia, la stessa immutata capacit\u00e0 di fermare un momento della nostra storia. <\/strong>Attraverso il tempo e la mutevolezza delle mode, Berengo ha conservato intatta la capacit\u00e0 di osservare il mondo con uno sguardo limpido e \u201cclassico\u201d e di misurarsi sempre e comunque con tutte le sfide che la contemporaneit\u00e0 metteva sulla sua strada.<\/p>\n<p><strong>Ogni volta che gli veniva consentito le sue storie diventavano libri: oggi quasi trecento, ognuno dei quali dedicato a un tema importante. <\/strong>Poteva essere il primo, \u201cVenise des saisons\u201d (1965), \u201cMorire di classe\u201d, l\u2019inchiesta realizzata nei manicomi con Carla Cerati per incarico di Franco Basaglia (1969), \u201cUn paese vent\u2019anni dopo\u201d con Cesare Zavattini (1976) o ancora le inchieste realizzate con Luciano D\u2019Alessandro \u201cDentro le case (1977) e \u201cDentro il lavoro\u201d (1978) oppure \u201cL\u2019India dei Villaggi\u201d (1980), \u201cLa disperata allegria. Vivere da Zingari a Firenze\u201d (1994), \u201cL\u2019Aquila prima e dopo (2012), \u201cVenezia e le grandi navi\u201d (2015) fino al grande libro che gli ha dedicato la Treccani nel 2020 e \u201cIn parole povere. Un\u2019autobiografia con immagini\u201d (2020), ma ognuno di loro \u00e8 come un regalo per consentirci di \u201cvedere\u201d quello che avevamo visto ma capito e conosciuto solo grazie alle sue fotografie. In una delle sue ultime interviste, pochi mesi fa, raccontava sorridendo di un nuovo progetto dedicato alle feste religiose in Sicilia, \u201csessant\u2019anni dopo il libro del mio amico Ferdinando Scianna\u201d.<\/p>\n<p>Nei ricordi che dopo la sua scomparsa si sono intrecciati sui giornali e sui social pi\u00f9 volte \u00e8 stato definito \u201cun fotografo del secolo scorso\u201d e tuttavia mai definizione \u00e8 stata tanto riduttiva. Gianni Berengo Gardin usava certamente tecniche tradizionali, sempre fedele al sistema analogico e rifiutando sempre tutte le possibilit\u00e0 di uso del digitale o di Photoshop (che, dichiarava, avrebbe dovuto essere proibito per legge), preferiva il bianco e nero al colore e timbrava il retro delle sue fotografie con la obsoleta dichiarazione \u201cVera fotografia\u201d. Ma come in ogni creazione artistica (o artigianale, per non irritarlo) \u00e8 il risultato che conta, non gli strumenti o i metodi che si sono utilizzati per realizzarlo. In settant\u2019anni di indefesso lavoro il mondo di immagini (circa due milioni) che Berengo ha creato rimane a raccontarci la Storia e tante storie, a testimoniare la sua inusuale capacit\u00e0 di unire impegno civile e poesia, etica e sorriso. Gi\u00e0 in un\u2019intervista del 1984 aveva dichiarato:<strong> \u201cGuardandomi indietro mi sembra di essere sempre stato in vacanza, di essere riuscito a fare solo quello che volevo\u201d <\/strong>e pochi mesi fa commentava nel negozio dell\u2019amico Ryuichi Watanabe \u201cMi secca morire perch\u00e9 la vita \u00e8 bella\u201d.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Che sia stato un Maestro nessuno ne dubita. 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