{"id":439166,"date":"2026-04-11T23:23:38","date_gmt":"2026-04-11T23:23:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/439166\/"},"modified":"2026-04-11T23:23:38","modified_gmt":"2026-04-11T23:23:38","slug":"fotografie-da-una-brutta-fine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/439166\/","title":{"rendered":"Fotografie da una brutta fine"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8, nel titolo This Will Not End Well, qualcosa che eccede la semplice enunciazione: pi\u00f9 che un presagio, una dichiarazione di intenti.<strong> Nella grande retrospettiva dedicata alla fotografa Nan Goldin al Grand Palais, a Parigi, questa promessa si compie fino in fondo, senza offrire consolazione e mostrando quanto l\u2019immagine possa essere disturbante.<\/strong> Non siamo di fronte a una mostra convenzionale, ma a un\u2019esperienza immersiva che destabilizza lo sguardo e la mente e che ci costringe a diventare partecipi di un racconto visivo e sensoriale complesso.<\/p>\n<p>Goldin, nata a Washington nel 1953 e icona della fotografia contemporanea, ha costruito nel tempo un\u2019opera che si intreccia alla propria esistenza. Fin dagli esordi, il suo lavoro si \u00e8 configurato come un\u2019indagine radicale dell\u2019esperienza umana, condotta all\u2019interno di quella che lei stessa definisce la propria \u201ctrib\u00f9\u201d: amici, amanti, familiari, corpi e volti sottratti all\u2019anonimato, per essere restituiti nella loro irriducibile singolarit\u00e0. La fotografia, nel suo caso, non \u00e8 mai documento neutro, ma un gesto di amore e di resistenza contro l\u2019oblio e la scomparsa.<\/p>\n<p><strong>Questa retrospettiva, la prima in Francia dedicata alla sua produzione visiva, segna un passaggio decisivo: Goldin non si presenta pi\u00f9 soltanto come fotografa, ma come regista di \u00abfilm composti da fotografie\u00bb, come lei stessa li definisce.<\/strong> Il dispositivo del diaporama (sequenza di immagini accompagnate da suoni e musica), cifra storica del suo lavoro, raggiunge qui una piena maturit\u00e0 formale e narrativa. Le immagini non sono pi\u00f9 isolate, ma scorrono, si accavallano, si dissolvono in un flusso continuo che ricorda pi\u00f9 la memoria che l\u2019archivio, pi\u00f9 il sogno che la documentazione, trasformando la visione in un\u2019esperienza che altera la percezione del tempo.<\/p>\n<p>L\u2019allestimento, concepito dall\u2019architetta Hala Ward\u00e9, amplifica questa dimensione immersiva: cinque padiglioni chiusi, rivestiti di velluto scuro, accolgono sei diaporami in loop, trasformando lo spazio espositivo in una sorta di villaggio notturno, o meglio in un arcipelago di camere della memoria. Si entra nell\u2019oscurit\u00e0 totale del Salon d\u2019honneur, ci si ferma a lungo, in piedi o seduti lungo le pareti, senza possibilit\u00e0 di distanza o difesa.<\/p>\n<p><strong>Al centro di questo percorso si impone The Ballad of Sexual Dependency <\/strong><strong>(1981\u20132022), opera principale e autentico poema visivo che condensa l\u2019intera ricerca di Goldin<\/strong>, in cui la vita si manifesta nella sua forma pi\u00f9 cruda e luminosa. Quaranta minuti di un diario intimo dedicato ai cari dell\u2019artista decimati dall\u2019epidemia dell\u2019Hiv, in cui risplende la bellezza selvaggia di Cookie Mueller, i volti di Keith Haring e Andy Warhol, tra feste e sballi, matrimoni e sballi, compleanni e sballi, relazioni consumate tra desiderio e distruzione, nella New York degli anni Ottanta.<\/p>\n<p>Le immagini alternano energia e dolore, raccontando con lucidit\u00e0 un\u2019epoca sospesa tra euforia e tragedia.<\/p>\n<p>E tuttavia, ci\u00f2 che rende quest\u2019opera ancora oggi di grande impatto \u00e8 la sua capacit\u00e0 di trascendere l\u2019autobiografia. L\u2019archivio personale si fa specchio collettivo: nella ripetizione dei gesti, negli sguardi catturati senza mediazioni, si riflette una generazione intera, quella che ha conosciuto la libert\u00e0 degli anni Settanta e Ottanta per poi essere falcidiata dall\u2019epidemia di Aids e dalla droga. Goldin non cede mai alla nostalgia: la sua \u00e8 una memoria attiva, inquieta, che rifiuta ogni pacificazione. I morti non vengono sublimati, ma convocati; i loro nomi, scanditi nei titoli di coda come una litania, restituiscono alla visione una dimensione quasi rituale. Ogni nome \u00e8 un mondo, ogni assenza un vuoto che l\u2019immagine tenta (invano, ma ostinatamente) di colmare.<\/p>\n<p>Le altre opere in mostra ampliano e complicano questo universo. <strong>The Other Side traccia un ritratto storico e affettuoso della comunit\u00e0 transgender frequentata dall\u2019artista; Sisters, Saints, Sibyls affronta il trauma familiare e il tab\u00f9 del suicidio; Memory Lost <\/strong><strong>e Sirens esplorano, con intensit\u00e0 quasi claustrofobica, l\u2019esperienza della dipendenza e dell\u2019estasi indotta dalla droga;<\/strong> mentre Stendhal Syndrome (2024), ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, introduce una riflessione sul rapporto tra arte e perdita di s\u00e9.<\/p>\n<p>In tutte queste opere, ci\u00f2 che colpisce \u00e8 <strong>la lucidit\u00e0 con cui Goldin assume il proprio ruolo di sopravvissuta. Non vi \u00e8 traccia di eroismo, n\u00e9 di compiacimento, piuttosto un impegno preciso nel dare forma alle immagini.<\/strong> Fotografare, montare, proiettare significa testimoniare per chi non pu\u00f2 pi\u00f9 farlo, opporsi all\u2019oblio, mantenere aperta la ferita della memoria. Anche quando l\u2019opera si apre al presente, come nell\u2019omaggio ai morti di Gaza, non vi \u00e8 soluzione di continuit\u00e0 tra dimensione privata e politica, tra passato e presente: tutto \u00e8 inscritto nello stesso flusso di immagini e di perdita.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 una mostra di straordinaria coerenza e intensit\u00e0, che si presenta quasi come un mausoleo contemporaneo, abitato da spettri che non cessano di interrogare il nostro sguardo. Eppure, proprio in questa oscurit\u00e0, si percepisce una forma ostinata di vitalit\u00e0. <strong>Nulla finisce davvero, sembra dirci Goldin: il dolore si trasforma, ritorna, chiede spazio.<\/strong> Ma \u00e8 nel gesto stesso del mostrare, nel continuare a nominare, a condividere, a ricordare, che si intravede una possibilit\u00e0 di resistenza.<\/p>\n<p><strong>This Will Not End Well <\/strong><strong>non offre risposte n\u00e9 catarsi<\/strong>, ma nel suo flusso ipnotico e perturbante restituisce all\u2019arte una funzione oggi rara, quella di farsi luogo di verit\u00e0, un luogo dove il dolore e la bellezza coesistono senza compromessi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"C\u2019\u00e8, nel titolo This Will Not End Well, qualcosa che eccede la semplice enunciazione: pi\u00f9 che un presagio,&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":439167,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,247856,204,1537,90,89],"class_list":{"0":"post-439166","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-francesca-santolini","16":"tag-intrattenimento","17":"tag-it","18":"tag-italia","19":"tag-italy"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116388653015001997","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/439166","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=439166"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/439166\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/439167"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=439166"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=439166"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=439166"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}