{"id":444350,"date":"2026-04-15T09:18:12","date_gmt":"2026-04-15T09:18:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/444350\/"},"modified":"2026-04-15T09:18:12","modified_gmt":"2026-04-15T09:18:12","slug":"guido-harari-cinquantanni-di-fotografia-bowie-icona-di-un-incontro-mancato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/444350\/","title":{"rendered":"Guido Harari, cinquant&#8217;anni di fotografia. \u00abBowie icona di un incontro mancato\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>Cinquant\u2019anni di fotografia non come una celebrazione, ma un attraversamento. <strong>Guido Harari<\/strong> non ama i bilanci, li considera piuttosto trampolini, occasioni per rilanciare. La <strong>mostra \u00abGuido Harari. Incontri\u00bb<\/strong> aperta <strong>fino al 26 luglio nella Basilica Palladiana<\/strong>, a Vicenza, uno dei luoghi simbolo del Rinascimento italiano, nasce proprio cos\u00ec: da un\u2019esigenza di racconto, di condivisione, di restituzione. Non solo musica, pur centrale nel suo percorso, ma un\u2019intera costellazione di incontri, immagini, relazioni, visioni.<\/p>\n<p>Fotografo tra i pi\u00f9 noti del panorama italiano, capace di raccontare come pochi l\u2019anima dei musicisti e degli artisti che ha incontrato, Harari ha sempre concepito il ritratto come un atto di relazione, prima ancora che come esercizio estetico. La mostra ripercorre questo cammino lungo mezzo secolo, mettendo insieme volti celebri e figure meno note al grande pubblico, in un\u2019operazione che \u00e8 anche, dichiaratamente, un gesto di divulgazione culturale. Harari ha<strong> 74 anni<\/strong>, capelli bianchi raccolti, occhiali con lenti fum\u00e8, sempre sul pezzo tra ricordi, suggestioni e futuro.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Guardando a cinquant\u2019anni di fotografia, che cosa si \u00e8 salvato e che cosa si \u00e8 perso per strada? <\/strong><\/p>\n<p>Avrei voluto realizzare di pi\u00f9. Per\u00f2 mi rendo conto di aver comunque creato tanto, con i mezzi che avevo, il tempo e la disponibilit\u00e0 che sono riuscito ad ottenere. E da un punto di osservazione svantaggiato: l\u2019Italia non era New York, n\u00e9 Londra, n\u00e9 Parigi o Berlino. Quando per\u00f2 guardo il lavoro complessivo, sono felice delle scelte. Certo, molto era commissionato, ma il fatto che in mostra ci siano i fratelli Franco e Sergio Citti, Francesco Rosi, Bruno Munari, Dario Fo, Michelangelo Pistoletto, nomi che nel mondo dell\u2019arte non sempre sono notissimi al grande pubblico, per me \u00e8 importante. Anche questa \u00e8 un\u2019operazione di divulgazione. E per nulla spocchiosa, queste sono le persone, le esperienze che mi hanno offerto molto. E magari una piccola parte pu\u00f2 incuriosire anche oggi. Certo, con Internet, poi, un giovane pu\u00f2 subito chiedersi: \u201cPistoletto chi \u00e8?\u201d. Un tempo non era cos\u00ec, bisognava leggere, documentarsi. C\u2019era lentezza.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019idea della mostra nasce quattro anni fa, che cosa l\u2019ha mossa? <\/strong><\/p>\n<p>Avevo altre esposizioni alle spalle, poi l\u2019allora assessore alla cultura di Ancona, Paolo Marasca, mi propose un progetto pi\u00f9 ampio. Gli dissi subito di s\u00ec, ad una condizione: non solo musica, ma tutto il mio percorso. C\u2019erano anche i miei settant\u2019anni, ho pensato a un bilancio che per me rappresenta sempre un trampolino. Non mi sono pensionato, anzi. Sono pi\u00f9 attivo che mai. \u00c8 stato un modo per rilanciare e anche per far capire ai pi\u00f9 giovani da dove si partiva in quell\u2019epoca. In mostra si sar\u00e0 una parete lunga otto metri che riproduce le pareti della mia stanza: un enorme collage con Che Guevara, Truffaut, i Beatles, Hendrix, Kennedy, Judy Garland, soprattutto musica e cinema. \u00c8 un flash potentissimo. C\u2019\u00e8 anche una teca con oggetti e libri, \u201cGli scritti corsari\u201d di Pier Paolo Pasolini, per esempio. Quella stanza copre il periodo dal \u201962 al \u201972, la mia formazione, quella che poi mi ha spinto verso la musica e la fotografia.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Sostiene spesso che il ritratto \u00e8 un incontro: che cosa deve accadere perch\u00e9 l\u2019incontro diventi fotografia? <\/strong><\/p>\n<p>Deve esserci un\u2019apertura reciproca. Una voglia di scoprire qualcosa di s\u00e9, da entrambe le parti. Quando mi relaziono con l\u2019altro, lo faccio anche con me stesso, l\u2019altro \u00e8 uno specchio. E poi ci deve essere voglia di giocare. Questo \u00e8 chiarissimo nella \u201cCaverna Magica\u201d che sar\u00e0 in mostra: le persone arrivano, si parla mezz\u2019ora, e in quel tempo capisco su quali spunti far leva. Poi si parte con quello che c\u2019\u00e8. \u00c8 come la cucina degli avanzi, non c\u2019\u00e8 stylist, truccatore, parrucchiere. Si inventa tutto al momento. \u00c8 liberatorio per i soggetti e anche per me.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 un momento preciso in cui capisce che lo scatto \u00e8 quello giusto?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec. Quando cattura l\u2019energia dello scambio. Quella \u00e8 la cifra. Non importa se \u00e8 tecnicamente perfetto, pu\u00f2 essere anche sfocato, con il soggetto mezzo fuori. L\u2019importante \u00e8 che ci sia l\u2019energia del momento.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>La musica \u00e8 stata la sua porta d\u2019ingresso. Anche oggi \u00e8 il motore principale? <\/strong><\/p>\n<p>No, c\u2019\u00e8 molto altro. Gi\u00e0 dalla fine degli anni Ottanta avevo iniziato a fotografare persone in ambiti diversi. Poi mi sono disamorato della fotografia celebrativa e mi sono dedicato ai libri con Fernanda Pivano, la Fondazione De Andr\u00e9 e Gaber, con la nipote di Pier Paolo Pasolini. Ho scoperto che il libro \u00e8 una forma di fotografia senza macchina fotografica. Con la macchinetta hai poco tempo, devi giocarti tutto subito. Con un libro puoi immergerti per anni, andare pi\u00f9 in profondit\u00e0.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 un artista che le ha insegnato qualcosa sullo sguardo?<\/strong><\/p>\n<p>Non proprio sullo sguardo, ma sull\u2019atteggiamento s\u00ec. Nel 1973 ero al seguito di Frank Zappa e volevo fargli un\u2019intervista. Balbettavo. Lui cap\u00ec e mi disse: \u201cVuoi diventare amico di un musicista? Spegni il registratore e beviamo qualcosa insieme\u201d. Poi questo gesto si \u00e8 ripetuto con molti altri artisti, vivere, condividere. Quello \u00e8 lo sguardo che ascolta.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019accesso al backstage \u00e8 stato un privilegio o una responsabilit\u00e0? <\/strong><\/p>\n<p>All\u2019inizio non era un privilegio, forse c\u2019erano meno richieste o magari ero solo pi\u00f9 curioso. Ho fatto amicizia con musicisti come la PFM, De Andr\u00e9, Santana, Lou Reed, e si sono aperte delle porte. \u00c8 stato un privilegio, certo, ma anche una responsabilit\u00e0: mi ha insegnato quando non tirare fuori la macchina fotografica.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Oggi siamo immersi nelle immagini. Che cosa manca davvero alla fotografia?<\/strong><\/p>\n<p>Domanda difficile. Con l\u2019intelligenza artificiale non sappiamo pi\u00f9 in che realt\u00e0 viviamo e sar\u00e0 sempre peggio. Una volta dicevo, se c\u2019\u00e8 un futuro per l\u2019uomo, c\u2019\u00e8 un futuro anche per la fotografia. Ora non ne sono pi\u00f9 cos\u00ec sicuro.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Se dovesse raccontare il nostro tempo con una sola immagine? <\/strong><\/p>\n<p>Marte. Deserto, rosso. Questo \u00e8 il nostro tempo.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Esporre in Basilica Palladiana che effetto le fa?<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 straordinario. Pensavo di aver gi\u00e0 raggiunto un traguardo con Palazzo dei Diamanti a Ferrara, ma quando mi \u00e8 stata proposta la Basilica ho detto subito s\u00ec. Vicenza \u00e8 una citt\u00e0 d\u2019arte che guarda anche alla fotografia: significa che il contenuto della mostra pu\u00f2 dialogare con la tradizione, con ci\u00f2 che gi\u00e0 esiste. E, magari, attirare anche un pubblico giovane. I documentari su di me e non solo proiettati sotto quelle volte? Una chicca favolosa. Alzi gli occhi al cielo e capisci che non ci poteva essere un luogo migliore.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>David Bowie \u00e8 l\u2019immagine-manifesto. Non lo ha mai incontrato davvero, che cosa rappresenta questa scelta?<\/strong><\/p>\n<p>Bowie \u00e8 l\u2019icona dell\u2019incontro mancato. L\u2019ho fotografato in concerto, e tanto mi basta. Ho provato a incontrarlo, ma non era il momento giusto. Con le mega star \u00e8 quasi impossibile incontrarsi nel pieno dell\u2019esplosione. Devi essere l\u00ec prima, quando sono ancora sulla rampa di lancio. Alcuni fotografi, come il giapponese Sukita, lo hanno seguito per quarant\u2019anni. Quello era il tempo giusto, non il mio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Cinquant\u2019anni di fotografia non come una celebrazione, ma un attraversamento. 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