{"id":456389,"date":"2026-04-22T23:21:13","date_gmt":"2026-04-22T23:21:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/456389\/"},"modified":"2026-04-22T23:21:13","modified_gmt":"2026-04-22T23:21:13","slug":"a-palazzo-grassi-e-punta-della-dogana-4-mostre-anticipano-la-biennale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/456389\/","title":{"rendered":"a Palazzo Grassi e Punta della Dogana 4 mostre anticipano la Biennale"},"content":{"rendered":"<p>\n        Lorna Simpson, Woman on a Snowball, 2018 \u00a9 Lorna Simpson. Courtesy of the artist and Hauser &amp; Wirth. Installation View \u2018Untitled, 2020. Three perspectives on the art of the present\u2019 at Punta della Dogana, 2020 \u00a9 Palazzo Grassi, photography Marco Cappelletti.\n    <\/p>\n<p>Tra i simboli iconici della Serenissima, con il valore aggiunto dell\u2019impronta di <strong>Tadao Ando<\/strong>, anche quest\u2019anno Palazzo Grassi e Punta della dogana portano a Venezia quattro originali progetti di arte contemporanea. Quattro percorsi espositivi diversi, con differenti canoni estetici, che in un alternarsi di opere pittoriche, fotografie, sculture, installazioni, collage e video rivelano al pubblico il cuore e il significato pi\u00f9 profondo della loro arte, un\u2019arte che impressiona per la dimensione gigantesca delle tele sfumate di <strong>Lorna Simpson <\/strong>o che incuriosisce e si trasforma come \u00abil percorso di sale \u00bb di <strong>Paulo Nazareth<\/strong>; che fa riflettere sui temi cruciali della nostra epoca, come i lavori dalla notevole intensit\u00e0 cromatica dell\u2019artista keniota-britannico <strong>Michael Armitage<\/strong> o che intreccia storia e pensieri filosofici , come le due interessanti video-installazioni del regista indiano <strong>Amar Kanwar<\/strong>. <\/p>\n<p>Suddivise fra i due poli espositivi della <strong>PInault Collection<\/strong>, tutte e quattro le mostre meritano una visita\u2026 Sar\u00e0 poi il gusto personale di ognuno a decidere a quali e a quante dedicare pi\u00f9 tempo, magari ripercorrendo a ritroso percorsi espositivi gi\u00e0 conclusi o riguardando un\u2019opera con occhi nuovi, o pi\u00f9 semplicemente da un diverso punto di osservazione: non dimentichiamoci che molti lavori sono site-specific e il dialogo con lo spazio che li accoglie e il panorama della laguna che si intravede da finestre e vetrate li rende ancora pi\u00f9 intensi\u2026 A colpire chi scrive &#8211; per gusto personale e non per questioni di par condicio fra le due sedi &#8211; la straordinaria mostra di <strong>Lorna Simpson<\/strong> a Punta della Dogana e i dipinti di Michael Armitage nelle sale di Palazzo Grassi.<\/p>\n<p><strong>Lorna Simpson. Third Person<\/strong><\/p>\n<p>Nelle sale immense ed essenziali di Punta della Dogana, l\u2019arte di <strong>Lorna Simpson<\/strong> (Brooklyn, New York, 1960) colpisce gli occhi e il cuore. Si fonde con lo spazio che la circonda e con le luci cangianti della laguna. Volendo, anche con il suono ipnotico di campane tibetane, il cui brillio dorato fa da contraltare alle monumentali tele blu notte dalle figure sfumate, sospese tra realt\u00e0 e immaginazione. Un viaggio quasi onirico, che prosegue con i grigi cupi di irreali panorami artici e una galleria di enigmatici ritratti di donne nere dai nomi sconosciuti. Volti che sembrano scomporsi e ricomporsi, che rivelano e nascondono, che raccontano storie attraverso un linguaggio filosofico e plastico multiforme, lasciando grande spazio all\u2019intuizione. <\/p>\n<p>Da sempre interessata ai meccanismi di costruzione delle immagini, oltre alla pittura e alla fotografia concettuale ( a cui si approcci\u00f2 in modo innovativo sin dagli anni \u201980) la <strong>Simpson<\/strong> ha fatto del collage &#8211; in mostra un\u2019installazione che ne riunisce 40 &#8211; un punto focale del suo processo creativo, terreno di sperimentazione e \u00abfonte d\u2019ispirazione\u00bb per molte delle sue composizioni, fatte di associazioni e \u00absottrazioni \u00bb, di parole e di immagini che si sovrappongono e raccontano frammenti di storie e di Storia, quella con la \u00ab S \u00bb maiuscola, quella dei neri e dell\u2019 apartheid soprattutto, fatta di tensioni politiche, sollevamenti e repressioni. <br \/>Fra le prime donne afroamericane ad esporre alla Biennale di Venezia, nella ricca mostra in corso a Punta della Dogana ( realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York e curata da <strong>Emma Lavigne<\/strong>, direttrice generale della <strong>Pinault Collection <\/strong>e curatrice generale, in stretto dialogo con l\u2019artista) la <strong>Simpson<\/strong> porta ancora una volta in laguna tutta la sua arte: cinquanta opere &#8211; fra dipinti, collage, sculture, installazioni e anche un film &#8211; dislocate in un percorso espositivo appositamente pensato per gli spazi che lo ospitano, evocativo di metamorfosi e temporalit\u00e0 sospese, che conducono il visitatore in luoghi incerti, posti ai margini dell\u2019universo visibie\u2026<\/p>\n<p><strong>Michael Armitage. The Promise of Change<\/strong><\/p>\n<p>Dall\u2019altro lato del Canal Grande, \u00e8 Palazzo Grassi ad ospitare (oltre alle video installazioni di <strong>Amar Kanwar<\/strong>) pi\u00f9 di centocinquanta opere dell\u2019 artista keniota-britannico <strong>Michael Armitage<\/strong> (Nairobi, 1984), talmente legato alla sua terra d\u2019origine da dipingere su tela lubugo (un tessuto di provenienza ugandese tradizionalmente usato per i sudari ) anzich\u00e9 sulla tradizionale tela di lino. Un legame fortissimo e viscerale con l\u2018Africa, protagonista assoluta, per soggetti e colori, di tutta la sua produzione artistica, caratterizzata da un linguaggio pittorico ricco e sensibile, frutto dell\u2019 unione di diversi canoni estetici.I suoi dipinti, \u00abcostretti \u00bb a seguire le venature, la textura rigida e i buchi del lubugo mettono in scena figure e composizioni complesse, dall\u2019intensa forza espressiva, che raccontano, a met\u00e0 fra l\u2019onirico e il reale, temi delicati e scottanti del nostro presente: dalle guerre alle crisi migratorie, dalla corruzione all\u2019instabilit\u00e0 politica di molti stati africani, dagli abusi di potere alla violenza in genere. Vivendo fra il Kenya e l\u2019Indonesia, ad <strong>Armitage<\/strong> non mancano certo fonti d\u2019ispirazione per la propria arte, anche se &#8211; come ho gi\u00e0 sottolineato &#8211; al centro del suo universo creativo rimane essenzialmente l\u2019 Africa orientale ed il suo amato Kenya in particolare, che l\u2019artista rappresenta su pi\u00f9 piani, intrecciando in un\u2019unica tela storie diverse, personaggi reali e immaginari, paesaggi ben identificabili e terre visionarie: tra i temi pi\u00f9 toccanti delle sue opere, il pericoloso viaggio dei migranti verso l\u2019Europa, un viaggio disumano e tragico, che <strong>Armitage<\/strong> rappresenta con una tale forza emotiva e di colore da non lasciare scampo a chi guarda. Davanti a quei personaggi piegati dal dolore, occhi disperati affacciati su volti scarni, gambe che reggono a stento corpi emaciati o sorreggono a fatica cadaveri morti di stenti, \u00e8 davvero impossibile non toccare con mano tutta la disperazione di chi cercava soltanto un destino migliore \u2026Nonostante la tragicit\u00e0 dei temi, la pittura di <strong>Armitage<\/strong> \u00e8 una pittura \u00absfolgorante \u00bb e dominata dal colore, forse un po\u2019 ripetitiva, ma sicuramente di potente impatto visivo: e la mostra a Palazzo Grassi, che raccoglie un nucleo di quarantacinque dipinti ( tra lavori storici e nuove produzioni) e una vasta sala dedicata agli studi e ai disegni preparatori, lo dimostra pienamente.<\/p>\n<p>Continua a leggereRiduci<\/p>\n<p>Anticipando la Biennale d\u2019Arte 2026, nelle sue sedi espositive veneziane la Pinault Collection presenta le mostre di quattro artisti contemporanei: Michael Armitage e Amar Kanwar (29 marzo 2026 &#8211; 10 gennaio 2027) a Palazzo Grassi; Lorna Simpson e Paulo Nazareth (29 marzo \u2013 22 novembre 2026) a Punta della Dogana.Tra i simboli iconici della Serenissima, con il valore aggiunto dell\u2019impronta di Tadao Ando, anche quest\u2019anno Palazzo Grassi e Punta della dogana portano a Venezia quattro originali progetti di arte contemporanea. Quattro percorsi espositivi diversi, con differenti canoni estetici, che in un alternarsi di opere pittoriche, fotografie, sculture, installazioni, collage e video rivelano al pubblico il cuore e il significato pi\u00f9 profondo della loro arte, un\u2019arte che impressiona per la dimensione gigantesca delle tele sfumate di Lorna Simpson o che incuriosisce e si trasforma come \u00abil percorso di sale \u00bb di Paulo Nazareth; che fa riflettere sui temi cruciali della nostra epoca, come i lavori dalla notevole intensit\u00e0 cromatica dell\u2019artista keniota-britannico Michael Armitage o che intreccia storia e pensieri filosofici , come le due interessanti video-installazioni del regista indiano Amar Kanwar. Suddivise fra i due poli espositivi della PInault Collection, tutte e quattro le mostre meritano una visita\u2026 Sar\u00e0 poi il gusto personale di ognuno a decidere a quali e a quante dedicare pi\u00f9 tempo, magari ripercorrendo a ritroso percorsi espositivi gi\u00e0 conclusi o riguardando un\u2019opera con occhi nuovi, o pi\u00f9 semplicemente da un diverso punto di osservazione: non dimentichiamoci che molti lavori sono site-specific e il dialogo con lo spazio che li accoglie e il panorama della laguna che si intravede da finestre e vetrate li rende ancora pi\u00f9 intensi\u2026 A colpire chi scrive &#8211; per gusto personale e non per questioni di par condicio fra le due sedi &#8211; la straordinaria mostra di Lorna Simpson a Punta della Dogana e i dipinti di Michael Armitage nelle sale di Palazzo Grassi.Lorna Simpson. Third PersonNelle sale immense ed essenziali di Punta della Dogana, l\u2019arte di Lorna Simpson (Brooklyn, New York, 1960) colpisce gli occhi e il cuore. Si fonde con lo spazio che la circonda e con le luci cangianti della laguna. Volendo, anche con il suono ipnotico di campane tibetane, il cui brillio dorato fa da contraltare alle monumentali tele blu notte dalle figure sfumate, sospese tra realt\u00e0 e immaginazione. Un viaggio quasi onirico, che prosegue con i grigi cupi di irreali panorami artici e una galleria di enigmatici ritratti di donne nere dai nomi sconosciuti. Volti che sembrano scomporsi e ricomporsi, che rivelano e nascondono, che raccontano storie attraverso un linguaggio filosofico e plastico multiforme, lasciando grande spazio all\u2019intuizione. Da sempre interessata ai meccanismi di costruzione delle immagini, oltre alla pittura e alla fotografia concettuale ( a cui si approcci\u00f2 in modo innovativo sin dagli anni \u201980) la Simpson ha fatto del collage &#8211; in mostra un\u2019installazione che ne riunisce 40 &#8211; un punto focale del suo processo creativo, terreno di sperimentazione e \u00abfonte d\u2019ispirazione\u00bb per molte delle sue composizioni, fatte di associazioni e \u00absottrazioni \u00bb, di parole e di immagini che si sovrappongono e raccontano frammenti di storie e di Storia, quella con la \u00ab S \u00bb maiuscola, quella dei neri e dell\u2019 apartheid soprattutto, fatta di tensioni politiche, sollevamenti e repressioni. Fra le prime donne afroamericane ad esporre alla Biennale di Venezia, nella ricca mostra in corso a Punta della Dogana ( realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York e curata da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection e curatrice generale, in stretto dialogo con l\u2019artista) la Simpson porta ancora una volta in laguna tutta la sua arte: cinquanta opere &#8211; fra dipinti, collage, sculture, installazioni e anche un film &#8211; dislocate in un percorso espositivo appositamente pensato per gli spazi che lo ospitano, evocativo di metamorfosi e temporalit\u00e0 sospese, che conducono il visitatore in luoghi incerti, posti ai margini dell\u2019universo visibie\u2026Michael Armitage. The Promise of ChangeDall\u2019altro lato del Canal Grande, \u00e8 Palazzo Grassi ad ospitare (oltre alle video installazioni di Amar Kanwar) pi\u00f9 di centocinquanta opere dell\u2019 artista keniota-britannico Michael Armitage (Nairobi, 1984), talmente legato alla sua terra d\u2019origine da dipingere su tela lubugo (un tessuto di provenienza ugandese tradizionalmente usato per i sudari ) anzich\u00e9 sulla tradizionale tela di lino. Un legame fortissimo e viscerale con l\u2018Africa, protagonista assoluta, per soggetti e colori, di tutta la sua produzione artistica, caratterizzata da un linguaggio pittorico ricco e sensibile, frutto dell\u2019 unione di diversi canoni estetici.I suoi dipinti, \u00abcostretti \u00bb a seguire le venature, la textura rigida e i buchi del lubugo mettono in scena figure e composizioni complesse, dall\u2019intensa forza espressiva, che raccontano, a met\u00e0 fra l\u2019onirico e il reale, temi delicati e scottanti del nostro presente: dalle guerre alle crisi migratorie, dalla corruzione all\u2019instabilit\u00e0 politica di molti stati africani, dagli abusi di potere alla violenza in genere. Vivendo fra il Kenya e l\u2019Indonesia, ad Armitage non mancano certo fonti d\u2019ispirazione per la propria arte, anche se &#8211; come ho gi\u00e0 sottolineato &#8211; al centro del suo universo creativo rimane essenzialmente l\u2019 Africa orientale ed il suo amato Kenya in particolare, che l\u2019artista rappresenta su pi\u00f9 piani, intrecciando in un\u2019unica tela storie diverse, personaggi reali e immaginari, paesaggi ben identificabili e terre visionarie: tra i temi pi\u00f9 toccanti delle sue opere, il pericoloso viaggio dei migranti verso l\u2019Europa, un viaggio disumano e tragico, che Armitage rappresenta con una tale forza emotiva e di colore da non lasciare scampo a chi guarda. Davanti a quei personaggi piegati dal dolore, occhi disperati affacciati su volti scarni, gambe che reggono a stento corpi emaciati o sorreggono a fatica cadaveri morti di stenti, \u00e8 davvero impossibile non toccare con mano tutta la disperazione di chi cercava soltanto un destino migliore \u2026Nonostante la tragicit\u00e0 dei temi, la pittura di Armitage \u00e8 una pittura \u00absfolgorante \u00bb e dominata dal colore, forse un po\u2019 ripetitiva, ma sicuramente di potente impatto visivo: e la mostra a Palazzo Grassi, che raccoglie un nucleo di quarantacinque dipinti ( tra lavori storici e nuove produzioni) e una vasta sala dedicata agli studi e ai disegni preparatori, lo dimostra pienamente.\n<\/p>\n<p>\n         Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)\n    <\/p>\n<p>L\u2019Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente <strong>Lai Ching-te<\/strong> in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.<\/p>\n<p>Gentile redazione,<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"> in qualit\u00e0 di Console Generale\/ Direttore Generale dell\u2019Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, <strong>Lai Ching-te<\/strong>, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maest\u00e0 il <strong>Re Mswati III<\/strong>. Tuttavia, a causa<br \/>dell\u2019improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l\u2019itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell\u2019aviazione civile globale. Invitiamo la comunit\u00e0 internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonch\u00e9 la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non \u00e8 rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l\u2019ordine democratico e il diritto internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) \u00e8 una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan \u00e8 subordinata all\u2019altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunit\u00e0 internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Confido nella Vostra sensibilit\u00e0 rispetto alla gravit\u00e0 della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l\u2019attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Colgo l&#8217;occasione per porgerVi i miei pi\u00f9 cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">di Riccardo Tsan-Nan Lin<\/p>\n<p>Continua a leggereRiduci<\/p>\n<p>\n        Soldati paramilitari indiani presidiano la citt\u00e0 di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l&#8217;attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)\n    <\/p>\n<p>A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non pi\u00f9 attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si \u00e8 proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un\u2019immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come \u00abresistenza\u00bb.<\/p>\n<p>A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilit\u00e0 interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti pi\u00f9 esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l\u2019ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell\u2019esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l\u2019immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.<\/p>\n<p>Guardando pi\u00f9 da vicino, la contraddizione non \u00e8 solo evidente. \u00c8 insanabile. L\u2019attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell\u2019ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi pi\u00f9 gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L\u2019Operazione Sindoor non \u00e8 stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l\u2019equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacit\u00e0 di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.\u00c8 in questo quadro che va letta l\u2019attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non \u00e8 irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell\u2019esercito si \u00e8 ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano pi\u00f9 delle intenzioni.<\/p>\n<p>I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan pu\u00f2 convocare. Non pu\u00f2 imporre. Non pu\u00f2 convincere. La diplomazia non si fonda solo sull\u2019accesso. Si fonda sulla credibilit\u00e0. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non \u00e8 n\u00e9 l\u2019uno n\u00e9 l\u2019altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perch\u00e9 una guerra pi\u00f9 ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l\u2019Iran \u00e8 un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralit\u00e0.Il risultato \u00e8 una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L\u2019anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora pi\u00f9 evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilit\u00e0 del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione \u00e8 pi\u00f9 ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.<\/p>\n<p>L\u2019Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilit\u00e0 degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall\u2019energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso pi\u00f9 necessaria e pi\u00f9 difficile. La credibilit\u00e0 non \u00e8 compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilit\u00e0 in un teatro non pu\u00f2 rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non \u00e8 solo un\u2019iniziativa diplomatica. \u00c8 una prova di maturit\u00e0 strategica. Finora, \u00e8 una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non \u00e8 una valutazione polemica. \u00c8 una constatazione strutturale.<\/p>\n<p>Continua a leggereRiduci<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Lorna Simpson, Woman on a Snowball, 2018 \u00a9 Lorna Simpson. 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