{"id":467569,"date":"2026-04-30T07:53:21","date_gmt":"2026-04-30T07:53:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/467569\/"},"modified":"2026-04-30T07:53:21","modified_gmt":"2026-04-30T07:53:21","slug":"todo-modo-il-film-di-elio-petri-compie-50-anni-la-politica-come-forma-di-degenerazione-prima-morale-e-poi-fisiologica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/467569\/","title":{"rendered":"\u00abTodo Modo\u00bb, il film di Elio Petri compie 50 anni: la politica come forma di degenerazione prima morale e poi fisiologica"},"content":{"rendered":"<p>    di<br \/>\n    Filippo Mazzarella<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12\">Uscita nelle sale il 30 aprile 1976, la pellicola si impone come una delle pi\u00f9 feroci e lucide radiografie del potere politico italiano mai realizzate dal nostro cinema<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Penultimo film del maestro Elio Petri (reduce da un <b>trittico folgorante di opere-cardine<\/b> come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970, La classe operaia va in paradiso, 1971, e La propriet\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 un furto, 1973), Todo Modo esce nelle sale italiane il 30 aprile 1976 e vi resta per poco pi\u00f9 di un mese, prima di un sequestro e di <b>un calo d\u2019interesse del pubblico<\/b> gi\u00e0 chiaro sin dal debutto.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per la seconda volta, dopo A ciascuno il suo (1967), <b>Petri si confronta con un testo di Sciascia<\/b>: ma gli umori del tempo sono nel frattempo radicalmente cambiati, <b>gli anni di piombo sono iniziati<\/b>, il compromesso storico sta diventando pi\u00f9 che un\u2019ipotesi di dibattito.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E il suo stile si piega quindi a <b>un inedito registro oscuro<\/b>, quasi soffocante malgrado la <b>forte componente grottesca<\/b>, mentre l\u2019ombra del da poco scomparso Pasolini (come lo stesso Sciascia osserv\u00f2 una volta di fronte al film finito) si adagia quasi istintivamente sulla materia <b>in forma di implicito omaggio<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La narrazione vede i dirigenti di un non nominato (ma facilmente intuibile) partito cattolico che <b>detiene il potere in Italia<\/b> da un trentennio ritirarsi, mentre il Paese \u00e8 scosso da un\u2019epidemia, nell\u2019immaginario eremo di Zafer (che in turco significa \u00abtrionfo\u00bb) impegnati in <b>un ritiro spirituale<\/b> coordinato dal sacerdote gesuita don Gaetano (Marcello Mastroianni) e modellato sugli esercizi di Ignazio di Loyola.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Capeggiati dal presidente M. (Gian Maria Volont\u00e9), giunto in loco con il suo autista (Franco Citti) e la moglie Giacinta (Mariangela Melato), i politici dovrebbero <b>sottoporsi a tre giorni di penitenza<\/b> pensati per espiare le pratiche corruttive e gli <b>abusi di potere<\/b> che scandiscono la loro quotidianit\u00e0; ma in realt\u00e0 i loro obiettivi sono quelli di <b>riorganizzare equilibri interni<\/b>, ridefinire gerarchie\/strategie e consolidare cos\u00ec la tenuta del potere.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00a0L\u2019atmosfera si deteriora per\u00f2 rapidamente: alle pratiche spirituali si sostituiscono <b>tensioni crescenti e scontri feroci<\/b>; e in questo clima avvelenato prende il via una sequenza di omicidi senza movente apparente che colpiscono progressivamente <b>i vertici del partito<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Dapprima l\u2019onorevole Michelozzi (Renato Malavasi), poi il \u00abmanovratore\u00bb Voltrano (Ciccio Ingrassia), quindi <b>il potente e misterioso \u00abLui\u00bb<\/b> (Michel Piccoli), l\u2019industriale Martellini (Giuseppe Leone) e infine l\u2019onorevole Capra-Porfiri (Adriano Amidei Migliano).<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Le indagini, affidate al dottor Scalambri (Renato Salvatori) e al vicequestore Arras (Cesare Gelli), <b>non portano da nessuna parte<\/b> e l\u2019unica significativa intuizione, da parte dello stesso M., \u00e8 che le sigle degli enti, delle societ\u00e0 e degli istituti di cui le vittime facevano parte compongono la frase<b> \u00abTodo modo para buscar la voluntad divina\u00bb<\/b> (\u00abogni mezzo per cercare la volont\u00e0 divina\u00bb), tratta proprio dagli Esercizi spirituali di sant\u2019Ignazio.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Tutto per\u00f2 precipita ulteriormente quando a essere eliminato \u00e8 lo stesso don Gaetano. C\u2019\u00e8 veramente un responsabile della <b>catena di delitti<\/b>? Nello stesso anno in cui anche Francesco Rosi, con altre ambizioni estetiche e idelogiche, si \u00e8 cimentato con Sciascia (Cadaveri eccellenti, tratto dal romanzo breve Il contesto), Petri impone con furia <b>una delle pi\u00f9 feroci e lucide radiografie del potere politico italiano<\/b> mai realizzate dal nostro cinema.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Todo modo trascende infatti la struttura del film \u00abmilitante\u00bb per diventare una <b>macchina allegorica<\/b> che smonta l\u2019architettura morale e simbolica della Democrazia Cristiana nel momento in cui essa <b>appare insieme onnipotente e gi\u00e0 irrimediabilmente svuotata<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questa crisi \u00e8 trasfigurata in un <b>apologo claustrofilo e semiserio<\/b>, dove l\u2019eremo di Zafer metaforizza un\u2019Italia divenuta luogo chiuso e malato, bench\u00e9  autosufficiente: il teatro degli inesistenti e ipocriti \u00abesercizi spirituali\u00bb non \u00e8 infatti un rifugio, ma <b>un bunker teologico-politico<\/b>, un dispositivo di riproduzione del potere che si maschera da luogo di espiazione.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019emergenza esterna dell\u2019epidemia \u00e8 solo uno sfondo: per dire che il vero \u00abcontagio\u00bb \u00e8 interno, ossia \u00e8 <b>la politica stessa come forma di degenerazione prima morale e poi fisiologica<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>La struttura del film \u00e8 duplice<\/b>: da un lato c\u2019\u00e8 il giallo politico, con la sequenza di omicidi destinata a una mancata soluzione quasi metafisica; dall\u2019altro quella che sembra un farsa \u00abfunebre\u00bb dove o<b>gni morte contribuisce alla decomposizione del linguaggio politico<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Gli omicidi non risolvono, per l\u2019appunto, nulla, ma accelerano \u00abrivelazioni\u00bb fondamentali: ossia che <b>il Potere si \u00e8 ridotto a pura sopravvivenza<\/b> mentre la strategia \u00e8 diventata subdolo rituale.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">In questo senso, la figura del presidente M. (ovviamente modellato su <b>Aldo Moro<\/b>, senza che mai Volont\u00e9 riduca la pratica a maniera o, peggio, caricatura; esattamente come il \u00abLui\u00bb di Piccoli richiama <b>Giulio Andreotti<\/b>) diventa il polo d\u2019attrazione di <b>un sistema testimone del suo stesso disfacimento<\/b>, mentre la presenza di Mastroianni nei panni del gesuita introduce una <b>dimensione critica<\/b> ulteriormente perturbante: quella della \u00abspiritualit\u00e0\u00bb come \u00abtecnica di governo\u00bb, dove gli esercizi ignaziani diventano impalcatura di una messa in scena in cui <b>il potere si autorappresenta come peccato da purificare<\/b> perpetuandosi al contempo attraverso una liturgia svuotata.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Anche la frase di cui il titolo cita l\u2019incipit finisce col trasformarsi nel rovescio di una formula che alla <b>ricerca del divino<\/b> sostituisce la costruzione di un ordine che <b>giustifica ogni compromesso e sporcizia<\/b>: e Petri devia cos\u00ec la tensione \u00abrazionale\u00bb e quasi illuministica di Sciascia in una <b>dimensione alterata<\/b> dove non ha pi\u00f9 senso cercare di \u00abspiegare\u00bb il potere, ma solo osservare una sua <b>dissoluzione quasi vampirica<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Fondamentale, in questo senso, \u00e8 il comparto tecnico\/creativo: le scenografie di Dante Ferretti (con Zafer che diventa quasi un organismo architettonico brutalista, tra corridoi, pareti di cemento, nicchie asettiche), <b>la fotografia di Luigi Kuveiller, gelida e desaturata<\/b>, il montaggio a tratti ossessivo e jazzato di Ruggero Mastroianni, in contrappunto alla <b>colonna sonora minacciosa<\/b> di Ennio Morricone (che inizialmente doveva essere di Charles Mingus il quale &#8211; indispettito dal fatto che Petri non gli avesse mostrato <b>nessuna sequenza del film su cui lavorare <\/b>ma gli avesse solo offerto l\u2019esperienza del set &#8211; rifil\u00f2 alla produzione degli  <b>scarti di sue vecchie composizioni<\/b>).<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Sul piano storico, malgrado <b>l\u2019insuccesso di pubblico<\/b> e la freddezza della critica coeva, Todo modo si colloc\u00f2 in <b>un momento di \u00abprecipitazione\u00bb inquietante<\/b>: intercettando (e traducendo radicalmente) il clima del post-\u201968, ma anche sinistramente adombrando, in qualche misura, <b>le atmosfere di tragedia del sequestro e assassinio di Moro<\/b> del 1978.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Non tanto perch\u00e9 avesse \u00abprevisto\u00bb proprio quell\u2019evento, quanto perch\u00e9 ne coglie quella che (in parte) ne \u00e8 stata l\u2019origine: la <b>progressiva separazione<\/b> tra forma \u00abdemocratica\u00bb e sostanza di un potere che non si esercita pi\u00f9 attraverso decisioni visibili, ma attraverso <b>rituali autoreferenziali<\/b>, linguaggi opachi, dispositivi surrettizi di autolegittimazione (anche della menzogna).<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Una prassi che se negli anni Settanta aveva la Democrazia Cristiana come riferimento di <b>macchina egemonica<\/b>, in futuro (e fino al presente) sarebbe passata attraverso <b>forme pi\u00f9 frammentate e trasversali<\/b>: partiti \u00abdeboli\u00bb, leadership mediatiche, governance fumose in spazi decisionali chiusi, <b>scollegati di fatto dalla societ\u00e0<\/b> e in cui<b> la sovranit\u00e0 si autoriproduce<\/b> mentre <b>simula trasparenza<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019ossessione contemporanea per la comunicazione politica, la ritualit\u00e0 dei vertici, <b>la teatralizzazione delle crisi e delle emergenze<\/b> trovano cos\u00ec nel film di Petri un <b>antecedente inquietante<\/b>: la politica come liturgia senza trascendenza e come<b> spettacolo del proprio esaurimento<\/b>.\u00a0<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-04-27T17:10:34+02:00\">30 aprile 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Filippo Mazzarella Uscita nelle sale il 30 aprile 1976, la pellicola si impone come una delle 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