{"id":473120,"date":"2026-05-03T23:33:16","date_gmt":"2026-05-03T23:33:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/473120\/"},"modified":"2026-05-03T23:33:16","modified_gmt":"2026-05-03T23:33:16","slug":"nel-sahel-la-guerra-per-i-corridoi-tra-jihadisti-uranio-e-mercenari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/473120\/","title":{"rendered":"Nel Sahel la guerra per i &#8220;corridoi&#8221;. Tra jihadisti, uranio e mercenari"},"content":{"rendered":"<p>Dove le piste sono strade immaginarie e i confini linee teoriche, il conflitto nel Sahel continua a crescere senza riflettori. Mali, Burkina Faso, Niger. \u00abNon abbiamo pi\u00f9 villaggi \u2013 racconta un fuggiasco burkinab\u00e9 agli operatori umanitari \u2013. Sono entrati di notte. Chi non \u00e8 scappato \u00e8 rimasto dentro le case\u00bb. E non \u00e8 uscito vivo. Il Sahel centrale \u00e8 diventato un unico teatro. Le giunte militari hanno rotto con l\u2019Occidente, costruito una nuova alleanza regionale e aperto a partner alternativi. Sul terreno, per\u00f2, la geometria \u00e8 pi\u00f9 semplice e brutale: jihadisti, eserciti regolari, milizie locali, contractor stranieri. E civili intrappolati. Il 25 aprile il Mali \u00e8 entrato in una nuova fase della guerra. Attacchi quasi simultanei hanno colpito Bamako, Kati, Kidal, Gao, Mopti e S\u00e9var\u00e9, mentre nei giorni successivi la pressione si \u00e8 allargata alle vie d\u2019accesso alla capitale. Fonti locali parlano di colonne armate, posti di blocco improvvisati, basi colpite quasi in simultanea. L\u2019offensiva ha raggiunto anche il vertice della giunta: il ministro della Difesa Sadio Camara, garante dell\u2019intervento russo, \u00e8 rimasto ucciso, mentre Bamako assicura che la situazione \u00e8 sotto controllo. \u00abAll\u2019obitorio non c\u2019era pi\u00f9 spazio \u2013 riferisce un operatore sanitario a S\u00e9var\u00e9 \u2013. Arrivavano corpi da pi\u00f9 direzioni\u00bb. Secondo un comunicato dell\u2019esercito, le forze maliane avrebbero ripreso M\u00e9naka dopo il ritiro dei miliziani legati allo Stato islamico. La circostanza, per\u00f2, resta difficile da verificare in modo indipendente. Ma la linea del fronte si muove. E con essa le rotte del potere.<\/p>\n<p>Quella che in Mali sfida la giunta militare del generale Go\u00efta non \u00e8 una coalizione organica, ma una convergenza tattica tra jihadisti affiliati ad al-Qaeda e ribelli tuareg-separatisti del Fronte di liberazione dell\u2019Azawad (Fla). A latere opera lo Stato islamico nel Sahel, espressione locale dell\u2019Isis, che gioca una partita autonoma e resta rivale dei qaedisti, soprattutto nell\u2019area delle tre frontiere e nel quadrante orientale di M\u00e9naka. Gli jihadisti vogliono indebolire la giunta di Bamako, espellere le forze straniere \u2013 compresi i russi dell\u2019Africa Corps \u2013 e imporre un ordine islamista nel Sahel. I tuareg del Fla puntano invece all\u2019autonomia o all\u2019indipendenza dell\u2019Azawad, il nord del Mali. Li unisce il nemico comune: esercito maliano, giunta militare e alleati russi. Li divide l\u2019obiettivo finale: uno Stato jihadista transnazionale da una parte, una patria tuareg o sahariana dall\u2019altra.<\/p>\n<p>Un funzionario europeo, in un\u2019analisi interna visionata da Avvenire, la riassume cos\u00ec: \u00abNon \u00e8 pi\u00f9 una guerra solo per il territorio. \u00c8 una guerra per i corridoi\u00bb. Corridoi di traffici, approvvigionamenti, transiti. I gruppi armati hanno bisogno di tassare le piste. Secondo documenti dell\u2019ufficio anticrimine dell\u2019Onu (Unodc), droga, armi, carburante, oro, traffico di migranti e prodotti medici alimentano le economie illecite della regione. Su un piano diverso, ma nella stessa geografia strategica, si muove la partita dell\u2019uranio. \u00c8 qui che si finanziano milizie, si pagano combattenti, si comprano alleanze. La droga intercettata pi\u00f9 di frequente resta la resina di cannabis. Ma il dato pi\u00f9 eclatante riguarda la coca: i sequestri nella regione sono passati da una media di 13 chili l\u2019anno tra il 2015 e il 2020 ai 1.466 chili nel 2022. Da allora non si \u00e8 saputo quasi pi\u00f9 nulla. La rotta \u00e8 nota: produzione sudamericana, approdo atlantico africano, transito saheliano, uscita verso Nord Africa ed Europa, con la Libia a fare da trampolino.<\/p>\n<p>La geopolitica scorre sotto la sabbia e gli equilibri mutano con la stessa rapidit\u00e0 con cui le tempeste spostano le dune. Il Niger resta snodo per l\u2019uranio, Mali e Burkina Faso per oro e minerali strategici. La presenza russa, riorganizzata dopo la trasformazione del \u201cWagner Group\u201d in \u201cAfrica Corps\u201d, si intreccia con la sicurezza delle giunte e con gli interessi economici. \u00abProtezione in cambio di accesso\u00bb, sintetizza una fonte diplomatica in Mali. Ogni villaggio svuotato apre una pista. Ogni pista controllata genera rendita. Ogni rendita finanzia nuove armi. Ed espande la guerra. In Niger, dove la maggioranza della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, l\u2019uranio viene estratto dall\u2019inizio degli anni Settanta, dopo essere stato scoperto nel 1957 in epoca coloniale francese. Il Paese resta uno dei produttori rilevanti di uranio, anche se la produzione ufficiale risulta in calo dopo il golpe del 2023 e in seguito alla disputa con la compagnia francese Orano. La giunta ha revocato le autorizzazioni minerariee ha nazionalizzato Soma\u00efr, l\u2019unica miniera ancora operativa. Niamey accusa Parigi di aver provocato un \u00abdisastro ecologico\u00bb vicino ad Arlit e parla di 400 barili di materiale radioattivo stoccati nell\u2019area. Il gruppo francese respinge le accuse e contesta la versione delle autorit\u00e0 nigerine. Secondo una fonte di sicurezza citata da Reuters, circa 1.050 tonnellate di yellowcake, il concentrato di ossido di uranio, sarebbero uscite dal sito di Soma\u00efr. Destinazione e compratore restano ignoti. Le ipotesi su Russia, Cina, Iran o altri acquirenti circolano tra fonti di settore, ma non sono confermate.<\/p>\n<p>I rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch convergono: esecuzioni sommarie, rapimenti, civili accusati di collaborare con una parte o con l\u2019altra. Human Rights Watch ha documentato in Burkina Faso uccisioni di civili, sfollamenti forzati e abusi attribuiti sia alle forze governative e alle milizie alleate sia ai gruppi jihadisti. In Burkina Faso, un testimone citato in un dossier legale non pubblico letto da Avvenire e destinato alla Corte penale internazionale ha raccontato del suo ritorno nel villaggio dopo che i miliziani erano stati allontanati: \u00abAbbiamo trovato i corpi dentro le case. Alcuni erano anziani. Non potevano nemmeno scappare\u00bb. Nei report si parla di \u00abviolazioni gravi del diritto internazionale umanitario da parte di tutte le parti in conflitto\u00bb, incluse operazioni delle forze regolari e dei loro alleati. In Mali, episodi attribuiti a unit\u00e0 militari con il supporto di contractor stranieri sono oggetto di inchiesta. Ma le prove sono difficili da consolidare: accesso limitato, testimoni esposti, aree inaccessibili. \u00abArriviamo dove possiamo. Ma ci sono intere zone dove nessuno entra pi\u00f9\u00bb, riferisce un operatore di Unicef che si sente impotente davanti ai bisogni urgenti di  7,5 milioni di bambini nel Sahel centrale. \u00ab\u00c8 una crisi enorme \u2013 scandisce \u2013, ma \u00e8 lontana dagli occhi\u00bb. Nel solo Mali 5,1 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. In Burkina Faso sono circa 4,5 milioni; in Niger 3 milioni. Numeri che non descrivono pi\u00f9 un\u2019emergenza temporanea, ma una crisi regionale permanente. Un uomo in fuga dal Mali centrale, appena raggiunto dagli operatori dell\u2019Alto commissariato per i rifugiati, spiega perch\u00e9 ha lasciato tutto, anche se \u201ctutto\u201d vuol dire quasi nulla. \u00abNon sappiamo chi arriver\u00e0 domani\u00bb, dice alludendo alle milizie che si contendono il controllo delle piste: \u00abSappiamo solo che qualcuno arriver\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p><b>L\u2019impegno di\u00a0Avvenire\u00a0per un\u2019informazione giornalistica che si faccia prossimit\u00e0 con le persone si traduce in gesti concreti. Con \u201cGuerre dimenticate\u201d sosteniamo un progetto di solidariet\u00e0: \u201cMyanmar: vite dimenticate\u201d. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l\u2019assistenza sanitaria e l\u2019istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra.E&#8217; possibile contribuire\u00a0<\/b><a href=\"https:\/\/donazioni.fondazioneavvenire.it\/myanmar\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">attraverso questo link<\/a><b>.<\/b>\u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Dove le piste sono strade immaginarie e i confini linee teoriche, il conflitto nel Sahel continua a crescere&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":473121,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[160],"tags":[14,164,165,166,7,15,11,167,12,168,161,162,163],"class_list":{"0":"post-473120","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-mondo","8":"tag-cronaca","9":"tag-dal-mondo","10":"tag-dalmondo","11":"tag-mondo","12":"tag-news","13":"tag-notizie","14":"tag-ultime-notizie","15":"tag-ultime-notizie-di-mondo","16":"tag-ultimenotizie","17":"tag-ultimenotiziedimondo","18":"tag-world","19":"tag-world-news","20":"tag-worldnews"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116513263287780847","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/473120","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=473120"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/473120\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/473121"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=473120"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=473120"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=473120"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}