{"id":476014,"date":"2026-05-05T19:13:20","date_gmt":"2026-05-05T19:13:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/476014\/"},"modified":"2026-05-05T19:13:20","modified_gmt":"2026-05-05T19:13:20","slug":"la-cella-di-fronte-il-rapper-kento-racconta-il-carcere-minorile-tra-hip-hop-e-teatro-i-sky-tg24","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/476014\/","title":{"rendered":"La cella di fronte, il rapper Kento racconta il carcere minorile tra hip hop e teatro I Sky TG24"},"content":{"rendered":"<p>Comprendere cosa avvenga realmente all\u2019interno di un <a data-intcmp=\"skytg24_foglia articolo_interlink_text\" href=\"https:\/\/tg24.sky.it\/argomenti\/carceri\" target=\"_self\" rel=\"nofollow noopener\">carcere<\/a> minorile, interrogarsi sull\u2019identit\u00e0 dei giovani che vi entrano e riflettere su ci\u00f2 che rimane delle loro esperienze una volta tornato il contatto con la societ\u00e0 esterna: sono questi i nuclei centrali attorno a cui prende forma La cella di fronte, produzione teatrale di Kento realizzata da Produzioni Timide insieme a The Best Blend.<\/p>\n<p>L\u2019opera nasce con l\u2019obiettivo di affrontare una materia complessa e spesso rimossa dal dibattito pubblico, scegliendo di farlo attraverso una narrazione diretta, priva di artifici consolatori o semplificazioni, ma costruita sulla solidit\u00e0 di testimonianze autentiche.<\/p>\n<p>A condurre il pubblico lungo questo percorso \u00e8 Kento, figura che unisce l\u2019identit\u00e0 di <a data-intcmp=\"skytg24_foglia articolo_interlink_text\" href=\"https:\/\/tg24.sky.it\/argomenti\/rapper\" target=\"_self\" rel=\"nofollow noopener\">rapper<\/a>, autore e formatore, impegnato da anni in attivit\u00e0 educative e culturali sviluppate attraverso la scrittura e la musica in scuole, istituti penitenziari e comunit\u00e0. Attraverso una costruzione narrativa che fonde linguaggio verbale, dimensione sonora e materiali visivi, Kento sviluppa un racconto composto da episodi concreti, esperienze personali e osservazioni maturate sul campo, delineando cos\u00ec un\u2019immagine articolata del carcere minorile italiano. Non emerge soltanto la dimensione punitiva, ma anche quella di un universo complesso, attraversato da fragilit\u00e0, aspirazioni, ingiustizie, errori e desideri di riscatto.\u00a0<\/p>\n<p>Il tour di La cella di fronte partir\u00e0 il 19 maggio 2026 da Milano al Teatro Martinitt, proseguir\u00e0 il 20 maggio a Torino presso Liberi Legami, il 22 maggio a Pordenone al Capitol, il 5 giugno a Biella all\u2019Hope Club, il 9 luglio a Cuneo al Festival dell&#8217;Educazione e si sar\u00e0 anche il 14 novembre a Genova al Teatro Govi.<\/p>\n<p>Oltre dieci carceri visitate dal 2011<\/p>\n<p>Nel corso di una rappresentazione che supera l\u2019ora di durata, Kento restituisce al pubblico il patrimonio di esperienze costruito a partire dal 2011 attraverso il lavoro svolto in pi\u00f9 di dieci istituti penitenziari italiani. Questi racconti vengono intrecciati con riferimenti storici essenziali e con i principi fondanti della cultura hip-hop, creando una struttura narrativa che unisce memoria, denuncia sociale e riflessione culturale. A rafforzare la potenza del racconto contribuiscono anche immagini di repertorio provenienti dai laboratori realizzati negli anni, proiettate sullo sfondo per rendere ancora pi\u00f9 concreta e immediata la realt\u00e0 evocata sulla scena.<\/p>\n<p>La musica dal vivo come prosecuzione del racconto<\/p>\n<p>La narrazione teatrale si alterna a momenti performativi in cui Kento propone dal vivo alcune composizioni del proprio repertorio musicale.<\/p>\n<p>Tra queste trova spazio Nostra Signora delle lacrime, brano nato dopo l\u2019esperienza vissuta nel 2024, quando Kento ha preso parte, come primo artista musicale, a un\u2019intera missione di ricerca e soccorso sulla nave Ocean Viking di SOS Mediterranee. Anche questo episodio si inserisce nel percorso artistico e umano dell\u2019autore, contribuendo a rafforzare il legame tra esperienza personale e impegno sociale.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Abbiamo incontrato Kento per chiedergli come \u00e8 nato il progetto di La cella di fronte. Ecco cosa ci ha raccontato.\u00a0<\/p>\n<p>\t\t \tIntervista a Kento<\/p>\n<p><strong>La cella di fronte nasce da oltre dieci anni di lavoro dentro gli istituti penali minorili: qual \u00e8 stato il momento o l\u2019incontro che ti ha fatto capire che questa esperienza doveva diventare uno spettacolo teatrale?<\/strong><\/p>\n<p>Non \u00e8 stato un momento preciso: \u00e8 stato un accumulo. Anni di lavoro dentro le carceri minorili, e ogni volta uscivo portandomi dietro qualcosa: una frase, uno sguardo, una storia che non si chiudeva con il cancello. A un certo punto ho capito che non bastava pi\u00f9 vivere quelle esperienze solo l\u00ec dentro. Che se restavano l\u00ec, non cambiava niente. Ci sono stati incontri che mi hanno segnato pi\u00f9 di altri, certo. Ragazzi che ti costringono a rivedere tutto quello che pensavi di sapere, che ti mettono davanti a una realt\u00e0 pi\u00f9 complessa di come viene raccontata fuori. L\u00ec capisci che non stai solo facendo un laboratorio di scrittura, ma stai entrando in una zona che riguarda tutti, anche chi pensa di esserne lontano. Il teatro \u00e8 arrivato come una necessit\u00e0. Non per spiegare o giustificare, ma per portare fuori quelle voci. \u00c8 uno spazio in cui non puoi scappare, in cui devi stare e ascoltare. E questo, oggi, \u00e8 gi\u00e0 un atto forte. La cella di fronte nasce da qui: dal bisogno di rendere visibile qualcosa che troppo spesso resta fuori dallo sguardo.<\/p>\n<p><strong>Nei tuoi racconti il carcere minorile emerge come luogo complesso, fatto di errori ma anche di sogni e possibilit\u00e0: qual \u00e8 il pregiudizio pi\u00f9 radicato che vuoi abbattere attraverso questo progetto?<\/strong><\/p>\n<p>Il pregiudizio pi\u00f9 radicato \u00e8 quello che riduce tutto a una semplificazione comoda: \u201cse sono l\u00ec, se lo meritano\u201d. \u00c8 una frase che chiude qualsiasi discorso, perch\u00e9 trasforma delle persone in un\u2019etichetta. E quando diventi un\u2019etichetta, smetti di essere ascoltato. Io non nego i reati, non \u00e8 quello il punto. Il punto \u00e8 che ci fermiamo l\u00ec. Non ci chiediamo cosa c\u2019\u00e8 prima, n\u00e9 cosa succede dopo. Non ci interessa capire da dove arriva un ragazzo, quali possibilit\u00e0 ha avuto, cosa gli \u00e8 stato tolto o negato. E soprattutto non ci interessa cosa gli stiamo offrendo per non tornarci. Il carcere minorile \u00e8 un luogo di errori, certo. Ma \u00e8 anche un luogo pieno di sogni, a volte molto concreti, molto semplici. Il problema \u00e8 che quei sogni fuori spesso non trovano spazio, mentre dentro, paradossalmente, riescono a emergere.<br \/>Quello che voglio mettere in discussione \u00e8 proprio questa distanza: l\u2019idea che esista un \u201cloro\u201d separato da \u201cnoi\u201d. Perch\u00e9 finch\u00e9 continuiamo a pensarla cos\u00ec, non stiamo risolvendo niente. Stiamo solo spostando il problema un po\u2019 pi\u00f9 in l\u00e0.<\/p>\n<p><strong><br \/>Il titolo suggerisce che questa realt\u00e0 sia molto pi\u00f9 vicina a noi di quanto immaginiamo: perch\u00e9, secondo te, la societ\u00e0 continua spesso a voltarsi dall\u2019altra parte?<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 comodo. Guardare davvero quella realt\u00e0 significa mettere in discussione delle certezze, e non tutti hanno voglia di farlo. \u00c8 pi\u00f9 semplice pensare che sia qualcosa che riguarda altri, lontani, diversi da noi. C\u2019\u00e8 anche una questione di paura. Se ti avvicini troppo a certe storie, rischi di riconoscerti. Rischi di vedere che quella distanza tra \u201cchi \u00e8 dentro\u201d e \u201cchi \u00e8 fuori\u201d non \u00e8 cos\u00ec netta come ci raccontiamo. E allora diventa pi\u00f9 facile girarsi dall\u2019altra parte, ridurre tutto a un titolo di giornale, a una parola come \u201cbaby gang\u201d e chiudere l\u00ec. Il problema \u00e8 che cos\u00ec facendo rendiamo quelle vite invisibili. E quando qualcosa \u00e8 invisibile, non esiste nel dibattito pubblico, non esiste nelle scelte politiche, non esiste nelle priorit\u00e0 di una societ\u00e0. La cella di fronte nasce anche per questo: per spostare lo sguardo. Per far capire che non stiamo parlando di un altrove, ma di qualcosa che \u00e8 gi\u00e0 dentro le nostre citt\u00e0, dentro le nostre contraddizioni.<\/p>\n<p><strong>Da rapper e formatore, porti l\u2019hip-hop dentro contesti difficili come strumento educativo: in che modo la cultura hip-hop riesce ad arrivare dove spesso le istituzioni falliscono?<\/strong><\/p>\n<p>Ci riesce perch\u00e9 l\u2019Hip-Hop non parte dall\u2019alto. Non arriva con un modello da applicare, ma con uno spazio da riempire. \u00c8 una cultura che nasce dal bisogno di raccontarsi, quindi quando entra in un contesto come il carcere minorile non impone, ascolta. Le istituzioni spesso chiedono ai ragazzi di adattarsi a un linguaggio che non sentono loro. L\u2019Hip-Hop fa il contrario: prende quel linguaggio, lo riconosce e lo trasforma. La rabbia, per esempio, non viene negata o repressa, ma diventa materiale su cui lavorare. Una rima, un testo, un beat. E poi c\u2019\u00e8 una cosa fondamentale: nell\u2019Hip-Hop non esisti per quello che hai fatto, ma per quello che riesci a dire. Ti giochi tutto l\u00ec, nel momento in cui prendi il microfono. Questo cambia completamente la prospettiva. Non \u00e8 una soluzione magica, non \u201csalva\u201d nessuno. Per\u00f2 crea una possibilit\u00e0. E a volte \u00e8 la prima possibilit\u00e0 reale che questi ragazzi incontrano.<\/p>\n<p><strong>Hai lavorato con centinaia di ragazzi detenuti: cosa ti hanno insegnato loro sulla fragilit\u00e0, sulla rabbia e sulla possibilit\u00e0 di cambiare?<\/strong><\/p>\n<p>Facendo i conti mi sa che sono arrivato addirittura a migliaia&#8230; \u00e8 una sensazione forte, dolceamara. Mi hanno insegnato che fragilit\u00e0 e rabbia spesso sono la stessa cosa. La rabbia \u00e8 la lingua pi\u00f9 immediata, quella che arriva prima. Ma sotto, quasi sempre, c\u2019\u00e8 qualcosa di molto pi\u00f9 fragile: paura, solitudine, mancanza. Se non vedi quella parte, ti fermi alla superficie e non capisci niente. Mi hanno insegnato anche che il cambiamento non \u00e8 lineare. Non \u00e8 una storia con un inizio e una fine pulita. \u00c8 fatto di passi avanti e ritorni indietro, di occasioni colte e occasioni perse. A volte basta poco per aprire uno spazio, e a volte quello spazio si richiude subito dopo. E soprattutto mi hanno insegnato che il cambiamento non dipende solo da loro. Dipende anche da cosa trovano fuori, da quanto siamo disposti a ascoltarli davvero e a dargli un\u2019alternativa concreta. Senza quella, parlare di cambiamento rischia di essere solo una parola vuota.<\/p>\n<p><strong>Nello spettacolo intrecci musica, testimonianza e immagini reali: quanto \u00e8 stato importante trovare un equilibrio tra denuncia sociale e dimensione artistica?<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 stato fondamentale, perch\u00e9 senza equilibrio rischi due cose opposte: o fai solo denuncia e diventa un comizio, o fai solo estetica e perdi il senso di quello che stai raccontando. Per me la chiave \u00e8 stata non partire dalla \u201ctesi\u201d, ma dalle storie. Se una storia \u00e8 raccontata bene, con onest\u00e0, la denuncia arriva da sola, senza bisogno di forzarla. E allo stesso tempo l\u2019arte serve proprio a questo: a dare forma a qualcosa che altrimenti resterebbe informe, difficile da ascoltare fino in fondo. Musica, parole e immagini lavorano insieme per tenere il pubblico dentro, senza proteggerlo troppo ma senza nemmeno respingerlo. Perch\u00e9 il punto non \u00e8 scioccare, \u00e8 far restare. Far s\u00ec che uno spettatore non si alzi e non si difenda, ma continui ad ascoltare anche quando diventa scomodo. Se funziona, succede una cosa semplice: non senti pi\u00f9 la differenza tra denuncia e arte. Senti solo che quello che stai guardando ti riguarda.<\/p>\n<p><strong>Le tue performance dal vivo aggiungono una forte componente emotiva: la musica, in questo caso, \u00e8 pi\u00f9 un mezzo di denuncia, di connessione o di guarigione?<\/strong><\/p>\n<p>Per me non sono tre cose separate. Denuncia, connessione e guarigione stanno insieme, non puoi prenderne una e lasciare le altre. Se la musica connette davvero, allora porta dentro anche una presa di coscienza. Se denuncia davvero, lo fa perch\u00e9 qualcuno si riconosce e si sente coinvolto. E se apre anche solo uno spiraglio di guarigione, \u00e8 perch\u00e9 quel processo \u00e8 passato prima dall\u2019ascolto e dal riconoscimento. C\u2019\u00e8 una frase di Majakovskij che mi accompagna spesso: l\u2019arte non \u00e8 uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo. Ecco, io credo che la musica, soprattutto in questi contesti, tenga insieme entrambe le cose: riflette e colpisce. Ti fa vedere quello che c\u2019\u00e8, ma allo stesso tempo ti costringe a prendere posizione.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Dopo aver attraversato carceri, scuole, comunit\u00e0 e persino missioni umanitarie come quella sulla Ocean Viking, come \u00e8 cambiata la tua idea di marginalit\u00e0?<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 cambiata nel senso che si \u00e8 allargata. A volte si tende a pensare la marginalit\u00e0 come qualcosa di circoscritto, legato a certi luoghi o a certe condizioni. Oggi la vedo pi\u00f9 come una linea che attraversa contesti diversi: le carceri, le scuole, le comunit\u00e0, ma anche il mare, come \u00e8 successo sulla Ocean Viking, e territori come la Palestina, dove ho lavorato con artisti che mi hanno insegnato moltissimo. Quello che cambia \u00e8 la forma, non la sostanza. Cambiano le storie, i percorsi, le lingue, ma il punto resta sempre lo stesso: persone che, per una serie di fattori, si trovano fuori da uno spazio di possibilit\u00e0. E spesso non perch\u00e9 non vogliono entrarci, ma perch\u00e9 non ci sono mai state davvero. Queste esperienze mi hanno tolto l\u2019illusione che basti intervenire su un singolo contesto per \u201crisolvere\u201d qualcosa. Ti fanno capire che \u00e8 un sistema pi\u00f9 ampio, fatto di incastri, di mancanze, di occasioni che arrivano o non arrivano. E soprattutto mi hanno fatto capire che la marginalit\u00e0 non \u00e8 mai un\u2019identit\u00e0. \u00c8 una condizione. E se \u00e8 una condizione, allora pu\u00f2 anche cambiare. Ma solo se qualcuno decide di guardarla davvero, e non solo di gestirla.<\/p>\n<p><strong>La cella di fronte<\/strong><strong> coinvolge direttamente il pubblico nel finale: che tipo di reazioni o domande speri di provocare negli spettatori?<\/strong><\/p>\n<p>Non cerco una reazione \u201cgiusta\u201d. Non mi interessa che il pubblico esca pensando la stessa cosa, mi interessa che esca con una domanda in pi\u00f9 rispetto a quando \u00e8 entrato. Se devo dirne una, spero che si incrini quella distanza comoda tra \u201cnoi\u201d e \u201cloro\u201d. Che qualcuno, anche solo per un attimo, si chieda: quanto sono davvero lontane da me queste storie? E quanto invece mi riguardano? Lo spettacolo \u00e8 costruito per mettere lo spettatore dentro, non davanti. Per togliere una posizione di sicurezza e chiedere una presa di responsabilit\u00e0, anche minima. Non nel senso morale del termine, ma nel senso di attenzione, di presenza. Se alla fine resta addosso un dubbio, anche piccolo, allora ha funzionato. Perch\u00e9 da l\u00ec pu\u00f2 partire qualcosa: uno sguardo diverso, una domanda in pi\u00f9, magari anche una scelta.<\/p>\n<p><strong>Ogni citt\u00e0 avr\u00e0 una sua declinazione locale: quanto conta raccontare il carcere minorile non come sistema astratto, ma come specchio delle contraddizioni sociali di ogni territorio?<\/strong><\/p>\n<p>Conta tantissimo, perch\u00e9 il carcere minorile non \u00e8 un luogo astratto, \u00e8 sempre dentro una citt\u00e0 precisa, dentro un territorio con le sue contraddizioni. Se lo racconti in modo generico, rischi di trasformarlo in un concetto. E quando diventa un concetto, smette di toccarti davvero. Invece quando lo riporti a un posto concreto, cambia tutto. Perch\u00e9 capisci che quelle storie non sono lontane, non appartengono a un altrove. Sono figlie dello stesso contesto in cui vivi tu, delle stesse disuguaglianze, delle stesse mancanze, delle stesse opportunit\u00e0 distribuite male.<br \/>Per me \u00e8 importante che ogni citt\u00e0 si riconosca almeno in parte in quello che vede. Non per sentirsi chiamata in causa in modo accusatorio, ma per capire che non \u00e8 qualcosa che succede \u201cda un\u2019altra parte\u201d. \u00c8 gi\u00e0 l\u00ec, magari a pochi chilometri, ma soprattutto dentro le dinamiche che attraversano quel territorio.<\/p>\n<p><strong>Nel tuo percorso artistico hai spesso dato voce a chi resta invisibile: senti che oggi l\u2019arte abbia ancora il potere concreto di incidere sul dibattito pubblico?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, ma per me non \u00e8 solo una questione di potere. \u00c8 anche una questione di dovere.<br \/>L\u2019arte ha ancora la possibilit\u00e0 di incidere, ma solo se accetta di prendersi una responsabilit\u00e0. Non nel senso di fare propaganda o di dare risposte facili, ma nel senso di aprire spazi che altrimenti resterebbero chiusi. Oggi siamo pieni di informazioni, ma non sempre di ascolto. L\u2019arte pu\u00f2 rallentare questo meccanismo, pu\u00f2 creare un tempo diverso, in cui una storia non viene consumata ma attraversata. E questo, nel dibattito pubblico, \u00e8 gi\u00e0 un intervento forte.<br \/>Per me dare voce a chi resta invisibile non \u00e8 un gesto \u201cgeneroso\u201d. \u00c8 un modo per rimettere in circolo pezzi di realt\u00e0 che ci riguardano tutti. Se l\u2019arte rinuncia a questo, rischia di diventare solo intrattenimento. Se invece se ne assume il compito, pu\u00f2 ancora essere uno strumento che non solo racconta il mondo, ma lo mette in discussione.<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 una storia raccolta in questi anni che non porterai mai sul palco, ma che continua a accompagnarti personalmente?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, ce ne sono pi\u00f9 di una. Storie violente, crude, difficili anche solo da nominare. E la cosa che colpisce \u00e8 che, quando le guardi da vicino, diventano ancora pi\u00f9 dure. Perdono qualsiasi distanza, qualsiasi filtro. Non sono pi\u00f9 \u201ccasi\u201d, diventano persone, situazioni, scelte che ti restano addosso. Sono storie che ti costringono, come adulto e come parte di quella che chiamiamo societ\u00e0 civile, a fare una cosa scomoda: guardare negli occhi le tue responsabilit\u00e0. Non nel senso di colpe individuali, ma nel senso di capire dove eri, cosa non hai visto, cosa hai lasciato succedere.<br \/>Ovviamente non posso raccontarle, n\u00e9 dare dettagli. Non sarebbe giusto nei confronti di chi me le ha affidate, spesso senza nemmeno dirlo esplicitamente. Ma continuano ad accompagnarmi. Sono quelle che ti impediscono di semplificare, di chiudere tutto in una frase. Quelle che ti ricordano che dietro ogni storia c\u2019\u00e8 sempre qualcosa che non si pu\u00f2 portare su un palco, ma che esiste lo stesso.<\/p>\n<p><strong><br \/>Se un ragazzo che oggi vive dietro \u201cla cella di fronte\u201d potesse assistere al tuo spettacolo, quale messaggio vorresti lasciargli?<\/strong><\/p>\n<p>Non gli lascerei un messaggio consolatorio, perch\u00e9 non sarebbe onesto. Non gli direi che andr\u00e0 tutto bene, perch\u00e9 non \u00e8 cos\u00ec che funziona. Gli direi una cosa pi\u00f9 scomoda: che quello che ha vissuto non lo definisce completamente, ma continuer\u00e0 a stargli addosso. E che il punto non \u00e8 cancellarlo, ma decidere cosa farne. Gli direi che la voce che ha, anche se gli sembra poca o sbagliata, \u00e8 l\u2019unica cosa che nessuno gli pu\u00f2 togliere davvero. E che usarla non \u00e8 facile, ma \u00e8 una forma di libert\u00e0 concreta, anche dentro un posto dove la libert\u00e0 sembra non esistere.<br \/>E allo stesso tempo gli direi che non basta la forza individuale. Che non \u00e8 vero che \u201cse vuoi ce la fai\u201d sempre e comunque. Che fuori serviranno occasioni vere, persone che ascoltano, spazi che tengono. Quindi non \u00e8 un messaggio chiuso, \u00e8 una tensione: non sei solo quello che hai fatto, ma non puoi farcela da solo. E in mezzo a questa contraddizione, se riesci a restare in piedi e a dire chi sei, allora qualcosa si muove. Non tutto, ma qualcosa s\u00ec.<\/p>\n<p>\t\t\t<a class=\"c-inline-card j-inline-card c-inline-card--with-image\" href=\"https:\/\/tg24.sky.it\/spettacolo\/musica\/2025\/07\/17\/intervista-francesco-kento-rap-carcere\" rel=\"follow nofollow noopener\" data-intcmp=\"skytg24_articolo_approfondimenti_inline\" target=\"_blank\"><\/p>\n<p>\t\t\t         <img decoding=\"async\" crossorigin=\"anonymous\" alt=\"\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/kento_rap_carceri_minori_riscatto_insider_giuditta_avellina_1.jpg\"  loading=\"lazy\"  bad-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/kento_rap_carceri_minori_riscatto_insider_giuditta_avellina_1.jpg\"\/><\/p>\n<p>\n\t\t\t         Approfondimento<br \/>\n\t\t\t         In carcere minorile ho visto il rap salvare vite: il racconto di Kento\n\t\t\t      <\/p>\n<p>\t\t\t<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Comprendere cosa avvenga realmente all\u2019interno di un carcere minorile, interrogarsi sull\u2019identit\u00e0 dei giovani che vi entrano e riflettere&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":476015,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1443],"tags":[874,203,25835,204,1537,90,89,1538,1539,5322,2399,4887],"class_list":{"0":"post-476014","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-musica","8":"tag-carcere","9":"tag-entertainment","10":"tag-hip-hop","11":"tag-intrattenimento","12":"tag-it","13":"tag-italia","14":"tag-italy","15":"tag-music","16":"tag-musica","17":"tag-rap","18":"tag-rapper","19":"tag-teatro"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116523566119714366","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/476014","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=476014"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/476014\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/476015"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=476014"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=476014"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=476014"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}