{"id":477644,"date":"2026-05-06T18:20:16","date_gmt":"2026-05-06T18:20:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/477644\/"},"modified":"2026-05-06T18:20:16","modified_gmt":"2026-05-06T18:20:16","slug":"terremoto-friuli-1976","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/477644\/","title":{"rendered":"terremoto friuli 1976"},"content":{"rendered":"<p>\n        Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)\n    <\/p>\n<p>L\u2019\u00abOrcolat\u00bb, il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l\u2019anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colp\u00ec il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che caus\u00f2 gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell\u2019essere spaventoso terrorizz\u00f2 il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.<\/p>\n<p>Gioved\u00ec 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l\u2019ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l\u2019\u00abOrcolat\u00bb si svegli\u00f2 di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.<\/p>\n<p>Il rilievo che affaccia sull\u2019abitato di Venzone fu l\u2019epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che gener\u00f2 una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un\u2019area di oltre 5.000 km\/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano pi\u00f9. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in pi\u00f9 punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell\u2019Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Gi\u00e0 nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate \u00abMantova\u00bb, \u00abAriete\u00bb e \u00abJulia\u00bb che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica <strong>Giovanni Leone<\/strong>, il premier <strong>Aldo Moro<\/strong> e il ministro dell\u2019Interno <strong>Francesco Cossiga<\/strong>. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l\u2019esercito arriver\u00e0 ed impiegare pi\u00f9 di 14.000 uomini) il governo nomin\u00f2 Commissario straordinario per l\u2019emergenza in Friuli il sottosegretario all\u2019Interno, il varesino <strong>Giuseppe Zamberletti<\/strong>. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto \u00abmodello Friuli\u00bb, considerato in seguito come un modello di efficienza nell\u2019assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. <strong>Zamberletti<\/strong>, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concep\u00ec nel 1976 il principio che negli anni successivi sar\u00e0 alla base della futura Protezione Civile. Considerata l\u2019efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizz\u00f2 un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l\u2019efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. <strong>Zamberletti<\/strong>, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, cap\u00ec che i friulani volevano ricostruire ci\u00f2 che avevano perso esattamente com\u2019era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, <strong>Zamberletti<\/strong> ne affid\u00f2 la gestione all\u2019Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onest\u00e0 morale di una realt\u00e0 profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse gi\u00e0 attivate dall\u2019Esercito.<\/p>\n<p>Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalit\u00e0. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colp\u00ec nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma gener\u00f2 un esodo della popolazione che gener\u00f2 un\u2019emergenza nell\u2019emergenza. <strong>Zamberletti<\/strong> e i vertici delle autorit\u00e0 preposte al soccorso si trovarono in gravi difficolt\u00e0 nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all\u2019interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l\u2019avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordin\u00f2 la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un\u2019emorragia di voti nella Dc. L\u2019appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale <strong>Giovanni De Acutis<\/strong>, allora comandante della Brigata alpina \u00abJulia\u00bb, che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano pi\u00f9 miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all\u2019emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le localit\u00e0 di sfollamento.<\/p>\n<p>La ricostruzione dei paesi fu il fiore all\u2019occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito \u00abcom\u2019era, dov\u2019era\u00bb. <strong>Zamberletti<\/strong> e le autorit\u00e0 assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata \u00abanastilosi\u00bb. In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi pi\u00f9 significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.<\/p>\n<p>L\u2019opera di ricostruzione dei comuni prosegu\u00ec per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a <strong>Giuseppe Zamberletti<\/strong>, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sar\u00e0 insignito dell\u2019onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario \u00e8 ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l\u2019\u00abOrcolat\u00bb, cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignit\u00e0 caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostr\u00f2 in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.<\/p>\n<p>In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don <strong>Francesco Placereani<\/strong>, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell\u2019affrontare la catastrofe del 1976: \u00abIl Fri\u00fbl al \u00e0 di vign\u00ee f\u00fbr dal taramot pal cj\u00e2f, no pai p\u00eets\u00bb (\u00abIl Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi\u00bb). E cos\u00ec \u00e8 stato.<\/p>\n<p>Continua a leggereRiduci<\/p>\n<p>Una violenta scossa con epicentro in Carnia semin\u00f2 morte e distruzione in meno di un minuto, con 990 morti e migliaia di feriti. La gestione dei soccorsi e la ricostruzione furono un esempio unico di efficienza e solidariet\u00e0 tra civili, militari e istituzioni. L&#8217;articolo contiene una gallery fotografica.L\u2019\u00abOrcolat\u00bb, il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l\u2019anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colp\u00ec il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che caus\u00f2 gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell\u2019essere spaventoso terrorizz\u00f2 il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.Gioved\u00ec 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l\u2019ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l\u2019\u00abOrcolat\u00bb si svegli\u00f2 di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.Il rilievo che affaccia sull\u2019abitato di Venzone fu l\u2019epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che gener\u00f2 una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un\u2019area di oltre 5.000 km\/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano pi\u00f9. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in pi\u00f9 punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell\u2019Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Gi\u00e0 nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate \u00abMantova\u00bb, \u00abAriete\u00bb e \u00abJulia\u00bb che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell\u2019Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l\u2019esercito arriver\u00e0 ed impiegare pi\u00f9 di 14.000 uomini) il governo nomin\u00f2 Commissario straordinario per l\u2019emergenza in Friuli il sottosegretario all\u2019Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto \u00abmodello Friuli\u00bb, considerato in seguito come un modello di efficienza nell\u2019assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concep\u00ec nel 1976 il principio che negli anni successivi sar\u00e0 alla base della futura Protezione Civile. Considerata l\u2019efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizz\u00f2 un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l\u2019efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, cap\u00ec che i friulani volevano ricostruire ci\u00f2 che avevano perso esattamente com\u2019era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affid\u00f2 la gestione all\u2019Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onest\u00e0 morale di una realt\u00e0 profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse gi\u00e0 attivate dall\u2019Esercito.Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalit\u00e0. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colp\u00ec nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma gener\u00f2 un esodo della popolazione che gener\u00f2 un\u2019emergenza nell\u2019emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorit\u00e0 preposte al soccorso si trovarono in gravi difficolt\u00e0 nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all\u2019interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l\u2019avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordin\u00f2 la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un\u2019emorragia di voti nella Dc. L\u2019appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina \u00abJulia\u00bb, che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano pi\u00f9 miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all\u2019emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le localit\u00e0 di sfollamento.La ricostruzione dei paesi fu il fiore all\u2019occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito \u00abcom\u2019era, dov\u2019era\u00bb. Zamberletti e le autorit\u00e0 assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata \u00abanastilosi\u00bb. In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi pi\u00f9 significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.L\u2019opera di ricostruzione dei comuni prosegu\u00ec per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sar\u00e0 insignito dell\u2019onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario \u00e8 ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l\u2019\u00abOrcolat\u00bb, cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignit\u00e0 caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostr\u00f2 in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell\u2019affrontare la catastrofe del 1976: \u00abIl Fri\u00fbl al \u00e0 di vign\u00ee f\u00fbr dal taramot pal cj\u00e2f, no pai p\u00eets\u00bb (\u00abIl Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi\u00bb). E cos\u00ec \u00e8 stato.\n<\/p>\n<p>\n        Nicola Magrini (Ansa)\n    <\/p>\n<p> L\u2019affermazione \u00e8 stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l\u2019ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni \u00abnon erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell\u2019evoluzione clinica del paziente\u00bb. <\/p>\n<p>Peccato che la circolare dell\u2019allora ministro della Salute, <strong>Roberto Speranza<\/strong>, firmata il 30 novembre 2020 dall\u2019ex direttore generale della Prevenzione sanitaria <strong>Giovanni Rezza<\/strong> e uscita dopo 8  mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio \u00abvigile attesa\u00bb e \u00abtrattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)\u00bb. L\u2019accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso.  Quanto al \u00abmonitoraggio non da remoto\u00bb,   sappiamo  che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. <strong>Magrini<\/strong>, che \u00e8 specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento pi\u00f9 affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. \u00abUndici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalit\u00e0, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l\u2019idrossiclorochina, il lopinavir [\u2026] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l\u2019aspirina\u2026\u00bb. <\/p>\n<p>Non si \u00e8 trattato solo dell\u2019ennesimo insulto al professor <strong>Giuseppe De Donno<\/strong>, l\u2019ex primario di pneumologia dell\u2019ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell\u2019efficacia dell\u2019infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.  <\/p>\n<p>Come quello dell\u2019ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalit\u00e0 ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall\u2019inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l\u2019inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell\u2019ambito di un programma autorizzato dalla Fda. <\/p>\n<p>In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanit\u00e0 e Aifa \u00abnon evidenzi\u00f2 benefici\u00bb e la cura venne bocciata. Forse perch\u00e9 costava poco. Ancora oggi, <strong>Magrini<\/strong> insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell\u2019aspirina? Solo guardando agli studi dell\u2019Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l\u2019importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l\u2019aspirina. Nel gennaio di quest\u2019anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell\u2019effetto dell\u2019aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacit\u00e0 del virus di legarsi alle cellule dell\u2019ospite e limitando il danno polmonare.  E per fortuna che l\u2019ex dg di Aifa ha affermato: \u00abLe linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana\u00bb. Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria imped\u00ec che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti? <\/p>\n<p><strong>Magrini <\/strong>ha spiegato in commissione che aveva ragione l\u2019articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo \u00abValutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19\u00bb, nel quale \u00ab<strong>Jerry Avorn<\/strong> affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione\u00bb. Nel testo si affermava che \u00abl\u2019ampliamento dell\u2019accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate\u00bb e <strong>Magrini<\/strong> ha fatto l\u2019esempio di <strong>Trump<\/strong>. \u00abDiceva che aveva l\u2019intuito che funzionasse l\u2019idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico [\u2026] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri\u00bb. L\u2019ex dg non ha dubbi: \u00abLa salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserver\u00e0 restando fedeli ai principi di valutazione delle attivit\u00e0 regolatorie\u00bb. Il giudizio su Aifa, guardando all\u2019epoca pandemica, invece per molti italiani non \u00e8 affatto positivo.<\/p>\n<p>Continua a leggereRiduci<\/p>\n<p>Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, per\u00f2, difende l&#8217;amico: mai visto con lui i video di Chiara<\/p>\n<p>\n        Ansa\n    <\/p>\n<p>Trattasi dell\u2019evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorit\u00e0. Cosa di cui, per\u00f2, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. <strong>Maurizio Gaigher<\/strong>, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe \u00abimpedire\u00bb la manifestazione. A suo dire, essa \u00abnon costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [&#8230;] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di societ\u00e0 vogliamo legittimare e qui la politica non pu\u00f2 nascondersi\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Gaigher<\/strong> rivolge dunque \u00abun appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l\u2019ambiguit\u00e0: unitevi all\u2019appello delle forze democratiche della citt\u00e0, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perch\u00e9 i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non \u00e8 una questione ideologica, \u00e8 una questione di responsabilit\u00e0 istituzionale\u00bb.<\/p>\n<p>Come al solito \u00e8 tutto straordinario: in nome della libert\u00e0 e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un\u2019altra esponente del Pd, <strong>Mery De Martino<\/strong>. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una \u00abteoria razzista e disumana. La buona notizia \u00e8 che questa roba pu\u00f2 fare un po\u2019 di rumore ma a Bologna non passa davvero\u00bb. Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio \u00abnon diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la citt\u00e0 sar\u00e0 impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell\u2019Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza\u00bb. Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l\u2019immigrazione di massa per non togliere visibilit\u00e0 alla festa dell\u2019Europa prevista per lo stesso giorno. <\/p>\n<p>Decisamente pi\u00f9 minaccioso \u00e8 il tono utilizzato da <strong>Giacomo Tarsitano<\/strong> della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. \u00abIniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti\u00bb, dice, \u00abnon possono essere ben accette in questa citt\u00e0, perch\u00e9 sono offensive non solo verso le comunit\u00e0 di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa citt\u00e0 ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane\u00bb. Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto \u00e8 concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate. <\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti.  La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata,  cio\u00e8 tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se cos\u00ec fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle pi\u00f9 svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perch\u00e9 allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?<\/p>\n<p>\u00abAbbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sar\u00e0 portata in Parlamento nei prossimi giorni\u00bb, dice<strong> Stefano Colato<\/strong> del comitato remigrazione. \u00abAbbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere  appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani.  Poi per\u00f2 abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un\u2019altra piazza perch\u00e9 quella \u00e8 troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po\u2019 stupiti dalle modalit\u00e0 di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare\u00bb. <\/p>\n<p>Secondo <strong>Colato<\/strong>, \u00abanche le motivazioni di questo presunto spostamento  ci sono sembrate risibili:  la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda  la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che  la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidariet\u00e0 al popolo palestinese. Un\u2019altra perplessit\u00e0\u00bb, continua <strong>Colato<\/strong>, \u00ab\u00e8 sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c\u2019\u00e8 ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili:  ci vogliono vietare il centro cittadino in virt\u00f9 di un allarme che non c\u2019\u00e8?\u00bb. <\/p>\n<p>Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi \u00absimpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato,  poi vedremo in questi giorni se saremo contattati\u00bb. <\/p>\n<p>Spostamento o meno, a emergere con chiarezza \u00e8 la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora pi\u00f9 dell\u2019immigrazione, \u00e8 la sinistra.<\/p>\n<p>Continua a leggereRiduci<\/p>\n<p>Ecco #DimmiLaVerit\u00e0 del 6 maggio 2026. L&#8217;avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images) L\u2019\u00abOrcolat\u00bb, il mostro mitologico&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":477645,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[172],"tags":[266255,178,30826,177,228,4388,1537,90,89,1567,19705,266256],"class_list":{"0":"post-477644","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-affari","8":"tag-266255","9":"tag-affari","10":"tag-anniversario","11":"tag-business","12":"tag-foto","13":"tag-friuli","14":"tag-it","15":"tag-italia","16":"tag-italy","17":"tag-storia","18":"tag-terremoto","19":"tag-terremoto-friuli-1976"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116529019515080537","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/477644","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=477644"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/477644\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/477645"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=477644"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=477644"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=477644"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}