{"id":481010,"date":"2026-05-08T20:00:17","date_gmt":"2026-05-08T20:00:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/481010\/"},"modified":"2026-05-08T20:00:17","modified_gmt":"2026-05-08T20:00:17","slug":"la-crisi-di-hormuz-cambia-la-transizione-energetica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/481010\/","title":{"rendered":"la crisi di Hormuz cambia la transizione energetica"},"content":{"rendered":"\n<p>Per anni la transizione energetica \u00e8 stata raccontata come una battaglia ambientale. Ma oggi, con la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, il vero motore della decarbonizzazione sembra essere un altro: la geopolitica. Quando il petrolio diventa instabile, costoso e vulnerabile militarmente, elettrificazione e auto elettrica smettono di essere soltanto una scelta \u201cgreen\u201d e diventano una questione strategica. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova.<\/p>\n<p><strong>Lei sostiene che con il blocco di Hormuz c\u2019\u00e8 un prima e c\u2019\u00e8 un dopo. Perch\u00e9?<\/strong><br \/>Anzitutto, per usare una terminologia efficace e cara a Edward Fishman \u2013 studioso americano di relazioni internazionali ed ex diplomatico \u2013 Hormuz \u00e8 uno dei chokepoints (punti di strozzatura) pi\u00f9 importanti del mondo, insieme a Suez, Bab el Mandeb, Formosa e Malacca. Ogni volta che vi sono incidenti in questi stretti, si producono effetti immediati su materie prime, energia, semiconduttori, fertilizzanti, alimentari e trasporti. In particolare, considerando che da Hormuz partono il 20% del petrolio e il 25% di GNL commercializzati nel mondo, non solo oil and gas registrano forti rialzi, ma il fossile non \u00e8 pi\u00f9 soltanto una commodity energetica: \u00e8 diventato un rischio logistico, militare e geopolitico. Per mercati e consumatori, questo shock \u00e8 un punto di non ritorno.<\/p>\n<p><strong>In che modo la crisi dello Stretto di Hormuz sta influenzando gli equilibri energetici mondiali e la stabilit\u00e0 economica internazionale?<\/strong><br \/>La crisi di Hormuz del 2026 sta accelerando qualcosa che era gi\u00e0 iniziato dopo Ucraina, Covid e tensioni USA-Cina: la frammentazione delle catene energetiche e delle materie prime in blocchi geopolitici regionali. Come abbiamo detto anche in altre occasioni, \u00e8 la fine dell\u2019illusione globalista. La vera novit\u00e0 non \u00e8 solo il prezzo del petrolio, ma il ridisegno delle rotte, dei porti strategici, delle assicurazioni marittime e dei fornitori \u201cpoliticamente affidabili\u201d. Parallelamente, assistiamo a una nuova centralit\u00e0 delle infrastrutture terrestri. Oleodotti, gasdotti e corridoi energetici diventano strumenti strategici per ridurre la dipendenza dai chokepoint marittimi. Non \u00e8 un caso che Arabia Saudita ed Emirati Arabi stiano rafforzando infrastrutture energetiche alternative a Hormuz. Riyadh punta sull\u2019oleodotto Est-Ovest verso Yanbu, sul Mar Rosso, mentre Abu Dhabi consolida il terminale di Fujairah, gi\u00e0 collocato fuori dallo stretto e affacciato direttamente sull\u2019Oceano Indiano. Allo stesso tempo, il Mediterraneo orientale torna centrale nella competizione energetica globale: Egitto, Israele, Grecia e Turchia stanno acquisendo peso come hub di transito, rigassificazione e redistribuzione energetica verso l\u2019Europa.<\/p>\n<p><strong>La crisi di Hormuz sta accelerando anche la transizione energetica?<\/strong><br \/>La crisi di Hormuz sta accelerando il passaggio da una globalizzazione energetica marittima a una regionalizzazione infrastrutturale dell\u2019energia. Ma la vera svolta \u00e8 che, accanto alla diversificazione delle rotte, cresce anche la necessit\u00e0 di ridurre strutturalmente la dipendenza dal petrolio importato. Ed \u00e8 qui che la transizione energetica accelera: l\u2019elettrificazione riduce la vulnerabilit\u00e0 geopolitica. Un Paese elettrificato importa meno petrolio, dipende meno dalle rotte marittime e pu\u00f2 produrre energia internamente. Quindi: energia rinnovabile, nucleare, accumulo, reti, veicoli elettrici a batteria (BEV) e pompe di calore diventano strumenti di sicurezza nazionale, non solo strumenti climatici. In sintesi: la transizione energetica del XXI secolo \u00e8 guidata meno dagli ambientalisti e pi\u00f9 dagli strateghi militari.<\/p>\n<p><strong>In particolare, per quel che riguarda l\u2019auto elettrica abbiamo visto una crescita rilevante nelle immatricolazioni di questo ultimo periodo. \u00c8 un effetto della crisi di Hormuz?<\/strong><br \/>S\u00ec, dopo l\u2019escalation della guerra in Iran e le tensioni su Hormuz, il mercato europeo dell\u2019auto elettrica ha registrato una forte accelerazione, proprio mentre tornavano a salire benzina e diesel. In particolare: le immatricolazioni di BEV registrano un +48,9% a marzo 2026 rispetto a marzo 2025; la quota BEV \u00e8 salita al 19,4% del mercato europeo nel primo trimestre 2026, contro il 15,2% dell\u2019anno precedente; oltre 546 mila auto elettriche immatricolate nel trimestre e crescita molto sostenuta in Italia (+65,7%), Francia (+50,4%) e Germania (+41,3%). Potremmo dire che, con la crisi di Hormuz, l\u2019auto elettrica smette di essere un simbolo ideologico e diventa una copertura contro il rischio geopolitico. Non \u00e8 pi\u00f9 soltanto il prodotto della politica climatica, ma uno strumento di protezione dal caro carburante e dall\u2019instabilit\u00e0 delle rotte petrolifere.<\/p>\n<p><strong>La frammentazione dell\u2019ordine internazionale sta riportando al centro della competizione globale il controllo delle risorse energetiche, delle filiere strategiche e delle infrastrutture di approvvigionamento?<\/strong><br \/>S\u00ec, come da diverso tempo sostengo nelle mie pubblicazioni. In particolare, le spinte verso l\u2019autonomia energetica sono due: in primis, la crisi del multilateralismo e del mercato globale; in secondo luogo, l\u2019innovazione digitale e lo sviluppo dell\u2019intelligenza artificiale. Del primo punto abbiamo parlato pocanzi. Relativamente al secondo punto, la transizione digitale e l\u2019ascesa dell\u2019intelligenza artificiale stanno trasformando l\u2019energia nel prerequisito del primato tecnologico. Data center, capacit\u00e0 computazionale e infrastrutture digitali richiedono enormi quantit\u00e0 di elettricit\u00e0: per questo l\u2019autonomia energetica torna a essere una dimensione decisiva della potenza. In questo senso, la Cina \u00e8 cresciuta in modo molto rapido legando lo sviluppo tecnologico al controllo delle supply chain, in particolare delle risorse materiali necessarie alla produzione avanzata: le terre rare sono diventate un nodo strategico per elettronica, intelligenza artificiale e tecnologie verdi. Gli Stati Uniti mantengono un primato tecnologico grazie alle BigTech, ma hanno rafforzato ulteriormente la propria posizione attraverso la sovranit\u00e0 energetica conquistata con la shale revolution. In una fase in cui energia e tecnologia sono sempre pi\u00f9 inseparabili, questo conferisce a Washington un vantaggio strutturale. Se il Novecento \u00e8 stato il secolo della geopolitica del petrolio, il XXI secolo sar\u00e0 quello della geopolitica dell\u2019elettricit\u00e0, delle batterie e delle terre rare. La transizione energetica, oggi, \u00e8 sempre meno una questione ambientale e sempre pi\u00f9 una questione di potenza. \u00c8 una trasformazione che nel mio ultimo libro ho definito \u201cla grande transizione del capitalismo\u201d: anche la Cina, al pari di Stati Uniti ed Europa, va ormai interpretata come una potenza pienamente capitalista. Il superamento dell\u2019economia dei fossili produrr\u00e0 certamente benefici ambientali, ma ci\u00f2 che oggi spinge davvero la transizione \u00e8 soprattutto la competizione strategica tra le grandi potenze.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Per anni la transizione energetica \u00e8 stata raccontata come una battaglia ambientale. 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