{"id":482347,"date":"2026-05-09T17:03:36","date_gmt":"2026-05-09T17:03:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/482347\/"},"modified":"2026-05-09T17:03:36","modified_gmt":"2026-05-09T17:03:36","slug":"biennale-arte-in-minor-keys-ci-ricorda-che-la-delicatezza-puo-ancora-essere-una-forma-politica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/482347\/","title":{"rendered":"Biennale Arte: &#8220;In Minor Keys&#8221; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t\t\t<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-713492\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/mzo-maher_alice__ph_by_marco_zorzanello_9455.jpg\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1000\"  \/>Alice Maher. Foto Marco Zorzanello<\/p>\n<p class=\"s2\">La prima cosa che si capisce entrando nella <a href=\"https:\/\/living.corriere.it\/arte\/card\/biennale-arte-2026-guida-alle-mostre-da-vedere-a-venezia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\" data-wpel-link=\"internal\">Biennale Arte 2026<\/a> \u00e8 che qui il ritmo \u00e8 diverso. Nessuno sembra avere fretta di spiegarti il mondo e nessuno cerca il grande slogan definitivo, la teoria totale, il gesto curatoriale che schiaccia tutto il resto. <strong>In Minor Keys<\/strong>, la mostra pensata da <strong>Koyo Kouoh<\/strong> prima della sua morte improvvisa, procede <strong>come un disco ascoltato a volume basso<\/strong>. Devi avvicinarti, rallentare e accettare che alcune cose non si comprendano immediatamente. Il titolo \u00e8 gi\u00e0 una dichiarazione poetica. <strong>Le tonalit\u00e0 minori, nella musica, non sono semplicemente tonalit\u00e0 tristi. Sono tonalit\u00e0 ambigue.<\/strong> Contengono malinconia, ma anche desiderio, memoria, sensualit\u00e0, ironia, sospensione.<\/p>\n<p class=\"s2\">Nel jazz e nel blues il \u201cminor\u201d non coincide mai con la disperazione assoluta. Anzi, spesso \u00e8 il luogo in cui il dolore diventa ritmo, il lutto diventa voce collettiva, la perdita produce improvvisazione. E soprattutto<strong> jazz e blues<\/strong> sono il risultato di <strong>un gigantesco incontro culturale<\/strong>. Nessuna musica del Novecento ha saputo assorbire cos\u00ec tante provenienze diverse. Africa occidentale, spiritual, gospel, folk europeo, fanfare militari, rituali caraibici, canti di lavoro, liturgia, migrazione, schiavit\u00f9, desiderio di emancipazione. Dentro il blues convivono tragedia e ironia, sensualit\u00e0 e politica, sopravvivenza e spettacolo. <strong>\u00c8 una musica che nasce dalla ferita ma non si riduce mai alla ferita.<\/strong>\n<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-713491 size-full lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1001\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/mzo-holobo_nicholas_9291.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Nicholas Holobo. Foto Marco Zorzanello<\/p>\n<p class=\"s2\">Forse \u00e8 proprio questo il cuore della Biennale di Kouoh. Perch\u00e9 In Minor Keys non funziona come una mostra tematica tradizionale, ma come <strong>una composizione musicale in cui le opere si richiamano a distanza<\/strong>. Entrano ed escono dal discorso come strumenti durante una jam session, ci sono ritorni, pause, improvvise accelerazioni emotive. E anche se \u00e8 una Biennale in qualche modo di continuit\u00e0 rispetto a quella di <a href=\"https:\/\/living.corriere.it\/arte\/biennale-venezia-2024\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\" data-wpel-link=\"internal\">due anni fa di Adriano Pedrosa<\/a>, quella precedente aveva costruito una mostra fortemente centrata sulla riscrittura politica della storia dell\u2019arte, con un impianto quasi enciclopedico e, ci permettiamo, anche un po\u2019 noioso.<\/p>\n<p class=\"s2\">Kouoh invece sembra molto meno interessata alla dimostrazione e la sua mostra <strong>non ti dice continuamente cosa devi pensare.<\/strong> Ti lascia dentro uno stato emotivo attraverso <strong>un approccio pi\u00f9 intimo<\/strong>, pi\u00f9 spirituale, pi\u00f9 vulnerabile. E inevitabilmente la morte prematura della curatrice attraversa tutto il percorso come una presenza silenziosa, per\u00f2 <strong>la sensazione della perdita rimane sospesa nell\u2019aria<\/strong>, come succede in certi pezzi di Billie Holiday o di Chet Baker, quando la fragilit\u00e0 della voce diventa parte stessa della composizione. In Minor Keys sembra costruita attorno all\u2019idea che<strong> la delicatezza possa ancora essere una forma politica<\/strong>.<\/p>\n<p class=\"s2\">Lo si vede benissimo nelle opere di <strong>Marcia Kure<\/strong>. I suoi assemblaggi di capelli sintetici potrebbero sembrare decorativi a una lettura superficiale, ma in realt\u00e0 funzionano come mappe diasporiche. Il <strong>capello artificiale<\/strong> porta con s\u00e9 intere economie globali, estetiche postcoloniali, sistemi di desiderio e consumo. Le sue Hair Jackets sembrano armature morbide, organismi sociali cuciti insieme. La materia sintetica diventa identit\u00e0 culturale e memoria industriale allo stesso tempo. C\u2019\u00e8 qualcosa di profondamente jazzistico nel modo in cui Kure lavora: prende materiali poveri, apparentemente marginali, e li trasforma in strutture complesse, stratificate, sensuali.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-713487 lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1000\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/avz-thania_petersen-5755.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Cosmological Acts of Devotion \u2013 ACT 1 , 2026. Thania Petersen. Foto Andrea Avezz\u00f9<\/p>\n<p class=\"s2\">Anche <strong>Thania Petersen<\/strong> costruisce opere che sembrano composizioni musicali pi\u00f9 che installazioni, con <strong>grandi superfici ricamate<\/strong> che intrecciano migrazioni sufi, Oceano Indiano, tombe musulmane, perline, navi storiche, ritualit\u00e0 spirituali e geografie coloniali. Ogni elemento sembra rispondere all\u2019altro come strumenti dentro un ensemble. Il risultato \u00e8 una <strong>cosmologia tessile<\/strong> che parla continuamente di movimento: attraversamenti, diaspora, devozione, corpi che viaggiano nel tempo e nello spazio.<\/p>\n<p class=\"s2\">La Biennale \u00e8 piena di artisti che lavorano sulla <strong>memoria non come archivio morto ma come materia viva<\/strong>. <strong>Uriel Orlow<\/strong> fotografa le tracce lasciate dalle piante negli erbari coloniali europei. Non le piante stesse, ma le impronte residue, le ombre, i pigmenti rimasti sulla carta. \u00c8 un gesto straordinario perch\u00e9 sposta completamente il punto di vista: la storia coloniale emerge attraverso ci\u00f2 che manca. Le sue immagini sembrano fantasmi botanici. E anche qui ritorna quella sensibilit\u00e0 blues che attraversa tutta la mostra: rendere visibile l\u2019assenza.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-713485 lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1000\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/avz-vera_tamari-5716.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Tale of a Tree, 2002. Vera Tamari. Foto di Andrea Avezz\u00f9<\/p>\n<p class=\"s2\">Poi c\u2019\u00e8 l\u2019argilla. <strong>Tantissima argilla<\/strong>. Quasi fosse il basso continuo dell\u2019intera Biennale. <strong>Vera Tamari<\/strong> lavora la ceramica attraverso un processo lentissimo di frattura e ricomposizione. Le sue opere portano addosso il rischio della distruzione. Ogni frammento sembra sopravvissuto a qualcosa e guardandole si ha la sensazione che Kouoh fosse interessata soprattutto agli artisti capaci di trasformare la vulnerabilit\u00e0 in struttura. Le sculture di <strong>Seyni Awa Camara<\/strong> sembrano invece uscite direttamente da una zona intermedia tra sogno e veglia: creature ibride, occhi enormi, corpi impossibili. Figure che non appartengono completamente n\u00e9 al mondo animale n\u00e9 a quello umano. La sua biografia racconta di una donna tornata all\u2019argilla dopo un matrimonio infelice, come se la materia fosse diventata un modo per rientrare in contatto con s\u00e9 stessa. E questo dettaglio, dentro In Minor Keys, assume un peso enorme. Perch\u00e9 <strong>tutta la Biennale sembra costruita sull\u2019idea che creare significhi anche sopravvivere<\/strong>.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-713484 size-full lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1000\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/avz_photo_by_andrea_avezzu__3915.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Untitled, Seyni Awa Camara. Foto di Andrea Avezz\u00f9<\/p>\n<p class=\"s2\">Eppure, nonostante tutto questo dolore sedimentato, <strong>la mostra non \u00e8 mai cupa<\/strong>. Anzi. A tratti \u00e8 sorprendentemente ironica, persino giocosa. Le opere di <strong>Big Chief Demond Melancon<\/strong> portano dentro i Giardini la cultura dei Black Masking Indians di New Orleans: piume, perline, ritualit\u00e0 carnevalesche nate dall\u2019incontro tra culture afroamericane e indigene. I suoi costumi sono sculture da indossare, ma anche atti di resistenza collettiva. In una Biennale dominata da tonalit\u00e0 basse, Melancon introduce improvvisamente la fanfara. Anche <strong>BuBu de la Madeleine<\/strong> lavora su una linea simile, trasformando la figura della sirena in un corpo queer continuamente mutevole. Le sue bandiere e i suoi disegni mescolano chirurgia, desiderio, trasformazione fisica, cultura drag e attivismo. C\u2019\u00e8 dolore, certo, ma anche <strong>un piacere evidente della metamorfosi<\/strong>.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-713480 size-full lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1000\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/lzb_holler_carsten_ph_by_luca_zambelli_03240-1.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Giant Triple Mushroom, 2025. Carsten H\u00f6ller<\/p>\n<p class=\"s2\">E poi c\u2019\u00e8 un elemento quasi invisibile che finisce per diventare <strong>il vero fantasma della Biennale: l\u2019odore<\/strong>. <strong>Carsten H\u00f6ller<\/strong> presenta due semplici panchine. Apparentemente nulla di spettacolare. In realt\u00e0 H\u00f6ller ha ricreato chimicamente <strong>due profumi: quello del foulard di sua madre e quello del cappello di suo padre<\/strong>. Sedendosi, questi odori iniziano lentamente a diffondersi nello spazio. Non invadono mai davvero l\u2019ambiente. Restano sospesi. Ti raggiungono all\u2019improvviso mentre guardi altre opere. \u00c8 una presenza intermittente, emotiva, involontaria. Ed \u00e8 forse qui che In Minor Keys trova la sua forma pi\u00f9 precisa.<\/p>\n<p class=\"s2\">La Biennale non vuole occupare lo spazio con affermazioni monumentali, ma infiltrarsi lentamente nella memoria del visitatore come fanno certe canzoni che sembrano piccole e poi continuano a tornarti in testa per mesi, e qui le note sono le opere, che usano lessici tra i pi\u00f9 disparati: <strong>Leonilda Gonz\u00e1lez<\/strong> usa la xilografia come strumento popolare e politico, creando spose rivoluzionarie rabbiose e sarcastiche; <strong>Beverly Buchanan<\/strong> costruisce baracche fragili che parlano di memoria vernacolare afroamericana, di sopravvivenza e di architetture minime; <strong>Edouard Duval-Carri\u00e9<\/strong> trasforma il vodou haitiano in una cosmologia visiva fatta di spiriti, migrazioni e fantasmi coloniali. Lessici diversi dicevamo, ma tutti sembrano parlare la stessa lingua emotiva: una lingua fatta di materiali poveri, memorie diasporiche, spiritualit\u00e0 quotidiana e resistenza sommessa.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-713483 size-full lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1496\" height=\"2244\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/lzb_jaar_alfredo_ph_by_luca_zambelli_03809.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>The End of the World, 2023-2024. Alfredo Jaar. Foto Luca Zambelli Bais<\/p>\n<p class=\"s2\">Una delle opere pi\u00f9 potenti della Biennale \u00e8 anche la pi\u00f9 piccola. <strong>Alfredo Jaar<\/strong> comprime cobalto, terre rare, rame, nichel, litio, manganese, platino e altri materiali essenziali per il nostro presente tecnologico in un <strong>cubo di appena quattro centimetri<\/strong>. Minuscolo. Quasi ridicolo. Ed \u00e8 proprio l\u00ec la forza dell\u2019opera: dentro quell\u2019oggetto microscopico ci sono miniere, guerre, sfruttamento, transizione ecologica, colonialismo industriale e persino la futura conquista della luna. Jaar trasforma il capitalismo contemporaneo in una reliquia. Il cubo \u00e8 collocato al centro di un gigantesco hangar immerso in <strong>una luce rossa psichedelica<\/strong>. L\u2019ambiente sembra infernale e affascinante insieme, come una cattedrale industriale dopo la fine del mondo. In mezzo a quello spazio enorme, il cubo appare come un idolo minuscolo e pericoloso, come feticcio contemporaneo da cui dipendiamo completamente. <strong>La cosa pi\u00f9 inquietante \u00e8 che non riusciamo a smettere di desiderarlo.<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-713494 size-full lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1001\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/mzo-nayamai_kaloki_ph_by_marco_zorzanello_9436.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Kaloki Nyamai. Foto Marco Zorzanello<\/p>\n<p class=\"s2\">Alla fine si esce da questa Biennale con una sensazione rarissima oggi: quella di essere stati trattati con delicatezza. <strong>In Minor Keys<\/strong><strong> non aggredisce mai e chiede gentilmente di ascoltare<\/strong> invece che reagire immediatamente. In un sistema dell\u2019arte contemporanea sempre pi\u00f9 dipendente dalla velocit\u00e0, dalla dichiarazione e dalla performance ideologica, Kouoh sembra aver costruito uno spazio in cui \u00e8 ancora possibile sostare. E forse \u00e8 proprio questo il gesto pi\u00f9 radicale della mostra. <strong>Credere ancora che l\u2019arte possa essere una forma di cura, che una tonalit\u00e0 minore possa contenere abbastanza forza da reggere il mondo.<\/strong><\/p>\n<p class=\"s2\">La mostra come sempre \u00e8 divisa tra Arsenale e Giardini e saranno le decine di migliaia di passi fatti o la tanta gente che ha affollato Venezia in questa Biennale della polemica, sar\u00e0 forse il rumore continuo, ma <strong>questa Biennale suggerisce una tenera nostalgia di casa<\/strong>. Non la casa da adulti, ma quella da bambini, quel posto dove ancora non eravamo chi siamo e potevamo diventare tutto. E allora i profumi di H\u00f6ller diventano quelli della propria famiglia, una parola che riecheggia nelle sale perch\u00e9 <strong>il team che ha portato avanti il progetto di Kouoh, si \u00e8 comportato proprio come figli che hanno ereditato un compito difficile e bellissimo<\/strong>. Per questo resta addosso. Come un profumo antico, come certe note basse di un vecchio disco jazz ascoltato troppo tardi la sera. E allora si capisce che questa Biennale, in fondo, assomiglia davvero a <strong>un enorme atto d\u2019amore<\/strong>.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-713490 lazyload\" alt=\"Biennale Arte: &quot;In Minor Keys&quot; ci ricorda che la delicatezza pu\u00f2 ancora essere una forma politica\" width=\"1500\" height=\"1000\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/lzb_maher_alice__fallon_rachel_ph_by_luca_zambelli_03711.jpg\" loading=\"lazy\"  data-\/>Alice Maher e Rahcel Fallon. Foto Luca Zambelli<\/p>\n<p>Living \u00a9RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Alice Maher. 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