{"id":488014,"date":"2026-05-13T07:38:17","date_gmt":"2026-05-13T07:38:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/488014\/"},"modified":"2026-05-13T07:38:17","modified_gmt":"2026-05-13T07:38:17","slug":"da-gerusalemme-a-berlino-intervista-a-hagar-ophir","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/488014\/","title":{"rendered":"Da Gerusalemme a Berlino. Intervista a Hagar Ophir"},"content":{"rendered":"<p>Ci sono artisti che lavorano sulle immagini, altri sui materiali. Hagar Ophir, classe 1983, lavora sul tempo \u2014 e lo fa come si fa con un tessuto: lo taglia, lo ricuce, lo mette in tensione finch\u00e9 smette di essere lineare e diventa qualcosa da attraversare. Formata come storica, scenografa e danzatrice, Ophir costruisce dispositivi pi\u00f9 che opere: spazi in cui il passato ritorna, insistente, nel presente. Nei suoi progetti la storia non \u00e8 mai archivio, ma campo di forze, attraversato da relazioni e responsabilit\u00e0. Non a caso sar\u00e0 tra i protagonisti di In Minor Keys, un contesto tutt\u2019altro che neutro, dove il suo lavoro entra in risonanza con una riflessione collettiva su memoria, potere e possibilit\u00e0 di riscrittura. Dopo aver lasciato Gerusalemme, Berlino \u00e8 il suo laboratorio, ma anche un terreno instabile, dove pratica artistica, educazione e attivazione collettiva si intrecciano senza gerarchie.<\/p>\n<p>    <a href=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135738930-40ead1ad-50b6-483d-bb19-79be239f88b5.jpg\" data-lightbox=\"\" data-pswp-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135738930-40ead1ad-50b6-483d-bb19-79be239f88b5.jpg?webp\" data-pswp-width=\"800\" data-pswp-height=\"450\"><\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135738930-40ead1ad-50b6-483d-bb19-79be239f88b5.jpg\" width=\"800\" height=\"450\" alt=\"opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room.\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>    <\/a><\/p>\n<p>        opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Che tipo di responsabilit\u00e0 sente nel portare il suo lavoro alla Biennale?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cCredo che non possa essere attribuita solo agli artisti. Vorrei che fosse richiesta a chi detiene il potere reale: gli Stati e le istituzioni che sostengono regimi genocidi e i loro padiglioni propagandistici. La responsabilit\u00e0 \u00e8 gi\u00e0 presente nell\u2019aspetto pi\u00f9 elementare del nostro modo di vivere. Soprattutto in Occidente, esiste una consapevolezza di fondo: la nostra partecipazione \u00e8 intrecciata a sistemi dai quali non possiamo separarci. Prendere parte a questa mostra \u00e8 parte di questa negoziazione. C\u2019\u00e8 una contraddizione nel portare questo lavoro in un\u2019esposizione internazionale, dentro un\u2019infrastruttura imperiale e capitalista di cui facciamo parte. Pi\u00f9 il lavoro \u00e8 visibile, pi\u00f9 porta con s\u00e9 responsabilit\u00e0. Ci sono dubbi, rischi, e la possibilit\u00e0 di sbagliarsi. Allo stesso tempo, far parte di In Minor Keys \u00e8 significativo. Non \u00e8 un contesto neutro, ma plasmato da Koyo Kouoh. Il progetto Bound with the Living, sviluppato con la filmaker palestinese Juna Suleiman, propone un metodo che si fonda su cura, ascolto e responsabilit\u00e0 reciproca\u201d.<\/p>\n<p><strong>Lei \u201criscrive\u201d il presente attraverso il passato: quando \u00e8 nata quest\u2019urgenza?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cDa quando la storia ha iniziato a essere scritta. Insieme ai sistemi egemonici che hanno portato distruzione nel mondo, \u00e8 emersa anche la necessit\u00e0 di resistere alle narrazioni che questi sistemi impongono. Sono distruttivi, costruiti sulla cancellazione di tutto ci\u00f2 che non serve all\u2019idea di \u201cprogresso\u201d. Quindi l\u2019urgenza non nasce oggi: \u00e8 gi\u00e0 nel modo in cui il mondo \u00e8 stato costruito. Allo stesso tempo, non credo si possa tornare a riprodurre il passato nel presente. Per me il tempo ha una presenza pi\u00f9 circolare, come la luna o le stagioni. Non andiamo da nessuna parte: siamo sempre qui. L\u2019idea apocalittica del susseguirsi delle epoche come una linea \u00e8 problematica. Se smettiamo di credere nel progresso come struttura del tempo, allora il tempo circola, e noi ripetiamo e forse ripariamo anche parti spezzate delle iterazioni precedenti. Ogni volta esiste la possibilit\u00e0 di fare le cose in modo diverso, di aggiustare qualcosa, anche solo in parte\u201d.<\/p>\n<p><strong>Scrivere la storia \u00e8 sempre un atto politico?<\/strong><\/p>\n<p>\u201c\u00c8 un processo di selezione, e dunque un atto politico, anche quando pretende neutralit\u00e0. Come discendente sia di vittime di genocidio sia di perpetratori di un altro, sento la necessit\u00e0 di superare questa separazione temporale per produrre conoscenza sul passato e sul presente\u201d.<\/p>\n<p>    <a href=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135835383-e6c70bc4-c9df-4473-8940-94b7a5c3b8fd.jpg\" data-lightbox=\"\" data-pswp-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135835383-e6c70bc4-c9df-4473-8940-94b7a5c3b8fd.jpg?webp\" data-pswp-width=\"800\" data-pswp-height=\"450\"><\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135835383-e6c70bc4-c9df-4473-8940-94b7a5c3b8fd.jpg\" width=\"800\" height=\"450\" alt=\"opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room.\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>    <\/a><\/p>\n<p>        opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Oggi essere israeliani nel sistema dell\u2019arte comporta aspettative e giudizi.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cPreferirei non rispondere, ma capisco la domanda. Non mi identifico con questa categoria, anche se spesso mi viene attribuita. Deriva dal fatto che sono cresciuta a Gerusalemme, ma Gerusalemme esisteva prima dello Stato sionista che oggi la rivendica, e continuer\u00e0 a esistere dopo. Trovo difficile accettare di essere definita attraverso quel nome. Allo stesso tempo, rifiutare tale etichetta pu\u00f2 essere interpretato come un modo per evitare responsabilit\u00e0. Non \u00e8 la mia posizione. Credo che gli israeliani debbano assumersi il carico etico del loro coinvolgimento, diretto o indiretto, nei crimini del progetto sionista. Non vivo sotto quel regime da oltre un decennio, proprio nel tentativo di separarmene. Non mi sento di rappresentare quello Stato e non voglio concedergli neppure una minima parte di ci\u00f2 che sono. \u00c8 un sistema imperiale violento, non solo nei confronti della Palestina, ma anche per aver cancellato le diversit\u00e0 delle storie ebraiche. Preferirei non essere definita attraverso quel nome\u201d.<\/p>\n<p><strong>Eppure c\u2019\u00e8 il rischio che la sua identit\u00e0 venga letta prima ancora della sua opera.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cSolo chi \u00e8 inserito nei sistemi di potere pu\u00f2 immaginare di muoversi nel mondo senza che la propria identit\u00e0 influenzi la lettura del proprio lavoro. Per tutti gli altri, l\u2019identit\u00e0 \u00e8 sempre presente. Viene letta nel lavoro, che lo si voglia o meno. La questione non \u00e8 separare lavoro e identit\u00e0, ma restare responsabili verso entrambi. Non separo ci\u00f2 che sono da ci\u00f2 che faccio\u201d.<\/p>\n<p><strong>Se chiude per un attimo gli occhi, cosa vede nel futuro?<\/strong><\/p>\n<p>\u201c\u00c8 difficile parlarne in un momento in cui cos\u00ec tante vite vengono distrutte. \u00c8 complicato rispondere senza provare disagio. Cos\u00ec con Juna (Suleiman, ndr) restiamo nel presente, cercando di fare ci\u00f2 che ora \u00e8 necessario. Non considero per\u00f2 il lavoro come qualcosa di mio soltanto. Esiste grazie a fiducia e lavoro condiviso. \u00c8 il risultato di una collaborazione con Antonia Eckardt, Miriam Schickler, Hana Umeda, e della fiducia di tutti coloro che si sono uniti al progetto fin dagli inizi \u2014 inclusi coloro che c\u2019erano prima di noi e verranno dopo\u201d.<\/p>\n<p>    <a href=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135841097-224f0c09-5ef4-48d0-b32f-3d6f7b4b5390.jpg\" data-lightbox=\"\" data-pswp-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135841097-224f0c09-5ef4-48d0-b32f-3d6f7b4b5390.jpg?webp\" data-pswp-width=\"800\" data-pswp-height=\"600\"><\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/135841097-224f0c09-5ef4-48d0-b32f-3d6f7b4b5390.jpg\" width=\"800\" height=\"600\" alt=\"ritratto Hagar Ophir\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>    <\/a><\/p>\n<p>        ritratto Hagar Ophir\u00a0<\/p>\n<p>Hagar Ophir \u00e8 un\u2019artista originaria di Gerusalemme. Vive a Berlino. A Venezia porta l\u2019opera partecipata Bound with the Living: Gathering in Venice (2026) che combina installazione, performance e ricerca.<\/p>\n<p>Artwork courtesy Hagar Ophir: \u201cA triple alphabet Ouija Board\u201d detail from Bound With The Living Photo Moritz Gansen.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Ci sono artisti che lavorano sulle immagini, altri sui materiali. Hagar Ophir, classe 1983, lavora sul tempo \u2014&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":488015,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,204,1537,90,89],"class_list":{"0":"post-488014","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-intrattenimento","16":"tag-it","17":"tag-italia","18":"tag-italy"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116566131584164885","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/488014","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=488014"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/488014\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/488015"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=488014"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=488014"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=488014"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}