{"id":488702,"date":"2026-05-13T17:16:14","date_gmt":"2026-05-13T17:16:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/488702\/"},"modified":"2026-05-13T17:16:14","modified_gmt":"2026-05-13T17:16:14","slug":"oriente-occidente-di-rampini-cinque-punti-da-osservare-al-vertice-trump-xi-da-taiwan-alle-sanzioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/488702\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | Cinque punti da osservare al vertice Trump-Xi: da Taiwan alle sanzioni"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping visto dalla Cina (dove ero fino a due giorni fa) \u00e8 molto diverso. Per molti osservatori europei questo summit nasce sotto il segno della guerra in Iran. I cinesi non assegnano a questo conflitto l\u2019importanza preponderante che ha in Europa. Secondo loro la guerra del Golfo sar\u00e0 discussa, ma solo dopo altri temi. Sul tavolo ci sono <b>Taiwan, i chip, le terre rare, gli investimenti, le sanzioni e i dazi, le catene di produzione e fornitura integrate<\/b>. Dietro tutto questo c\u2019\u00e8 una domanda quasi \u00abesistenziale\u00bb: fino a che punto Stati Uniti e Cina vogliono ancora convivere dentro un sistema globale condiviso, e fino a che punto invece si stanno preparando a un mondo diviso in blocchi rivali?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019immagine della relazione sino-americana \u00e8 cambiata, non da ieri. Una volta era dominata dall\u2019idea dell\u2019interdipendenza: la Cina fabbrica del mondo, l\u2019America mercato dei consumi e centro finanziario globale. Oggi quella relazione \u00e8 diventata una <b>miscela instabile di competizione strategica, rivalit\u00e0 tecnologica e cooperazione obbligata<\/b>. Nessuno dei due pu\u00f2 permettersi una rottura completa. Ma nessuno dei due considera pi\u00f9 l\u2019altro un partner affidabile. Ecco cinque punti da osservare quando Trump e Xi si incontrano a Pechino.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">1)    <b>Sull\u2019Iran Pechino si trova in una posizione ambigua<\/b>. Da un lato ha tutto l\u2019interesse economico a una de-escalation. La Cina dipende dal petrolio mediorientale, e il blocco o l\u2019insicurezza delle rotte marittime rappresentano una minaccia diretta alla sua sicurezza energetica. Inoltre l\u2019economia cinese, gi\u00e0 rallentata, soffrirebbe un nuovo shock globale se i costi dell\u2019energia e dei trasporti deprimono la domanda dei loro clienti (Europa prima di tutto). D\u2019altro lato esiste un calcolo geopolitico pi\u00f9 cinico. Ogni volta che gli Stati Uniti devono concentrare risorse militari e attenzione strategica nel Golfo, la pressione americana sull\u2019Indo-Pacifico si riduce. Per Pechino, vedere Washington intrappolata in Medio Oriente non \u00e8 una cattiva notizia. \u00c8 una vecchia lezione della geopolitica: <b>impegnare il rivale lontano dal teatro principale<\/b>. Questa \u00e8 anche una delle ragioni per cui il prolungamento del conflitto in Ucraina non dispiace a Xi Jinping: in una prima fase ha assorbito risorse strategiche americane, ora continua a pesare sugli arsenali di Nato, Europa, Russia\u2026 s\u00ec, anche il logoramento militare di Putin non \u00e8 affatto sgradito ai cinesi. Per questo sull\u2019Iran il summit Trump-Xi probabilmente produrr\u00e0 dichiarazioni sulla <b>necessit\u00e0 di riaprire pienamente Hormuz, stabilizzare i mercati energetici e garantire la sicurezza delle rotte commerciali<\/b>. Tanta retorica, pochi fatti. Coordinamento limitato, pi\u00f9 simbolico che sostanziale. Nessuno si aspetta una vera convergenza strategica. Ai margini, non \u00e8 escluso che il dossier iraniano sia un disturbo, per quanto marginale. Washington accusa aziende e intermediari cinesi di sostenere indirettamente i programmi missilistici e dei droni iraniani. Negli ultimi giorni il Tesoro americano ha imposto sanzioni contro individui e societ\u00e0 in Cina e a Hong Kong accusati di facilitare i traffici iraniani. Anche alcune raffinerie cinesi sospettate di acquistare greggio iraniano sono finite nel mirino. La risposta di Pechino \u00e8 stata doppia e rivelatrice. Pubblicamente il governo cinese ha invitato le imprese a non conformarsi alle sanzioni americane. Ma dietro le quinte avrebbe anche chiesto alle banche di congelare nuovi prestiti ad alcune societ\u00e0 coinvolte. \u00c8 il tipico equilibrio della diplomazia cinese: sfidare Washington sul piano politico evitando per\u00f2 di esporsi troppo ai rischi finanziari. Questa dinamica riassume la nuova natura della globalizzazione. La Cina non pu\u00f2 apparire debole davanti alle pressioni americane, soprattutto se esse minacciano la sua sicurezza energetica o colpiscono grandi gruppi industriali cinesi. Allo stesso tempo Pechino sa che un\u2019escalation incontrollata danneggerebbe prima di tutto la sua economia.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">2)    Molto pi\u00f9 dell\u2019Iran, il capitolo principale del vertice di Pechino riguarda <b>commercio e investimenti<\/b>. Qui Trump vuole presentarsi come il leader capace di ottenere risultati concreti e immediati. \u00c8 probabile che torni dalla Cina annunciando <b>grandi contratti simbolici<\/b>: acquisti di Boeing, aumento degli acquisti di derrate agricole americane, forse nuovi accordi energetici. Sono operazioni che hanno un forte valore politico interno: permettono al presidente di mostrare che la sua diplomazia muscolare produce vantaggi tangibili per l\u2019economia americana. Per Xi Jinping, invece, il summit serve soprattutto a dare un <b>segnale di stabilizzazione<\/b>. La leadership cinese sa che investitori e mercati internazionali guardano con crescente preoccupazione al deterioramento delle relazioni con Washington. In questo senso l\u2019incontro ha soprattutto una funzione psicologica: abbassare la temperatura, rassicurare, suggerire che la competizione resta gestibile. Non a caso attorno a Trump si muove una delegazione del grande capitalismo americano. Elon Musk, Tim Cook, Larry Fink, Jensen Huang. \u00c8 una fotografia interessante dell\u2019America contemporanea: finora questi cosiddetti Oligarchi non sono affatto riusciti a dettare la politica estera; dai dazi alle restrizioni sulle vendite di microchip, fino ai limiti sui visti, Trump ha governato pi\u00f9 per l\u2019America MAGA che per il grande capitale. <b>La presenza del capo di NVIDIA nella delegazione \u00e8 particolarmente significativa<\/b>. La guerra tecnologica sui semiconduttori \u00e8 ormai il cuore della competizione strategica fra Washington e Pechino. Gli Stati Uniti cercano di <b>impedire alla Cina l\u2019accesso alle tecnologie pi\u00f9 avanzate nei chip e nell\u2019intelligenza artificiale<\/b>. La Cina risponde usando il proprio <b>dominio sulle terre rare <\/b>e su segmenti cruciali delle catene industriali. Qui emerge una contraddizione. A Washington, il potere politico considera la Cina il principale rivale strategico. A San Francisco, Austin, New York, le grandi imprese americane continuano a fare buoni affari sul mercato cinese. Apple produce e vende in Cina. Tesla vende ancora molto in Cina nonostante la concorrenza locale sempre pi\u00f9 agguerrita. NVIDIA, campione mondiale nei microchip pi\u00f9 avanzati per l\u2019intelligenza artificiale, vuole continuare ad avere accesso ai clienti cinesi. L\u2019operazione di \u00abdecoupling\u00bb o divorzio gi\u00e0 avviata da Biden, resta incompleta e piena di ambiguit\u00e0. Per questo si discute della creazione di organismi permanenti di consultazione commerciale e finanziaria, una sorta di \u00abboard\u00bb bilaterale incaricato di gestire le tensioni economiche e verificare il rispetto degli accordi reciproci. Sarebbe una forma di istituzionalizzazione della rivalit\u00e0: <b>non eliminare il conflitto, ma renderlo pi\u00f9 prevedibile<\/b>. Gli investimenti rappresentano il terreno pi\u00f9 delicato di tutti. Gli Stati Uniti sono lieti di accettare acquisti agricoli o commerciali cinesi. Ma aprire settori strategici agli investimenti di Pechino \u00e8 ormai politicamente impossibile. Le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale dominano il dibattito americano, sia a destra che a sinistra.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">3)    Poi c\u2019\u00e8 <b>Taiwan<\/b>, barometro della relazione sino-americana. A Pechino il tema viene definito la \u00ab<b>linea rossa inviolabile<\/b>\u00bb. \u00c8 qui che ogni parola conta. Gli osservatori cercano di capire se Trump possa modificare anche solo in qualche sfumatura il linguaggio tradizionale americano sull\u2019isola. Da decenni Washington usa formule volutamente ambigue: <b>non sostiene l\u2019indipendenza taiwanese ma garantisce sostegno militare<\/b> e deterrenza contro tentativi di annessione militare. Una minima variazione semantica potrebbe avere conseguenze enormi. Trump ha gi\u00e0 lasciato intendere che discuter\u00e0 con Xi delle forniture militari americane a Taiwan. Per Taipei questo \u00e8 un segnale inquietante. Per il Giappone ancora di pi\u00f9. Tokyo osserva con crescente nervosismo ogni oscillazione americana sulla questione taiwanese, perch\u00e9 considera una crisi nello Stretto come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. Qui emerge un\u2019altra strategia cinese: <b>usare Taiwan per creare frizioni fra Washington e gli alleati asiatici<\/b>. Se gli alleati iniziano a dubitare della solidit\u00e0 dell\u2019impegno americano, l\u2019intero sistema di contenimento della Cina si indebolisce. Tuttavia anche Xi Jinping deve muoversi con cautela. La leadership cinese non vuole apparire aggressiva proprio mentre cerca di stabilizzare i rapporti economici con gli Stati Uniti. La priorit\u00e0 di Pechino, in questa fase, \u00e8 preservare almeno l\u2019apparenza della stabilit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">4)    <b>L\u2019intelligenza artificiale<\/b> rappresenta il quarto grande tema del summit, anche se sar\u00e0 trattato con prudenza. Qui siamo gi\u00e0 entrati in una nuova guerra fredda tecnologica. Gli Stati Uniti accusano la Cina di <b>furto sistematico di modelli AI e propriet\u00e0 intellettuale<\/b>. Pechino considera le restrizioni americane sui chip un tentativo di contenimento strategico. Eppure entrambi sanno che l\u2019AI introduce rischi troppo grandi per essere lasciati senza alcun coordinamento. Si parla quindi della creazione di canali di \u00abdeconfliction\u00bb, una parola presa dal linguaggio militare: <b>evitare incidenti, incomprensioni, escalation incontrollate<\/b>. Per Xi Jinping, mostrarsi disponibile su una governance globale dell\u2019intelligenza artificiale ha anche un valore simbolico. La Cina vuole presentarsi non solo come potenza tecnologica emergente, ma come co-architetto delle nuove regole globali. Nel frattempo per\u00f2 la competizione continua. Pechino vuole guadagnare tempo, grazie all\u2019accesso ai microchip Usa pi\u00f9 avanzati, per sviluppare una filiera domestica autonoma dei semiconduttori e ridurre la dipendenza dall\u2019Occidente. <b>Washington cerca di rallentare questo processo<\/b>. Entrambi sanno che la supremazia nell\u2019AI avr\u00e0 implicazioni militari, industriali e geopolitiche.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">5)    Infine c\u2019\u00e8 il tema della <b>tregua commerciale<\/b>. L\u2019attuale sospensione di certi superdazi scade in novembre. Se il summit andr\u00e0 bene, probabilmente verr\u00e0 prorogata. Nessuno crede che le tensioni strutturali siano superate. <b>Trump continua a usare i dazi come strumento di pressione politica<\/b>. Anche quando i tribunali limitano alcune sue iniziative, la sua amministrazione cerca nuove basi legali per introdurre tariffe punitive. Pechino, dal canto suo, ha rafforzato gli strumenti legislativi per colpire aziende straniere accusate di discriminare le catene di fornitura cinesi. \u00c8 il segno di una trasformazione storica. <b>La globalizzazione non sta finendo, ma si sta militarizzando<\/b>. Commercio, tecnologia, energia, investimenti, logistica: tutto viene ormai valutato attraverso la lente della sicurezza nazionale. Per questo il vertice Trump-Xi non produrr\u00e0 probabilmente grandi accordi storici. Non siamo pi\u00f9 nell\u2019epoca delle aperture strategiche alla Nixon o delle grandi integrazioni economiche degli anni Novanta. Siamo nell\u2019epoca della gestione competitiva dell\u2019interdipendenza.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-05-13T17:05:35+02:00\" content=\"2026-05-13\">13 maggio 2026, 16:41  &#8211; modifica il 13 maggio 2026 | 17:05<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping visto dalla Cina (dove ero fino a due giorni 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