{"id":492186,"date":"2026-05-15T19:48:33","date_gmt":"2026-05-15T19:48:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/492186\/"},"modified":"2026-05-15T19:48:33","modified_gmt":"2026-05-15T19:48:33","slug":"eritrea-ed-etiopia-un-secolo-dopo-i-gas-di-mussolini-sugli-etiopi-il-cinema-impero-di-asmara-larca-di-indiana-jones-ad-axum-un-reportage-sulle-tracce-di-montanelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/492186\/","title":{"rendered":"Eritrea ed Etiopia, un secolo dopo. I gas di Mussolini sugli etiopi, il \u00abCinema Impero\u00bb di Asmara, l&#8217;Arca di Indiana Jones ad Axum: un reportage sulle tracce di Montanelli"},"content":{"rendered":"<p>                                                                                                                      di Aldo Cazzullo<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12\">Dalla bruciante sconfitta di Adua, alla \u00abvendetta\u00bb di Mussolini, fino alla caduta dell\u2019Impero: un reportage per raccontare in \u00abUna giornata particolare\u00bb (mercoled\u00ec 27 maggio e mercoled\u00ec 3 giugno su La7) il prezzo delle ambizioni espansionistiche italiane. Con una conferma: la vocazione di noi italiani \u00e8 la pace<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>IN ERITREA ED ETIOPIA<\/b> \u00abIl maresciallo Badoglio telegrafa: oggi, 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba\u00bb. Mi sono sempre chiesto cos\u2019abbiano pensato i nostri nonni quando il Duce \u2013 novant\u2019anni fa, in questi stessi giorni \u2013 diede trionfalmente l\u2019annuncio della presa di Addis Abeba, dal balcone di piazza Venezia. Quasi nessuno tra i nostri nonni era un antifascista militante, ma tanti non erano fascisti. Eppure quelle parole di Mussolini segnarono il culmine del consenso al regime. Indicavano una rivincita storica. E nello stesso tempo rappresentarono l\u2019inizio della fine. \u00abCon l\u2019Etiopia abbiamo pazientato quarant\u2019anni. Ora basta!\u00bb aveva detto, anzi gridato il Duce dal balcone il 2 ottobre del 1935, proclamando la guerra. Quasi quarant\u2019anni erano passati dal primo marzo 1896: Adua. <b>La prima guerra perduta da una potenza europea contro una potenza africana. Da un esercito bianco contro un esercito nero.<\/b> Gli inglesi avevano perduto battaglie; ma poi la guerra alla fine l\u2019avevano sempre vinta. Quell\u2019umiliazione pesava sulla coscienza e sull\u2019orgoglio degli italiani. Adua non divenne un nome da cancellare, ma un nome da ricordare. Non una ferita da suturare, ma da lasciare aperta.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nacquero i cinema Adua, le vie Adua, financo molte bambine chiamate Adua. Un modo per tener vivo il ricordo, dei caduti e della necessaria rivincita. Quella che il Duce ora prometteva, e manteneva. A prezzo per\u00f2 di migliaia di morti. Quattromila i caduti italiani. Molti, molti di pi\u00f9 quelli africani. Ascari eritrei, libici, somali, nostri alleati. E etiopi, nostri nemici. Contro i quali Mussolini ordin\u00f2 di usare i gas vietati dalle convenzioni internazionali. E la morte per gas era terribile. Sulle rive del lago Ascianghi il Negus Neghesti, il re dei re, l\u2019imperatore Hail\u00e9 Selassi\u00e9, vide centinaia di suoi soldati morti tra atroci tormenti: avevano bevuto l\u2019acqua avvelenata.\u00a0<br \/><b>La guerra d\u2019Etiopia del 1936 fu un crimine contro l\u2019umanit\u00e0.<\/b>\u00a0<br \/>Per\u00f2 le navi italiane trasportarono in Africa in quell\u2019anno novecentomila persone. Quasi mezzo milione di soldati, pi\u00f9 la logistica, pi\u00f9 i civili. Tra la fine dell\u2019Ottocento e il 1941, l\u2019anno della caduta dell\u2019impero, andarono nel Corno d\u2019Africa milioni di italiani. Erano tutti criminali? Certo che no.\u00a0    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>\u00abPart\u00ec per l\u2019Abissinia chiunque avesse in corpo qualcosa. Per la mia generazione fu come il Far West e il Sessantotto insieme\u00bb ha scritto Indro Montanelli<\/b> nella sua autobiografia. Salvo poi riconoscere che quell\u2019impresa antistorica aveva avuto un effetto deleterio per l\u2019Italia: avvicinarla alla Germania di Hitler, sino alla vergogna delle leggi razziali e alla tragedia della Seconda guerra mondiale. Il pi\u00f9 grande giornalista italiano divenne famoso proprio durante quella guerra. Sottotenente di un battaglione di ascari, scriveva a casa lettere e storie, che il padre a sua insaputa fece raccogliere in un libro: XX battaglione eritreo. Un giorno lo raggiunse in Etiopia un ufficiale appena arrivato dall\u2019Italia: \u00abMontanelli? Parente di Indro?\u00bb. \u00abSono io Indro\u00bb. \u00abAllora siete voi l\u2019autore di XX battaglione eritreo?!\u00bb. Proprio quel libro, il primo di Montanelli, far\u00e0 un po\u2019 da guida al nostro viaggio.\u00a0<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la \u201cnostra\u201d Africa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a0495ee72261.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a0495ee72261.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Avevo preparato tutto vent\u2019anni fa, nel 2005. Ero da poco arrivato al Corriere, e con il direttore Stefano Folli concordai un servizio sulle orme di Montanelli, da Massaua ad Addis Abeba, passando per Asmara, Adua, Axum. E poi le montagne del Tigr\u00e9, dove si erano combattute tre guerre: quella del 1896, conclusa dalla sconfitta di Adua; quella del 1936, finita \u2013 almeno all\u2019apparenza \u2013 con l\u2019ingresso delle \u00abtruppe vittoriose\u00bb in Addis Abeba; e quella del 1941, quando gli inglesi conquistarono quell\u2019Etiopia che Mussolini aveva definito irrevocabilmente italiana, anzi i-ta-lia-na. <b>L\u2019Amba Alagi, l\u2019Amba Aradam, Gondar: nomi consueti nella toponomastica delle citt\u00e0 italiane, che per\u00f2 per molti di noi non significano pi\u00f9 nulla.<\/b> E poi Debra Lib\u00e0nos, la citt\u00e0 conventuale, che per gli etiopi \u00e8 come per noi Assisi o Montecassino, e fu violata dalle truppe di Graziani che massacrarono centinaia, forse migliaia di monaci innocenti.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Poi quel viaggio non lo feci. Cambi\u00f2 direttore, arriv\u00f2 Paolo Mieli, che mi chiedeva di fare un\u2019intervista al giorno, e non osai proporgli di stare via un mese per rievocare una storia di tanto tempo prima, per non metterlo in imbarazzo e magari indurlo a dirmi di s\u00ec controvoglia. Cos\u00ec misi quel progetto da parte. Non \u00e8 andata male. <b>Nel 2005 Rossana, mia figlia, aveva cinque anni. Adesso ne ha quasi ventisei<\/b>, e ha preso un master a Cambridge sulla storia del colonialismo italiano (non c\u2019\u00e8 niente di meglio nella vita che vedere i nostri figli fare cose che noi non abbiamo mai fatto, vedere che sono migliori di noi). Nel frattempo mi \u00e8 successa questa cosa bellissima che \u00e8 Una giornata particolare: <b>non soltanto un programma televisivo dai risultati sorprendenti, ma un gruppo di amici. Cos\u00ec siamo partiti<\/b>. A girare due puntate speciali sulla guerra d\u2019Africa e sul colonialismo italiano.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>MASSAUA<\/b> La citt\u00e0 \u00e8 distrutta e bellissima. <b>I primi italiani arrivarono da queste parti, sulla sponda meridionale del Mar Rosso, nel 1869, l\u2019anno del canale di Suez.<\/b> Un lembo dimenticato del pianeta diventava all\u2019improvviso strategico, ora che si poteva passare dall\u2019oceano Indiano al Mediterraneo senza fare il periplo dell\u2019Africa. Asia ed Europa erano pi\u00f9 vicine. E l\u2019Italia, appena divenuta uno Stato, sognava di espandersi.\u00a0<br \/>La baia di Assab fu comprata da un missionario, don Giuseppe Sapeto, per conto di un armatore genovese, Raffaele Rubattino. Ma dietro c\u2019era il governo. Un po\u2019 con i soldi, un po\u2019 con le armi, gli italiani si conquistarono la prima colonia. Restava da darle un nome. Eritros in greco significa rosso. Siccome quella terra si affacciava sul Mar Rosso, fu chiamata Eritrea. Inghiottita dall\u2019Etiopia dopo la Seconda guerra mondiale, si \u00e8 battuta a lungo per l\u2019indipendenza, conquistata nel 1991.\u00a0<br \/>Massaua \u00e8 un posto pazzesco. Gli italiani la ricostruirono dopo il terremoto del 1921, usando il corallo della barriera, che fu irreparabilmente danneggiata. Rispettarono per\u00f2 <b>lo stile originario, quello degli antichi dominatori<\/b> <b>ottomani ed egiziani, aggiungendo qualche trifora veneziana; cos\u00ec a Massaua pare di essere ora a Istanbul, ora al Cairo, ora a Venezia<\/b>.<br \/>Gli etiopi l\u2019hanno bombardata duramente, molti edifici, come quello che un tempo fu la Banca d\u2019Italia, sono in rovina.\u00a0<br \/>Di giorno la citt\u00e0 vecchia \u00e8 deserta: fa troppo caldo. Devo girare con il giubbotto addosso, cos\u00ec impongono le regole del programma, devo essere sempre vestito allo stesso modo; e il regista non conosce piet\u00e0. Claudio Pisano lo chiamiamo Steven, come Spielberg, per la professionalit\u00e0, il rigore e l\u2019ambizione con cui \u00e8 diventato uno degli artefici del successo del programma. Mi fa rifare le scene anche cinque volte, come Spielberg, quello vero; io per\u00f2 non sono Tom Hanks, e un po\u2019 ne soffro. Con il suo calore siciliano, Claudio \u00e8 anche un collante del gruppo, dove non ci sono gerarchie: nessuno comanda, ognuno ha il suo ruolo, che viene rispettato dagli altri. I film-maker, Tommaso Del Croce e Fabrizio Acampora, il bello della squadra, sono pi\u00f9 perfezionisti ancora, volteggiano con ronin (la versione moderna della telecamera) pesantissimi, e si divertono un sacco. <b>L\u2019albergo \u00e8 terrificante, Rossana e io prendiamo le cimici dei letti: qualche grattatina, qualche antistaminico, e passa<\/b>. La sera la citt\u00e0 piomba nel buio, e si anima di vita.\u00a0<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la \u201cnostra\u201d Africa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a034c95577fc.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a034c95577fc.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ceniamo in un ristorante dove il menu consiste di due voci: pane e pesce. Da bere solo acqua: lo chef \u00e8 musulmano. Nel forno di terracotta cuoce le focacce e le cernie appena pescate. Il conto \u00e8 di pochi euro; per fortuna, perch\u00e9 in Eritrea si pu\u00f2 pagare solo in contanti. <b>Non esiste Internet, non c\u2019\u00e8 connessione, quindi neppure le carte di credito. L\u2019assenza pi\u00f9 drammati- ca \u00e8 quella di Whatsapp. <\/b>Per una settimana potremo chiamare in Italia una sola volta al giorno, dal cellulare della guida, Yohana. Il suo nome vuol dire gioia, letizia, festa: \u00e8 nato nel 1991, l\u2019anno dell\u2019indipendenza. Il giorno dopo si va alle isole Dahlak. \u00c8 un arcipelago di sabbia e corallo: delfini \u2013 uno ci salta praticamente sulla barca \u2013, pellicani, pesci tropicali; pochissimi uomini. Una di queste isole, Nocra, fu trasformata dagli italiani in prigione per i patrioti eritrei. Sembra brutto tuffarsi in un luogo dove si \u00e8 sedimentata tanta sofferenza; ma sar\u00e0 l\u2019unico bagno del viaggio. Domani si sale sull\u2019altopiano, e il mare non lo rivedremo pi\u00f9.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>DOGALI<\/b> Il mattino si parte per Dogali. Si passa sul ponte costruito dalle truppe del generale Menabrea, che fece scrivere in dialetto piemontese: \u00abCa custa l\u2019on ca custa\u00bb, costi quel che costi. I primi soldati avevano il coraggio dei pionieri, e spesso facevano la stessa fine. <b>Dogali \u00e8 un\u2019altura su cui un pugno di italiani si trov\u00f2 di fronte migliaia di soldati abissini, guidati da ras Alula. I caduti furono 430, ma sono passati alla storia come i Cinquecento di Dogali. <\/b>Piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini a Roma, si chiama cos\u00ec in loro onore; anche se Gabriele D\u2019Annunzio, ne Il piacere, li definisce \u00abbruti morti brutalmente\u00bb. Quando nel 1936 le \u00abtruppe vittoriose\u00bb entrarono in Addis Abeba, presero la statua del leone di Giuda, simbolo della dinastia imperiale \u2013 poi vi dir\u00f2 perch\u00e9 \u2013, e la portarono a Roma. Mussolini volle che ornasse la stele di piazza dei Cinquecento, come a dire: alla fine abbiamo vinto noi. Un giovane eritreo, Zerai Deres, che a Roma faceva l\u2019interprete, si inginocchi\u00f2 davanti al leone. Tentarono di trascinarlo via, si difese con una scimitarra. Gli italiani lo considerarono pazzo, e lo chiusero in manicomio, dove mor\u00ec. Ora gli eritrei e gli etiopi lo considerano un patriota.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Dogali \u00e8 un luogo molto suggestivo. Alcuni caduti riposano qui, sotto il tricolore. Lo sguardo spazia sull\u2019altopiano e sulla strada che da Massaua sale ad Asmara, la capitale. Qui sono passate le truppe italiane che si spingevano nell\u2019entroterra. \u00c8 la strada dei soldati e dei coloni. Accanto alla strada c\u2019\u00e8 la ferrovia, ora in disuso. Ogni tanto si incrocia un contadino che cammina sui binari. Gli altri salgono a dorso d\u2019asino, sul cammello, o in bicicletta. A un tratto la strada \u00e8 sbarrata da un gruppo di babbuini, con i piccoli aggrappati alle mamme: rinunciamo volentieri alle banane per darle a loro, purtroppo non bastano per tutti.\u00a0<br \/>Arrivati ai 2.325 metri di Asmara, sotto di noi appare un mare di nebbia. <b>Nella stazione c\u2019\u00e8 ancora la littorina che port\u00f2 qui, il 29 novembre 1935, il comandante della guerra d\u2019Etiopia: il maresciallo Pietro Badoglio<\/b>. In un primo tempo Mussolini si era affidato a Emilio De Bono, uno dei quadrumviri della marcia su Roma, per dare un carattere fascista alla guerra. Poi, dopo i primi rovesci, si spavent\u00f2. Temette una seconda Adua. E si rivolse a un professionista: Badoglio. Farinacci e i pi\u00f9 estremisti tra i gerarchi non lo volevano: \u00abDuce, ricorda che quello nel \u201922 voleva farci sparare addosso!\u00bb. Ma un sottosegretario lo convinse con un argomentazione impeccabile: \u00abSe per fascista si intende squadrista, Badoglio non \u00e8 fascista. Ma se per fascista si intende un cittadino disposto a servirvi, Duce, allora Badoglio \u00e8 fascista\u00bb.<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la \u201cnostra\u201d Africa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a034d15279ee.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a034d15279ee.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>ASMARA<\/b> Asmara pare la Garbatella. Un quartiere della Roma razionalista. Diciamo pure fascista. <b>Il cinema Impero \u00e8 ancora l\u00ec, anche se non danno un film ma una partita del Manchester City. Ci sono il bar Crispi e il bar Gianna, che porta il nome dell\u2019antica titolare, una tipa un po\u2019 strana e irascibile<\/b>: ancora adesso una persona un po\u2019 strana e irascibile in Eritrea si chiama \u201cgianna\u201d. Tutte le parole della tecnologia vengono dall\u2019italiano: marcia indietro si dice marcia indietro; forchetta, forchetta; cucchiaio, \u201cmanca\u201d. Accadde che un giorno una padrona di casa disse \u00abmanca la forchetta\u00bb, la cameriera port\u00f2 una forchetta e un cucchiaio, che da allora si chiama appunto manca. La via principale, gi\u00e0 intitolata alla regina, poi al Duce, quindi dopo l\u2019arrivo degli inglesi a Queen Elizabeth, ora si chiama Harnet: libert\u00e0. Prima solo i bianchi vi potevano passeggiare. I neri no, tranne cuochi e camerieri. In un primo tempo, per attrarre coloni, l\u2019Italia liberale, crispina, giolittiana stampava cartoline con donne a seno nudo. Le africane erano presentate come sensuali e disponibili. Faccetta nera nasce cos\u00ec. Una canzone che oggi suona insopportabilmente paternalista: \u00abFaccetta nera, sarai romana, la tua bandiera sar\u00e0 sol quella italiana&#8230;\u00bb. Ma al Duce parve un inno all\u2019inclusione e alla mescolanza, e la proib\u00ec. Venne scritta cos\u00ec un\u2019altra versione: \u00abFaccetta nera, per carit\u00e0! Solo la bianca \u00e8 la regina di belt\u00e0&#8230;\u00bb. Nelle colonie il regime introdusse l\u2019apartheid. Severamente vietata la promiscuit\u00e0 sui mezzi di trasporto e nei locali pubblici. C\u2019erano scuole per i bianchi e scuole per i neri, che comunque non potevano andare oltre la quarta elementare: dovevano restare manodopera sottomessa a una classe dirigente bianca. Giriamo in alberghi e ristoranti rimasti identici a cent\u2019anni fa, in compagnia dell\u2019ambasciatore, Alfonso Di Riso. <b>Fino alla scorsa generazione, i bambini chiamavano i bianchi \u00abitaliani\u00bb. Ora ci chiamano \u00abchina\u00bb. <\/b>I negozi sono miniere di modernariato: Federico Chitarin, il producer della trasmissione, e Simone Passarella, il pi\u00f9 giovane tra gli autori \u2013 per me un figlio d\u2019anima, Rossana infatti ne \u00e8 un po\u2019 gelosa \u2013 fanno incetta di quaderni delle elementari degli Anni 20. Le figure sono in parte colorate, in parte no: la figlia di Federico, Ludovica, che ha quattro anni, potr\u00e0 finire il lavoro di un suo coetaneo di cent\u2019anni prima.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>CHEREN<\/b> La strada che da Asmara porta verso la frontiera etiope passa da Cheren. Oggi \u00e8 luned\u00ec, e vi si tiene il pi\u00f9 grande mercato di cammelli dell\u2019intera Africa. Qui nel 1941 gli italiani tentarono di fermare gli inglesi. Invano. Dichiarando guerra all\u2019impero britannico, <b>il Duce doveva sapere che l\u2019impero sarebbe stato indifendibile: i nemici erano a Nord, in Sudan, e a Sud, in Kenya.<\/b> Eppure i nostri soldati lo difesero, e a Cheren arrivarono vicini a fermare un\u2019armata troppo pi\u00f9 grande e pi\u00f9 forte, composta da indiani, neozelandesi, sudafricani, i soldati accorsi da mezzo mondo agli ordini di Sua Maest\u00e0. Federico D\u2019Urso, il mago dei droni \u2013 i droni sono la mia croce, ma sono la fissa del regista \u2013 ha una delle poche occasioni di volare su dirupi, gole, altipiani. <b>Simone ha trovato il diario di guerra di un soldato italiano, che racconta l\u2019ultima notte prima dell\u2019assalto nemico<\/b>: viene portato il cognac, segno che l\u2019indomani ci sar\u00e0 da combattere; gli alpini cantano le loro canzoni, i napoletani rispondono con Reginella. Gli inglesi finiranno per passare. Molti di quei soldati che cantavano in quella notte riposano oggi nel cimitero di Cheren, fiorito di bouganville.\u00a0<br \/>Al tramonto i cammellieri, rinchiusi gli animali nel recinto, si inginocchiano verso La Mecca per pregare. I monaci cristiani, le vesti bianche fino ai piedi, recitano i vespri.<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la \u201cnostra\u201d Africa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a034e8e65b69.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a034e8e65b69.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>ADUA<\/b> L\u2019Etiopia \u00e8 dall\u2019altra parte delle montagne, ma per andarci bisogna tornare ad Asmara, volare a Dubai, poi ad Addis Abeba, infine all\u2019aeroporto di Axum-Adua. Tre aerei per fare pochi chilometri. Ma la frontiera tra Eritrea ed Etiopia \u00e8 chiusa, voli diretti non ne esistono. I due Paesi non si stanno pi\u00f9 combattendo, ma non sono in pace. Si sono uniti solo contro i tigrini, che chiedono l\u2019indipendenza. Per questo il Tigr\u00e9 non \u00e8 sicuro, a volte si spara. L\u2019ambasciatore ad Addis Abeba, un caro amico, Sem Fabrizi \u2013 nome biblico: Sem, Cam e Iafet, i figli di No\u00e8 \u2013, \u00e8 molto preoccupato per noi. Ma non ci accadr\u00e0 nulla. Anzi, in tre settimane di Africa, tra cui due settimane di Etiopia, non incontreremo un solo sguardo ostile, un solo gesto sgarbato. Non esiste un sentimento anti-italiano. Nonostante quello che abbiamo fatto agli etiopi. Le montagne di Adua hanno un profilo particolarmente sinistro. Mi chiedo come debbano essere apparse agli uomini del generale Oreste Baratieri, che all\u2019alba del primo marzo 1896 si trovarono circondati dalle truppe dell\u2019imperatore Menelik II, che assisteva alla battaglia dall\u2019alto di una di queste cime. <b>Baratieri stava per essere sostituito; volle dare battaglia in cerca di un riscatto. Trov\u00f2 un disastro. A un tratto perse gli occhiali in un cespuglio, e si dovette aggrappare al braccio del suo attendente<\/b>. Gli italiani si batterono bene, e stavano per uscire dalla morsa quando l\u2019imperatrice Tait\u00f9 spron\u00f2 il marito a contrattaccare. Per questo l\u2019Etiopia \u00e8 piena di statue della sovrana: particolarmente imperiosa, a braccio teso, quella all\u2019ingresso dell\u2019Adua Memorial di Addis Abeba, monumento all\u2019orgoglio panafricano costruito dai cinesi. Adua \u00e8 una tappa fondativa dell\u2019identit\u00e0 dell\u2019intero continente: molte bandiere africane hanno i colori e la stella della bandiera etiope, e Addis Abeba \u00e8 la sede dell\u2019Unione africana. Il disastro per l\u2019Italia fu totale. Tra 4 e 7 mila morti. Tremila prigionieri. Gli abissini \u2013 li chiamavamo cos\u00ec \u2013 mutilarono della mano destra e del piede sinistro 800 ascari eritrei, considerati traditori. Nel centro del paese di Adua, seminascosta nel traffico, una grande croce indica la fossa comune degli italiani. La scritta dice: \u201cNon dobbiamo dimenticare\u201d.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>AXUM\u00a0<\/b>Per secoli, i missionari sono arrivati qui a evangelizzare gli etiopi, per poi scoprire che erano gi\u00e0 cristiani. Fin dal quarto secolo. <b>L\u2019Etiopia ha tremila anni di storia, e non \u00e8 mai stata colonizzata: quella italiana \u00e8 considerata un\u2019occupazione, per giunta provvisoria.<\/b><br \/>Il cuore della civilt\u00e0 etiope \u00e8 ad Axum. L\u2019obelisco che nel 1937 Mussolini in segno di vittoria fece prelevare ed erigere a Roma davanti al ministero delle Colonie, oggi sede della Fao, \u00e8 stato riportato a casa, in segno di riconciliazione. Visto qui, al suo posto, fa tutto un altro effetto: un raggio di sole pietrificato sullo sfondo di un cielo blu cobalto. \u00c8 ad Axum anche la piccola chiesa che, secondo la tradizione, custodisce l\u2019Arca dell\u2019Alleanza. Quella del film di Spielberg. L\u2019avrebbe rubata Menelik I, il figlio dell\u2019amore tra Salomone e la regina di Saba. Nessuno pu\u00f2 entrare, tranne il custode. Soltanto due viaggiatori occidentali affermano di averla vista, uno nel \u2019700, l\u2019altro nell\u2019800: ma ne danno descrizioni molto diverse. Forse hanno visto solo una copia dell\u2019Arca; proprio come nel film di Spielberg, in cui la vera Arca giace nascosta in un magazzino di casse tutte uguali.<br \/>Da Axum la strada risale verso le montagne del Tigr\u00e9, dove si combatterono le battaglie decisive della guerra del 1936. L\u2019imperatore Hail\u00e9 Selassi\u00e9, il Negus, avrebbe avuto interesse a evitare lo scontro frontale, a logorare gli italiani con la guerriglia; ma il codice d\u2019onore gli imponeva di schierare l\u2019esercito. <b>Badoglio accett\u00f2 battaglia sull\u2019Amba Aradam, attese l\u2019urto etiope, lo ferm\u00f2, e poi fece inseguire i fuggiaschi dall\u2019aviazione, per sterminarli. <\/b>Molti clan cambiarono fronte, a volte corrotti dal denaro degli italiani, a volte per accorrere in soccorso del vincitore. La confusione, aggravata dalla nebbia, fu tale che ancora oggi si dice \u201cun ambaradam\u201d per indicare il caos.<br \/>Da Axum la strada risale verso le montagne del Tigr\u00e9, dove si combatterono le battaglie decisive della guerra del 1936. L\u2019imperatore Hail\u00e9 Selassi\u00e9, il Negus, avrebbe avuto interesse a evitare lo scontro frontale, a logorare gli italiani con la guerriglia; ma il codice d\u2019onore gli imponeva di schierare l\u2019esercito. <b>Badoglio accett\u00f2 battaglia sull\u2019Amba Aradam, attese l\u2019urto etiope, lo ferm\u00f2, e poi fece inseguire i fuggiaschi dall\u2019aviazione, per sterminarli. <\/b>Molti clan cambiarono fronte, a volte corrotti dal denaro degli italiani, a volte per accorrere in soccorso del vincitore. La confusione, aggravata dalla nebbia, fu tale che ancora oggi si dice \u201cun ambaradam\u201d per indicare il caos.\u00a0Il Negus tent\u00f2 un\u2019ultima disperata resistenza sulle rive del lago Ascianghi, ma Badoglio us\u00f2 i gas. Iprite, vietata dalle convenzioni internazionali. Scrive Hail\u00e9 Selassi\u00e9: \u00abOgni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l\u2019acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi. C\u2019erano cadaveri dappertutto\u00bb. Purtroppo le immagini dell\u2019Istituto Luce confermano questa testimonianza.<br \/><b>A lungo, Indro Montanelli neg\u00f2 che l\u2019Italia avesse usato i gas in Etiopia. Lui in effetti non li aveva visti: era tornato ad Asmara per curare una piaga tropicale.<\/b> Ma quando Angelo Del Boca riusc\u00ec a fare aprire gli archivi militari, Montanelli riconobbe di essersi sbagliato. Non fece mai autocritica invece su un episodio che gli venne rimproverato anche in vita: il madamato, il matrimonio temporaneo con una dodicenne, Dest\u00e0, che avrebbe poi sposato il suo sciumbasci, l\u2019attendente eritreo di Montanelli. Un\u2019usanza diffusa, ma che ai nostri occhi appare oggi inaccettabile. Nella nostra trasmissione discuteremo anche di questo, mettendo visioni diverse a confronto.<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la \u201cnostra\u201d Africa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a04986899e06.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a04986899e06.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>GONDAR<\/b> L\u2019Etiopia \u00e8 un Paese stupendo. Nel Tigr\u00e9 mi arrampico a piedi nudi, sfidando le vertigini, per vedere una chiesa rupestre con affreschi antichissimi. Ma il capolavoro \u00e8 Lalibela, nell\u2019Amhara. Quando il Saladino riconquist\u00f2 Gerusalemme all\u2019Islam, l\u2019imperatore etiope Lalibela \u2013 la citt\u00e0 prende il nome da lui \u2013 pens\u00f2 di costruire una Gerusalemme africana, e fece scavare nella roccia undici chiese. Una evoca l\u2019arca di No\u00e9, un\u2019altra la basilica della nativit\u00e0 di Betlemme, un\u2019altra ancora il Santo Sepolcro. Passiamo sul lago Tana, che ispir\u00f2 una canzone divenuta una hit al tempo del Duce: \u00abSul lago Tana, si fa il saluto alla romana&#8230;\u00bb. Arriviamo a Gondar, l\u2019antica capitale, dove ogni imperatore ha fatto costruire il suo castello. I castelli di Gondar furono l\u2019ultimo presidio su cui sventol\u00f2 il tricolore, nel novembre del 1941, quando i nostri reparti si arresero agli inglesi. Il duca d\u2019Aosta aveva tentato un\u2019estrema difesa sull\u2019Amba Alagi, la montagna simbolo del colonialismo italiano, che mezzo secolo prima aveva visto il sacrificio del maggiore Toselli. Storie di resistenze eroiche e vane.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>ADDIS ABEBA<\/b> La marcia su Addis Abeba, ai primi di maggio del 1936, fu una lunga carovana di auto, camion, cavalli, cammelli. L\u2019esercito del Negus era a pezzi, ma l\u2019Etiopia non era conquistata. Cominciava la resistenza. Il primo convoglio italiano diretto ad Addis Abeba fu distrutto. Badoglio torna in patria rapidamente, a godersi gli onori. Vicer\u00e9 diventa il generale Rodolfo Graziani. Due eritrei tentano di ucciderlo, lo feriscono. La reazione \u00e8 brutale. I soldati sparano sulla folla. Si scatena la caccia all\u2019abissino.\u00a0<br \/><b>La citt\u00e0 \u00e8 piena di indovini e cantastorie: Graziani li considera complici degli attentatori, e incoraggiato dal Duce li fa massacrare<\/b>. <b>Poi manda il generale Pietro Maletti a fare strage dei monaci di Debra Lib\u00e0nos<\/b>: i morti sono almeno 449, ma secondo le ricerche pi\u00f9 recenti potrebbero essere migliaia.<br \/>Addis Abeba oggi \u00e8 una citt\u00e0 all\u2019apparenza occidentale, con i grattacieli, dove ogni tanto spunta un avvoltoio o una iena. Andiamo a girare la trasmissione nel palazzo del presidente, che viene a salutarci, amabile, e poi sul luogo dell\u2019attentato a Graziani. Vediamo la statua del leone di Giuda, quella che il Duce aveva fatto portare davanti alla stazione Termini e ora si innalza di fronte alla stazione di Addis Abeba, e raccontiamo perch\u00e9 \u00e8 il simbolo della dinastia etiope: nella Genesi, prima di morire Giacobbe benedice i suoi dodici figli, e paragona ognuno a un animale; Giuda \u00e8 accostato a un leone, che in Africa da sempre \u00e8 il simbolo della forza e del potere. Davide e Salomone discendono da Giuda. Anche la stella di Davide \u00e8 un simbolo dell\u2019impero etiope.\u00a0<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"is_full_image\" loading=\"lazy\" alt=\"Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la \u201cnostra\u201d Africa\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a049a2331760.jpeg\" data-full-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/6a049a2331760.jpeg\"\/><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">All\u2019alba ci uniamo ai monaci che pregano sulla tomba di Hail\u00e9 Selassi\u00e9, nella cattedrale della Santissima Trinit\u00e0. Gli inglesi l\u2019avevano rimesso sul trono; il colonnello Menghistu lo spodest\u00f2, lo uccise e lo seppell\u00ec sotto il suo ufficio, per poter calpestare ogni giorno i resti del nemico. Ora finalmente riposa in pace, accanto all\u2019imperatrice. Nell\u2019ultima cena di gruppo, discutiamo tutti insieme quale titolo dare alle due puntate speciali di Una giornata particolare in cui \u2013 mercoled\u00ec 27 maggio e mercoled\u00ec 3 giugno, su La7 \u2013 mostreremo tutte le immagini che abbiamo girato e racconteremo questa storia. Il fulcro \u00e8 la guerra d\u2019Etiopia, di cui ricorrono i novant\u2019anni. Ma lo spettro \u00e8 molto pi\u00f9 ampio, comprende altre due guerre, affronta l\u2019intera avventura del colonialismo italiano.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il capo della produzione, Fabrizio Forner, che con me \u00e8 l\u2019anziano del gruppo, propone sorridendo: Faccetta nera. Sta scherzando; ma mi pare un\u2019ottima idea. Un titolo critico, ovviamente: Faccetta nera. Gli italiani in Africa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Racconteremo pagine oscure. Veri e propri crimini. <b>Ma nello stesso tempo cercheremo di restituire anche lo slancio di tanti italiani che in Africa andarono in buona fede, per costruire un futuro migliore<\/b>. Erano stati ingannati; ma accanto a coloro che si macchiarono di stragi e delitti, ci furono tanti italiani \u2013 sacerdoti e medici, imprenditori e operai \u2013 che hanno rispettato gli africani, e a volte africani sono diventati. Luci e ombre: la storia \u00e8 fatta cos\u00ec. Anche se in questa storia le ombre prevalgono. Noi non arretreremo di fronte a nulla. E racconteremo tutto. Consapevoli che anche la guerra d\u2019Africa conferma che la vocazione di noi italiani \u00e8 la pace.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-05-13T18:24:03+02:00\">15 maggio 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Aldo Cazzullo Dalla bruciante sconfitta di Adua, alla \u00abvendetta\u00bb di Mussolini, fino alla caduta dell\u2019Impero: un 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