{"id":50777,"date":"2025-08-16T11:37:11","date_gmt":"2025-08-16T11:37:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/50777\/"},"modified":"2025-08-16T11:37:11","modified_gmt":"2025-08-16T11:37:11","slug":"partorirai-con-umiliazione-i-numeri-che-definiscono-la-violenza-ostetrica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/50777\/","title":{"rendered":"Partorirai con umiliazione: i numeri che definiscono la violenza ostetrica"},"content":{"rendered":"<p>Non sei capace nemmeno di spingere. Che sar\u00e0 mai, si partorisce da centinaia di anni. Non sei mica la sola.\u00a0<\/p>\n<p>In Italia, troppe donne vivono il parto come un momento di violenza, non di accoglienza. Secondo <a href=\"https:\/\/www.stat.unipd.it\/forties\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">i dati del progetto Forties dell\u2019Universit\u00e0 di Padova<\/a> (2025), quattro donne su dieci subiscono maltrattamenti fisici o psicologici nel periodo del parto: si va dalle offese verbali a interventi medici invasivi senza consenso o anestesia.<\/p>\n<p>\u201cPartorirai con dolore\u201d, sono le parole che Dio disse ad Eva nella Genesi. Dolore s\u00ec. Umiliazione, anche.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p>I numeri in Italia<\/p>\n<p>Non ci si deve stupire se oggi molte donne scelgono di non fare il secondo figlio per paura di \u00abripassarci\u00bb. Un\u2019esperienza che dovrebbe essere rispettosa <strong>diventa spesso fonte di dolore e umiliazione. <\/strong>Il 43% delle donne definisce il parto traumatico; il 33% ha subito un\u2019episiotomia senza anestesia, il 32% manovre mediche non sempre necessarie e il 15% nessuna analgesia. Pi\u00f9 della met\u00e0 di chi partorisce con cesareo non ha una persona accanto, e quasi una su tre si \u00e8 sentita giudicata per non aver iniziato subito ad allattare.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda il post partum, in particolare l\u2019allattamento, un terzo delle donne non ha ricevuto istruzioni, <strong>mentre il 28% ha sperimentato disagio per il ritardo nell\u2019allattamento. <\/strong>Addirittura un terzo delle madri non ha ricevuto spiegazione su come attaccare il bambino al seno. Un quarto delle madri ha dichiarato che il proprio dolore \u00e8 stato sminuito: \u201cCapita a tutte, non sei la prima n\u00e8 l\u2019ultima\u201d.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Tutto questo \u00e8 violenza ostetrica <\/strong>e per fare <strong>un cambio di passo in questa cultura <\/strong>che vede il parto come un atto sanitario, da fare velocemente e senza complicazioni, senza sentimenti, bisogna prima capire come nasce il fenomeno e dove affonda le radici, con dati e testimonianze.\u00a0<\/p>\n<p>Perch\u00e9 si chiama violenza ostetrica<\/p>\n<p>La <strong>violenza ostetrica<\/strong>, secondo lo studio dell<a href=\"https:\/\/qui.uniud.it\/ricerca-e-innovazione\/violenza-ostetrica-il-primo-rapporto-dellue-e-coordinato-da-patrizia-quattrocchi-dellateneo-friulano\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">\u2019Universit\u00e0 di Udine \u201cObstetric violence in the European Union: Situational analysis and policy recommendations\u201d,<\/a> \u00e8 una violazione dei diritti umani e una forma di violenza istituzionale di genere, derivante dalla pratica di azioni inappropriate, dolorose, o non consensuali, e di comportamenti sessisti durante l\u2019assistenza al parto. Non \u00e8 una violenza di tipo individuale, ma strutturale e di sistema.<\/p>\n<p>Questo percorso che, soprattutto in Italia, <strong>viene svolto prevalentemente in un habitat sanitario<\/strong>, \u00e8 spesso gestito secondo un approccio seriale dell\u2019assistenza, tutto orientato a salvaguardare le procedure di sistema, anche a scapito del benessere delle persone.<\/p>\n<p>In questo senso, la violenza ostetrica si potrebbe configurare come una forma specifica, particolarmente discriminante, perch\u00e9 aggravata da un esito sessista, del pi\u00f9 generale deficit di umanizzazione dell\u2019assistenza sanitaria.<\/p>\n<p>La dichiarazione dell\u2019Oms<\/p>\n<p>Ne parla anche l\u2019Oms. La letteratura internazionale, infatti, discute\u00a0di disrespect and abuse in childbirth e di \u201cassistenza materna rispettosa\u201d come standard di diritto alla salute: la <strong>dichiarazione OMS<\/strong> del 2014 chiede agli Stati di prevenire ed eliminare tali pratiche e di garantire cure dignitose e informate. <a href=\"https:\/\/www.who.int\/publications\/i\/item\/WHO-RHR-14.23?utm_source=chatgpt.com\" rel=\"noopener nofollow\" target=\"_blank\">Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0<\/a><a href=\"https:\/\/apps.who.int\/iris\/bitstream\/handle\/10665\/134588\/WHO_RHR_14.23_eng.pdf?utm_source=chatgpt.com\" rel=\"noopener nofollow\" target=\"_blank\">WHO Apps<\/a><\/p>\n<p>Sul piano professionale, in Italia una parte del mondo clinico contesta il termine ritenendolo \u201cimproprio\u201d, pur riconoscendo l\u2019esistenza di comportamenti e organizzazioni che possono ledere diritti e benessere delle donne. La disputa semantica, per\u00f2, non elimina il tema sostanziale: come rendere <strong>misurabile<\/strong> e <strong>responsabile<\/strong> la qualit\u00e0 relazionale e clinica dell\u2019assistenza alla nascita.<\/p>\n<p>I numeri che abbiamo: il CeDAP 2023 e la medicalizzazione dell\u2019assistenza<\/p>\n<p>Il Rapporto nazionale <strong>CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto),<\/strong> pubblicato dal Ministero della Salute e sintetizzato dall\u2019Istituto Superiore di Sanit\u00e0, resta la bussola pi\u00f9 affidabile per comprendere come si partorisce oggi in Italia. L\u2019ultima edizione, relativa al 2023 e diffusa nel 2025, mette in luce tre aspetti critici: la percentuale ancora molto alta e disomogenea di tagli cesarei, l\u2019eccesso di esami durante la gravidanza e una trasparenza dei dati che resta parziale.<\/p>\n<p><img alt=\"\" loading=\"lazy\" width=\"1472\" height=\"832\" decoding=\"async\" data-nimg=\"1\" style=\"color:transparent\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/32-png.webp.webp\"\/><\/p>\n<p>Sul fronte dei cesarei, i numeri parlano chiaro:<strong> il 30,3% dei parti avviene con questa modalit\u00e0, ma con differenze enormi tra le regioni,<\/strong> che oscillano dal 17% della Toscana fino al 42,7% della Campania. <strong>Ancora pi\u00f9 marcato il divario tra strutture pubbliche e private:<\/strong> negli ospedali pubblici i cesarei si attestano al 28,7%, mentre nelle case di cura accreditate la percentuale balza al 45%. La classificazione di Robson, raccomandata dall\u2019Oms, mostra come il ricorso al cesareo sia particolarmente frequente tra le primipare a termine e, soprattutto, tra le donne gi\u00e0 sottoposte in passato a questo tipo di intervento.<\/p>\n<p><strong>Altro dato che colpisce riguarda gli esami in gravidanza.<\/strong> Il 76,7% delle gestazioni supera le tre ecografie, a fronte delle due indicate dalle linee guida nazionali nei casi fisiologici. Un segnale evidente di inappropriatezza prescrittiva e di una medicalizzazione che, non sempre, si traduce in un reale valore aggiunto per la madre e il nascituro.<\/p>\n<p>Il quadro delineato dal CeDAP solleva quindi una domanda di fondo: <strong>come coniugare sicurezza e appropriatezza clinica con una reale umanizzazione del percorso nascita?<\/strong><\/p>\n<p>La ricerca\u00a0<\/p>\n<p>A incidere \u00e8 innanzitutto <strong>una generale carenza di attenzione alla componente \u201cumana\u201d del rapporto tra operatori sanitari e pazienti.<\/strong> Un vuoto che deriva da un modello organizzativo pensato per l\u2019efficienza del sistema pi\u00f9 che per la centralit\u00e0 della persona. Nel caso del percorso nascita, per\u00f2, questo deficit si intreccia con una componente di sessismo strutturale: a essere coinvolte non sono pazienti malate, ma donne sane, spesso non disposte ad assumere un atteggiamento passivo, capaci di esprimere dolore, disagio, domande insistenti e bisogni di comprensione e di scelta rispetto al proprio corpo.<\/p>\n<p>La ricerca, tuttora in corso in Italia, coordinata dalla <strong>professoressa Lucia Ponti, psicologa e psicoterapeuta dell\u2019Universit\u00e0 di Urbino<\/strong>, prova a dare una risposta a questi interrogativi. L\u2019indagine\u00a0\u00a0ha coinvolto finora un campione di oltre 1300 donne, risulta che oltre il 76% di esse \u00e8 stato vittima di una qualche forma di violenza ostetrica.<\/p>\n<p>Va chiarito che non si tratta della responsabilit\u00e0 di singoli professionisti, <strong>ma di una fenomenologia di sistema. <\/strong>Una dinamica che nasce dall\u2019egemonia del paradigma bio-medico applicato al parto (che come torner\u00e0 spesso viene visto come centrato quasi esclusivamente sugli aspetti clinici)\u00a0e da una cultura sanitaria ancora poco alfabetizzata a un rapporto rispettoso con il corpo delle persone, in particolare con quello femminile.<\/p>\n<p><strong>Il risultato \u00e8 un modello assistenziale che tende a ridurre la relazione a un atto di \u201cguarigione\u201d o di \u201ccontrollo\u201d, <\/strong>trascurando il valore della cura, del consenso informato, della non discriminazione.<\/p>\n<p>In questo senso, ripartire dal corpo delle donne e dalla loro esperienza soggettiva potrebbe essere la chiave per una riforma culturale profonda del sistema sanitario: un modo per non sacrificare la sicurezza clinica, che resta un\u2019eccellenza italiana, ma arricchirla di umanit\u00e0, ascolto e rispetto.<\/p>\n<p>I risultati dello studio coordinato da Uniud<\/p>\n<p>Uno dei capisaldi della ricerca \u00e8 lo studio\u00a0dell\u2019Unione europea sul problema della violenza ostetrica negli Stati membri, e le possibili risposte, coordinato da Patrizia Quattrocchi dell\u2019Universit\u00e0 di Udine. L\u2019indagine<strong>\u00a0\u00e8 frutto di una raccolta dati effettuata tra il 2022 e il 2023 nei 27 Paesi membri.<\/strong> Per la prima volta presenta una panoramica delle principali forme di violenza ostetrica subite dalle donne nei servizi di assistenza al parto e alla nascita in Europa.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Non \u00e8 pi\u00f9 possibile dire che la violenza ostetrica sia un fenomeno marginale o poco documentato.<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Le percentuali parlano da sole: <strong>si va dal 21% dell\u2019Italia <\/strong>\u2013 dato comunque rilevante, che indica una donna su cinque \u2013 <strong>fino all\u201981% della Polonia<\/strong>. A essere pi\u00f9 colpite non sono solo le donne fragili o appartenenti a minoranze, ma tutte, indipendentemente da reddito, livello di istruzione o status sociale. Alcune categorie, per\u00f2, risultano particolarmente vulnerabili: migranti, donne disabili, appartenenti a minoranze etniche o in condizioni di indigenza.<\/p>\n<p>Le forme pi\u00f9 comuni di violenza ostetrica registrate nei vari Paesi sono:<\/p>\n<ul>\n<li>la <strong>mancanza di consenso<\/strong> su procedure e trattamenti;<\/li>\n<li>\n<p>gli <strong>abusi verbali<\/strong>, come infantilizzazioni e discriminazioni;<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>gli <strong>abusi fisici<\/strong>, con episiotomie e manovre non necessarie o esplorazioni vaginali eccessive e non autorizzate;<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>la <strong>mancanza di comunicazione e supporto<\/strong>, con informazioni insufficienti e scarsa assistenza emotiva.<\/p>\n<\/li>\n<\/ul>\n<p>A queste si aggiunge un quadro di <strong>eccessiva medicalizzazione<\/strong>, con pratiche non sempre fondate sulla medicina basata sull\u2019evidenza: uso sproporzionato del taglio cesareo, induzioni non motivate, episiotomie di routine.<\/p>\n<p>\u00abAbbiamo finalmente una panoramica europea che ci dice chiaramente quali sono le mancanze\u00bb, ha<a href=\"https:\/\/qui.uniud.it\/ricerca-e-innovazione\/violenza-ostetrica-il-primo-rapporto-dellue-e-coordinato-da-patrizia-quattrocchi-dellateneo-friulano\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">\u00a0commentato durante la presentazione del report\u00a0la professoressa Quattrocchi,<\/a> tra le autrici dell\u2019indagine. \u00abLa priorit\u00e0 \u00e8 definire strumenti standardizzati che permettano di comparare i dati e adottare politiche mirate. Questo documento deve arrivare ai governi, alle istituzioni sanitarie e agli ordini professionali. Non si pu\u00f2 pi\u00f9 sostenere che la violenza ostetrica non esista in Europa: il fenomeno va riconosciuto e affrontato con dispositivi legislativi e percorsi formativi\u00bb.<\/p>\n<p>\u201cViolenza ostetrica\u201d e quadro normativo: tra proposte e prassi<\/p>\n<p>Sul piano legislativo, l\u2019Italia ha conosciuto iniziative per <strong>tutelare i diritti della partoriente<\/strong> e promuovere il <strong>parto fisiologico<\/strong> (ad es. la proposta di legge Zaccagnini). Non ha per\u00f2 codificato il reato o una fattispecie ad hoc di \u201cviolenza ostetrica\u201d. Il dibattito continua sull\u2019opportunit\u00e0 di tipizzare condotte lesive entro cornici gi\u00e0 esistenti (lesioni, violenza privata, ecc.) o di introdurre nuove fattispecie.<\/p>\n<p>Nel 2010 la Conferenza Stato-Regioni, con l\u2019approvazione delle Linee guida sull\u2019appropriatezza degli interventi assistenziali durante gravidanza e parto, aveva acceso una luce di speranza sul percorso nascita. L\u2019obiettivo dichiarato era chiaro e condivisibile:<\/p>\n<blockquote>\n<p>garantire un\u2019assistenza che sapesse unire due dimensioni fondamentali:\u00a0la sicurezza clinica e l\u2019umanizzazione del parto.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>A quattordici anni di distanza, il bilancio appare in chiaroscuro. Da un lato, l\u2019Italia pu\u00f2 vantare livelli di sicurezza elevatissimi: i dati sulla mortalit\u00e0 materna e neonatale sono tra i migliori al mondo e rappresentano un motivo di orgoglio per il nostro sistema sanitario. Dall\u2019altro, la promessa di un approccio realmente umano, attento non solo al benessere clinico ma anche alla relazione, all\u2019ascolto e al rispetto dei tempi e dei bisogni delle donne e delle coppie, sembra essere rimasta in gran parte disattesa.<\/p>\n<p>Nelle sale parto, l\u2019attenzione \u00e8 spesso concentrata esclusivamente sull\u2019esito immediato del processo:<strong> il bambino deve nascere vivo e la madre deve stare bene.<\/strong> Ma spesso, come riportano le mamme intervistate, tutto si riduce\u00a0a un evento da gestire con la massima efficienza, nel minor tempo possibile e con il minor numero di complicazioni. Un approccio che garantisce risultati eccellenti sul piano della sicurezza ma che trascura la dimensione pi\u00f9 intima e personale della nascita: il modo in cui la donna vive quell\u2019esperienza, l\u2019accoglienza che riceve, la possibilit\u00e0 di sentirsi protagonista e non mera \u201cpaziente\u201d.<\/p>\n<p>In altre parole, se la medicina italiana ha fatto enormi passi avanti nella protezione della vita, rimane ancora molto da fare per proteggere anche la qualit\u00e0 dell\u2019esperienza.<\/p>\n<p>Le conseguenze<\/p>\n<p>Insomma, nessuno nasce mamma, per parafrasare un modo di dire: \u00e8 un percorso lungo fatto di ostacoli e con un gran bel bagaglio di cose da imparare. Su questo non c\u2019\u00e8 dubbio. Ma quanto \u00e8 difficile farlo in un ambiente ostile? Anche qui, <strong>gli effetti della violenza ostetrica non si limitano al momento del parto.<\/strong> Le conseguenze si riflettono a lungo termine sulla salute mentale delle donne, sulla qualit\u00e0 del legame che si crea con il neonato e persino sulla capacit\u00e0 di prendersene cura nei primi mesi di vita.<\/p>\n<p>Le esperienze negative in sala parto o nel periodo perinatale possono alimentare un profondo senso di sfiducia verso le strutture sanitarie, ridurre la propensione delle madri a cercare cure mediche per s\u00e9 e per i propri figli, fino a condizionare la scelta di intraprendere una nuova maternit\u00e0.<\/p>\n<p>Per questo motivo, parlare di sicurezza clinica non basta. Accanto alla garanzia di standard elevati dal punto di vista medico<strong>, \u00e8 indispensabile un\u2019integrazione con pratiche quotidiane e professionali di umanizzazione:<\/strong> ascolto, informazione chiara, rispetto dei tempi e del consenso, assenza di discriminazioni. Non si tratta di attenzioni accessorie, ma di elementi essenziali per un\u2019assistenza che non si limiti a \u201cfar nascere\u201d un bambino, ma accompagni la donna in un momento cruciale della sua vita.<\/p>\n<p>Forse, ancora una volta, ripartire proprio dal corpo delle donne pu\u00f2 diventare la chiave per un cambiamento pi\u00f9 ampio: una riforma culturale profonda che trasformi l\u2019assistenza sanitaria italiana in un\u2019esperienza non solo sicura, ma anche rispettosa e realmente umana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Non sei capace nemmeno di spingere. Che sar\u00e0 mai, si partorisce da centinaia di anni. 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