{"id":528960,"date":"2026-06-08T07:19:19","date_gmt":"2026-06-08T07:19:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/528960\/"},"modified":"2026-06-08T07:19:19","modified_gmt":"2026-06-08T07:19:19","slug":"backrooms-recensione-il-film-a24-di-kane-parsons","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/528960\/","title":{"rendered":"Backrooms recensione: il film A24 di Kane Parsons"},"content":{"rendered":"<p>\nRecensione FilmBackrooms<br \/>\nBackrooms<br \/>\nCinema<\/p>\n<p class=\"rs-review-hero__dek\">Kane Parsons porta al cinema il fenomeno delle Backrooms e firma un horror psicologico pi\u00f9 interessato alla mente che al semplice spavento.<\/p>\n<p style=\"margin: 0 0 8px; text-transform: uppercase; letter-spacing: 1px; font-size: 12px; font-weight: bold; color: #d4af37;\">Sinossi<\/p>\n<p style=\"margin: 0; color: #f3f3f3; text-align: justify;\">Nel 1990, Clark, proprietario di un negozio di mobili e uomo gi\u00e0 segnato da una vita in frantumi, attraversa accidentalmente una soglia impossibile nel seminterrato del suo showroom. Intrappolato in un labirinto infinito di stanze vuote e corridoi fluorescenti, costringe la sua terapeuta Mary Kline ad avventurarsi in un luogo dove la realt\u00e0 sembra essersi rotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per chiunque abbia frequentato abbastanza a lungo l\u2019infinito sottobosco di Internet, Backrooms non \u00e8 soltanto il titolo di un film. \u00c8 una parola chiave, un\u2019immagine mentale, un cortocircuito visivo fatto di pareti giallastre, moquette umida, luci al neon e corridoi troppo vuoti per risultare davvero innocui. Prima ancora di diventare cinema, <strong>Backrooms \u00e8 stata una creepypasta, un meme, un\u2019estetica, un pezzo di folklore digitale<\/strong>. Uno di quei fenomeni nati senza un vero proprietario e cresciuti proprio grazie alla loro natura collettiva.<br \/>Tutto parte, come spesso accade con le leggende moderne della rete, da un\u2019immagine apparentemente banale. Una stanza vuota, un ambiente da ufficio abbandonato, nessuna finestra, nessuna presenza umana. Qualcosa di ordinario e, proprio per questo, profondamente sbagliato. Da l\u00ec nasce l\u2019idea del \u201c<strong>noclip<\/strong>\u201d, il concetto preso in prestito dal <strong>linguaggio videoludico<\/strong> secondo cui una persona pu\u00f2 scivolare fuori dalla realt\u00e0 attraversando per errore una parete, finendo in uno spazio che non avrebbe dovuto esistere.<br \/><strong>Kane Parsons<\/strong> parte esattamente da qui. Dopo aver trasformato il fenomeno in una webserie virale su <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/@kanepixels\/videos\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">YouTube<\/a>, il giovane filmmaker compie il salto al <strong>lungometraggio<\/strong> con il sostegno di <strong>A24<\/strong>, portando sul grande schermo un materiale che, sulla carta, avrebbe potuto facilmente diventare l\u2019ennesimo adattamento svuotato di un fenomeno internet. Il risultato, invece, \u00e8 sorprendentemente pi\u00f9 ambizioso: <strong>un horror psicologico che usa il terrore come ingresso, non come destinazione finale<\/strong>.<\/p>\n<p>\ufeffDAL FENOMENO DI INTERNET ALLA MITOLOGIA CINEMATOGRAFICA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il film si apre mostrando alcuni filmati d\u2019epoca, apparentemente recuperati da <strong>vecchie VHS<\/strong> legate a spedizioni avvenute dentro le Backrooms. Si tratta di una scelta corretta, almeno nelle intenzioni, perch\u00e9 tenta subito di dare <strong>profondit\u00e0<\/strong> al fenomeno, trasformando il terrore in oggetto di studio e non in semplice pretesto per una <strong>sequenza di spaventi<\/strong>. Le Backrooms, in questa versione, non sono solo un posto in cui accadono cose inquietanti: sono un\u2019<strong>anomalia<\/strong>, una frattura, un luogo che sembra richiedere osservazione, catalogazione, quasi <strong>metodo scientifico<\/strong>.<br \/>Eppure proprio questa parte iniziale \u00e8 anche quella meno solida. I filmati POV e le prime sequenze risultano a tratti eccessivamente costruiti, quasi posticci, soprattutto se confrontati con ci\u00f2 che arriver\u00e0 dopo. L\u2019horror sembra inizialmente voler rassicurare lo spettatore attraverso i <strong>clich\u00e9 del genere<\/strong>: rumori improvvisi, ombre, jumpscare, tensione calibrata in modo piuttosto riconoscibile. \u00c8 un avvio un po\u2019 titubante, perch\u00e9 lascia intravedere il rischio di una versione pi\u00f9 convenzionale e meno interessante di un\u2019idea potentissima.<br \/>Fortunatamente, Backrooms si rialza presto. Parsons comprende che il vero potenziale del materiale non sta nel mostro dietro l\u2019angolo, ma <strong>nell\u2019angolo stesso<\/strong>. Nel <strong>corridoio<\/strong> che continua. Nella <strong>porta<\/strong> che non porta da nessuna parte. Nella stanza identica alla precedente, ma solo abbastanza diversa da far dubitare della propria <strong>memoria<\/strong>. Da questo momento in avanti, il film smette progressivamente di comportarsi come un <strong>horror canonico<\/strong> e diventa qualcosa di pi\u00f9 inquietante: <strong>un\u2019esperienza di disorientamento fisico e mentale<\/strong>.<br \/>La trama segue Clark, interpretato da <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Chiwetel_Ejiofor\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\"><strong>Chiwetel Ejiofor<\/strong><\/a> (12 Anni Schiavo), un architetto mancato che gestisce un negozio di mobili in periferia, reduce da una separazione e da un rapporto sempre pi\u00f9 problematico con l\u2019alcol. Quando \u201cscivola\u201d fuori dalla realt\u00e0 nel <strong>seminterrato<\/strong> del negozio, trascina con s\u00e9 anche Kat e Bobby, due figure che per\u00f2 il film utilizza in modo meno convincente. Sono personaggi funzionali, utili soprattutto a innescare dinamiche e tensioni, ma non davvero sviluppati con la stessa cura riservata ai due protagonisti principali.<\/p>\n<p>RENATE REINSVE E CHIWETEL EJIOFOR REGGONO IL LABIRINTO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cuore narrativo del film si sposta infatti su Mary Kline, la terapeuta interpretata da <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Renate_Reinsve\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\"><strong>Renate Reinsve<\/strong><\/a> (<a href=\"https:\/\/recenserie.com\/recensione-film-sentimental-value-candidato-oscar-stellan-skarsgaard-renate-reinsve-nomination.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Sentimental Value<\/a>, <a href=\"https:\/\/recenserie.com\/recensione-film-la-persona-peggiore-del-mondo-the-worst-person-in-the-world-norvegia-oscar.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">La Persona Peggiore Del Mondo<\/a>). \u00c8 lei a diventare il vero centro emotivo di Backrooms, la figura attraverso cui l\u2019esplorazione dello spazio assume un peso <strong>psicologico<\/strong> pi\u00f9 profondo. Mary non entra nelle Backrooms soltanto per salvare un paziente: entra in un luogo che sembra riflettere, distorcere e amplificare il rapporto tra cura, fallimento e fragilit\u00e0 umana.<br \/>Reinsve porta nel film una <strong>presenza magnetica<\/strong>, trattenuta, mai sopra le righe. Il suo personaggio si muove dentro l\u2019ignoto con una lucidit\u00e0 progressivamente compromessa, mentre il confine tra chi cura e chi ha bisogno di essere curato inizia a sfumare. Accanto a lei, Ejiofor costruisce un Clark sempre pi\u00f9 <strong>spezzato<\/strong>, capace di mostrare con efficacia il momento in cui la <strong>ragione scivola via<\/strong> e lascia spazio a paura, incoscienza e decadimento umano.<br \/>Il <strong>confronto<\/strong> finale tra i due \u00e8 probabilmente uno dei punti pi\u00f9 forti della pellicola. Non perch\u00e9 cerchi lo shock, ma perch\u00e9 lascia emergere la <strong>dimensione pi\u00f9 tragica del racconto<\/strong>. Le Backrooms diventano allora meno un luogo da cui fuggire e pi\u00f9 una <strong>condizione<\/strong> da comprendere. Un\u2019estensione dello smarrimento dei personaggi, una forma architettonica del trauma, una mappa sbagliata della mente. In questo senso, il film riesce dove molti adattamenti di <strong>creepypasta<\/strong> hanno fallito (si veda <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Slender_Man_(film)\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Slender Man<\/a>): non si limita a illustrare un fenomeno, ma prova a dargli struttura, peso e conseguenze.<br \/>Meno riuscito, invece, l\u2019utilizzo di Kat e Bobby, lasciati ai margini e trattati pi\u00f9 come strumenti narrativi che come veri personaggi. Anche Phil, interpretato da <strong>Mark Duplass<\/strong>, appare poco, ma la sua presenza funziona come possibile gancio per espansioni future. Non \u00e8 un difetto irrimediabile, ma conferma come Backrooms sia molto pi\u00f9 interessato alla costruzione della propria mitologia e al rapporto tra Clark e Mary che alla coralit\u00e0 del racconto.<\/p>\n<p>UN NON-LUOGO CHE OSSERVA, ASSORBE E RESTITUISCE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La cosa pi\u00f9 interessante del film \u00e8 il modo in cui Parsons evita, dopo l\u2019avvio pi\u00f9 <strong>convenzionale<\/strong>, di trasformare tutto in una semplice sequenza di jumpscare. I primi minuti sembrano quasi pagare pegno alle aspettative del genere, ma il resto della pellicola lavora in un\u2019altra direzione. <strong>Backrooms \u00e8 pi\u00f9 vicino a uno sci-fi psicologico con venature thriller che a un horror puro<\/strong>. La paura non nasce tanto dall\u2019apparizione improvvisa, quanto dalla <strong>persistenza<\/strong> dello spazio, dalla sua impossibilit\u00e0, dalla sensazione che il labirinto non sia casuale ma<strong> imperfettamente cosciente<\/strong>.<br \/>Le stanze, i corridoi, le luci fluorescenti e quella geometria malata sembrano comporre un mondo costruito da qualcuno che ha capito l\u2019idea di un edificio, ma non il suo senso. Come se si fosse chiesto a un\u2019entit\u00e0 aliena di disegnare un ufficio, un negozio, una sala d\u2019attesa, senza aver mai davvero compreso cosa renda abitabile uno spazio umano. \u00c8 qui che il film trova la propria identit\u00e0 migliore: non quando prova a spaventare frontalmente, ma quando <strong>lascia addosso la sensazione di essere entrati in un posto che non avrebbe mai dovuto esistere<\/strong>.<br \/>Da segnalare anche la concretezza della produzione, che ha costruito un set enorme e labirintico (3000 mq), capace di restituire fisicamente quella <strong>sensazione di smarrimento<\/strong> che nei video originali era affidata soprattutto al digitale e alla manipolazione visiva. Parsons porta con s\u00e9 l\u2019estetica dei suoi lavori su YouTube, fatta di immagini sporche, suggestioni da VHS e <strong>spazi liminali<\/strong>, ma la piega verso un racconto pi\u00f9 maturo e narrativamente strutturato.<br \/>Non tutto \u00e8 perfetto, eppure il film ha un merito non scontato: prende un materiale nato da Internet, <strong>potenzialmente fragilissimo<\/strong> sul piano cinematografico, e lo trasforma in un <strong>oggetto narrativo dotato di atmosfera<\/strong>, <strong>identit\u00e0<\/strong> e prospettiva. Non un semplice horror con qualche mostro, un po\u2019 di paranormale e corridoi inquietanti, ma il primo tassello di una <strong>possibile mitologia<\/strong>.<br \/>In conclusione, Backrooms funziona perch\u00e9 non parla solo della paura di perdersi. Parla della paura, molto pi\u00f9 sottile, che <strong>esista un punto cieco nella realt\u00e0<\/strong>. Una <strong>crepa<\/strong>. Un <strong>errore di sistema<\/strong>. Un corridoio acceso da troppo tempo dietro una porta che nessuno ricorda di aver aperto. E il problema, una volta usciti dalla sala, \u00e8 che quella porta potrebbe non essersi richiusa davvero.<\/p>\n<tr>Scheda film<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"width: 32%; padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Titolo originale<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">Backrooms<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Regia<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">Kane Parsons<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Sceneggiatura<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">Will Soodik<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Interpreti<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Distribuzione \/ Piattaforma<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">A24 (cinema)<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Durata<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">105 minuti<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Origine<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">Stati Uniti, Canada, 2026<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #111111; color: #d4af37; font-weight: bold;\">Data di uscita<\/td>\n<td style=\"padding: 12px 16px; background: #161616; color: #f3f3f3;\">29 maggio 2026<\/td>\n<\/tr>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Recensione FilmBackrooms Backrooms Cinema Kane Parsons porta al cinema il fenomeno delle Backrooms e firma un horror psicologico&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":528961,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_share_on_mastodon":"0"},"categories":[1442],"tags":[239245,203,454,204,1537,90,89,1521],"class_list":["post-528960","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-film","tag-backrooms","tag-entertainment","tag-film","tag-intrattenimento","tag-it","tag-italia","tag-italy","tag-movies"],"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116713276534216476","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/528960","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=528960"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/528960\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/528961"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=528960"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=528960"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=528960"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}