{"id":568755,"date":"2026-07-04T04:13:26","date_gmt":"2026-07-04T04:13:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/568755\/"},"modified":"2026-07-04T04:13:26","modified_gmt":"2026-07-04T04:13:26","slug":"lascesa-della-cina-e-ormai-un-fatto-si-puo-fermare-leuropa-non-abbia-paura-ha-piu-forza-di-quanto-pensi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/568755\/","title":{"rendered":"L\u2019ascesa della Cina \u00e8 ormai un fatto. Si pu\u00f2 fermare? L\u2019Europa non abbia paura, ha pi\u00f9 forza di quanto pensi"},"content":{"rendered":"<p>                                                                                                                      di Federico Fubini<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12\">Prima potenza manifatturiera, Pechino ha anche vari punti deboli. A cominciare dalla demografia: nel 2050 potrebbero essere 200 milioni in meno. E sul piano degli investimenti, l\u2019attrattivit\u00e0 \u00e8 in calo. Ecco perch\u00e9 non ha mai avuto tanto bisogno dell\u2019Ue, unico mercato ricco per l\u2019export. Apriamo un negoziato per trovare un equilibrio buono per tutti. Perch\u00e9 non vincano i timori (soprattutto in Germania)<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La storia non torna mai sui suoi passi, ma in compenso ha moltissimo da insegnare. Anche adesso che il mondo e soprattutto l\u2019Europa sono di fronte a una domanda che definir\u00e0 il futuro forse pi\u00f9 delle polemiche sul protezionismo di Donald Trump: <b>fino a che punto \u00e8 giusto, o possibile, contrastare l\u2019ascesa della Cina?<\/b><br \/>La vicenda degli scontri fra grandi potenze occidentali del passato non \u00e8 necessariamente il modello per la rivalit\u00e0 fra economie avanzate e la Repubblica popolare oggi. <b>I giochi di specchi fra partite geopolitiche e commerciali in epoche diverse sono sempre imperfetti. <\/b>Eppure la rivalit\u00e0 fra la Germania in ascesa del Kaiser Guglielmo III e un impero britannico attanagliato dal terrore del declino qualche lezione la contiene, specie se si guarda alla \u201cnuova\u201d superpotenza industriale di oltre un secolo fa.<br \/>Nel 1880 la quota della Germania nella produzione manifatturiera mondiale era (in calo) all\u20198,5% del totale; ma, essendo il resto del mondo ancora escluso dalla rivoluzione industriale, la Germania era in sostanza a meno di un decimo della produzione totale del resto d\u2019Europa e degli Stati Uniti. Una generazione pi\u00f9 tardi, la quota della Germania era raddoppiata. Non solo si era formato il primo Paese d\u2019Europa occidentale sul piano demografico, ma questo era rapidamente divenuto una superpotenza economica. La nuova nazione creata nel 1871 e guidata dall\u2019imperatore prussiano aveva superato per capacit\u00e0 industriale la Gran Bretagna \u2013 la grande potenza dominante \u2013 ed era seconda solo agli Stati Uniti. La Germania coronava cos\u00ec l\u2019ascesa pi\u00f9 rapida mai registrata della storia moderna.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Una delle ragioni che spinsero il Kaiser a rischiare un conflitto contro la Gran Bretagna stessa e la Francia nel 1914 fu la convinzione che in seguito sarebbe stato pi\u00f9 difficile. A Berlino ci si era convinti che le potenze imperiali tradizionali si sarebbero coalizzate per bloccare l\u2019ascesa tedesca; si temeva che negli anni seguenti il Paese sarebbe stato in posizione pi\u00f9 debole per imporsi rompendo il blocco degli imperi occidentali. I tedeschi pensavano di essere al picco della loro potenza, poco prima che iniziasse il declino indotto dai rivali. Si convinsero dunque che dovevano rischiare il tutto per tutto.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>INVESTIMENTI IN DRASTICO CALO<\/b><br \/>Facciamo ora un salto alla traiettoria della Cina. <b>Nel 1990 la Repubblica popolare era il Paese pi\u00f9 popoloso del mondo ma arrivava a stento al 3% della produzione manifatturiera internazionale. <\/b>Una generazione pi\u00f9 tardi, nel 2025, la Cina \u00e8 stata scavalcata dall\u2019India per peso demografico; in compenso <b>\u00e8 di gran lunga la prima potenza manifatturiera, <\/b>con una quota di poco pi\u00f9 del 30% della produzione globale. Al netto della prima rivoluzione industriale, guidata dall\u2019Inghilterra oltre un secolo e mezzo fa, solo gli Stati Uniti erano mai riusciti a raggiungere una simile supremazia nei beni manufatti.<br \/>La sensazione che il tempo stia giocando contro, per le \u00e9lite di Pechino, potrebbe venire in primo luogo dalla demografia. Il 2023 \u00e8 stato il primo anno nel quale la popolazione cinese \u00e8 calata, di circa 2,5 milioni di persone. Entro met\u00e0 del secolo, fra appena 24 anni, il Paese potrebbe aver perso duecento milioni di abitanti o pi\u00f9; sempre entro quella data, il 40% della popolazione avr\u00e0 pi\u00f9 di 60 anni. L\u2019India \u00e8 destinata ad avere allora una popolazione di 1,7 miliardi di persone, del 25% pi\u00f9 grande di quella della Cina e con una quota di ultrasessantenni del 20% pi\u00f9 bassa che in Cina. \u00abLa demografia cinese \u00e8 una bomba ad orologeria\u00bb, conclude il politologo di Yale Arne Westad nel suo ultimo saggio The Coming Storm. Power, Conflict and the Warnings from History.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Non \u00e8 la sola minaccia per i sogni di supremazia coltivati a Pechino. Un\u2019estrema diffidenza nel resto del mondo per il timore di subire spionaggio industriale e altri abusi sta facendo collassare per la prima volta gli investimenti esteri diretti nel Paese. Specialmente quelli in arrivo dall\u2019Europa e dagli Stati Uniti. Questi investimenti in Cina sono scesi del 13,7% nel 2023 (sull\u2019anno prima), di quasi il 25% nel 2024 e di quasi il 10% l\u2019anno scorso. Solo negli ultimi tre anni, si sono quasi dimezzati. <b>La Cina \u00e8 sempre pi\u00f9 potente sul piano tecnologico e industriale, ma \u00e8 sempre meno attraente. <\/b>Malgrado il suo mercato potenzialmente immenso, le imprese di gran parte dei Paesi ricchi non la considerano sempre di meno una destinazione affidabile per i loro siti produttivi.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 qui che si innesta la questione europea. L\u2019ultimo anno e mezzo ha costretto i politici, i tecnici della Commissione europea e le imprese a concentrarsi sul protezionismo di Donald Trump e sul suo sistema di dazi. Eppure, gradualmente, negli ultimi mesi si \u00e8 fatta largo la comprensione che la sfida cinese \u00e8 pi\u00f9 seria: l\u2019industria della Repubblica popolare \u00e8 una minaccia per i settori tradizionali del made in Italy o del made in Germany \u2013 dall\u2019auto, ai macchinari, alla chimica \u2013 e allo stesso tempo <b>l\u2019Europa inizia a capire che di fronte a Pechino dispone di efficaci leve negoziali<\/b>. Da un lato rischiamo di essere spiazzati in gran parte delle nostre specializzazioni manifatturiere tradizionali, dall\u2019altro Pechino ha bisogno oggi dell\u2019Europa come di rado \u00e8 accaduto in passato.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>LA PRODUZIONE ITALIANA PI\u00f9 COLPITA<\/b><br \/>Non c\u2019\u00e8 dubbio che le tendenze attuali siano pericolosissime l\u2019occupazione industriale soprattutto in Italia e in Germania. In Italia le importazioni dalla Cina sono cresciute del 91% fra il 2019 e l\u2019anno scorso, mentre solo nel settore manifatturiero l\u2019export dell\u2019Italia verso la Cina \u00e8 crollato del 27% in appena tre anni dal 2023. <b>Il settore pi\u00f9 colpito \u00e8 quello delle macchine utensili e dei macchinari di fabbrica<\/b>: quelli cinesi costano fino sei volte meno e gli esportatori offrono un\u2019assistenza sempre pi\u00f9 personalizzata con propri tecnici inviati in azienda (anche per evitare che gli importatori italiani acquisiscano il know-how). Questi dati danno solo un\u2019idea dello spiazzamento ad opera della Cina che il settore dei macchinari made in Italy sta subendo nei mercati di Paesi terzi: Golfo, Sudamerica, l\u2019Europa stessa.<br \/>Quanto alla Germania, la svolta \u00e8 altrettanto drammatica.<b>\u00a0<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>I pannelli solari sono stati un\u2019invenzione tedesca (e americana), ma oggi sono una produzione quasi esclusivamente della Repubblica popolare. <\/b>Nel 2020 le auto tedesche occupavano il 24% del mercato cinese, mentre i modelli nazionali occupavano il 35%; l\u2019anno scorso la quota della Germania era gi\u00e0 crollata al 13% e quelle dei marchi interni era esplosa al 65%. Alle tendenze attuali le nuove case auto basate sull\u2019elettrico, da Byd a Saic, espelleranno gran parte dei modelli tedeschi non solo dalla Cina ma da tutti i Paesi emergenti. Sarebbe solo la bellezza (brutale) del mercato, se su Pechino non gravasse il sospetto di concorrenza sleale. Un recente rapporto dell\u2019Ocse, il gruppo delle 38 democrazie avanzate, mostra che dal 2005 il 60% delle conquiste cinesi di quote di mercato \u00e8 avvenuto grazie a sistemi di sussidi \u2013 spesso nascosti \u2013 da tre a otto volte pi\u00f9 alti di quelli disponibili nelle economie mature. La tensione \u00e8 cos\u00ec alta che un evento organizzato dalla delegazione dell\u2019Unione europea a Pechino in maggio \u00e8 quasi degenerato in uno scontro verbale, con accuse formulate dal presidente della Camera di Commercio europea Jens Eskelund: \u00abIl rapporto fra noi non \u00e8 un partenariato \u00e8 una nave lunga 400 metri carica di 24 mila container che parte verso l\u2019Europa e torna quasi vuota\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>IL DILEMMA DEL KAISER (DA EVITARE)<\/b><br \/><b>Allo stesso tempo, la Cina non aveva mai avuto tanto bisogno dell\u2019Europa. <\/b>Il suo export verso gli Stati Uniti \u00e8 collassato del 20% nel 2025 ed \u00e8 in calo anche quest\u2019anno, al punto che ormai vale almeno 150 miliardi di dollari l\u2019anno meno di quello verso l\u2019Unione europea. Siamo il solo grande mercato ricco nel quale Pechino sta crescendo e possiamo dunque far valere le nostre esigenze. Possiamo aprire un negoziato con i cinesi, per trovare un punto d\u2019equilibrio che convenga a entrambi.<br \/>Qui torna il dilemma del Kaiser Guglielmo III e della Germania di inizio Novecento. N<b>on \u00e8 in gioco una guerra combattuta, con l\u2019Europa, ma una pericolosa guerra commerciale.<\/b> Fino a che punto Pechino si convincer\u00e0 che non ha pi\u00f9 tempo e deve affondare i colpi oggi? E in che misura l\u2019Europa riuscir\u00e0 a mostrarsi allo stesso tempo capace di dialogo, ma anche di fermezza?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Gran parte della risposta si nasconde da qualche parte nel luogo in cui si form\u00f2, in origine, proprio il dilemma del 1914: Berlino. E Berlino oggi \u00e8 divisa fra il timore di essere divorata dai produttori cinesi e quello di perdere del tutto il loro mercato. Ma la paura, come sempre, rischia di indurre soprattutto alla paralisi.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-06-22T19:32:48+02:00\">2 luglio 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Federico Fubini Prima potenza manifatturiera, Pechino ha anche vari punti deboli. 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