{"id":572690,"date":"2026-07-06T19:46:20","date_gmt":"2026-07-06T19:46:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/572690\/"},"modified":"2026-07-06T19:46:20","modified_gmt":"2026-07-06T19:46:20","slug":"oriente-occidente-di-rampini-la-cina-ora-teme-che-leuropa-si-chiuda-la-risposta-linvasione-delle-sue-multinazionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/572690\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | La Cina ora teme che l&#8217;Europa si chiuda. La risposta? L&#8217;invasione delle sue multinazionali"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Ai piani alti di Pechino sta montando una paura: che <b>l\u2019Europa segua gli Stati Uniti nell\u2019adottare, sia pure con anni di ritardo, una strategia di \u00abcontenimento\u00bb<\/b>, cio\u00e8 una posizione pi\u00f9 determinata per difendersi dall\u2019invasione di prodotti cinesi. Legato a questo, c\u2019\u00e8 un dibattito sulla strategia delle grandi imprese cinesi: dopo avere conquistato quote di mercato esportando dalla madrepatria, \u00e8 arrivato il momento di accelerare la delocalizzazione degli investimenti all&#8217;estero, replicando almeno in parte la traiettoria seguita dal Giappone negli anni Ottanta?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questi temi emergono in una serie di interventi pubblicati nelle ultime settimane da economisti, accademici e analisti vicini agli ambienti governativi. <b>Pur con un ventaglio di posizioni diverse, i loro ragionamenti delineano il modo in cui l&#8217;establishment cinese interpreta la fase attuale della globalizzazione<\/b>. Raccolgo questi estratti dall\u2019ampia rassegna di una newsletter specializzata, Sinocism.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p>    L&#8217;Europa tra cooperazione e diffidenza<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Secondo Huang Yiping, economista della Peking University e preside della National School of Development,<b> la paura europea di un nuovo \u00abshock cinese\u00bb va ben oltre la normale reazione all\u2019invasione commerciale<\/b>. \u00c8 il riflesso di un problema pi\u00f9 profondo: il timore che l&#8217;industria cinese possa mettere in discussione la sostenibilit\u00e0 stessa del modello sociale europeo, fondato su salari elevati, welfare esteso e costi di produzione molto superiori a quelli cinesi. Da qui nasce il rischio di una vera contrapposizione economica fra Europa e Cina. Se dovesse trasformarsi in una guerra commerciale su larga scala, osserva Huang, le conseguenze per l&#8217;economia mondiale sarebbero perfino pi\u00f9 pesanti di quelle viste finora nei rapporti tra Washington e Pechino. <b>Lo stesso Huang riconosce implicitamente una responsabilit\u00e0 cinese<\/b>. Una grande economia, sostiene, non pu\u00f2 continuare a fare affidamento quasi esclusivamente sulle esportazioni senza mettere alla prova la capacit\u00e0 dei partner di assorbire quell&#8217;offerta. Per questo motivo l&#8217;espansione della domanda interna non serve soltanto a riequilibrare la crescita cinese; diventa anche uno strumento per ridurre le tensioni con il resto del mondo.<\/p>\n<p>APPROFONDISCI CON IL PODCAST<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Su una linea simile si colloca Zhang Bin, vicedirettore dell&#8217;Institute of World Economics and Politics dell&#8217;Accademia cinese delle scienze sociali (CASS). Anche lui invita a non sottovalutare le preoccupazioni europee, che non possono essere liquidate come semplici pulsioni protezionistiche. <b>L&#8217;Europa, ricorda Zhang, \u00e8 tutt&#8217;altro che un blocco compatto<\/b>. Il mondo imprenditoriale conserva un atteggiamento pragmatico; i think tank esprimono valutazioni spesso divergenti; mentre gli apparati della Commissione europea responsabili del commercio e degli investimenti tendono ad assumere posizioni pi\u00f9 dure nei confronti della Cina. A complicare il quadro intervengono problemi interni dell&#8217;Europa: <b>energia costosa, invecchiamento della popolazione, investimenti insufficienti e rigidit\u00e0 istituzionali<\/b>. Anche Zhang ritiene necessario rafforzare i consumi interni, ricorrendo se necessario anche agli strumenti del cambio, cio\u00e8 una rivalutazione del renminbi. Ma soprattutto invita la Cina a modificare la propria narrazione internazionale: anzich\u00e9 presentare la propria ascesa come un fenomeno inevitabile, dovrebbe insistere maggiormente sull&#8217;opportunit\u00e0 che offre agli altri. <b>L&#8217;industrializzazione cinese, osserva, ha abbassato il costo dei beni manifatturieri per tutti i consumatori del mondo<\/b> e ha costretto molte imprese occidentali a innovare e salire lungo la catena del valore.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Pi\u00f9 geopolitica \u00e8 l&#8217;analisi di Sun Chenghao, responsabile del programma Stati Uniti-Europa presso il Centre for International Security and Strategy della Tsinghua University. <b>A suo giudizio il dibattito europeo sulla Cina sta vivendo oggi una trasformazione molto simile a quella attraversata da Washington circa dieci anni fa<\/b>: il passaggio dalla politica cooperativa alla competizione strategica. Anche a Bruxelles temi come l&#8217;intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali e le tecnologie avanzate vengono ormai trattati come questioni di sicurezza nazionale e non pi\u00f9 soltanto come dossier economici. Inoltre la diffidenza europea si \u00e8 estesa dai singoli settori industriali all&#8217;intero ecosistema tecnologico cinese. <b>Secondo Sun, una maggiore autonomia strategica dell&#8217;Europa non render\u00e0 Bruxelles pi\u00f9 favorevole a Pechino<\/b>. Potrebbe semplicemente produrre una politica pi\u00f9 indipendente dagli Stati Uniti, senza essere amichevole verso la Cina.<\/p>\n<p>    Il paradosso Cina-Germania<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Fra gli interventi pi\u00f9 originali figura quello del sociologo L\u00fc Peng, ricercatore della CASS, che propone un parallelo tra Germania e Cina. I due paesi, sostiene, rappresentano gli estremi opposti dello stesso paradosso della globalizzazione.<b> La Germania viene penalizzata perch\u00e9 produrre costa troppo: salari industriali elevati, procedure autorizzative lente e un sistema amministrativo che rallenta gli investimenti<\/b>. La Cina paga il prezzo opposto: la sua competitivit\u00e0 si \u00e8 costruita trasferendo sui lavoratori e sulle famiglie costi che avrebbero dovuto essere assorbiti dal welfare. Orari di lavoro lunghissimi, protezione sociale limitata, prezzi elevati delle abitazioni e alto risparmio \u00abprudenziale\u00bb (legato all\u2019assenza di ammortizzatori sociali) hanno prodotto una societ\u00e0 dove i consumi crescono poco, la natalit\u00e0 diminuisce e perfino l&#8217;innovazione rischia di rallentare. Ne deriva un circolo vizioso fatto di margini industriali sempre pi\u00f9 ridotti, domanda debole e competizione esasperata. L\u00fc invita a evitare le imitazioni.<b> La Cina non dovrebbe copiare il modello tedesco, ma costruire un equilibrio originale<\/b>. Propone una legislazione pi\u00f9 rigorosa sui tempi di lavoro, ferie realmente garantite, lotta agli straordinari nascosti e nuove forme di welfare nei grandi distretti produttivi.<\/p>\n<p>    Modello Giappone?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019altro grande tema affrontato dagli studiosi riguarda la strategia del \u00abGoing Out\u00bb, cio\u00e8 l&#8217;espansione internazionale delle imprese cinesi. Segnala una svolta nella riflessione economica di Pechino. Lo storico della globalizzazione Shi Zhan, professore alla Shanghai International Studies University, sostiene che <b>un graduale apprezzamento del renminbi potrebbe produrre effetti analoghi a quelli generati dall&#8217;apprezzamento dello yen giapponese dopo gli accordi del Plaza e del Louvre <\/b>(1985-87). Una valuta pi\u00f9 forte ridurrebbe l&#8217;enorme surplus commerciale cinese, oggi superiore ai mille miliardi di dollari, attenuando molte tensioni diplomatiche. Allo stesso tempo renderebbe meno costosi gli investimenti all&#8217;estero, incentivando le imprese cinesi a costruire fabbriche fuori dai confini nazionali. Secondo Shi, questo processo esporterebbe nel mondo anche standard industriali, tecnologie e metodi organizzativi cinesi. Potrebbe persino favorire la nascita di un&#8217;area economica sempre pi\u00f9 fondata sull&#8217;uso internazionale del renminbi. Lo studioso per\u00f2 mette in guardia da un equivoco.<b> Non assisteremo a un trasferimento completo dell&#8217;apparato produttivo cinese<\/b>. All&#8217;estero verranno spostate soprattutto le fasi finali dell&#8217;assemblaggio, mentre il cuore della rete di fornitori, accumulato in decenni di industrializzazione, rester\u00e0 concentrato in Cina. Per accompagnare questa trasformazione Shi propone la creazione di organismi ispirati alle grandi trading company giapponesi, le sogo shosha, capaci di offrire alle imprese servizi finanziari, logistici e commerciali durante la loro espansione internazionale. <b>Non basta pi\u00f9 esportare prodotti; bisogna contribuire a scrivere le regole della globalizzazione<\/b>.<\/p>\n<p>    Investimenti esteri e sicurezza nazionale<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Accanto alla dimensione economica emerge sempre pi\u00f9 quella strategica. La ricercatrice Liu Jia, della South China University of Technology, analizza il nuovo regolamento sugli investimenti esteri entrato in vigore il primo luglio. La novit\u00e0 principale consiste nell&#8217;introduzione esplicita del principio della \u00absicurezza nazionale complessiva\u00bb nella disciplina delle attivit\u00e0 internazionali delle imprese cinesi.<b> La normativa consolida il sistema di autorizzazioni gi\u00e0 gestito da vari ministeri<\/b>, ma soprattutto introduce strumenti di ritorsione nei confronti di governi, organizzazioni o individui stranieri che discriminino gli investitori cinesi o interrompano normali rapporti economici. Sono inoltre rafforzati i controlli sul trasferimento di tecnologie sensibili. Secondo Liu questo passaggio segna il cambiamento di filosofia fra il XIV e il XV Piano quinquennale: <b>non conta pi\u00f9 soltanto aumentare il volume degli investimenti internazionali<\/b>, ma migliorarne la qualit\u00e0 e soprattutto proteggerne la sicurezza.<\/p>\n<p>    La protezione delle multinazionali cinesi<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ancora pi\u00f9 esplicito \u00e8 Liu Xiaochun, vicedirettore dello Shanghai Finance Institute. A suo giudizio il sostegno all&#8217;espansione internazionale delle imprese cinesi deve ormai diventare una vera strategia nazionale.<b> La fase attuale, osserva, non ha precedenti nella storia economica della Cina<\/b>. Migliaia di imprese, grandi e piccole, appartenenti ai settori pi\u00f9 diversi, stanno investendo in un numero crescente di paesi stranieri. Non si trasferiscono soltanto singole aziende, ma intere filiere produttive. Con esse si diffondono standard industriali, regole operative e modelli organizzativi cinesi. Lo Stato dovrebbe essere pronto a utilizzare tutti gli strumenti disponibili \u2014 economici, finanziari e perfino militari \u2014 per garantire la sicurezza delle imprese e dei cittadini cinesi presenti all&#8217;estero.<b> Anche il sistema finanziario deve adattarsi<\/b>. Liu propone una gestione unificata dei flussi in valuta e in renminbi, il rafforzamento di Shanghai come piattaforma di servizi per le imprese internazionalizzate, nuovi strumenti di finanziamento, sistemi di pagamento transfrontalieri meno dipendenti dal dollaro, che oggi rimane centrale.<\/p>\n<p>    Dall&#8217;export di merci all&#8217;esportazione di sistemi produttivi<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L&#8217;economista Li Wei, vicepresidente della Cheung Kong Graduate School of Business, descrive l&#8217;evoluzione dell&#8217;internazionalizzazione cinese come il passaggio a una \u00abterza fase\u00bb. La prima consisteva nell&#8217;esportazione di prodotti; la seconda nella costruzione di reti commerciali all&#8217;estero. <b>Oggi la Cina esporta interi sistemi di capacit\u00e0 produttiva: progettazione, standard tecnici, organizzazione delle catene di fornitura, modelli di business e presenza industriale stabile<\/b>. Per aggirare le barriere commerciali americane molte imprese stanno scegliendo Vietnam, Indonesia, Malesia, Thailandia o Messico come piattaforme produttive intermedie. Li avverte che questa strategia potr\u00e0 funzionare solo se verr\u00e0 accompagnata da autentici investimenti locali. Con il progressivo irrigidimento delle regole sull&#8217;origine dei prodotti, non baster\u00e0 pi\u00f9 spostare l&#8217;ultima fase dell&#8217;assemblaggio per evitare i dazi. Sar\u00e0 necessario costruire capacit\u00e0 produttive reali nei paesi ospitanti. Secondo Li stanno emergendo due modelli complementari. <b>Il primo \u00e8 l&#8217;espansione \u00aba catena\u00bb: una grande impresa si trasferisce all&#8217;estero portando con s\u00e9 l&#8217;intero ecosistema dei fornitori<\/b>. Il secondo \u00e8 l&#8217;espansione \u00aba sciame\u00bb: una moltitudine di piccole e medie imprese utilizza piattaforme comuni, distretti industriali e magazzini logistici condivisi per crescere rapidamente sui mercati internazionali.<\/p>\n<p>    Una svolta che ricorda il Giappone<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nel loro insieme questi interventi degli esperti di regime delineano un orientamento abbastanza coerente. Da una parte gli studiosi riconoscono che il successo industriale della Cina alimenta crescenti resistenze in Europa e che Pechino dovr\u00e0 riequilibrare il proprio modello di crescita aumentando il peso dei consumi interni. <b>Dall&#8217;altra emerge la convinzione che la risposta al protezionismo occidentale non possa limitarsi alla difesa delle esportazioni<\/b>. Sempre pi\u00f9 spesso viene evocata, esplicitamente o implicitamente, l&#8217;esperienza del Giappone degli anni Settanta e Ottanta: quando la rivalutazione dello yen e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti spinsero le multinazionali giapponesi a costruire fabbriche nei mercati di destinazione. Anche la Cina sembra avviarsi lungo quella strada. Ma con una differenza importante.<b> Se il Giappone esportava soprattutto capitali e capacit\u00e0 manifatturiera, Pechino punta oggi a esportare anche standard tecnologici<\/b>, sistemi produttivi, infrastrutture finanziarie e una parte della propria influenza normativa. Quindi un intero modello di organizzazione economica destinato ad accompagnare l&#8217;ascesa globale delle sue imprese.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Quel che resta fuori da questa analisi, \u00e8 l\u2019ostacolo geopolitico ad una strategia di tipo nipponico<\/b>. Il Giappone nella fase della sua massima ascesa economica, quando parve capace di sorpassare il Pil degli Stati Uniti e cominci\u00f2 a comprarsi interi pezzi dell\u2019economia americana, era pur sempre un alleato di Washington, dipendente dalla protezione militare del Pentagono. Questo lo rendeva al tempo stesso meno minaccioso, e pi\u00f9 malleabile a pressioni politiche, come dimostrarono appunto gli accordi del Plaza e del Louvre nel 1985-87 con la rivalutazione dello yen (un colpo alla competitivit\u00e0 del made in Japan). <b>La Cina \u00e8 un rivale strategico, geopolitico e militare. Questo sta gi\u00e0 provocando delle resistenze contro le sue delocalizzazioni<\/b>. Negli Stati Uniti cos\u00ec come in Europa, non tutti sono disposti ad accogliere fabbriche e insediamenti cinesi come se fossero altrettanto benefici, e neutri politicamente, quanto gli investimenti giapponesi.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-07-06T15:39:31+02:00\" content=\"2026-07-06\">6 luglio 2026, 11:50  &#8211; modifica il 6 luglio 2026 | 15:39<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Ai piani alti di Pechino sta montando una paura: che l\u2019Europa segua gli Stati Uniti nell\u2019adottare, sia 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