{"id":574088,"date":"2026-07-07T17:24:32","date_gmt":"2026-07-07T17:24:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/574088\/"},"modified":"2026-07-07T17:24:32","modified_gmt":"2026-07-07T17:24:32","slug":"approfondimenti-syd-barrett-syd-barrett-ventanni-dalla-morte-una-vita-dalladdio-gli-speciali-di-ondarock","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/574088\/","title":{"rendered":"Approfondimenti &#8211; Syd Barrett &#8211; Syd Barrett \u2013 Vent\u2019anni dalla morte, una vita dall\u2019addio :: Gli Speciali di OndaRock"},"content":{"rendered":"<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"270\" height=\"271\" alt=\"Syd Barrett\" class=\"wp-image-123927 lazy\" style=\"width:230px\"  src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaas.png\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019ambito della psicologia cognitiva, il costrutto della memoria lampadina (flashbulb memory) descrive la capacit\u00e0 del cervello umano di cristallizzare i dettagli spaziali e temporali legati all\u2019apprendimento di notizie dal profondo impatto emotivo. Per molti di noi, me compreso, l\u201911 settembre ne rappresenta l\u2019esempio pi\u00f9 immediato: uno di quei momenti in cui non si ricorda soltanto la notizia, ma anche il luogo esatto in cui ci si trovava quando la si \u00e8 appresa. Per me lo \u00e8 stato anche il 7 luglio 2006, il giorno della morte di <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/sydbarrett\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Syd Barrett<\/a>.<br \/>Ricordo dove mi trovavo, cosa stavo facendo e soprattutto il senso di vuoto che sentii dentro. Un vuoto strano, quasi paradossale, perch\u00e9 Syd Barrett, dal punto di vista artistico, ci aveva gi\u00e0 lasciati da moltissimo tempo. Dopo \u201cThe Madcap Laughs\u201d e \u201c<a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/recensioni\/pietremiliari\/barrett_barrett\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Barrett<\/a>\u201d, entrambi pubblicati nel 1970, la sua presenza pubblica nella musica si era progressivamente dissolta, lasciando dietro di s\u00e9 non una carriera interrotta nel senso comune del termine, ma qualcosa di pi\u00f9 difficile da definire: una voce che aveva smesso di parlare e che proprio per questo continuava a risuonare.<br \/>Con nessun altro artista ho avuto, e credo avr\u00f2 mai, una relazione cos\u00ec empatica. In Barrett non mi colpisce soltanto la bellezza delle canzoni, n\u00e9 la loro importanza storica, n\u00e9 il ruolo decisivo avuto nella nascita dei <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/pinkfloyd\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Pink Floyd<\/a>. Mi colpisce quella sensazione, rarissima, di trovarmi davanti a qualcuno che non riesce davvero a proteggersi da ci\u00f2 che sta esprimendo. Anche quando gioca con le parole, quando costruisce filastrocche surreali o immagini infantili, sembra sempre che sulla registrazione passi qualcosa di nudo, di non schermato, come se tra l\u2019impulso interiore e il nastro magnetico esistesse una distanza minima.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Forse \u00e8 proprio questa esposizione totale a rendere la sua musica cos\u00ec fragile e cos\u00ec necessaria. In molti artisti la vulnerabilit\u00e0 diventa stile, linguaggio, perfino mestiere. In Barrett, invece, sembra restare materia viva, non del tutto organizzata, a tratti impossibile da sostenere. \u00c8 anche per questo, credo, che si \u00e8 bruciato cos\u00ec presto: non perch\u00e9 fosse semplicemente il \u201cgenio perduto\u201d o il \u201cfolle\u201d della mitologia rock, ma perch\u00e9 la sua musica d\u00e0 spesso l\u2019impressione di consumare direttamente la persona che la genera.<br \/>Eppure sarebbe sbagliato leggere questa fase soltanto come un progressivo spegnimento. Proprio quando la forma comincia a incrinarsi, Barrett mostra a tratti una lucidit\u00e0 impressionante sulla propria condizione, sul modo in cui viene osservato dagli altri e sulla distanza crescente tra s\u00e9 e il mondo circostante. \u201cVegetable Man\u201d \u00e8 quasi un autoritratto deformato, crudele, costruito a partire dal corpo, dai vestiti, dalla percezione di s\u00e9 come presenza fuori posto. \u201cJugband Blues\u201d trasforma l\u2019estraneit\u00e0 in una specie di addio obliquo, insieme ironico e devastante. \u201cWolfpack\u201d, con la sua scrittura franta e minacciosa, sembra invece muoversi in uno spazio mentale gi\u00e0 assediato, dove le immagini non si organizzano pi\u00f9 in racconto ma continuano a conservare una forza visionaria intatta.<br \/>Anche per questo il passaggio dai primi Pink Floyd ai lavori solisti non \u00e8 soltanto una riduzione di mezzi o una perdita di controllo. \u00c8 una trasformazione radicale del linguaggio. Dall\u2019architettura sonora collettiva di \u201c<a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/recensioni\/pietremiliari\/pinkfloyd_thepiper\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">The Piper At The Gates Of Dawn<\/a>\u201d, ancora densa, colorata, pienamente <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/classifiche\/psichedelia\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">psichedelica<\/a>, si arriva nei dischi del 1970 a una vera estetica del frammento e dell\u2019errore. Lo studio di registrazione smette di essere soltanto un luogo di costruzione e perfezionamento tecnico, diventando quasi uno spazio di documentazione della fragilit\u00e0 esecutiva. Le esitazioni, gli attacchi incerti, le cesure improvvise, le canzoni che sembrano sul punto di disfarsi non sono semplici difetti: diventano parte integrante dell\u2019esperienza, il punto in cui la bellezza di Barrett appare pi\u00f9 esposta e meno difesa.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"681\" height=\"681\" alt=\"Barrett\" class=\"wp-image-123929 lazy\" style=\"width:230px\"  src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/barrett4-edited.png\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A vent\u2019anni dalla sua scomparsa, il senso di vuoto rimane e per rendergli omaggio ho scelto di non ripartire dai brani pi\u00f9 celebrati. Per il periodo con i Pink Floyd ho escluso tutte le pubblicazioni ufficiali dell\u2019epoca, cio\u00e8 i singoli e i brani apparsi su album, con una sola eccezione: \u201cApples And Oranges\u201d, il terzo singolo del gruppo, rimasto ai margini del canone anche per il suo insuccesso commerciale.<br \/>Per i brani solisti ho seguito un criterio diverso, eliminando quelli pi\u00f9 noti e ascoltati, in particolare tutti quelli che superano i due milioni di visualizzazioni. Non perch\u00e9 siano meno importanti, ovviamente, ma perch\u00e9 appartengono ormai alla parte pi\u00f9 canonizzata del suo racconto. La playlist che segue nasce invece da una zona pi\u00f9 laterale e personale: dieci brani meno frequentati, scarti, episodi solisti o periferici in cui sento Barrett pi\u00f9 vicino, meno trasformato in icona e pi\u00f9 presente nella sua instabilit\u00e0 umana. <\/p>\n<ol class=\"wp-block-list\">\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-4495a5dd00f26920b6a3df1593ea9964\"><a href=\"#lucy-leave\">Lucy Leave (1965)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-c64bd04c9ad8ec2bc6d679740b992a69\"><a href=\"#apples-and-oranges\">Apples And Oranges (1967)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-ea4ae3a55b4dc99cfa0289b7b7347f11\"><a href=\"#vegetable-man\">Vegetable Man (1967)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-db397f5add5f20102d773b2b62e5f11c\"><a href=\"#feel\">Feel (1969)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-d49a24d4242d15ed8378b3ee41484aee\"><a href=\"#late-night\">Late Night (1969)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-6f45b5e40372b7c77d688737552838ba\"><a href=\"#opel\">Opel (1969)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-cd2671a71d7c36e3c03ae85fa4d27eb7\"><a href=\"#love-song\">Love Song (1970)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-bd2aca6dfc438b5bcc7d6e5f89d04be3\"><a href=\"#rats\">Rats (1970)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-085e4d5f3dacaf99a64f396ea2bff645\"><a href=\"#wolfpack\">Wolfpack (1970)<\/a><\/li>\n<li class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color has-link-color wp-elements-6f0e1f45d3d6223cdab63b1e0ec17765\"><a href=\"#milky-way\">Milky Way (1970)<\/a><\/li>\n<\/ol>\n<p>Lucy Leave (1965)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scritta alla fine del 1964, quando il gruppo si esibiva ancora come The Tea Set, \u201cLucy Leave\u201d appartiene alla preistoria dei Pink Floyd. Rimasta per decenni un tesoro confinato nei circuiti bootleg, la canzone \u00e8 stata pubblicata ufficialmente solo nel 2015 nell\u2019Ep \u201c1965: Their First Recordings\u201d. La formazione \u00e8 ancora quella embrionale, senza le tastiere di Richard Wright e con Bob Klose alla chitarra solista.<br \/>Musicalmente \u00e8 un pezzo acerbo ma gi\u00e0 rivelatore, radicato nel garage rock e nel rhythm\u2019n\u2019blues britannico dei primi <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/yardbirds\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Yardbirds<\/a> o <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/animals\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Animals<\/a>, per\u00f2 attraversato da stop-and-go, scarti melodici e soluzioni armoniche non del tutto convenzionali. Il testo racconta una relazione al capolinea, ma lo fa con un\u2019ambiguit\u00e0 tipicamente barrettiana: il protagonista vuole liberarsi di Lucy e insieme sembra non riuscire a staccarsene, oscillando tra rifiuto, gelosia e attaccamento morboso. Dentro una forma ancora derivativa, si intravede gi\u00e0 l\u2019anima straniante di Syd.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Apples And Oranges (1967)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Terzo singolo dei Pink Floyd e ultimo scritto da Syd Barrett per il gruppo, segn\u00f2 anche il primo vero arresto commerciale della band. \u00c8 un brano apparentemente pi\u00f9 leggero, ma tutt\u2019altro che semplice: sotto la superficie di una canzone pop luminosa e quasi natalizia, ispirata da una ragazza intravista a Richmond, si muove una scrittura piena di scarti, cambi d\u2019accento, asimmetrie metriche e brusche deviazioni, accentuata da una chitarra elettrica volutamente scordata.<br \/>Proprio su questa tensione intervenne la produzione di Norman Smith, che cerc\u00f2 di forzarne la presa melodica caricandola di cori, riverberi ed effetti. <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/rogerwaters\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Roger Waters<\/a> critic\u00f2 duramente quella scelta: a suo giudizio il produttore aveva tentato di normalizzare un brano eccentrico e irregolare, finendo invece per \u201cdistruggerlo\u201d e soffocarne la naturale stranezza. Resta per\u00f2 un documento prezioso dell\u2019ultimo Barrett ancora pop, capace di trasformare una scena quotidiana in un piccolo labirinto psichedelico.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Vegetable Man (1967)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Incisa nell\u2019ottobre del 1967 durante le sessioni di \u201c<a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/speciali\/pink-floyd-copertina-supereroe-marvel-doctorstrange-asaucerfulofsecrets\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">A Saucerful Of Secrets<\/a>\u201d, \u201cVegetable Man\u201d rimase a lungo fuori dalla discografia ufficiale dei Pink Floyd: troppo cupa, troppo personale, troppo scopertamente legata alla crisi di Barrett per poter essere assimilata al percorso del gruppo. Il brano ha un suono ruvido, saturo e claustrofobico. Con il suo riff monolitico e l\u2019andamento abrasivo, \u00e8 considerato uno degli antecedenti pi\u00f9 impressionanti del <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/classifiche\/punk\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">punk-rock<\/a> e della <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/speciali\/newwave\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">new wave<\/a>, per la violenza espressiva e per una scomposizione della forma che altri artisti avrebbero esplorato solo anni dopo.<br \/>Ma la sua forza sta soprattutto nel testo, uno degli autoritratti pi\u00f9 spietati e lucidi mai scritti da Barrett: l\u2019autore elenca minuziosamente i propri vestiti stravaganti e le proprie abitudini, quasi cercando di \u201cmimetizzarsi\u201d e integrarsi con il mondo esterno, ma finendo per rivelare l\u2019esatto contrario, cio\u00e8 la propria irrimediabile alienazione. L\u2019uomo vegetale non \u00e8 allora soltanto una trovata surreale, ma il grido d\u2019aiuto di un uomo che si sente ridotto a sagoma, merce, corpo esposto allo sguardo dell\u2019industria e degli altri.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Feel (1969)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra i brani meno discussi, \u00e8 anche una delle sue prove pi\u00f9 alte come poeta e cantautore. La registrazione conserva un senso di precariet\u00e0 assoluta: non sembra un prodotto rifinito, ma un istante fragile, colto mentre cerca faticosamente una forma. La chitarra acustica \u00e8 scarna, irregolare, attraversata da bruschi cambi armonici che si susseguono come pennellate frastagliate; ogni strofa contiene tredici accordi, eppure l\u2019andamento resta fluido, sospeso, quasi <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/bobdylan\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">dylaniano<\/a> nella libert\u00e0 del fraseggio.<br \/>Il testo procede per immagini impressionistiche: paesaggi rurali, presenze femminili irraggiungibili, folle che si agitano, acque e ponti attraversati da un senso di perdita imminente. Non c\u2019\u00e8 racconto lineare, ma una deriva emotiva sempre pi\u00f9 desolata. Quando Barrett arriva a quel sentirsi \u201ctroppo vuoto\u201d e \u201ccos\u00ec solo\u201d, il desiderio di tornare a casa non appare come semplice nostalgia, ma come bisogno di ritirarsi in un luogo protetto, forse Cambridge, forse soltanto la propria mente.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Late Night (1969)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cLate Night\u201d chiude \u201cThe Madcap Laughs\u201d come un brano di straziante dolcezza. Il suo elemento sonoro pi\u00f9 riconoscibile \u00e8 la chitarra slide, ottenuta facendo scorrere uno Zippo sulle corde: un timbro piangente, metallico e insieme tenerissimo, lontano dall\u2019uso pi\u00f9 avanguardistico e rumorista dei primi Pink Floyd. La struttura \u00e8 quella di una ballata sonnolenta e spoglia, sostenuta da una sezione ritmica discreta e da un andamento circolare che argina appena le irregolarit\u00e0 metriche tipiche di Syd. La voce, piatta e confidenziale, sembra parlare pi\u00f9 che cantare, accorciando la distanza con l\u2019ascoltatore.<br \/>Le parole scavano in una solitudine ormai esplicita: Barrett si sente solo e irreale, ma continua ad aggrapparsi al ricordo di un contatto, di un bacio, di un \u201ctu\u201d forse reale, forse soltanto immaginato. \u00c8 la confessione finale di un uomo che, pur percependosi ormai scisso dal mondo esterno, riesce ancora a distillare la propria fragilit\u00e0 in una melodia pura, spedita dal silenzio della sua mente.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Opel (1969)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quintessenza dell\u2019estetica del non-finito barrettiano, \u201cOpel\u201d \u00e8 una performance scheletrica per sola chitarra acustica e voce, ma proprio questa nudit\u00e0 ne fa una delle prove pi\u00f9 intense di Syd. La chitarra non accompagna in modo regolare: oscilla, si sospende, lascia vuoti improvvisi; il canto dilata le sillabe, forza gli accenti, sembra ignorare ogni griglia metrica tradizionale. Non c\u2019\u00e8 costruzione, non c\u2019\u00e8 protezione, quasi non c\u2019\u00e8 distanza tra l\u2019esecuzione e la ferita che la genera. Le immagini di acque grigie, sabbia bagnata e vento freddo del nord compongono un paesaggio interiore pi\u00f9 che naturale, un luogo di isolamento in cui la solitudine successiva all\u2019uscita dai <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/pinkfloyd\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Pink Floyd<\/a> diventa materia sonora.<br \/>Ascoltare \u201cOpel\u201d d\u00e0 davvero la sensazione di scendere negli abissi della psiche di Syd: non per voyeurismo, ma perch\u00e9 la canzone sembra aprirsi mentre si disfa, lasciando intravedere una bellezza fragile, instabile, quasi impossibile da sostenere.<\/p>\n<p>    Nota filologica<\/p>\n<p style=\"margin-top: 15px; color: #000000; font-style: italic; font-weight: normal;\">\n    Il titolo del brano, tradizionalmente tramandato come \u201cOpel\u201d, \u00e8 stato oggetto di una revisione critica che ne ha proposto l\u2019origine come \u201cOpal\u201d (opale), in riferimento alla pietra preziosa. Tale ricostruzione, basata sull\u2019analisi dei materiali d\u2019archivio e delle trascrizioni dei nastri EMI, \u00e8 riportata nel volume \u201cThe Lyrics of Syd Barrett\u201d di Rob Chapman (2021), supervisionato da David Gilmour, dove l\u2019attuale forma \u201cOpel\u201d viene interpretata come un errore di catalogazione del tape box originale.\n  <\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Love Song (1970)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 uno dei momenti pi\u00f9 dolci, nostalgici e melodicamente ispirati del <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/recensioni\/pietremiliari\/barrett_barrett\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">secondo album solista<\/a> di <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/monografie\/sydbarrett\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Syd Barrett<\/a>. L\u2019harmonium e il pianoforte di Wright danno al brano un calore particolare, quasi da caf\u00e9 europeo, addolcendo l\u2019andamento sghembo della chitarra di Syd senza cancellarne la fragilit\u00e0. La melodia ha una grazia limpida, immediata, tra folk-pop e nostalgia psichedelica: sembra una delle sue canzoni pi\u00f9 accessibili, ma conserva quella lieve stortura che impedisce al sentimento di diventare semplice maniera.<br \/>Il vero centro del pezzo sta nel contrasto tra l\u2019arrangiamento accogliente e la voce di Barrett, piatta, trattenuta, emotivamente prosciugata. Anche il testo \u00e8 insolitamente lineare: una dichiarazione d\u2019amore sospesa tra ricordo, sogno e lontananza, forse legata alle lettere giovanili indirizzate alle figure femminili della sua vita. \u201cLove Song\u201d conserva cos\u00ec il tono di una piccola lettera privata: fragile, affettuosa, gi\u00e0 attraversata dal senso di una perdita irreversibile.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Rats (1970)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cRats\u201d mostra il lato pi\u00f9 spigoloso, nevrotico e abrasivo della scrittura solista di Syd Barrett. Il brano nasce da una matrice acustica grezza, quasi improvvisata, poi appesantita da sovraincisioni ritmiche che non la stabilizzano, ma ne accentuano il carattere storto e disturbante. La struttura \u00e8 abrasiva e dissonante, attraversata da cambi di tempo imprevedibili e da un andamento spezzato, fatto di scatti, inciampi e brusche contrazioni. Anche la voce si muove in questa zona di instabilit\u00e0: pi\u00f9 che cantare, Barrett declama, ringhia, lascia esplodere frammenti verbali come schegge di un discorso ormai impossibile da ricomporre.<br \/>Il testo ha la forma di un\u2019invettiva ossessiva e paranoica, rivolta contro nemici reali o immaginari, presenze ostili che sembrano accerchiare l\u2019autore dall\u2019esterno e dall\u2019interno. Se \u201cVegetable Man\u201d anticipava il lato pi\u00f9 ruvido del punk-rock e della new wave, \u201cRats\u201d sembra spingersi ancora oltre, verso una tensione pi\u00f9 nichilista e disarticolata, vicina a certe fratture del <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/speciali\/rockinonda_postpunk-newwave\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">post-punk<\/a>.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Wolfpack (1970)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra le tracce pi\u00f9 oscure e psicologicamente dense, \u201cWolfpack\u201d fu anche uno dei brani che lo stesso autore indic\u00f2 tra i suoi preferiti. Rispetto alle filastrocche pi\u00f9 leggere del periodo, qui l\u2019atmosfera si fa tesa, incalzante, quasi claustrofobica. La sezione ritmica procede come una caccia spezzata, mentre la voce resta asciutta e monocorde, amplificando la sensazione di freddezza e isolamento. Il testo \u00e8 un vortice di associazioni libere: branco di lupi, carte da gioco, immagini minerali e formule enigmatiche si accostano pi\u00f9 per urto visivo e fonetico che per sviluppo narrativo.<br \/>Eppure, dentro questa apparente frantumazione, \u201cWolfpack\u201d conserva una lucidit\u00e0 inquietante: il branco diventa la figura di un mondo esterno percepito come ostile e incombente. \u00c8 Barrett braccato, ma ancora capace di trasformare la paranoia in una forma visionaria. Non stupisce che <a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/artista\/robyn-hitchcock\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Robyn Hitchcock<\/a>, tra i pi\u00f9 sensibili eredi della sua immaginazione obliqua, abbia riconosciuto proprio in questo brano uno dei vertici estremi della scrittura rock barrettiana.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#indice\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n<p>Milky Way (1970)<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Registrata nella stessa sessione da cui emersero anche i primi abbozzi di \u201cRats\u201d e \u201cWined And Dined\u201d, \u201cMilky Way\u201d vide la luce solo nel 1988, nella raccolta \u201cOpel\u201d. \u00c8 una delle sue prove pi\u00f9 delicate e sospese: niente strumenti elettrici, nessuna sezione ritmica, soltanto voce e chitarra acustica arpeggiata, in un tempo libero che sembra seguire il respiro pi\u00f9 che una scansione regolare. La struttura, impostata su una progressione folk psichedelica apparentemente semplice, viene attraversata da scarti armonici e da un andamento rubato che le danno un carattere intimo, fragile, quasi non-finito.<br \/>Il significato del brano vive su un contrasto tipicamente barrettiano: da un lato la Via Lattea come immagine di distanza siderale, isolamento mentale, distacco dal mondo; dall\u2019altro il bisogno disarmato di calore fisico, racchiuso nella richiesta di un abbraccio. In \u201cMilky Way\u201d Barrett sembra fluttuare lontanissimo da tutto, ma proprio da quella distanza lascia affiorare una vulnerabilit\u00e0 umana elementare.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"https:\/\/www.ondarock.it\/wp-admin\/post-new.php#indice\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">\u2191 torna all\u2019indice<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Nell\u2019ambito della psicologia cognitiva, il costrutto della memoria lampadina (flashbulb memory) descrive la capacit\u00e0 del cervello umano di&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":574089,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_share_on_mastodon":"0"},"categories":[1443],"tags":[203,204,1537,90,89,1538,1539,9388,72292],"class_list":["post-574088","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-musica","tag-entertainment","tag-intrattenimento","tag-it","tag-italia","tag-italy","tag-music","tag-musica","tag-pink-floyd","tag-syd-barrett"],"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/116879863272846314","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/574088","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=574088"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/574088\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/574089"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=574088"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=574088"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=574088"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}